Alcyone
di Gabriele D'annunzio
Edizione Einaudi - Serie Einaudi Tascabili - Classici- N. 289
Edizione Maggio 1995 a cura di Pietro Gibellini.
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La tregua
Dèspota, andammo e combattemmo, sempre
fedeli al tuo comandamento. Vedi
che l'armi e i polsi eran di buone tempre.
O magnanimo Dèspota, concedi
al buon combattitor l'ombra del lauro,
ch'ei senta l'erba sotto i nudi piedi,
ch'ei consacri il suo bel cavallo sauro
alla forza dei Fiumi e in su l'aurora
ei conosca la gioia del Centauro.
O Dèspota, ei sarà giovine ancóra!
Dàgli le rive i boschi i prati i monti
i cieli, ed ei sarà giovine ancóra
Deterso d'ogni umano lezzo in fonti
gelidi, ei chiederà per la sua festa
sol l'anello degli ultimi orizzonti
I vènti e i raggi tesseran la vesta
nova, e la carne scevra d'ogni male
éntrovi balzerà leggera e presta.
Tu 'l sai: per t'obbedire, o Trionfale,
sí lungamente fummo a oste, franchi
e duri; né il cor disse mai "Che vale?"
disperato di vincere; né stanchi
mai apparimmo, né mai tristi o incerti,
ché il tuo volere ci fasciava i fianchi.
O Maestro, tu 'l sai: fu per piacerti.
Ma greve era l'umano lezzo ed era
vile talor come di mandre inerti;
e la turba faceva una Chimera
opaca e obesa che putiva forte
sí che stretta era all'afa la gorgiera.
Gli aspetti della Vita e della Morte
invano balenavan sul carname
folto, e gli enimmi dell'oscura sorte.
Non era pane a quella bassa fame
la bellezza terribile; onde il tardo
bruto mugghiava irato sul suo strame.
Pur, lieta maraviglia, se alcun dardo
tutt'oro gli giungea diritto insino
ai precordii, oh il suo fremito gagliardo!
E tu dicevi in noi: "Quel ch'è divino
si sveglierà nel faticoso mostro.
Bàttigli in fronte il novo suo destino".
E noi perseverammo, col cuor nostro
ardente, per piacerti, o Imperatore;
e su noi non potè ugna nè rostro.
Ma ne sorse per mezzo al chiuso ardore
la vena inestinguibile e gioconda
del riso, che sonò come clangore.
E ad ogni ingiuria della bestia immonda
scaturiva più vivido e più schietto
tal cristallo dall'anima profonda.
Erma allegrezza! Fin lo schiavo abietto,
sfumato con le miche del convito,
lungi rauco latrava il suo dispetto;
e l'obliqio lenone, imputridito
nel vizio suo, dal lubrico angiporto
con abominio ci segnava a dito.
O Dèspota, tu dài questo conforto
al cuor possente, cui l'oltraggio èlode
e assillo di virtù ricever torto.
Ei nella solitudine si gode
sentendo sé come inesausto fonte
Dedica l'opre al Tempo; e ciò non ode.
Ammonisti l'alunno: "Se hai man pronte,
non iscegliere i vermini nel fimo
ma strozza i serpi di Laocoonte".
Ed ei seguì l'ammonimento primo;
restò fedele ai tuoi comandamenti;
fiso fu ne' tuoi segni a sommo e ad imo.
Dèspota, or tu concedigli che allenti
il nervo ed abbandoni gli ebri spirti
alle voraci melodíe dei vènti!
Assai si travagliò per obbedirti.
Scorse gli Eroi su i prati d'asfodelo.
Or ode i Fauni ridere tra i mirti.
l'Estate ignuda ardendo a mezzo il cielo.
(Romena, 10 luglio 1902)
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IL FANCIULLO
I.
Figlio della Cicala e dell'Olivo,
nell'orto di quel Fauno
tu cogliesti la canna pel tuo flauto,
pel tuo sufolo doppio a sette fóri?
In quel che ha il nume agresto entro un'antica
villa di Camerata
deserta per la morte di Pampínea?
O forse lungo l'Affrico che riga
la pallida contrada
ove i campi il cipresso han per confine?
Più presso, nella Mensola che ride
sotto il ponte selvaggia?
Più lungi, ove l'Ombron segue la traccia
d'Ambra e Lorenzo canta i vani ardori?
Ma il mio pensier mi finge che tu colta
l'abbia tra quelle mura
che Arno parte, negli Orti Oricellari,
ove dalla barbarie fu sepolta
ahi sì trista, la Musa
Fiorenza che cantò ne' dì lontani
ai lauri insigni, ai chiari
fonti, all'eco dell'inclite caverne,
quando di Grecia le Sirene eterne
venner con Plato alla Città dei Fiori.
Te certo vide Luca della Robbia,
ti mirò Donatello,
operando le belle cantoríe.
Tutte le frutta della Cornucopia
per forza di scalpello
fecero onuste le ghirlande pie.
E tu danzavi le tue melodie,
nudo fanciul pagano,
àlacre nel divin marmo apuano
come nell'aria, conducendo i cori.
Figlio della Cicala e dell'Olivo,
or col tuo sufoletto
incanti la lucertola verdognola
a cui sopra la selce il fianco vivo
palpita pel diletto
in misura seguendo il dolce suono.
Non tu conosci il sogno
forse della silente creatura?
Ver lei ti pieghi: in lei non è paura:
tu moduli secondo i suoi colori.
Tu moduli secondo l'aura e l'ombra
e l'acqua e il ramoscello
e la spica e la man dell'uom che falcia,
secondo il bianco vol della colomba,
la grazia del torello
che di repente pavido s'inarca,
la nuvola che varca
il colle qual pensier che seren volto
muti, l'amore della vite all'olmo
l'arte dell'ape, il flutto degli odori.
Ogni voce in tuo suono si ritrova
e in ogni voce sei
sparso, quando apri e chiudi i fóri alterni.
Par quasi che tu sol le cose muova
mentre solo ti bei
nell'obbedire ai movimenti eterni.
Tutto ignori, e discerni
tutte le verità che l'ombra asconde.
Se interroghi la terra, il ciel risponde;
se favelli con l'acque, odono i fiori.
O fiore innumerevole di tutta
la vita bella, umano
fiore della divina arte innocente,
preghiamo che la nostra anima nuda
si miri in te, preghiamo
che assempri te maravigliosamente!
L'immensa plenitudine vivente
trema nel lieve suono
creato dal virgineo tuo soffio,
e l'uom cò suoi fervori e i suoi dolori.
II.
Or la tua melodia
tutta la valle come un bel pensiere
di pace crea, le due canne leggiere
versando una la luce ed una l'ombra.
La spiga che s'inclina
per offerirsi all'uomo
e il monte che gli dà pietre del grembo,
se ben l'una vicina
e l'altro sia rimoto
e l'una esigua e l'altro ingente, sembra
si giungano per l'aere sereno
come i tuoi labbri e le tue dolci canne,
come su letto d'erbe amato e amante,
come i tuoi diti snelli e i sette fóri,
come il mare e le foci,
come nell'ala chiare e negre penne,
come il fior del leandro e le tue tempie,
come il pampino e l'uva,
come la fonte e l'urna,
come la gronda e il nido della rondine,
come l'argilla e il pollice,
come ne' fiari tuoi la cera e il miele,
come il fuoco e la stipula stridente,
come il sentier e l'orma,
come la luce ovunque tocca l'ombra.
III.
Sopor mi colse presso la fontana.
Lo sciame era discorde:
avea due re; pendea come due poppe
fulve. E il rame s'udia come campana.
Ti vidi nel mio sogno, o lene aulente.
Lottato avevi ignudo
contro il torrente folle di rapina.
Raccolto avevi piuma di sparviere
che a sommo del ciel muto
in sue rote feria l'aer di strida.
Ahi, lungi dalle tue musiche dita
gittato avevi i calami forati.
Chino con sopraccigli corrugati
eri, fanciul pugnace,
intento a farti archi da saettare
col legno della flèssile avellana.
IV.
Eleggere sapesti il re splendente
nello sciame diviso,
ridere d'un tuo bel selvaggio riso
spegnendo il fuco sterile e sonoro.
Con la man tinta in mele di sosillo
traesti fuor la troppa
signoria. Cauto e fermo le calcavi.
Sporgeva a modo d'uvero di poppa
il buon sire tranquillo
che fu re delle artefici soavi.
Poi franco te n'andavi
sonando per le prata di trifoglio,
incoronato d'ellera e d'orgoglio,
entro la nube delle pecchie d'oro.
V.
L'acqua sorgiva fra i tuoi neri cigli
fecesi occhio che vede e che sorride;
fecesi chioma su la tua cervice
il crespo capelvenere.
Fatto sei di segreto e di freschezza.
Fatte son di làtice
fluido e d'umide fibre le tue membra.
Il tuo spirto, dal fonte come il salice
ma senza l'amarezza
nato, le amiche naiadi rimembra;
tutte le polle sembra
trarre per le invisibili sue stirpi.
E se gli occhi tuoi cesii han neri cigli,
ha neri gambi il verde capelvenere.
Converse le tue canne sono in chiari
vetri, onde lenti i suoni
stillano come gocce da clessidre.
S'appressano i colúbri maculosi,
gli aspidi i cencri e gli angui
e le ceraste e le verdissime idre.
Taciti, senza spire,
eretti i serpi bevono l'incanto.
Sol le bífide lingue a quando a quando
tremano come trema il capelvenere.
Sino ai ginocchi immerso nella cupa
linfa, alla venenata
greggia tu moduli il tuo lento carme.
Par che da' piedi tuoi torta sia nata
radice e di natura
erbida par ti sien fatte le gambe.
Ma il fior della tua carne
suso come il nénufaro s'ingiglia.
E se gli occhi tuoi cesii han nere ciglia,
neri ha gli steli il verde capelvenere.
VI.
Se t'è l'acqua visibile negli occhi
e se il làtice nudre le tue carni,
viver puoi anco ne' perfetti marmi
e la colonna dorica abitare.
Natura ed Arte sono un dio bifronte
che conduce il tuo passo armonioso
per tutti i campi della Terra pura.
Tu non distingui l'un dall'altro volto
ma pulsare odi il cuor che si nasconde
unico nella duplice figura.
O ignuda creatura,
teco salir la rupe veneranda
voglio, teco offerire una ghirlanda
del nostro ulivo a quell'eterno altare.
Torna con me nell'Ellade scolpita
ove la pietra è figlia della luce
e sostanza dell'aere è il pensiere.
Navigando nell'alta notte illune,
noi vedremo rilucere la riva
del diurno fulgor ch'ella ritiene.
Stamperai nelle arene
del Fàlero orme ardenti. Ospiti soli
presso Colòno udremo gli usignuoli
di Sofocle ad Antigone cantare.
Vedremo nei Propílei le porte
del Giorno aperte, nell'intercolumnio
tutto il cielo dell'Attica gioire;
nel tempio d'Erettèo, coro notturno
dai negricanti pepli le sopposte
vergini stare come urne votive;
la potenza sublime
della Citta, transfusa in ogni vena
del vital marmo ov'è presente Atena,
regnar col ritmo il ciel la terra il mare.
Alcun arbore mai non t'avrà dato
gioia sì come la colonna intatta
che serba i raggi ne' suoi solchi eguali.
All'ora quando l'ombra sua trapassa
i gradi, tu t'assiderai sul grado
più alto, cò tuoi calami toscani.
La Vittoria senz'ali
forse t'udrà, spoglia d'avorio e d'oro;
e quella alata che raffrèna il toro;
e quella che dislaccia il suo calzare.
Taci! La cima della gioia è attinta.
Guarda il Parnete al ciel, come leggiero!
Guarda l'Imetto roscido di miele!
Flessibile m'appar come l'efebo,
vestito della clamide succinta,
che cavalcò nelle Panatenee.
Sorse dall'acque egee
il bel monte dell'api e fu vivente.
Or tuttavia nella sua forma ei sente
la vita delle belle acque ondeggiare.
Seno d'Egina! Oh isola nutrice
di colombe e d'eroi! Pallida via
d'Eleusi coi vestigi di Demetra!
Splendore della duplice ferita
nel fianco del Pentelico! Armonie
del glauco olivo e della bianca pietra!
Ogni golfo è una cetra.
Tu taci, aulete, e ascolti. Per l'Imetto
l'ombra si spande. Il monte violetto
mormora e odora come un alveare.
VII.
L'odo fuggir tra gli arcipressi foschi,
e l'ansia il cor mi punge.
Ei mi chiama di lunge
solo negli alti boschi, e s'allontana.
Mutato è il suon delle sue dolci canne.
Trèmane il cor che l'ode,
balza se sotto il pièstrida l'arbusto;
pavido è fatto al rombo del suo sangue,
ed altro più non ode
il cor presàgo di remoto lutto.
Prego: "O fanciul venusto,
non esser sì veloce
ch'io non ti giunga!" E' vana la mia voce.
Melodiosamente ei s'allontana.
Elci nereggian dopo gli arcipressi,
antiqui arbori cavi.
Pascono suso in ciel nuvole bianche.
A quando a quando tra gli intrichi spessi
le nuvole soavi
son come prede tra selvagge branche.
E sempre odo le canne
gemere d'ombra in ombra
roche quasi richiamo di colomba
che va di ramo in ramo e s'allontana.
"O fanciullo fuggevole, t'arresta!
Tu non sai com'io t'ami,
intimo fiore dell'anima mia.
Una sol volta almen volgi la testa,
se te la inghirlandai,
bel figlio della mia melancolia!
Con la tua melodia
fugge quel che divino
era venuto in me, quasi improvviso
ritorno dell'infanzia più lontana.
Fa che l'ultima volta io t'incoroni,
pur di negro cipresso,
e teco io sia nella dolente sera!"
Ei nell'onda volubile dei suoni
con un gentil suo gesto,
simile a un spirto della primavera,
volgesi; alla preghiera
sorride, e non l'esaude.
L'ansia mia vana odo sol tra le pause,
mentre che d'ombra in ombra ei s'alontana.
Ad un fonte m'abbatto che s'accoglie
entro conca profonda
per aver pace, e un elce gli fa notte.
"O figlio, sosta! Imiterai le foglie
e l'acque anche una volta
e i silenzii del dì con le tue note.
Sediamo in su le prode.
Fa ch'io veda l'imagine
puerile di te presso l'imagine
di me nel cupo speglio!" Ei s'allontana.
S'allontana melodiosamente
nè più mi volge il viso,
emulo di Favonio ei nel suo volo.
Sol calando, la plaga d'occidente
s'infiamma; e d'improvviso
tutta la selva è fatta un vasto rogo.
Le nuvole di foco
ardono gli elci forti,
aerie vergini al disio dei mostri.
Giunge clangor di buccina lontana.
E un tempio ecco apparire, alte ruine
cui scindon le radici
errabonde. Gli antichi iddii son vinti.
Giaccion tronche le statue divine
cadute dai fastigi;
dormono in bruni pepli di corimbi.
Lentischi e terebinti
l'odor dei timiami
fan loro intorno. "O figlio, se tu m'ami,
sosta nel luogo santo!" Ei s'allontana.
"Rialzerò le candide colonne,
rialzerò l'altare
e tu l'abiterai unico dio.
M'odi: te l'ornerò con arti nuove.
E non avrà l'eguale.
Maraviglioso artefice son io.
T'adorerò nel mio
petto e nel tempio. M'odi,
figlio! Che immortalmente io t'incoroni!"
Nel gran fuoco del vespro ei s'allontana.
Si dilegua ne' fiammei orizzonti
Forse è fratel degli astri.
O forse nel mio sogno s'è converso?
"Ti cercherò, ti cercherò ne' monti,
ti cercherò per gli aspri
torrenti dove ti sarai deterso.
E ti vedrò diverso!
Gittato avrai le canne,
intento a farti archi da saettare
col legno della flèssile avellana".
(Romena, tra il 13 e il 19 luglio 1902)
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LUNGO L'AFFRICO
Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ota t'effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l'ascolti.
Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l'occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l'appanna,
Luna, il rio che s'avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d'erba ti sorride,
solo a te sola.
O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l'Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha sussurro
l'arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?
E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S'attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell'ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all'opera d'amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un'alba certa.
(Settignano, fine giugno 1902)
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LA SERA FIESOLANA
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscío che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta
su l'alta scala che s'annera
contro il fusto che s'inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pè tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l'aura che si perde,
e su 'l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su 'l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne e l'ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incúrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)
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L'ULIVO
Laudato sia l'ulivo nel mattino!
Una ghirlanda semplice, una bianca
tunica, una preghiera armoniosa
a noi son festa.
Chiaro leggero è l'arbore nell'aria
E perché l'imo cor la sua bellezza
ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,
non sa l'ulivo.
Esili foglie, magri rami, cavo
tronco, distorte barbe, piccol frutto,
ecco, e un nume ineffabile risplende
nel suo pallore!
O sorella, comandano gli Ellèni
quando piantar vuolsi l'ulivo, o côrre,
che 'l facciano i fanciulli della terra
vergini e mondi,
imperocché la castitate sia
prelata di quell'arbore palladio
e assai gli noccia mano impura e tristo
alito il perda.
Tu nel tuo sonno hai valicato l'acque
lustrali, inceduto hai su l'asfodelo
senza piegarlo; e degna al casto ulivo
ora t'appressi.
Biancovestita come la Vittoria,
alto raccolta intorno al capo il crine,
premendo con piede àlacre la gleba,
a lui t'appressi.
L'aura move la tunica fluente
che numerosa ferve, come schiume
su la marina cui l'ulivo arride
senza vederla.
Nuda le braccia come la Vittoria,
sul flessibile sandalo ti levi
a giugnere il men folto ramoscello
per la ghirlanda.
Tenue serto a noi,di poca fronda,
è bastevole: tal che d'alcun peso
non gravi i bei pensieri mattutini
e d'alcuna ombra.
O dolce Luce, gioventù dell'aria,
giustizia incorruttibile, divina
nudità delle cose, o Animatrice,
in noi discendi!
Tocca l'anima nostra come tocchi
il casto ulivo in tutte le sue foglie;
e non sia parte in lei che tu non veda,
Onniveggente!
(Romena, 20 luglio 1902)
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LA SPICA
Laudata sia la spica nel meriggio!
Ella s'inclina al Sole che la cuoce,
verso la terra onde umida erba nacque;
s'inclina e più s'inclinerà domane
verso la terra ove sarà colcata
col gioglio ch'è il malvagio suo fratello,
con la vena selvaggia
col cíano cilestro
col papavero ardente
cui l'uom non seminò, in un mannello.
E' di tal purità che pare immune,
sol nata perché l'occhio uman la miri;
di sì bella ordinanza che par forte.
Le sue granella sono ripartite
con la bella ordinanza che c'insegna
il velo della nostra madre Vesta.
Tre son per banda alterne;
minore è il granel medio;
ciascuno ha la sua pula;
d'una squammetta nasce la sua resta.
Matura anco non è. Verde è la resta
dove ha il suo nascimento dalla squamma,
però tutt'oro ha la pungente cima.
E verdi lembi ha la già secca spoglia
ove il granello a poco a poco indura
ed assume il color della focaia.
E verdeggia il fistuco
di pallido verdore
ma la stípula è bionda.
S'odon le bestie rassodare l'aia.
Dice il veglio: "Nè luoghi maremmani
già gli uomini cominciano segare.
E in alcuna contrada hanno abbicato.
Tu non comincerai, se tu non veda
tutto il popolo eguale della mèsse
egualmente risplender di rossore".
E la spica s'arrossa.
Brilla il fil della falce,
negreggia il rimanente,
di stoppia incenerita è il suo colore.
E prima la sudata mano e poi
il ferro sentirànel suo fistuco
la spica; e in lei saran le sue granella,
in lei saràla candida farina
che la pasta farà molto tegnente
e farà pane che molto ricresce.
Ma la vena selvaggia
ma il cíano cilestro
ma il papavero ardente
con lei cadranno, ahi, vani su le secce.
E la vena pilosa, or quasi bianca,
è tutta lume e levità di grazia;
e il cíano rassembra santamente
gli occhi cesii di Palla madre nostra;
e il papavero è come il giovenile
sangue che per ispada spiccia forte;
e tutti sono belli
belli sono e felici
e nel giorno innocenti;
e l'uom non si dorrà di loro sorte.
E saranno calpesti e della dolce
suora, che tanto amarono vicina,
che sonar per le reste quasi esigua
cítara al vento udirono, disgiunti;
e sparsi moriran senza compianto
perché non danno il pane che nutrica.
Ma la vena selvaggia
e il cíano cilestro
e il papavero ardente
laudati sien da noi come la spica!
(Romena, 25 luglio 1902)
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L'OPERE E I GIORNI
O sposo della Terra venerando,
è bello a sera noverare l'opre
della dimane e misurar nel cuore
meditabondo la durabil forza.
Veglio, la tua parola su me piove
candida come il fior del melo allora
che già comincia ad allegare il frutto.
Parlami, e dimmi quali sieno l'opre.
"Di questo mese m'apparecchio l'aia.
La mondo e sarchiellata lievemente
la concio con la pula e con la morchia
sicché difenda la biada da topi
e da formiche e d'altra gente infesta.
E poi la piano con la pietra tonda,
o con legno; o pur suvvi spargo l'acqua
e suvvi metto le mie bestie, e bene
cò piedi lor la faccio rassodare;
e poi si secca al sole" il veglio dice.
E sta su la sua soglia rinnovata
di quella pietra ch'è detta serena
(nasce del Monte Céceri in gran copia)
schietta pietra, pendente nell'azzurro
alquanto, di color d'acqua piovana
ove cotta la foglia sia del glastro.
E dietro la sua faccia, che la grande
etade arò con invisibil vomere
sì che raggia di curvi e retti solchi
qual iugero già pronto alla sementa,
sale su per lo stipite di pietra
il bianco gelsomin grato alle pecchie,
eguale di candore al crin canuto.
"Di questo mese nel solstizio, quando
il Sol non puote più salire, semino
le brasche; le quà poi di mezzo agosto
trapiantar mi bisogna in luogo irriguo.
E la bietola e l'appio e il coriandro
e la lattuga semino, ed innacquo.
Colgo la veccia, e sego per pastura
il fien greco. La fava anzi la luce
vello, scemante la luna; la fava,
anzi che compia lo scemar la luna,
batto; e refrigerata la ripongo.
Di questo mese inocchio il pesco, impiastro
il fico, vòto l'arnia, il condottiero
eleggo nel gomitolo dell'api.
E prossima si fa la mietitura
dell'orzo, la qual compiere mi giova
anzi che mi comincino a cascare
le spighe, imperocché non son vestite
sue granella di foglie, come il grano.
Da giovine sei moggia il dì potei
segarne!" sorridendo il veglio dice.
Ancora armata è la gengiva, salda
nel suo sorriso e nella sua favella.
E non pur gli vacillano i ginocchi,
se ben la falce nell'oprare gli abbia
a simiglianza sel suo ferro istesso
curve le gambe. E sopra il santo petto
il lin rude, che l'indaco fè quasi
celeste, crea misteriosamente
l'imagine di Pan duce degli astri,
cui nel torace si rispecchia il Cielo.
(Collocabile tra il 10 e il 16 luglio 1902)
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L'AEDO SENZA LIRA
Meco ragiona il veglio
d'una spezie di pomi.
E dice: "Nasce in arbore
di mezzana statura, e fior bianchetto.
La dolcezza del frutto
è mista con asprezza.
Non ricusa qualunque terra. I luoghi
allegri ama bensì,dolce temperie.
Dilettasi del mare.
Il vento e il gelo teme.
Innestar non si puote.
Piccola etade dura.
Serbansi i pomi in orci unti di pece.
Anco serbansi in cave
dell'oppio arbore; ovver tra la vinaccia
in pentole, assai bene e lungamente".
Così ragiona il veglio; ed in sue lente
parole il cor si spazia
come in un canto aonio.
Risplende un'antichissima virtude,
come nel prisco aedo
che canta un fato illustre,
o Terra, nel tuo bianco testimonio.
Il soffio del suo petto
paterno è come la bontà dell'aria
che fa buona ogni cosa.
La vita fruttuosa
dell'arbore s'agguaglia
alle sorti magnifiche dei regni.
Ei parla, e tra due legni
tesse la chiara paglia
come l'aedo tende le sue corde,
create cò minugi degli agnelli,
tra i bracci della lira.
Vento asolando, spira
odor di meliloto il miel dall'ombra,
colato nei mondissimi vaselli
ove la man spremette i fiali pregni.
Ei ragiona e travaglia;
e il flavescente culmo non si spezza.
A quando a quando mira
come chi attenda segni.
Ode sciame che romba.
Ei parla di battaglia
che han l'api in loro ostelli
per signorie lor nuove.
Gli luce nella barba e ne' capelli
alcun filo di paglia
che il suo parlar commuove.
Al sole oro non è che tanto luca.
Appesa alla sua bocca che s'immézza,
presso l'aroma della sua saggezza,
l'anima nostra è come la festuca.
(Romena, 16 luglio 1902)
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BEATITUDINE
"Color di perla quasi informa, quale
conviene a donna aver, non fuor misura".
Non è, Dante, tua donna che in figura
della rorida Sera a noi discende?
Non è non è dal ciel Betarice
discesa in terra a noi
bagnata il viso di pianto d'amore?
Ella col lacrimar degli occhi suoi
tocca tutte le spiche
a una a una e cangia lor colore.
Stanno come persone
inginocchiate elle dinanzi a lei,
a capo chino, umíli; e par si bei
ciascuna del martiro che l'attende.
Vince il silenzio i movimenti umani.
Nell'aerea chiostra
dei poggi l'Arno pallido s'inciela.
Ascosa la Città di sé non mostra
se non due steli alzati,
torre d'imperio e torre di preghiera,
a noi dolce com'era
al cittadin suo prima dell'esiglio
quand'ei tenendo nella mano un giglio
chinava il viso tra le rosse bende.
Color di perla per ovunque spazia
e il ciel tanto è vicino
che ogni pensier vi nasce come un'ala.
La terra sciolta s'è nell'infinito
sorriso che la sazia,
e da noi lentamente s'allontana
mentre l'Angelo chiama
e dice:"Sire, nel mondo si vede
meraviglia nell'atto, che procede
da un'anima, che fin quassù risplende".
(Romena, 28 luglio 1902)
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FURIT AESTUS
Un falco stride nel color di perla:
tutto il cielo si squarcia come un velo.
O brivido su i mari taciturni,
o soffio, indizio del súbito nembo!
O sangue mio come i mari d'estate!
La forza annoda tutte le radici:
sotto la terra sta, nascosta e immensa.
La pietra brilla più d'ogni altra inerzia.
La luce copre abissi di silenzio,
simile ad occhio immobile che celi
moltitudini folli di desiri.
L'Ignoto viene a me, l'Ignoto attendo!
Quel che mi fu da presso, ecco, è lontano.
Quel che vivo mi parve, ecco, ora è spento.
T'amo, o tagliente pietra che su l'erta
brilli pronta a ferire il nudo piede.
Mia dira sete, tu mi sei più cara
che tutte le dolci acque dei ruscelli.
Abita nella mia selvaggia pace
la febbre come dentro le paludi.
Pieno di grida è il riposato petto.
L'ora è giunta, o mia Mèsse, l'ora è giunta!
Terribile nel cuore del meriggio
pesa, o Mèsse, la tua maturità.
(Circa metà agosto 1902)
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DITIRAMBO I - ROMAE FRUGIFERAE DIC.
Ove sono i cavalli del Sole
criniti di furia e di fiamma?
le code prolisse
annodate con liste
di porpora, l'ugne
adorne di lampi
su l'aride ariste?
Ove l'aie come circhi
te trebbie come pugne,
come atleti la rustica prole?
Ove sono i cavalli del Sole
disgiunti dal carro celeste?
Ove le sferze sonanti,
le rèdine lunghe sbandite,
il tinnir dei metalli,
il brillar delle madide groppe?
Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?
Ove la femmina bella
coperta di loppe e di reste
come d'ori e di gemme?
Ove gli scherni, le risse,
le nude coltella,
il sangue che fuma e che bolle,
il giovine ucciso che cade
nelle sue biade
asperse del suo ricco sange
e del vin suo vermiglio?
Ove il tuo nume, o Dioníso,
e il tuo riso e il tuo furore
e il tuo periglio?
Qui scarsa mèsse
per piccole vite,
aia angusta, fatica molle,
mani prudenti, fievoli gole.
O Maremme, o Maremme,
bellezza immite
nata dalla Febbre e dal Sole,
o regni diurni di Dite,
voi l'anima mia sogna!
O Roma, o Roma, la prima
davanti alla faccia del Sole,
incombustibile forza,
semenza di gloria,
unica nata dal solco
del violento
ardua spica opima,
te l'anima mia sogna ed agogna
in un mar di frumento,
dal Cimino solitario
ai vitiferi colli dei Volsci,
fino a Minturno ov'erra
nel limo l'ombra di Mario,
fino a Sinuessa
ebra di Massico forte,
fino alle auree porte
della Campania promessa,
in un mar di frumento
innumerevole
come le trionfate stirpi
dalla tua guerra!
O arce della Terra,
nel dipartirmi
da te, al cospetto dell'Agro
ebbi presagio cruento
che m'infiammò d'amore
più novo e gagliardo
per tutte le tue are
e per tutte le tue tombe.
Vidi campo di rossi
papaveri vasto al mio sguardo
come letto di strage,
come flutto ancor caldo
sgorgato da una ecatombe.
Non mai più fervente rossore
veduto avean gli occhi miei grandi,
e tutta la mia vita tremava
dalle radici
come s'io mi svenassi
sul sacro tuo suolo
con vene giganti.
E l'anima, che si dipartiva,
impetuosamente
verso di te si rivolse, incesa
da dolor rovente
ch'ella udì stridere come
tizzo in piaga viva;
e tutta verso di te protesa
era, gridando il tuo nome
al fulgor vermiglio,
dal carro strepitoso
che la traeva in esiglio.
E intollerabile male
tra tutti i suoi mali
a lei parve la sua dipartita;
sentì la sua vita
spoglia d'ogni forza e senz'ali,
pallida e senza riposo
piegata su l'acre ferita,
ahi, mirò sé stessa lontana.
O Toscana, o Toscana,
dolce tu sei ne' tuoi orti
che lo spino ti chiude
e il cipresso ti guarda;
dolce sei nelle tue colline
che il ruscello ti riga
e l'ulivo t'inghirlanda.
E una dura virtude
certo nelle tue torri commise
e murò per la guerra civile
le pietre forti;
e carca di grandi morti
tu sei ne' tuoi sculti sepolcri,
o Fiorenza, o Fiorenza,
giglio di potenza,
virgulto primaverile;
e certo non è grazia alcuna
che vinca tua grazia d'aprile
quando la valle è una cuna
di fiori di sogni e di pace
ove Simonetta si giace.
Ma cuna dell'anima mia
è il solco del carro stridente
nella pietra dell'Appia via.
A piè del Celio infrequente,
sotto la Porta Capena
gemere udì l'Acqua Marcia
che abbevera l'Urbe affocata.
Si mosse di là fra le tombe
e i lauri, fra la Morte che guata
e la Gloria che perde le frondi,
ai colli d'Alba giocondi.
Lasciò dietro sé le molli ombre;
più non vide la lunga catena
rosseggiar degli acquedutti;
non vide la fresca Preneste;
sdegnò di Tuscolo i frutti,
d'Aricia la selva serena;
s'affrettò alla spiaggia tirrena
ove dura fervente
la bava delle tempeste,
alle reggie di Circe funeste
ove urtò d'Odisseo la carena.
Anelante al deserto di luce
ove fuma vapor che avvelena
e rapisce gli spirti errabondi,
scoperse la candida rupe
onde Anxur pendente
nella truce canicola incombe
allo stagno mortifero e al Mare.
Appia via, cammino solare
incontro all'Austro rapido-ardente,
Appia via, dalla Porta Capena
cui la recondita vena
geme l'assidua stilla,
ove condurrai tu la mia
anima inpaziente
che d'avidità risfavilla?
Non qui la mia messe è mietuta.
A mietere l'alta mia mèsse
mille falci idefesse
travagliarono solco per solco,
dall'aurora al tramonto,
per nove aurore
e per nove tramonti,
in terra sconosciuta.
E s'udiva in ogni meriggio
venir dagli orizzonti
infiammati la voce
e il tuono di Pan sopra a noi.
E ululava la torma feroce:
"O Pan, aiuta, aiuta!"
E per la stoppia i buoi
candidi, aggiogati ai plaustri
contra le biche manomesse,
mugghiavano di spavento.
O Pan, dammi il mio frumento,
dammi l'oro della mia mèsse
australe e la furia degli Austri
libici e la furia dei cavalli
dall'ugne adorne di lampi!
Non qui non qui ebbi i miei campi,
non qui ebbi i miei plaustri,
ma nel grande Lazio tirreno,
fino a Minturno,
fino a Sinuessa,
nella terra ebra di Massico
nella terra ebra di Cècubo,
a Fondi lacustre,
ad Amicle marina,
ad Ardea danaèia
ov'arde il sangue di Turno,
e su la curva spiaggia nomata
dalla nutrice eneia,
di qua dal rapace Volturno,
e presso lo stagno taciturno
pingue di calami e d'ulve
ove il Latino il lauro vige
tra le spiche fatte più fulve,
e ad Anzio amor del pirata
e della Fortuna crudeli
e del crudele Imperatore,
e a Ostia, nella sacra bocca
del Tevere irta di prore
gonfia di vele
ingombra dè lunghi granai.
Ovunque falciai e trebbiai
nel grande Lazio tirreno,
alle porte dell'Urbe e al confine
estremo, fra il Tevere e il Liri,
in ogni più fertile plaga.
Ma a te vanno i miei sospiri,
a te, ombra del Monte Circèo
letifera come il veleno
e il carme dell'avida maga
che tenne l'insonne
piloto re d'Itaca Odisseo
nel letto dall'alte colonne.
Quivi ancor regna nel Monte
l'Iddia callida, figlia del Sole;
e spia dal palagio rupestro,
tra sue stellate pantere
e sue tazze attoscate di suchi.
Gemon prigioni i suoi drudi,
bestiame del suo piecere,
cui ella tocca la fronte
con cerga e susurra parole.
E i suoi pastori astati, prole
dell'Evia e del Centauro
generata nell'ora dell'estro,
di bronzea pelle, di pel sauro,
prole furibonda,
quivi sotto gettano rauco
ululo su la palude
e pungono il negro armento
dalle code nude,
i bufali, irosi mostri
profondati nel lutulento
pascolo che s'inselva di corna.
E, quando aggiorna,
tutta la palude ansa e soffia
per le froge e per le fauci emerse,
occhiuta di mille occhi torvi;
e l'acqua putre gorgoglia
e bulica occlusa dall'erbe
cui sradica il piè bisulco,
mentre nube di corvi
sinistra offusca e assorda l'aria
ove passa in silenzio mortale
la Febbre velata di nebbia.
Quivi io farò la mia trebbia,
quivi batterò la mia mèsse
in un'area vasta
come campo per oste schierata.
Ove sono i cavalli del Sole
criniti di furia e di fiamma?
le code prolisse
annodate con liste
di porpora, l'ugne
adorne di lampi
su l'aride ariste?
Ove le sferze sonanti,
le rédine lunghe sbandite,
il tinnir dei metalli,
il brillar delle madide groppe?
Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?
Ecco, al tripudio, ecco i cavalli!
Chi li conduce?
Ecco le sferze, ecco i crotali,
i cimbali cavi-sonori
che vince il rombo dei cuori,
le femmine scalze-succinte
ebre di luce,
i giovini possa-di-tori
ebri di strepito.
Ecco il fiore del sangue latino.
Ecco gli otri gonfi di vino.
Ecco la sapa dolce a mescere.
Ecco l'arido pane che asseta.
Ecco la tazza di creta,
foggia antica e ne' secoli bella,
ampia come bucranio,
rosea come mammella.
Ecco tutto il tripudio!
Versate i manipoli
sul suol vulcanio,
versate dal plaustro
accline i manipoli
come da cornucopia.
Tutta la terra è roggia
più che sinopia
agli occhi torbidi.
Il vento turbina,
suscita polvere in vortici.
Versano i plaustri
nell'aia l'oro stridulo.
L'oro s'accumula.
Dispare il suolo igneo
sotto la congerie
innumerevole.
Sola una bica, solo un aureo
monte è la grande area.
Tutto il Lazio è una stoppia
che arde e solvesi in cenere
sa Sinuessa massica
fino a Roma romúlea.
Sola una bica, solo un aureo
monte è la grande area;
e i cavalli l'ascendono.
Scalpita, scalpita!
O Roma, questo è il monte di Cerere
madre di Prosèrpina,
questo è il monte della Magna Madre
che navigò pel Tevere.
I cavalli terribili
erti su l'unghia solida
l'ascendono, l'assaltano.
Scalpita, scalpita!
Crollano i manipoli
sotto l'urto, si spezzano
i culmi, si sgranano
le spiche, le ariste stridono,
le loppe volano.
Scalpita, scalpita!
Le sferze schioccano,
per l'aere guizzano
come le folgori.
Come le gòmene
della nave in pericolo
sotto la ràffica,
si tendono le rédine.
Gli umani polsi battono,
tremano i muscoli,
si gonfiano le arterie.
chi osa reggere
la forza degli Alipedi?
Balzano, s'impennano
le fiere, vèrberano
l'aere, col ferro quadruplice
i cumuli dirompono.
Le code intonse inarcansi,
le criniere svèntolano
come vessilli vividi,
le nari spirano
fiamma, gli occhi si rigano
di sangue, i fianchi pulsano,
le vene si palesano,
per l'ampie groppe rivoli
di sudore fluiscono,
nella schiuma dei difficili
freni brilla l'iride.
Scalpita, scalpita!
Tutto il fuoco dell'anima
ferina esalasi
nell'impeto e nell'ànsito
par circonfondere
gli acri corpi madidi,
sul sudor fremere
come un'ala invisibile.
Svegliasi nei rapidi
cuori l'anelito di Pègaso
verso il cammin sidereo?
Scalpita, scalpita!
Il vento turbina,
agita in nugoli
vani le spoglie spícee.
Tutto l'aere è volatile
oro, per ove le candide
e negre e saure
e maculate groppe splendono,
per ove passano
i gridi rauchi,
gli schiocchi, i sibili,
l'urto dei crotali,
il tintinnío dei cimbali,
il mugghio delle bufale,
il riso delle femmine
umane che Libero èccita.
Ma il cielo dilatasi
muto e solenne sul tripudio;
lungi si tace il Mare Infero
ove il figlio di Venere
dall'alta prora iliaca
gridò: "Italia! Italia!"
E l'ombra del re d'Itaca,
l'ombra dell'antico nauta
esperto degli uomini e dei pelaghi,
guata dalla magica
rupe se il Fato ferreo
lui anco chiami a vincere
un più grande pericolo.
O Forza, o Abondanza, o Vittoria,
voi all'opera terrestre auspici
siete e testimonii!
Tutto di voi s'illumina
il grande Lazio. In purpureo
lume il giorno cangiasi.
Il vento chiude i suoi turbini.
L'aere la terra pènetra.
Par nelle cose nascere
una vita indicibile,
però che i prischi numi italici,
subitamente reduci
dall'ombra delle Origini,
nella gleba rivivano,
nell'acqua nell'erba nella silice,
e laggiù, entro la reggia
del re Latino figlio
di Marica e di Fauno,
rinverdiscasi il Lauro
che fu sacro ad Apolline
Febo pria che il vedovo
di Creusa da Ilio
venisse per congiugnersi
con Lavinia vergine fertile.
O prodigio! O metamorfosi!
Su la grande area,
quadrata come la saturnia
Urbe nel nascere,
la calpesta messe al par d'occidua
nuvola s'imporpora.
Scalpita, scalpita!
E i cavalli son rosei
spslendenti, come se nell'intimo
sangue una súbita
aurora accendasi
e per i fumidi
fianchi trasparir veggasi.
S'ergono e di roseo
fuoco il petto e il ventre splendono,
ove s'intrecciano le tumide
vene come d'edera
intrichi per iperborei còrtici.
Fiammei spiriti
dalle narici esalano.
Scalpita, scalpita!
Or senton gli uomini
che un divin numero
modera l'impeto
dei solidunguli.
O prodigio! O metamorfosi!
Ecco, le ali titanie,
le solari penne, le lucifere
piume, infaticabili
flagelli dell'Etere
diurno, atefici
della rapidità precípite,
cui le trame dei muscoli
contro le dure scapule
parean constringere,
ecco, ecco, si liberano
si spiegano s'allargano.
Nell'oro e nella porpora
aperte palpitano
le ali, le ali apollinee.
Il vento ch'elle muovono
solleva il cuor degli uomini
come un peàn che càntino
per sacri intercolumnii
cetere a miriadi.
Io Peàn! Io Peàn! Gloria
al Maestro dell'Opere,
allo Specchio degli Uomini,
al Titan dalla rutila chioma,
al Re delle alate parole,
al Duce dei cori eliconii!
O Forza, Abbondanza, Vittoria,
e tu, Genio che mai non si doma,
voi siatemi qui testimonii.
Calpestano i cavalli del Sole
il rinato frumento di Roma.
(Romena,1 agosto 1902)
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PACE
Pace, pace! La bella Simonetta
adorna del fugace emerocàllide
vagola senza scorta per le pallide
ripe cantando nova ballatetta.
Le colline s'incurvano leggiere
come le onde del vento nella sabbia
del mare e non fanno ombra, quasi d'aria.
L'Arno favella con la bianca ghiaia,
recando alle Nereidi tirrene
il vel che vi bagnò forse la Grazia,
forse il velo onde fascia
la Grazia questa terra di Toscana
escita della casalinga lana
che fu l'arte sua prima.
Pace, pace! Richiama la tua rima
nel cor tuo come l'ape nel tuo bugno.
Odi tenzon che in su l'estremo giugno
ha la cicala con la lodoletta!
(Metàluglio-metàagosto 1902)
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LA TENZONE
O Marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d'Arno a tenzone.
Come l'Estate porta l'oro in bocca,
l'Arno porta il silenzio alla sua foce.
Tutto il mattino per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare;
tace l'acqua tra l'una e l'altra voce.
E l'Estate or si china da una banda
or dall'altra si piega ad ascoltare.
E' lento il fiume, il naviglio è veloce.
La riva è pura come una ghirlanda.
Tu ridi tuttavia cò raggi in bocca,
come l'Estate a me, come l'Estate!
Sopra di noi sono le vele bianche
sopra di noi le vele immacolate.
Il vento che le tocca
tocca anche le tue palpebre un po' stanche,
tocca anche le tue vene delicate;
e un divino sopor ti persuade,
fresco ne' cigli tuoi come rugiade
in erbe all'albeggiare.
S'inazzurra il tuo sangue come il mare.
L'anima tua di pace s'inghirlanda.
L'Arno porta il silenzio alla sua foce
come l'Estate porta l'oro in bocca.
Stormi d'augelli varcano la foce,
poi tutte l'ali bagnano nel mare!
Ogni passato mal nell'oblio cade.
S'estingue ogni desio vano e feroce.
Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce;
quello che mi toccò, più non mi tocca.
E' paga nel mio cuore ogni dimanda,
come l'acqua tra l'una e l'altra voce.
Così discendo al mare;
così veleggio. E per la dolce landa
quinci è un cantare e quindi altro cantare.
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d'Arno a tenzone.
(Marina di Pisa, 5 luglio 1899)
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BOCCA D'ARNO
Bocca di donna mai mi fu di tanta
soavità nell'amorosa via
(se non la tua, se non la tua, presente)
come la bocca pallida e silente
del fiumicel che nasce in Falterona.
Qual donna s'abbandona
(se non tu, se non tu) sì dolcemente
come questa placata correntía?
Ella non canta,
e pur fluisce quasi melodia
all'amarezza.
Qual sia la sua bellezza
io non so dire,
come colui che ode
suoni dormendo e virtudi ignote
entran nel suo dormire.
Le saltano all'incontro i verdi flutti,
schiumanti di baldanza,
con la grazia dei giovini animali.
In catena di putti
non mise tanta gioia Donatello,
fervendo il marmo sotto lo scalpello,
quando ornava le bianche cattedrali.
Sotto ghirlande di fiori e di frutti
svolgeasi intorno ai pergami la danza
infantile, ma non sì fiera danza
come quest'una.
V'è creatura alcuna
che in tanta grazia
viva ed in sì perfetta
gioia, se non quella lodoletta
che in aere si spazia?<7p>
Forse l'anima mia, quando profonda
sè nel suo canto e vede la sua gloria;
forse l'anima tua, quando profonda
sè nell'amore e perde la memoria
degli inganni fugaci in che s'illuse
ed anela con me l'alta vittoria.
Forse conosceremo noi la piena
felicità dell'onda
libera e delle forti ali dischiuse
e dell'inno selvaggio che si frena.
Adora e attendi!
Adora, adora, e attendi!
Vedi? I tuoi piedi
nudi lascian vestigi
di luce, ed à tuoi occhi prodigi
sorgon dall'acque. Vedi?
Grandi calici sorgono dall'acque,
di non so qual leggiere oro intessuti.
Le nubi i monti i boschi i lidi l'acque
trasparire per le corolle immani
vedi, lontani e vani
come in sogno paesi sconosciuti.
Farfelle d'oro come le tue mani
volando a coppia scoprono su l'acque
con meraviglia i fiori grandi e strani,
mentre tu fiuti
l'odor salino.
Fa un suo gioco divino
l'Ora solare,
mutevole e gioconda
come la gola d'una colomba
alzata per cantare.
Sono le reti pensili. Talune
pendon come bilance dalle antenne
cui sostengono i ponti alti e protesi
ove l'uom veglia a volgere la fune;
altre pendono a prua dei palischermi
trascorrendo il perenne
specchio che le rifrange; e quando il sole
batte a poppa i navigli, stando fermi
i remi, un gran fulgor le trasfigura:
grandi calici sorgono dall'acque,
gigli di foco.
Fa un suo divino gioco
la giovine Ora
che è breve come il canto
della colomba. Godi l'incanto,
anima nostra, e adora!
(Marina di Pisa, 6 luglio 1899)
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INTRA DU' ARNI
Ecco l'isola di Progne
ove sorridi
ai gridi
della rondine trace
che per le molli crete
ripete
le antiche rampogne
al re fallace,
e senza pace,
appena aggiorna,
va e torna
vigile all'opra
nidace,
nè si posa nè si tace
se non si copra
d'ombra la riviera
a sera
circa l'isola leggiera
di canne e di crete,
che all'aulete
dà flauti,
alla migrante nidi
e, se sorridi, lauti
giacigli all'amor folle.
Ecco l'isola molle.
Ecco l'isola molle
intra dù Arni,
cuna di carmi,
ove cantano l'Estate
le canne virenti
ai vènti
in varii modi,
non odi?,
quasi di nodi
prive e di midolle,
quasi inspirate
da volubili bocche
e tocche
da dita sapienti,
quasi con arte elette
e giunte insieme
a schiera,
su l'esempio divino,
con lino
attorto e con cera
sapida di miele,
a sette a sette,
quasi perfette
sampogne.
Ecco l'isola di Progne.
(Data di componimento ignota)
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LA PIOGGIA NEL PINETO
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
(Data di composizione ignota. Probabile fra la metà di luglio
1902 e la meta dell'agosto dell'anno sucessivo)
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LE STIRPI CANORE
I miei carmi son prole
delle foreste,
altri dell'onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Argeste.
Le mie parole
sono profonde
come la redici
terrene,
altre serene
come i firmamenti,
fervide come le vene
degli adolescenti,
ispide come i dumi,
confuse come i fumi
confusi,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo,
tumide come la nerici
dei cavalli
a galoppo,
labili come i profumi
diffusi,
vergini come i calici
appena schiusi,
notturne come le rugiade
dei cieli,
funebri come gli asfodeli
dell'Ade,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli
che fra due steli
tesse il ragno.
(Metà luglio-metà agosto 1902)
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IL NOME
Donna, ebbe il tuo nome
una città murata
della pulverulenta
Argolide. E quivi era,
dicesi, un sentier breve
per discendere all'Ade
avaro, alle tenarie
fauci; sì che i natii
non ponean nella bocca
dei loro morti il prezzo
del tragitto infernale,
l'obolo tenebroso
pel nocchier dello Stige.
Ed ebbe anco il tuo nome
la figlia della grande
Elena, il fior di Sparta
bianco, il sangue di Leda
splendido come l'oro,
la nata di colei
che brillò su la terra
come un'altra Stagione,
delizia innumerevole,
face e specchio di Venere,
piaga del combattente.
Ermione, Ermione
dalla voce sorgevole
e talora virente
quasi tra capelvenere
acqua ombrosa, dagli occhi
nutriti di bellezza
e di frescura, nat
gemelli della Grazia
e del Sogno, Ermione
cara all'aedo, esperta
in tesser la ghirlanda
e la lode pel fertile
aedo che ti sazia
di melodia selvaggia,
il tuo nome mi piace
tuttavia come un grappolo,
come quel flauto roco
che a sera è nel cespuglio,
mi piace come un grappolo
d'uva nera il tuo nome,
come il fiore del croco
e la pioggia di luglio.
(data di composizione ignota)
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INNANZI L'ALBA
Coglierai sul nudo lito,
infinito
di notturna melodia,
il maritimo narcisso
per le tue nuove corone,
tramontando nell'abisso
le Vergilie,
le sorelle oceanine
che ancor piangono per Ia
lacerato dal leone.
Andrem pel lito silenti;
sentiremo la rugiada
lene e pura
piovere dagli occhi lenti
della notte moritura,
tramontando nel pallore
le Vergilie,
le sorelle oceanine
minacciate dalla spada
del feroce cacciatore.
Forse volgerò la faccia
in dietro talvolta io solo
per vedere la tua traccia
luminosa,
e starem muti in ascolto,
tramontando in tema e in duolo
le Vergilie,
le sorelle oceanine
a cui l'Alba asciuga il volto
col suo bianco vel di sposa.
(Data di composizione ignota)
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VERGILIA ANCEPS
Nella pupilla tua,
nel disco
dell'occhio aurino
la prua,
l'acuta prua
del navil prisco,
come nella medaglia
della Tessaglia
risplende,
come nelle stupende
monete del potere
marino,
come nello statère
del porto licio
dal pirata fenicio
nominato Fasèla.
Alla vela! alla vela!
E nell'altra pupilla
scintilla
il grano a fiamma
come nel tetradramma
di Leontini
sul fiume Lisso
ubertà di Sicilia
dai fromenti divini.
E, s'io m'affisso
in te, la duplice arte
il cor mi parte.
O duro suol discisso!
Lungo solco navale!
E in una e in altra parte
la mia virtù si esilia,
o mia Vergilia
nautica e cereale.
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I TRIBUTARII
Questa è la bella foce
che oggi ha il color del miele,
sì lene che l'Amore
te l'accosta alle labbra
come una tazza colma.
Lodata io l'ho con arte.
Ma quante acque in quest'acqua,
ma quante acque correnti,
quanta forza rapace,
o Fluviale, in questa tarda pace!
E non è dato a noi
votar la colma tazza,
distinguerne i sapori.
Chi loderà l'Ombrone
cui Lorenzo già vide
rompere dallo speco
dietro le trecce d'Ambra?
Ancóra ei grida all'Arno:
"In te mia speme è sola.
Soccorri presto, ché la ninfa vola".
Chi loderà il Bisenzio
sì caro a quell'antico
favolatore ornato
che lodò la bellezza
della donna perfetta?
E chi la Pescia e l'Era?
E chi la Pesa e l'Elsa?
Chi la Greve e la Sieve?
e i rivi freddi e molli
del Casentino giù pè verdi colli?
Strepiti freschi in sassi
politi, argille chiare,
argini d'erba, file
di pioppi alti, vivai
di salci giovinetti,
cupe conche pescose,
ombre che il quadrel d'oro
fiede, ambigui meandri,
or chi di voi si gode
e tempra nel cor suo la vostra lode?
Questa è la foce; e quanto
paese l'acqua corre,
che non godiamo immoti!
Le valli sono cave
come la man che beve,
i monti gonfii come
mammella non premuta.
Il gregge passa il guado.
Il mulino rintrona.
Solingo è un fonte nella Falterona.
Cade la sera.Nasce
la luna dalla Verna
cruda, roseo nimbo
di tal ch'effonde pace
senza parole dire.
Pace hanno tutti i gioghi.
Si fa più dolce il lungo
dorso del Pratomagno
come se blandimento
d'amica man l'induca a sopor lento.
Su i pianori selvosi
ardon le carbonaie,
solenni fuochi in vista.
L'Arno luce fra i pioppi.
Stormire grande, ad ogni
soffio, vince il corale
ploro dè flauti alati
che la gramigna asconde.
E non s'ode altra voce.
Dai monti l'acqua corre a questa foce.
(Romena, 16 agosto 1902)
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I CAMELLI
Nostra spiaggia pisana,
amor di nostro sangue,
vita di sabbie e d'acque
silvana e litorana,
o ferma creatura
nella qual si compiacque
un'arte che non langue
non trema e non s'offusca,
terra lieve e robusta
che lineata pare
dalla mano sicura
del figulo onde nacque
il purissimo vaso
che vale e non corusca
nè pesa, specie pura,
l'orgoglio della mensa
e della tomba etrusca,
il fiore delle forme
nel cielo senza occaso,
or qual mai novo caso
fece che dall'immensa
Asia o dall'Africa usta
sen venisse il deforme
somiero a stampar l'orme
su la tua levità
divina e, come fa
il giumento crinito
dal tranquillo occhio amico
dell'uomo, a someggiare
con la sua gobba onusta
le spoglie dell'augusta
selva tra l'Arno e il Mare?
Passano per la macchia,
vanno verso la ripa,
tra i mucchi di legname,
tra i cumuli di stipa,
i camelli gibbuti,
carichi di fascine
di ramaglia e di strame,
sì gravi e tristi e muti!
Sotto i lor piè distorti
scricchiolano le pine
aride, gli aghi morti.
Ròtea la mulacchia
nel cielo ingombro d'afa;
e a quando a quando gracchia.
Cola e odora la ragia.
S'odono su le Lame
di Fuore le cavalle
nitrire a quando a qiando;
e più sottil nitrito
e più tremulo s'ode
rispondere e più fresco,
dei puledri novelli.
Passano per la macchia
gravi e tristi i camelli.
Non il lor Barbaresco
li guida ma il bifolco
toscano, con l'antica
voce che i padri suoi
usarono pel solco
ad incitare i buoi
tardi nella fatica.
Vanno i callosi cuoi.
Giungono alla radura
per deporre i lor fasci.
Ecco, subitamente
ciascun par che s'accasci
per esalare il fiato,
per quivi infracidire.
Si piegan su i ginocchi
con un grido sommesso.
Poi sbadigliano al sole.
Appar la gialla chiostra
dei denti aspri, il palato
violaceo. S'ode
salire nelle gole
serpentine e lanose
un gorgóglio intermesso.
Treman le labbra molli
e lacrimano i bruni occhi
esanimi, gli specchi
inerti dei deserti
e dei palmeti. Vecchi
sembran della vecchiezza
del Mondo questi grandi
esuli, oppressi e affranti
da tutta la stanchezza
che addolora la carne
viva sopra la faccia
della Terra discorde.
S'alzano senza il peso.
Lunghe dal fianco spoglio
trascinano le corde
giù per la traccia. E s'ode
quel lor triste gorgóglio.
Tali forse li vide
in lor piagge natali,
e n'ebbe orrore, il buono
mercatante pisano
che fu predato e tratto
prigione dai corsali
in paese lontano.
Volle la mala sorte
ch'egli incappasse in una
fusta di Barbareschi,
che armava ventidue
remi per banda, forte
e veloce a saetta.
E per le mani ladre
perse le robe sue,
la cocca a vele quadre
e la mercatanzia.
E fu messo in ritorte.
E schiavo in Barberia
gran tempo si rimase.
E macinava il grano
a braccia, tratto tratto
udendo il grido vano
del camello percosso,
triste sino alla morte.
Poi tornò, per riscatto,
a Pisa, alle sue case.
E fecesi un palagio
novo a specchio dell'Arno.
Memore del malvagio
servire, ALLA GIORNATA
scrisse nell'architrave.
E l'Arno era soave.
(Romena, 18 agosto 1902)
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MERIGGIO
A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se acolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l'isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d'aria nell'aria,
l'isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.
La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d'aura.La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l'oblío silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.
Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L'Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell'uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m'abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s'indora dell'oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dell'onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s'affina.
E la mia forza supina
si stampa nell'arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l'alpi e l'isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch'io nomai
non han più l'usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome nè sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.
E la mia vita è divina.
(Composta probabilmente tra la metà di luglio e la metà di agosto 1902)
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LE MADRI
Su le Lame di Fuore,
nel salso strame,
nelle brune giuncaie,
nell'erbe gialle,
oziano a branchi
le saure e baie
cavalle
di San Rossore.
Altre su i banchi
di sabbia, altre nell'acqua
immerse fino al ventre,
s'ammusano; mentre
le groppe al sole
rilucono, chiare, scure,
d'oro, di rame.
Su le Lame, cui adduce
anatre il verno,
oziano nella luce
pura le feconde,
coi gravidi fianchi
immote in una massa
placida. Sole
su l'acqua bassa
le lunghe code
con moto eterno
ondeggiano. S'ode
a quando a quando
fremito delle froge
umide, sbuffare
ansare leggero,
tremulo nitrito,
nella foce silente;
cui dal lito risponde
fievole risucchio
del mare. Taluna
esce del mucchio, annusa
l'acqua, s'abbevera lenta;
poi guata verso il monte
su cui s'aduna
fumoso il nembo;
poi si rivolge e ammusa.
E ondeggiano le code
lente sul riposo
della mandra ferace.
Teco, o Luce pura,
teco attendono in pace
la genitura
le Madri.
Lunge per l'aria chiara
appar grande e soave
cerula e bianca
l'Alpe di Carrara,
cerula d'ombre
bianca di cave.
Ma ingombre del muto
nembo che si prepara
son le cime ov'hanno
con l'aquile nido
le folgori corusche.
Odor di lunge acuto,
dalle pinete
verdi e fulve, nelle bave
rare del vento giunge
alla quiete.
Ed ecco una nave,
ecco le vele etrusche
partitesi dal lito
di Luni lunato
e niveo di marmi.
Ecco una nave in vista
tra il Serchio e il Gombo.
E' carica di marmi,
è carica di sogni
dormenti nel profondo
candore ignoti e soli.
E il mio spirito evòca
il tuo folle Evangelista,
o Buonarroti,
il figlio della Terra
e del Genio che l'affoca;
vede la gran persona
che si torce nell'angoscia
del masso che lo serra,
onde si sprigiona a guerra
l'aspro ginocchio, e la coscia
d'osso e di muscoli enorme.
Nella carena dorme
l'incarco fecondo
di forme,
tratto dall'erme cave,
rapito al grembo dell'Alpe.
Nel grembo della nave
dormono le bianche moli.
Attendon dai sogni soli
la genitura
le Madri.
(Composta fra il 17 luglio e la metà di agosto 1902)
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ALBASIA
O mattin nuziale
tra il Mar pisano
e l'Alpe lunense!
O nozze immense
e brevi!
La nube formosa
disposa
il monte che a lei sale,
l'ombra d'entrambi il piano,
la dolce acqua il sale,
la canna il tralcio,
il salcio
la florida stiancia,
l'argano la bilancia
su la foce pescosa,
la mia rima il mio giòlito,
l'algosa
arena i tuoi piè lievi,
o Ermione.
E il cielo è nivale
come su la tua guancia
ondata il velo
insolito.
Il mare è d'opale
con vene di crisòlito,
come i mari dell'Asia,
immoto albore
di gemme fuse.
Brillano le meduse
a fiore
dell'immerso banco.
E tutto è bianco,
presso e lontano.
E' grande albàsia
da lido a lido,
come allor che fa il nido
sul Mar sicano
la sposa Alcyone.
(Composta tra la metà di luglio e la metà di agosto 1902)
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L'ALPE SUBLIME
Svégliati, Ermione,
sorgi dal tuo letto d'ulva,
o donna di liti.
Mira spettacolo novo,
gli Iddii appariti
su l'Alpe di Luni
sublime!
Occidue nubi, corone
caduche su cime
eterne.
Ma par che s'aduni
concilio di numi
grande e solenne
tra il Sagro e il Giovo,
tra la Pania e la Tambura,
e che l'aquila fulva
del Tonante
su le sante
sedi apra tutte le penne.
Oh silenzii tirrenii
nel destero Gombo!
Solitudine pura,
senz'orme!
Candore dei marmi lontani,
statua non nata,
la più bella!
Dormono i Monti Pisani,
grevi, di cerulo piombo,
su la pianura
che dorme.
Altra stirpe di monti.
Non han numi, non genii,
non aruspici in lor caverne,
non impeti d'ardore
verso i tramonti,
non insania, non dolore;
ma dormono su la pianura
che dorme.
Oh Alpe di Luni,
davanti alla faccia del Mare
la più bella,
rupe che s'infutura,
oh Segno che l'anima cerne,
grande anelito terrestro
verso il Maestro
che crea,
materia prometèa,
altitudine insonne,
alata,
Inno senza favella,
carne delle statue chiare,
gloria dei templi immuni,
forza delle colonne
alzata,
sostanza delle forme
eterne!
(Composizione collocabile nella terza decade di giugno 1902)
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IL GOMBO
L'immensità del duolo,
del lutto immedicabile senza
fine, terrestre fatta
qual Niobe nell'umida rupe,
quivi abitava sembra
nel lito deserto, nell'alpe
ardua, nella selva
che piange il suo pianto aromale.
Tutto è quivi alto e puro
e funebre come le plaghe
ove duran nel Tempo
i grandi castighi che inflisse
il rifor degli iddii
agli uomini obliosi del sacro
limite imposto all'ansia
del lor desiderio immortale.
Tre disse quivi immense
parole il Mistero del Mondo,
pel Mare pel Lito per l'Alpe,
visibile enigma divino
che inebria di spavento
e d'estasi l'anima umana
cui travagliano il peso
del corpo e lo sforzo dell'ale.
Poi che non val la possa
della Vita a comprendere tanta
bellezza, ecco la Morte
che braccia più vaste possiede
e silenzii più intenti
e rapidità più sicura;
ecco la Morte, e l'Arte
che è la sua sorella eternale:
quella che anco rapisce
la Vita e la toglie per sempre
all'inganno del Tempo
e nuda s'inalza tra l'Ombra
e la Luce, e le dona
col ritmo il novello respiro:
ecco la Morte e l'Arte
apparsemi nel cerchio fatale.
O Niobe, l'antico
tuo grido odo alzarsi repente
al cospetto del Mare,
e il tuo disperato dolore
chiamar le figlie e i figli
per l'inesorabile chiostra,
e stridere odo l'arco
forte e sibilare lo strale.
"Tera, Ftia, Cleodossa,
Astíoche, Pelòpia, Fedímo!"
Tu chiami; e i dolci nomi,
i nomi che furono il miele
della tua bocca, o Madre,
si frangon nell'ululo crudo
come pel míssile oro
l'incolpevole fior filiale.
Procombono sul petto
sul fianco, procombono i corpi
floridi, i giovinetti
venusti, le vergini leni;
copron la sabbia amara,
mescono le chiome alle spume
non il sangue: incruenta
è la piaga dell'oro letale.
Procombono, stanno
ai tuoi piedi,o Madre demente!
Poi tutto è marmo, immota
bellezza, effigiato silenzio.
L'immensità del duolo
è fatta terrestre e marina.
Il Mare il Lito l'Alpe
sono il tuo simulacro ferale.
O Tantalide audace,
io veggio il tuo bellissimo volto
impietrato e il tuo pianto
nella solitudine esangue,
e il sacrilego orgoglio
che feceti chiedere altari
per la generatirce
virtù del tuo grembo mortale.
Tutto è quivi alto e puro
e funebre e ai cieli superbo,
memore dell'umane
grandezze e dei castighi divini.
Ed in nessuna plaga
con più guerra, ahi, l'anima audace
travagliarono il peso
del corpo e lo sforzo dell'ale.
(Romena, 13 agosto 1902)
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ANNIVERSARIO ORFICO - P.B.S. VIII Luglio MDCCCXXII
Udimmo in sogno sul deserto Gombo
sonar la vasta búccina tritonia
e da Luni diffondersi il rimbombo
a Populonia.
Dalle schiume canute ai gorghi intorti
fremere udimmo tutto il Mare nostro
come quando lo vèrberan le forti
ale dell'Ostro.
E trasalendo "Odi, sorella" io dissi
"odi l'annuncio dell'enfiata conca?
Forse per noi risale dagli abissi
la testa tronca,
la testa esangue del treicio Orfeo
che, rapita dal freddo Ebro alla furia
bassàrica, sen venne dell'Egeo
al mar d'Etruria".
Quasi fucina il vespro ardea di cupi
fuochi; gridavan l'aquile nell'alto
cielo, brillando il crine delle rupi
qual roggio smalto.
Come profusi fuor dell'urne infrante
parean ruggir nell'affocato cerchio
i fiumi, l'Arno del selvaggio Dante,
la Magra, il Serchio.
Ed ella disse: "Non l'Orfeo treicio,
non su la lira la divina testa,
ma colui che si diede in sacrificio
alla Tempesta.
Oggi è il suo giorno. Il nàufrago risale,
che venne a noi dagli Angli fuggitivo,
colui che amava Antigone immortale
e il nostro ulivo".
Dissi: "O veggente, che faremo noi
per celebrar l'approdo spaventoso?
Invocheremo il coro degli Eroi?
Tremo, non oso.
Questo naufrago ha forse gli occhi aperti
e negli occhi l'imagine d'un mondo
ineffabile. Ei vide negli incerti
gorghi profondo.
E tolto avea Prometèo dal rostro
del vúlture, nel sen della Cagione
svegliato avea l'originario mostro
Demogorgóne!"
Disse ella: "Gli versavan le melodi
i Vénti dai lor carri di cristallo,
il silenzio gli Spiriti custodi
bui del metallo,
il miel solare nella boccha schiusa
le musiche api che nudrito aveano
Sofocle, il gelo gli occhi d'Aretusa
fiore d'Oceano".
Dissi: "Ei ghermì la nuvola negli atrii
di Giove, su l'acroceraunio giogo
la folgore. Non odi i boschi patrii
offrirgli il rogo?
Mira funebre letto che s'appresta,
estrutto rogo senza la bipenne!
Vengono i rami e i tronchi alla congesta
ara solenne.
E caduto dal ciel l'arde il divino
fuoco. Scrosciano e colano le gomme.
Spazia l'odor del limite marino
all'Alpi somme".
Ella disse: "A noi vien per aver pace
il nàufrago che il Mar di gorgo in gorgo
travolse. Altra nel cielo che si tace
anima scorgo.
Placa te stesso e l'ospite! Il mortale,
ch'evocò la gran Niobe di pietra
su dal silenzio e trarre udì lo strale
dalla faretra,
èvochi presso il naufrago silente
la lacrimata figlia di Giocasta,
la regia virgo nelle pieghe lente
del peplo casta,
Antigone dall'anima di luce,
Antigone dagli occhi di viola,
l'Ombra che solo nell'esilio truce
egli amò sola.
Ecco il giglio per quelle morte chiome,
il fiore inespugnabile del nudo
Gombo, il tirreno fior che ha il greco nome
del doppio ludo,
ecco il pancrazio". Io dissi: "No, 'l corremo.
intatto sia tra l'uno e l'altro il fiore.
Vegli con noi quest'Ombre ed il supremo
lor sacro amore".
(Romena, giorno di ferragosto del 1902)
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TERRA, VALE!
Tutto il Cielo precipita nel Mare.
S'intenebrano i liti e si fan cavi,
talami dell'Eumenidi avernali.
Nubi opache sul limite marino
alzano in contro mura di basalte.
Solo tra le due notti il Mar risplende.
presa e constretta negli intorti gorghi,
come una preda pallida, è la luce.
La tempesta ha divelto con furore
i pascoli nettunii dalle salse
valli ove agguatano i ritrosi mostri.
Alghe livide, fuchi ferrugigni,
nere ulve di radici multiformi
fanno grande alla morta foce ingombro,
natante prato cui nessuna greggia
morderà, calcherà nessun pastore.
Virtù si cela forse nelle fibre
sterili, che trasmuta il petto umano?
O mito del mortale fatto nume
cerulo, rinnovèllati nel mio
desiderio del flutto infaticato!
Tutto il Cielo precipita nel Mare.
Preda è la luce dei viventi gorghi,
forse immolata per l'eternità.
(Composta tra la metà di luglio e la metà di agosto 1902)
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DITIRAMBO II
Io fui Glauco, fui Glauco, quel d'Antèdone.
Trepidar ne' precordii
sentii la deità, sentii nell'intime
midolla il freddo fremito
della potenza equorea trascorrere
di repente, io terrígena,
io mortal nato di sostanza efimera,
io prole della polvere!
Memore sono della metamorfosi.
L'anima si fa pelago
nel rimembrare, s'inazzurra ed èstua,
e le foci vi sboccano
dei mille fiumi che mi confluirono
sul capo: nel rigúrgito
immenso novamente par dissolversi
quest'ossea compagine.
O Iddii profondi, richiamate l'esule,
però ch'ei sia miserrimo
nella sua carne d'acro sangue irrigua,
lasso ne' suoi piè debili
che per lotosi tramiti s'attardano,
dopo ch'ei fu l'indomita
forza del flutto convertita in muscoli
tòrtili per attorcere,
dopo che le correnti dell'Oceano
gli furon giogo a tessere
le divine di sé vicissitudini
come su trama vitrea.
O Iddii profondi, richiamate l'esule
triste, puruficatelo
sotto i fiumi lustrali ínferi e súperi,
la deità rendetegli!
Memore sono. Era già fatto il vespero
su l'acque; ma i cieli ultimi
ardevano d'un foco inestinguibile,
e i golfi e i promontorii
e l'isole di contro negreggiavano
come are senza vittime
già notturni, allorché sostai nel pascolo
nettunio, presso il limite
marino. Onusto di gran preda, súbito
votai su l'erbe i nèssili
miei lini a noverar la mia dovizia.
Poi del confuso cumulo
feci schiere ordinate. E in cor godevami
tante squame rilucere
veggendo per quel bruno intrico; "I nèssili
miei lini e i piombi e i sugheri
t'appenderò nel tempio, o dio propizio"
in cor disse il grato animo.
E allor vidi i pesci più risplendere,
vidi le pinne battere
e le branchie alitare e per le scaglie
lampi di forza correre.
E, come quando il nume di Diòniso
invade le Bassaridi
e si disfrena giù pè monti il Tíaso,
la muta gente parvemi
infuriare, cedere a un'incognita
virtù, di sacra fervere
insania. "Qual prodigio è questo? Ahi misero
mè!" gridai per grandissimo
spavento; ché la preda mia fuggivasi
a gara con viperèa
rapidità, balzando e dileguandosi.
"Mè misero! Un dio fecemi
questo? e nell'erba è la possanza?" Attonito
mi rimasi. Il silenzio
era divino nella solitudine.
Era già fatto il vespero,
ma lungamente i cieli ultimi ardevano.
Udir parvemi búccina
cupa sonar lungh'essi i promontorii
selvosi; udire parvemi
canti fatali spandersi dall'isole.
E quasi inconsapevole
la man correami per quell'erba strania,
meditando io nell'animo
il prodigio. Divelsi dalle radiche
gli steli foschi; e, simile
a capra di virgulti avida, mordere
incominciai, discerpere
e mordere. Rigavami le fauci
il suco, ne' precordii
scendeami, tutto il petto conturbandomi.
"O terra!" gridai. Fumida
era la terra intorno come nuvola
che fosse per dissolversi
nè cieli, sotto i piedi miei fuggevole.
E un amore terribile
sorgeva in me, dell'infinito pelago,
dell'amara salsedine,
degli abissi, dei vortici e dei turbini.
La mia carne era libera
della gravezza terrestre. Nascevami
dall'imo cor l'imagine
d'un'onda ismisurata e per le palpebre
mi si svelava il cerulo
splendor del sangue novo, e il collo e gli òmeri
dilatarsi parevano
e le ginocchia giugnersi, le scaglie
su per la pelle crescere,
gelidi guizzi correre pei muscoli.
"Terra, vale!" Precipite
caddi nel gorgo, mi sommersi, l'infima
toccai valle oceanica,
uomo non più, non anco dio, ma immemore
della terra e degli uomini.
Fiumi correnti, odo il sublime sònito
di voi sempre nell'anima,
fiumi sgorganti d'ogni scaturigine,
leni di pace o rauchi
di violenza, caldi come l'aure
nove che v'arrecarono
l'alluvione copiosa o frigidi
come i nivali vertici
onde scendeste inviolati, d'auree
sabbie flavi o sanguinei
d'argille, pingui di limo o più limpidi
che l'etere sidereo!
Cento e cento passarono passarono
sul mio capo. La fluida
vita dell'orbe mi fluì su gli òmeri
proni, con ineffabile
melodía. L'Acheronte, il gran tartareo
pianto, anche sentii volvere
su me nel cieco suo pallore i petali
rapiti al prato asfòdelo.
Tutte l'acque rombarono crosciarono
su me sommerso, tolsero
ogni terrestrità dal corpo immemore
della sua dura nascita.
E mi risollevai dio verso l'etere
santo; spirai grande alito
che una nave d'eroi sospinse. Io auspice
apparvi agli Argonauti!
Di su la prora chino il cantor tracio
raccolse il vaticinio.
E presso lui, d'oro chiomato, florido
della prima lanugine,
(sentendo l'immortalità, saltavagli
il cuore sotto il bàlteo
splendido) presso Orfeo figlio d'Apolline
era il fratello d'Elena.
O Iddii profondi, richiamate l'esule,
la deità rendetegli!
Io fui Glauco, fui Glauco, quel d'Antèdone.
La terra m'è supplizio.
Ecco, tutta la luce è nel Mare Infero,
e per ovunque è tenebra.
O nunzia di prodigi Alba oceanica!
Nel gorgo mi precipito.
(Data di composizione ignota - anno 1902)
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L'OLEANDRO
I.
Erigone, Aretusa, Berenice,
quale di voi accompagnò la notte
d'estate con più dolce melodia
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e avea ciascuna la sua melodia
entro il suo cuore per l'amica notte;
e ciascuna di lor parea contenta.
E sedevamo su la riva, esciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
su 'l nostro capo; e il giorno di sì grandi
beni ci avea ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.
"Il giorno" disse pianamente Erigone
verso la luce "non potrà morire.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavità".
Era la sua parola come il vento
d'estate quando ci disseta a sorsi
e nella pausa noi pensiamo i fonti
dei remoti giardini ov'egli errò.
L'udii come s'io fossi ancor sommerso
e la sua voce avesse umido velo.
Ma reclinai la gota, e d'improvviso
tiepida come sangue dalla conca
dell'udito sgorgò l'acqua marina.
Pur, profondando nella sabbia i nudi
piedi, io sentia partirsi lentamente
il buon calor del tramontato sole.
E chi recise all'oleandro un ramo?
Io non mi volsi, ma l'amarulenta
fragranza della linfa della fresca
piaga mi giunse alle narici, vinse
l'odor muschiato dei vermigli fiori.
"O Glauco" disse Berenice "ho sete".
Ed Aretusa disse: "O Derbe, quando
fiorì di rose il lauro trionfale?"
Ella ben sapea quando, ma non Derbe
inesperto in foggiar lucidi miti.
Ed il cuore profondo mi tremò,
tremò della divina poesia.
Ond'io pregava: "O desiderii miei,
stirpe vorace e vigile, dormite!
E voi lasciate che nel vostro sonno
io mi cinga del lauro trionfale!"
Tutto allora fu grande, anche il mio cuore.
Oh poesia, divina libertà!
Ergevasi con mille cime l'Alpe
grande, quasi con volo di mille aquile,
per il salir d'impetuosa forza
dalle sue dure viscere di marmo
onde l'uom che non volle umana prole
trasse i suoi muti figli imperituri.
E le curve propaggini dell'Alpe
si protendeano ad abbracciare il mare;
ed il mare splendeva di candore
meraviglioso nel lunato golfo
con la bellezza delle donne nostre.
E quella luce un rinascente mito
fece di voi sull'irraggiato mondo,
Erigone, Aretusa, Berenice!
Così ci parve riudire il canto
delle Sirene, dalla nave concava
di prora azzurra, fornita di ponti,
veloce, in un doloroso ritorno
spinta dal vento al frangente del mare,
nè ci difese Odisseo dal periglio
con la sua cera; ma il cuore, non più
libero, novellamente anelava.
II.
"O Glauco", disse Berenice "ho sete.
Dov'è la fonte? dove sono i frutti?
Dov'è Cyane azzurra come l'aria?
Dove coglierai tu con le tue mani
l'arancia aurata nella cupa fronda?
Come ci dissetammo! E tanto era soave
il dissetarsi che desiderammo
l'ardente sete. Al par di noi chi seppe
distinguere il sapore d'ogni frutto
e la maturità dal suo colore?
distinguere d'ogni acqua la freschezza
e ritrovar la sua più fredda vena?
e regolar le labbra al vario bere
e il sorso modular come una nota?
L'imagine di me nell'acque amavi.
Dell'amore di me arsi inclinata,
si ' bella nel ninfale specchio fui.
Io fui Cyane azzurra come l'aria.
Tu mi ghermisti fra natanti foglie.
L'ombra divina mi trasfigurò.
Un fiore subitaneo s'aperse
tra i miei ginocchi. Vincolata fui
da verdi intrichi, fra radici pallide
come i miei piedi, con segreto gelo.
Il sol divino mi trasfigurò.
Anelli innumerevoli alle dita
furommi i raggi, pettini ai capelli,
monili al collo, e veste tutta d'oro.
O Aretusa, perché non ho il tuo nome?
Nascesti tu nell'isola di Ortigia
come l'amor del violento fiume?
La sirena scagliosa abbeveravi,
già fatto il vespero, al tacer dei flauti.
Diedi io le canne ai flauti dei pastori.
Io fui Cyane azzurra come l'aria.
L'acqua sorgiva mi resto negli occhi;
la lenta correntia mi levigò.
O Glauco, ti sovvien della Sicilia
bella?" Ed io più non vidi la grande Alpe,
il bianco mare. Io dissi: "Andiamo, andiamo!"
"Ti sovvien della bella Doriese
nomata Siracusa nell'effigie
d'oro cò suoi delfini e i suoi cavalli,
serto del mare? Noi scoprimmo un giorno,
stando su l'Acradina, la triere
che recava da Ceo l'Ode novella
di Bacchilide al re vittorioso.
Udivasi nel vento il suon del flauto
che regolava l'impeto dei remi,
or sì or no s'udiva il canto roco
del celeúste; ma silenziosa
l'Ode, foggiata di parole eterne,
più lieve che corona d'oleastro,
onerava di gloria la carena.
Scendemmo al porto. Ti sovvien dell'ora?
Un rogo era l'Acropoli in Ortigia;
ardevano le nubi su 'l Plemmirio
belle come le statue su 'l fronte
dei templi; parea teso dalla forza
di Siracusa il grande arco marino.
E noi gridammo, e un súbito clamore
corse lungo le stoe quando la nave
piena d'eternità giunse all'approdo.
Portatrice di gloria, ella vivea
magnanima, sublime. Giù pè trasti
anelava l'anelito servile;
s'intravedean sù banchi sovrapposti
i remiganti ignudi unti d'oliva:
la lor fatica ansava dai portelli;
il giglione del remo ai raggi obliqui
lucea come la scapula; un ferigno
odore si spandea, quasi di belve.
E non di quell'anelito servile
era viva la nave, non del sangue
e dell'ossa pesanti nè suoi fianchi;
ma sì vivea divinamente d'una
cosa ch'ella recava d'oltremare,
più lieve che corona d'oleastro:
l'Ode, foggiata di parole eterne".
"E' vero, è vero!" io dissi. "Mi sovviene".
Ed il cuore profondo mi tremò,
tremò della divina poesia.
"Mi sovviene. Era l'Ode trionfale:
Canta Demetra che regna i feraci
campi siciliani, e la sua figlia
cinta di violette! Canto, o Clio,
dispensatrice della dolce fama,
la corsa dei cavalli di Ierone!
Nike ed Aglaia eran con essi quando
trasvolavano..." E l'anima invelata
di sogni andava per le lontananze
dei tempi verso i gloriosi approdi
piena d'eternità come la nave
di Ceo. Passammo gli ellesponti, i golfi,
l'isole, gli arcipelaghi, le sirti:
riverimmo le foci dei paterni
fiumi, pregammo i promontorii sacri,
salutammo le bianche cittadelle
custodite da Pallade rupestri;
varcammo l'Istmo pel diolco. Quivi
eroi vedemmo e Pindaro con loro.
Ed obliammo l'usignuol di Ceo
per l'aquila tebana. Era la tua
mitica luce sul Tirreno, o madre
Ellade, ed era bella come i tuoi
monti la nuda Alpe di Luni, o madre
Ellade, come i tuoi monti bellissima
era, onde a te discesero le stirpi
degli Immortali che incedeano al fianco
degli Efimeri sopra il dominato
dolore, e quelli e questi erano eguali,
e tutti erano Ellèni ed una lingua
parlavano divina, uomini e iddii".
In silenzio guardammo i grandi miti
come le nubi sorgere dall'Alpe
ed inclinarsi verso il bianco mare.
Io vidi allora Pègaso pontare
su gli altissimi marmi i piè di vento
e balzar nell'azzurro con aperte
le immense penne, senza cavaliere;
e per il petto e per il ventre vasti
trasparia come fiamma palpitante
la potenza del sangue gorgonèo.
Ardi gridò: "Ecco il teschio d'Orfeo,
che vien dall'Ebro!" Ed il solenne lido
parve attendere il fato dopo il grido.
La sua bellezza s'aggradì d'orrore.
Il flutto nell'insolito splendore
era meravigliosamente puro.
Splendea sul mondo un giorno imperituro.
III.
Ma non sostenne il nostro cuor mortale
quel silenzio sublime. Si piegò
verso il sorriso delle donne nostre.
E Derbe disse ad Aretusa: "Quando
fiorì di rose il lauro trionfale?".
Era la donna giovinetta alzata,
mutevole onda con un viso d'oro,
tra gli oleandri; ed il reciso ramo
per la capellatura umida effusa,
che fingevale intorno al chiaro viso
l'avvolgimento dell'antica fonte,
intrecciava le rose al regio alloro.
Disse Aretusa: "Bene io te 'l dirò"
mutevole onda con un viso d'oro.
Disse: "Inseguiva il re Apollo Dafne
lungh'esso il fiume, come si racconta.
La figlia di Peneo correva ansante
chiamando il padre suo dall'erma sponda.
Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
le s'intricavan nella chioma bionda.
Ben così la poledra di Tessaglia
galoppa nella sua criniera falba
che fino a terra la corsa le ingombra.
Rapido il re Apollo più l'incalza,
infiammato desio, per lei predare.
All'alito del dio doventa fiamma
la chioma della ninfa fluvïale.
"O padre, o padre" grida "tu mi scampa!"
Chiama ella il padre suo con grida vane.
"Padre, un veloce fuoco mi ghermisce!"
E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce
crescon la furia del desio predace.
"O gran padre Penèo, perduta sono,
che ' mi si rompono i ginocchi. Salva-
mi dalla brama del veloce fuoco
cho ora mi giunge, ecco, ecco, ora m'abbranca!"
Ma il dolce sangue suo in altro suono,
la sua bellezza in altro suono parla.
Balzale il cuor, si piegano i ginocchi.
Ed ecco ella s'arresta, chiude gli occhi
e trema e dice: "Or ecco m'abbandono".
Una gioia s'aggiunge al suo terrore
ignota che il divin periglio affretta.
Tremante e nuda dentro la chioma ode
la vergine il tinnir della faretra,
sente la forza del perseguitore,
vede l'ardor pè chiusi cigli e aspetta
d'essere ghermita, e più non chiama il padre.
Ma il dio la chiama: "Dafne, Dafne, Dafne!"
Ed ella non udì voce più bella.
Il dio la chiama: "Dafne, Dafne!" Ed osa
ella aprir gli occhi: la rutila faccia
vede da presso e la bocca bramosa
mentre il dio con le due braccia l'allaccia.
Rapita dalla forza luminosa
gitta ella un grido che per la selvaggia
sponda ultimo risuona, e l'ode il padre.
Avido il dio districa la soave
nudità dalla chioma che la fascia.
Bianca midolla in cortice lucente,
in folti pampini uva delicata!
Tenera e nuda il dio la piega, e sente
ch'ella resiste come se combatta.
Tenera cede il seno; ma dal ventre
in giuso, quasi fosse radicata,
ella sta rigida ed immota in terra.
Attonito, l'amante la disserra.
"Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta!"
Subitamente Dafne s'impaura:
le copre il volto e il seno un pallor verde.
Ella sembra cader, ma la giuntura
dei ginocchi riman dura ed inerte.
S'agita invano. L'atto della fuga
invan le torce il fianco. Si disperde
il senso di sua vita nella terra.
E l'amante deluso ancor la serra.
"Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?"
Ma non il suo melodioso duolo
giova a trarre colei dalla sua sorte.
Nell'umidore del selvaggio suolo
i piedi farsi radiche contorte
ella sente e da lor sorgere un tronco
che le gambe su fino alle cosce
include e della pelle scorza fa
e dov'è il fiore di verginità
un nodo inviolabile compone.
"O Apollo" geme tal novo dolore
"prendimi! Dov'è dunque il tuo disio?
O Febo, non sei tu figlio di Giove?
Arco-d'-argento, non sei dunque un dio?
Prendimi, strappami alla terra atroce
che mi prende e beve il sangue mio!
Tutto furente m'hai perseguitata
ed or più non mi vuoi? Me sciagurata!
Salva mio grembo per lo tuo desio!
Salvami, Cintio, per la tua pietà!
Se i miei capelli, che m'avvinsero, ami,
dè miei capelli corda all'arco fa!
Prendimi, Apollo! " E tendegli le mani,
che son fogliute; e il verde sale; e già
le braccia sino ai cubiti son rami;
e il verde e il bruno salgon per la pelle;
e su per l'imbelico alle mammelle
già il duro tronco arriva; e i lai son vani.
"Aita, aita! Il cuore mi si serra.
Vedi atra scorza che il petto m'opprime!
O Apollo Febo, strappami da terra!
Tanto furent, non sia più ghermire?
Nuda mi prenderai su la dolce erba,
su la dolce erba e su 'l mio dolce crine.
Ardo di te come tu di me ardi.
O Apollo, o re Apollo, perché tardi?
Già tutta quanta sentomi inverdire".
Il dolce crine è già novella fronda
intorno al viso che si trascolora.
La figlia di Peneo non è più bionda;
non è più ninfa e non è lauro ancora.
Sola è rossa la bocca gemebonda
che del novello aroma s'insapora.
Escon parole e lacrime odorate
dall'ultima doglianza. O fior d'estate,
prima rosa del lauro che s'infiora!
Tutto è gia verde linfa, e sola è sangue
la bocca che querelasi interrotta-
mente. In pallide fibre il cor si sface
ma il suo rossore è in sommo della bocca.
Desioso dolor preme l'amante.
Guarda ei l'arbore sua ma non la tocca;
l'ode implorare ma non ha virtù.
E chiama: "Dafne, Dafne!" Ella non più
implora, non più geme. "Dafne, Dafne!"
Ella non più risponde: è senza voce.
Pur la gola sonora è fatta legno.
Le palpebre son due tremule foglie;
li occhi gocciole son d'umor silvestro;
bruni margini inasprano le gote;
delle tenui nari è appena il segno.
Ma nell'ombra la bocca è ancora sangue,
sola nel lauro la bocca di Dafne
arde e al dio s'offre, virginal mistero.
Curvasi Apollo verso quella ardente,
la bacia con impetuosa brama.
Ne freme tutta l'arbore; s'accende
l'ombra intorno alla fronte sovrana;
ogni ramo in corona si protende,
e la fronte d'Apollo è laureata.
Pean! O gloria! Ma sotto i suoi baci
or più non sente che foglie vivaci,
amare bacche. E Dafne Dafne chiama.
"Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei tutta!
Ahi chi ti fece al mio desio diversa?
In durissimo tronco e in fronda cupa
la dolce carne tua or s'è conversa.
La tua bocca vermiglia s'è distrutta,
che pareva di fiamma ardere eterna.
Come leggieri i piedi tuoi su l'erba,
or radicati nella negra terra!
M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta?
Rispondi! " Abbrividiscono le frondi
sino alla vetta. Nel silenzio un breve
murmure spira. "M'odi tu? Rispondi!"
Move la vetta un fremito più lieve.
Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi
cieli le rive alto silenzio tiene.
Il bellissimo lauro è senza pianto;
il dolore del dio s'inalza in canto.
Odono i monti e le valli serene.
Odono i monti e le valli e le selve
e i fonti e i fiumi e l'isole del mare.
Spandesi il canto dall'anima ardente
e per tutte le cose generare.
La bellezza di Dafne ecco riveste
la terra; le sue membra delicate
son monti e valli e selve e fiumi e fonti,
il suo sguardo inzaffira gli orizzonti,
la sua chioma fa l'oro dell'estate.
O Dafne, sempre il dio e l'uom cantando
non vorranno altro onor che un ramoscello
di te! Così l'Arco-d'-argento, quando
ha placato il suo cuore nell'immenso
inno, pago si giace sotto il sacro
lauro ad attendere il suo dì novello.
Cade la notte. Sul sonno divino
l'arbore luce d'un baglior sanguigno,
qual bronzo che si vada arroventando.
Scorre la notte. Tra l'Olimpo e l'Ossa
una stella tramonta e l'altra sale.
Misteriosa l'arbore s'arrossa
ma sul suo fuoco piovon le rugiade.
Sogna il Cintio la desiata bocca
di Dafne, e balza il suo cuore immortale.
E' l'alba, è l'alba. Il dio si desta: un grido
di meraviglia irraggia tutti il lido.
Brilla di rose il lauro trionfale!"
IV.
E così della rosa e dell'alloro
parlò quell'Aretusa fiorentina,
mutevole onda con un viso d'oro.
la sua voce era come acqua argentina
che recasse lavandula o pur menta
o salvia o altra fresca erba mattutina.
Tutto rigato dalla schietta vena
"Sol d'oleandro voglio laurearmi"
io dissi. Ed Aretusa era contenta;
e recise per me altri due rami
e fè l'atto di cingermi le tempie
dicendomi: "Pè tuoi novelli carmi!
Che la cerula e fulva Estate sempre
abbia tu nel tuo cuore e in te le rime
nascano come le sue rose scempie!"
E il giorno estivo non potea morire,
ma sorrideva sopra il bianco mare
silenziosamente senza fine;
e la notte, che avea parte ineguale,
spiava il bel nemico dalle chiostre
dei monti azzurra come te, Cyane.
Ebri e tristi d'aver bevuto a troppe
fonti e incantato il cor per tutte guise,
cercammo il grembo delle donne nostre.
Ma la Melancolia venne e s'assise
in mezzo a noi tra gli oleandri, muta
guatando noi con le pupille fise.
Ed Erigone, ch'ebbe conosciuta
la taciturna amica del pensiero,
chinò la fronte come chi saluta.
E poi disse la Notte e il suo mistero.
V.
"Il Giorno" disse "non potrà morire.
Il suo sangue non tinge il bianco mare.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavità.
Giace supino sopra il bianco mare,
sorride al cielo ch'ei regnava, attende
ei non sa quale morte o voluttà.
Pur tanto è dolce che la Notte oscura
non già lo spegne ma di lui s'accende,
e lui aurato nelle braccia prende,
lui cela nella sua capellatura,
ma non così che quelle membra d'oro
non veggansi pel fosco trasparire
e illuminare la serenità.
Caldi soffiano i venti al bianco mare,
calde passano e lente le riviere
in cuore alle terribili città,
passano e vanno per ignoti piani,
cingono ignoti boschi: i cervi a bere
scendono ansanti nella gran caldura;
lunghi bràmiti ascoltano lontani;
bevono: in qualche tacita radura
poi fino a morte si combatterà.
O Notte, o Notte, invano tu nascondi
nè tuoi capelli il dolce tuo nemico!
Non sono i tuoi capelli sì profondi
che non veggasi dai nostri occhi umani
fiammeggiarvi per entro il tuo piacere.
La terra oppressa respiro non ha.
Arde l'ombra. La vigna è come il vino:
il grappolo sul tralcio si matura
poi che il raggio nell'uva è prigioniere.
La terra soffre nell'ebrietà.
Arde come una glauca vampa l'ombra.
Aduna e vita e morte il bianco mare,
immensa cuna il mare, immensa tomba.
A lui dal monte la sorgente va.
Impallidisce sotto il pianto il coro
delle Pleiadi e l'una d'elle è occulta,
l'una che seppe la felicità.
Orione si slaccia l'armatura,
e Boote si volge, e Cinosura
vacilla; e l'Orsa anche impallidirà.
Oblia la Notte tutte le sue stelle
e il duolo antico degli amanti umani.
Che con lei piangeremo ella non sa.
O Notte, piangi tutte le tue stelle!
il grido dell'allodola domani
dall'amor nostro ci disgiungerà".
Un'altra era con noi, ma restò muta,
tra gli oleandri lungo il bianco mare.
(Composta nella notte del 2 agosto1900)
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BOCCA DI SERCHIO
ARDI
Glauco, Glauco, ove sei? Più non ti veggo.
Ho perduto il sentiere, e il mio cavallo
s'arresta. I Pini, i pini d'ogni parte
mi serrano. Agrio affonda nella massa
degli aghi, come nella sabbia, fino
ai garetti. Ove sei, Glauco? Mi vedi?
Ho le gambe che sanguinano. Folli
fummo entrando nel bosco ignudi come
nel mare. I rovi, le schegge, le scaglie
feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini
anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto
come una vampa. Il vino dell'Estate!
N'ho bevuto una piena coppa, e un'altra
ne bevo, e un'altra anche più calda, e un'altra
bollente che mi brucia il cuore e fino
alla gola mi sazia, fino agli occhi.
O Glauco, Glauco, il vino dell'Estate
misto di oro di rèsina e di miele!
GLAUCO
Io ti veggo, ti veggo, Ardi. Sei bello
sul tuo cavallo bianco. Tu non puoi
portar clamide, come i cavalieri
d'Atene, ma ti giova essere ignudo.
Su, spingi Agrio! Non v'è sentiere. I fusti
sono fragili come aride canne.
Odi? Folo li rompe col suo petto.
Dunque or teme le scaglie e i rovi il marmo
delle tue gambe? E' splendido il tuo sangue,
Ardi. Poiché ciascuna cosa in torno
le più ricche virtudi e più segrete
esprime per farti ebro, non ti dolga
di sanguinare come il pino stilla,
come il ginepro odora. Avanti, avanti
per la boscaglia che rosseggia e cede!
Vedesti mai più fulva chioma e spessa?
I bei sogni vi restano come api
prese nella criniera d'un leone.
ARDI
Preso per i capegli sono. Ah, il ramo
si rompe e gli aghi piovonmi sul collo,
su gli omeri, già coprono la groppa
d'Agrio. Vedi? A miriadi, a miriadi!
Carichi tutti i rami biforcuti.
In ogni congiuntura accumulati
a fasci gli aghi morti. Morta sembra
tutta la selva, inaridita e cieca.
Rompesi come vetro. Il verde è al sommo,
invisibile, e fa prigione i raggi
nell'intrico; ma l'ombra sua mi cuoce
la fronte e mi dissecca la narice.
Entreremo nel fiume coi cavalli!
Diguazzeremo in mezzo alla corrente!
E ancor lontano il Serchio? Tutta l'ombra
respira aridità. L'acqua è lontana.
E sento che lo zòccolo a traverso
gli aghi morti non trova se non sabbia
torrida. I coni vacui son neri
come carboni spenti, come tizzi
consunti. O Glauco, dove mi conduci?
GLAUCO
Chiudi gli occhi. Odi il vento? Navigare
ti sembra, veleggiar per il deserto
mare. Odi il vento tra le sàrtie? Odi
il gemito degli alberi allo sforzo
delle vele? Si naviga per acque
infide verso l'isola di Circe.
Negli orciuoli d'argilla non rimane
goccia di fonte. Beveremo il sale.
Apri gli occhi! Ecco l'atrio della maga
tutto riscintillante di prodigi.
Larve di stelle adornano la reggia
della donna solare, vedi?, simili
a foglie macerate dagli autunni
che serban lor sottili nervature
con la tenuità dei bissi intesti
d'aria e di lume. Fili palpitanti
le congiungono, l'iride le cangia,
indicibile tremito le muove.
Circe incantò le stelle eccelse, e l'ebbe,
e le votò di lor sostanza igníta;
e qui raduna le lor dolci larve.
ARDI
Opre di ragni, arte divina, tele
stellari! O Glauco, io n'ho già lacerata
una col viso, e un'altra ancóra. Guarda!
Per ovunque tessute son le stelle.
Siam presi in una rete innumerevole.
Férmati! Non distruggere l'incanto.
GLAUCO
La radura è vicina. Il sole pènetra
fra i rami. Tutto tremola e scintilla.
La rèsina sul tronco è come l'ambra.
Di polito metallo è il mirto chiuso.
La tamerice sembra quasi azzurra
tra i rossi pini. E il tuo volto s'imperla.
ARDI
Oh com'è bello Folo che dall'ombra
trapassa, maculato di sudore,
nella banda del sole! Anche tu sànguini.
Non vedesti le vipere fuggire?
Qual nome hanno quei lunghi fili d'erba
che portano una spiga nera in cima?
GLAUCO
Il nome che le labbra ti diletta.
Abbandona le redini sul collo
d'Agrio. Ascolta il cavallo nel silenzio
sbuffare. Vola la sua bava e imbianca
il mentastro. Perché, Ardi, sol questo
empie il mio petto di felicità?
ARDI
Forse già fummo i figli della Nuvola.
Già l'erba calpestammo con gli zòccoli,
cogliemmo il fiore con le dita umane.
Un dì, volgendo indietro il torso ignudo,
con la concava scorza detergemmo
dal pelo della groppa calorosa
il sudore che in rivoli colava.
Lo spazio immenso era la nostra ebrezza.
Senz'ansia il nostro fianco infaticato
vinse in numero i palpiti del vento.
Tanto di terra in un sol dì varcammo
quanto varcava Pègaso di cielo.
GLAUCO
Rapidità, Rapidità, gioiosa
vittoria sopra il triste peso, aerea
febbre, sete di vento e di splendore,
moltiplicato spirito nell'òssea
mole, Rapidità, la prima nata
dall'arco teso che si chiama Vita!
Vivere noi vogliamo, Ardi, correndo:
passare tutti i fiumi, discoprirli
dalle fonti alle foci, lungo i lidi
marini l'orma imprimere nel segno
sinuoso, nell'argentina traccia
che di sé lascia il flutto più recente.
ARDI
Dato ci fosse correre senz'ansia
l'Universo! Ma troppo il nostro petto
è angusto pel respiro della nostra
anima. O Glauco, a chi t'ascolta, sei
come l'estro implacabile che incíta
i tori. E l'orizzonte è come anello
vitreo che tu spezzi per disdegno.
GLAUCO
Taci, Beviamo il vino dell'Estate,
sol dediti all'amore del bel fiume.
Verso tutte le selve della Terra
sospiro; ma, se in una solitario
vivere dovessi, in questa, Ardi, vorrei
vivere, in questa calda selva australe,
in quest'aridità d'ombre estuose.
ARDI
E' come un rogo pronto a conflagrare.
La potenza del fuoco in lei si chiude.
Soavemente mormora nell'aura,
ma la sua voce vera in lei si tace.
Parlerà con le lingue dell'incendio
quando la nube nata dal Tirreno
le scaglierà la folgore notturna.
GLAUCO
Il respiro non passa per le fauci
ma per tutte le membra, fino al pollice
del piede scalzo; e passano gli aromi
per tutti i pori. E sento respirare
il mio cavallo, e sento la ferina
sua allegrezza, come se nel duplice
corpo fervesse l'unico mio cuore.
ARDI
Ecco l'erba, ecco il verde, ecco una canna.
Ecco un sentiere erboso. Guarda, al fondo,
guarda i monti Pisani corrucciati
sotto le vaste nuvole di nembo.
GLAUCO
Ardi, non odi gracidío di corvi
là verso il mare? Scendono alla foce
del Serchio a branchi, e tesa v'è la rete,
dissemi il cacciatore di Vecchiano.
ARDI
Il Serchio è presso? Volgiti all'indizio.
Ecco la sabbia tra i ginepri rari,
vergine d'orme come nei deserti.
Si nasconde la foce intra i canneti?
La scopriremo forse all'improvviso?
Ci parrà bella? No, non t'affrettare!
Lascia il cavallo al passo. E' dolce l'ansia,
e viene a noi dal più remoto oblio,
vien dall'antica santità dell'acque.
Liberi siamo nella selva, ignudi
su i corsieri pieghevoli, in attesa
che il dio ci sveli una bellezza eterna.
Non t'affrettare, poi che il cuore e ' colmo.
GLAUCO
Bocche delle fiumane venerande!
Lungo le pietre d'Ostia è più divino
il Tevere. Soave è nei miei modi
l'Arno. Il natale Aterno, imporporato
di vele, splende come sangue ostile.
E l'Erídano vidi, e l'Achelòo,
e il gran Delta, e le foci senza nome
ove attardarsi volle invano il sogno
del pellegrino. Ma che questa, o Ardi,
sia la più bella mi conceda il dio;
perché non mai fu tanto armonioso
il mio petto, nè mai tanto fu degno
di rispecchiare una bellezza eterna.
ARDI
Oh, mistero! La verde chiostra accoglie
i vóti, qual vestibolo di tempio
silvano. I pini alzan colonne d'ombra
intorno al sacro stagno liminare
che ha per suo letto un prato di smeraldi.
Nel silenzio l'imagine del cielo
si profonda: non ride nè sorride,
ma dal profondo intentamente guarda.
GLAUCO
Odi la melodia del Mar Tirreno?
Tra le voci dei più lontani mari,
nell'estrema vecchiezza, nell'orrore
del gelo, il sangue mio l'imiterà.
E la cerula e fulva Estate sempre
io m'avrò nel mio cuore. Odi sommesso
carme che ci accompagna per l'esiguo
istmo sembiante al giogo d'una lira.
ARDI
Tutto è divina musica e strumento
docile all'infinito soffio. Guarda
per la sabbia le rotte canne, guarda
le radici divelte, ancor frementi
di labbra curve e di leggiere dita!
I musici fuggevoli con elle
modulavano il carme fluviale.
GLAUCO
Scendi dal tuo cavallo, Ardi. Ecco il fiume,
ecco il nato dei monti. Oh meraviglia!
Ei porta in bocca l'adunata sabbia
fatta come la foglia dell'alloro.
T'offriamo questi giovani cavalli,
o Serchio, anche t'offriamo i nostri corpi
ov'è chiuso il calor meridiano.
ARDI
Anelammo d'amore per trovarti!
Sgorgar parea che tu dovessi, o fiume,
dal nostro petto come un súbito inno.
GLAUCO
Dio tu sei, dio tu sei; noi siam mortali.
Ma fenderemo la tua forza pura.
La più gran gioia è sempre all'altra riva.
(Composta presumibilmente netta terza decade di giugno 1902)
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IL CERVO
Non odi cupi bràm