Chi sa

storie di Pescocostanzo

di

Giuseppe Sabatini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Japadre editore - L'Aquila Roma

 

 

 

 

 

 

A mia moglie

e ai miei figli

PREFAZIONE

 

Tra le innumerevoli fonti d'ispirazione letteraria i critici registrano ai primi posti (se non al primo in assoluto) i luoghi, gli ambienti noti allo scrittore, i cari borghi natii, dove più intensamente si avverte quel senso di appartenenza che è componente precipua dell'identità personale. E quando codesti luoghi conservano (oggi, si può ben dire, grazie soltanto ad un vero miracolo della vicenda storica) il volto del passato, sì da sembrare fermi nel tempo, pur continuando ad essere abitati, percorsi, "usati" dalle generazioni che vi si succedono, è più facile che offrano tracce e spunti di scrittura a chi, vivendo in essi o rapportandosi spiritualmente ad essi, abbia una particolare sensibilità creativa.

Da queste scarne considerazioni si evince agevolmente quale sia la potenzialità evocativa di un luogo come Pescocostanzo, così onusta di storia e di arte, così viva per tradizioni e attività artigiane, così ricca di peculiarità ambientali. Ma è scontato che un tale nodo di suggestioni resterebbe inerte e silente se non vi fosse un animo pronto a recepirle e a tradurle in fatto letterario, un'intelligenza disponibile alla costruzione narrativa ed alla ricreazione artistica.

La personalità di Giuseppe Sabatini, quale emerge anche da questi racconti, è contesta di una straordinaria sensibilità e di una grande capacità di riflessione: due doti rare a trovarsi insieme, ma che quando si accoppiano possono produrre risultati di notevole validità sul piano umano ed anche su quello della poiesis. Nel caso specifico, poi, il fermento che fa lievitare la creazione narrativa è la memoria familiare, serbatoio di aneddoti e profili di personaggi, di situazioni ancorate a certe peculiarità d'ambiente e vicende trasfigurate nella mitologia locale, una memoria che è come addensata intorno alla figura paterna, quella luminosa, serena figura di studioso, di cittadino, di pater familias che l'autore evoca con amorevole dedizione nelle belle pagine di Padre.

Da questo processo nascono le "storie di Pescocostanzo", distinte tra quelle recepite per tradizione orale e le altre direttamente vissute dallo scrittore (ma, in realtà, la distinzione tende a dissolversi nell'unitarietà della cifra evocativa, sempre soffusa di una tenue velatura ironica e insieme di un' impalpabile malinconia, la malinconia di chi riguarda da lontano un oggetto d'amore); sono "storie" che investono poveri artigiani e agiati possidenti, riflessi locali di eventi a dimensione nazionale e momenti della vita abitudinaria del borgo, e ognuna di esse ha un tratto distintivo, un quid peculiare, nel fondo racchiude pure una sua moralità, come "sugo di tutta la storia" (direbbe Manzoni) e implicito,discreto monito al lettore.

Le storie si sgranano nell'arco di tempo che prende avvio dall'inizio dell'Ottocento per concludersi ai tempi attuali: se costumi, comportamenti, mentalità si susseguono variando, c'è tuttavia una modalità specifica che investe gran parte di esse, conferendo omogeneità d'ispirazione temetica ai diversi racconti, ed è il divario tra le premesse e gli esiti, tra le attese dei personaggi e i risultati delle loro azioni, insomma il lato dell'imprevedibilità che condiziona il destino dei singoli così come quello delle comunità.

Giustamente l'autore parla in premessa della"contrad-dizione" come "strana regola di vita imposta all'uomo", soggetto al capriccio del caso che si diverte a rovesciare progetti, speranze, abitudini radicate. Ma la sua costatazione resterebbe un semplice dichiarazione autocritica, se non si traducesse, nel vivo corpo della scrittura, in una compartecipazione alle delusioni, agli sconcerti, alle afflizioni dei personaggi, se non si convertisse, come in effetti accade, in una profonda presa di coscienza e in un'affettuosa adesione a quelle sofferte vicende. E' proprio questo sotterraneo legame col piccolo mondo immaginato –un legame che appunto il distacco ironico inconsapevolmente tende a dissimulare– che costituisce il nucleo vitale dei racconti di Giuseppe Sabatini.

Nelle trame delle "Storie di Pescocostanzo", narrate con tanta limpidezza di stile e sobrietà arguta di linguaggio, traspare in filigrana la vicenda di un' intera comunità che si evolve dai "tempi di Franceschiello" all'epoca così detta postmoderna, affacciata al Duemila; pur nell'adesione costante a un luogo e ad un tempo definiti, esse contengono una valenza più ampia, un significato universale, sono il cordiale messaggio tratto dall'esperienza vissuta, dalle memorie domestiche e dagli affetti più cari dell'autore.

Egli ha scritto nel racconto conclusivo che dà il titolo al volume: "il gioco della vita e della morte, della gioia e del dolore è antico quanto l'uomo, la sua essenza resta invariata; solo le regole mutano col volgere del tempo. Avrebbe scolpito anche lui 'CHI SA' nell'architrave del suo pensiero e spalancato nell'anima una finestra più ampia verso il mondo".

Umberto Russo

PREMESSA

 

Ricordi che il tempo leviga e l'esperienza vissuta rischiara, sì che pare rechino un attuale, sapiente messaggio.

Aneddoti antichi, piccole storie ambientate a Pescocostanzo –paese nativo– insieme a episodi dei Promessi Sposi o del Don Chisciotte, narrati come favole a me fanciullo di quattro-cinque anni da mio padre .

Le sue parole, semplici e colte, ristabilivano allora la distanza cronologica esistente tra noi, che era di sessant'anni, e gli facevano assumere sembianze di nonno amoroso più che di padre intento a intrattenere il figlio o a distrarlo da un capriccio; intanto un mondo vario e reale s'andava svelando allo sguardo infantile. Quando poi, per la sua eccezionale longevità e validità, fisica e intellettuale, tale distanza sembrò accorciarsi (per un trentennio ancora avemmo un felice rapporto padre-figlio) notai sempre, nella sua narrazione di fatti storici o di altre vicende, l'amalgama di uno spirito critico e di un fine umorismo, mediante i quali l'elemento umano dei fatti, come filtrato da una superiore semplicità e saggezza, appariva fuori dal particolare, nel suo valore autentico, sempre attuale.

Sono certo che molti di quegli aneddoti erano stati narrati, questa volta direi di prima mano, a lui bambino, nella stessa nostra casa di Pescocostanzo, non molti anni dopo l'unità d'Italia, quando andavano dissolvendosi nella mutata e mutevole cronaca orale cittadina per entrare nella storia del quotidiano e delle mentalità, in gran parte ancora da scrivere. Per queste insolite circostanze notizie di fatti accaduti quasi due secoli addietro e richiamati in queste pagine (come i moti carbonari del 1821) mi sono giunte mediate unicamente dalla voce di mio padre che alla fine del secolo diciannovesimo conobbe gli spettatori, se non gli attori, di quegli avvenimenti.

Leggenda familiare quindi? Forse. Ma il senso di quelle narrazioni, lo spirito col quale i personaggi erano fatti vivere alla fine del XVIII e nel XIX secolo, il dipanarsi di quei racconti nella cornice domestica, e, poi, il ricordo e l'interpretazione di vicende collettive e fatti miei personali (seppur mai accaduti) che pure mettono capo a Pescocostanzo, tutti questi fattori insomma, costituiscono di certo una particolare sequenza storica. Essa, divisa in queste pagine in due parti, scandite dal passaggio dalle narrazioni udite al vissuto, mi pare che renda in certo modo leggibile il destino e mostri l'anima di un campione piccolo, ma significativo di umanità; così come quella piccola cittadina, scrigno riposto di cultura e di arte, si offre allo studioso quale sorta di modello per l'analisi di più ampie problematiche storiche, artistiche e sociali.

Si coglie allora, e si avvera, un messaggio di consapevolezza che la contraddizione è una strana regola di vita imposta all'uomo, costante unica tra le mille variabili della quotidianità, identica nella sostanza pur nel mutare delle epoche, delle culture e dei temperamenti degli uomini che quella regola devono subire. Contraddizione di fatti, di destini, di pensieri e spesso di desideri.

Di qui l'incertezza e il dubbio, i timori e la speranza che esprime il motto "CHI SA", scolpito nella pietra di Pescocostanzo da una mano antica.

Roma, 19 luglio 1993

Giuseppe Sabatini

PARTE PRIMA

 

 

IL DISPETTO DI DON ARCANGELO

 

Come dallo strappo di una vecchia coltre, ormai tutta toppe, l'abitato di Pescocostanzo emergeva dalla distesa policroma dei lembi di terra coltivata: bruni quelli arati di fresco, giallo-oro quelli con le stoppie di grano o di avena, verdi i medicai; le siepi e i bassi muri di cinta il lavoro diligente e fitto delle cuciture. Le case e gli orti disposti in schiere ordinate, convergendo verso la chiesa, sembravano volerle affidare gli aneliti di speranza e di fede degli abitanti, dei quali s'ergeva solitario messaggero al cielo il campanile con l'alta cuspide, la banderuola, la palla e la croce. A valle, però, la coltre non aveva e ancora oggi non ha più toppe e si slarga in un grande manto, verde e piano, steso tra la cerchia dei monti.

Solo da queste immagini Don Arcangelo era indotto a pensieri sereni: l'affezione per il luogo nativo aveva sostituito in lui da molto tempo l'amore per gli uomini e per le cose. Gli scorci del panorama, le gobbe dei monti, i ciuffi di bosco che s'insinuavano nei canaloni, in certo senso avevano acquistato nell'animo suo il significato e il valore perduto da altre sembianze più intime, sbiadite ormai dal tempo. Quei luoghi erano lì, fedeli, a confortarlo col loro aspetto immutato. Perciò soleva fare lunghe passeggiate scendendo nella valle, in quella pianura, specie nella tarda estate e nelle belle giornate d'autunno. Lo affascinava la solitudine silenziosa e possente, propria del posto in quella stagione, che quietava i timori e gli spasimi che accompagnano la solitudine dell'uomo tra gli altri uomini.

Quando raggiungeva uno dei colli che sovrastano appena la piatta distesa erbosa e l'abbracciava con lo sguardo, Don Arcangelo non avvertiva più il fastidio e l'asprezza che lo tenevano durante la permanenza in paese. Percepiva solo il belato lontano di qualche gregge sperduto nel vasto pascolo, il colore violaceo dei colchici che spuntavano tra l'erba ormai ingiallita e lo snodarsi lento dei suoi pensieri e dei suoi ricordi.

Quasi a voler ampliare quel piccolo mondo nel quale s'era ristretto e consolidarne una sorta di personale, interiore dominio, richiamava alla mente le immagini delle metamorfosi che quella valle subiva nelle altre stagioni. D'inverno, nelle notti di plenilunio, col cielo sereno e il candore della neve che riflette la luminosità lunare, gli pareva di vivere un giorno con un sole piccolo e freddo in via di spegnersi. Allo scioglimento delle nevi la pianura assumeva un aspetto palustre con stormi di uccelli acquatici di passo. Amava meno, forse, l'aspetto di quella campagna nella tarda primavera quando improvvisamente fiorivano miriadi di primule, di ranuncoli e soprattutto di narcisi, chiamati in paese rosesughe perché i bambini succhiavano la goccia di nettare contenuta nel calice di questi fiori dividendo a metà le corolle; il polline giallo restava attaccato ai lati della bocca e sulle guance paffute. Tutti in paese ne coglievano grossi fasci per adornare le icone e gli altari nelle chiese e tenerne mazzolini a rallegrare la casa. Ma a lui l'odore penetrante e dolciastro di quei fiori non piaceva e procurava mal di testa. Solo una volta fu felice attraversando in quella stagione la prateria: dai monti erano scese veloci, gonfie nubi che gli si erano ricongiunte intorno e d'un tratto s'era trovato solo, tra le nuvole, in un prato fiorito. Quella prateria subiva un'altra metamorfosi all'epoca della falciatura e della raccolta del fieno, quando brulicava di uomini, di attrezzi e di animali. Allora a Don Arcangelo piaceva osservarla da lontano affinché le voci e i rumori restassero muti. Le file dei cavalli carichi di tre grosse reti di fieno, il procedere lento dei carri trainati dai buoi e delle slitte che scivolavano sull'erba, i piccoli uomini che si muovevano nei bizzarri riquadri delle minuscole proprietà, pettinati in vario verso dalla falciatura e dai rastrelli, gli sembravano formiche partorite dalla terra che, dopo la raccolta delle provviste, alla terra sarebbero tornate nelle loro tane; parte naturale di quella prateria e del suo ciclo vitale.

Don Arcangelo perpetuava così nella memoria ricordi e immagini di fatti dei quali era stato in quei luoghi quasi sempre protagonista solitario: una giornata di caccia fortunata per la bravura di una sua coppia di segugi; le sensazioni provate durante una "posta alla lepre" quando di sera, immobile e vigile nell'attesa della selvaggina udiva i rumori del bosco che s'addormentava come quelli di un corpo che si prepari per il sonno. Una volta, nella penombra della notte incipiente, un grosso animale si avventò su una lepre che lui aveva appena abbattuto, sparò ancora in quella direzione e corse a vedere di che cosa si trattasse. Trovò un'aquila reale che teneva ancora artigliata la piccola preda. Fece imbalsamare così i due animali e conservò il trofeo in una stanza del suo palazzo. Un'altra volta, ormai non più giovane, mentre riposava seduto su un sasso tra i primi cespugli del bosco, vide sbucare dalla macchia uomini sconosciuti, vestiti in foggia forestiera ed armati, i quali vedendolo urlarono: "muso a terra!" Don Arcangelo capì che si trattava di briganti, in paese ne aveva anche sentito parlare. Fingendo di obbedire all'ordine ricevuto si avventò, invece, in una corsa a rompicollo giù per le ultime balze del pendio e poi attraverso la prateria. I briganti lo rincorsero urlando, ma non gli spararono, sicuri che il fiumicciattolo che era di fronte in ogni caso avrebbe fermato il fuggiasco. Don Arcangelo, invece, arrivato al torrente spiccò un salto, certo il più lungo della sua vita, e fu dall'altra parte; continuò a correre, sentì dietro a sé urla e colpi di fucile poi più nulla. Corse ancora, rallentò, si voltò e non vide nessuno. I briganti, ritenuto impossibile ripetere il suo salto, scaricate contro di lui armi e ingiurie, erano tornati alla macchia. La sua proverbiale magrezza e lo spavento lo avevano salvato. Da allora gli agrimensori, nel tracciare le mappe delle proprietà in quella contrada, vi ritrassero, con ingenue ma espressive immagini, un uomo in fuga inseguito dai briganti. Gustosa cronaca paesana e utile indicazione topografica.

Don Arcangelo tornava da queste sue passeggiate camminando sul tappeto dei fili di fieno caduto dai carri carichi sull'acciottolato delle vie campestri e davanti ai fienili. Si fermava spesso a guardare questi antichi fabbricati con la scala a pioli appoggiata alla porta del pagliaio posta in alto sulla facciata in compagnia di una o due strabiche finestrelle e la porta della stalla abitualmente spalancata di giorno; gli sembravano agresti lari in paziente e protettiva attesa del ritorno dai campi dei loro quadrupedi abitatori.

Arrivato in paese percorreva le strade meno frequentate e raggiunto il suo palazzo ne apriva il portone e rapidamente se lo chiudeva dietro, come a respingere gli sguardi e i pensieri dei suoi concittadini che sentiva contro di sé. Sapeva di essere oggetto di critiche astiose. Se l'era dovute sentire con le sue stesse orecchie, sebbene ammantate da buone maniere e celate da un esteriore sorriso, dai conoscenti nei quali, suo malgrado, s'imbatteva e per averle ravvisate più crude, anche se meno esplicite, nel comportamento e nei modi di altri a lui meno vicini. Teneva ormai per certo di essere oggetto di una sorta di pubblica accusa per quella che l'innata malvagità umana ha sempre considerato una colpa: l'essere vecchio, ricco e solo.Tutto ciò per lui era ingiusto e amaro. Chiuso in casa ripercorreva il cammino della sua vita: gli sembrava che si fosse sempre svolto su un percorso obbligato dalle circostanze; sul quale poco o nulla avevano potuto influire la sua volontà e le sue decisioni. Dall'età matura gli anni erano rotolati subdolamente l'uno sull'altro; gli eventi che sembravano non dover lasciare tracce nel momento in cui accadevano, in seguito, con una catena fitta di cause ed effetti (talora remote le prime, ma attuali e inevitabili gli altri) lo avevano costretto ad una accettazione supina del suo destino. La sua ricchezza, che in realtà a lui non sembrava tale e invece appariva opulenta ai miserabili e agli avidi che lo circondavano, era solo il risultato di tanti lutti e della sua longevità che lo avevano reso erede unico del patrimonio familiare. Nell'arco di un decennio, mentre lui frequentava a Napoli il ginnasio e il liceo, la sua casa veniva lentamente vuotata dalla tisi. Uno a uno fratelli e sorelle, colpiti dal male, diventavano delle larve umane e si spegnevano. Spesso era un isolato sputo di sangue, al quale le prime volte nessuno aveva dato importanza ma che poi generava immediata l'angoscia, a dare l'avvio alla malattia; la quale seguiva poi il suo decorso lento e inesorabile. Così in casa era rimasto solo, con uno zio iroso e decrepito che rendeva testimonianza di sé unicamente con regolari colpi di tosse. Allora fu costretto a interrompere gli studi e a interessarsi dell'amministrazione del patrimonio familiare; avvertì le difficoltà e la noia di tali incombenze e ben presto il panico di sentirsi incapace ad affrontarle.

Negli anni felici e spensierati dei suoi studi aveva sognato, invece, di diventare un grande avvocato o un medico famoso, come quei professionisti affermati che aveva conosciuto a Napoli, dei quali, in virtù delle sue origini signorili, aveva potuto talvolta frequentare i salotti. Allora aveva fatto fermo proposito di conseguire anche lui una laurea e di rimanere ad esercitare nella capitale la sua professione. I proventi del lavoro, che immaginava lauti, ai quali si sarebbe aggiunta la rendita della sua quota di patrimonio familiare, gli avrebbero consentito di condurre una vita piena e agiata, proprio come quella della buona società che aveva conosciuto e che aveva acceso la sua giovane fantasia. L'ossessione della "roba" e del risparmio, del fare ad ogni costo e sempre "economia", l'avarizia, unici criteri che regolavano l'andamento della casa paterna, dovevano rimanere per sempre esclusi dalla sua vita. Ricordava con disgusto il continuo lesinare dei suoi genitori: ogni spesa, ancorché modesta, era considerata sempre uno sperpero e subita come un salasso; i pagamenti, quelli inevitabili, venivano ritardati il più possibile, anche quando il danaro era lì pronto nel cassetto come se a tenervelo custodito qualche giorno ancora avesse potuto germogliarvi. Le rendite, invece, erano stimate sempre magre e, per principio, sistematicamente decurtate dall'abilità truffaldina di fittavoli e amministratori. Questa mentalità, dominata dall'ossessione della "roba", che rendeva grama la vita e che forse era stata responsabile delle maggiori disgrazie occorse alla sua famiglia, aveva rattristato l'infanzia e l'adolescenza di Don Arcangelo e dei suoi fratelli. Se da bambini rifiutavano una pietanza per un capriccio, o avevano rovesciato per sbadataggine una ciotola di latte, ai severi rimproveri s'aggiungevano strani commenti e adagi che allora gli erano parsi solo noiosi atteggiamenti degli adulti, ma poi gli avevano rivelato quale gretta concezione della proprietà e del benessere avessero i suoi familiari. Così li avevano tante volte ammoniti che c'erano stati periodi nei quali in casa per risparmiare s'era "mangiato pane e saliva", che "pane secco e vino aceto fanno l'economia della casa" e a smorzare gli entusiasmi e le illusioni per i loro futuri programmi, gli avevano ripetuto fino alla noia la massima: "Piano, merli, ché la via è petrosa!". Quando adolescente aveva chiesto un vestito nuovo che assecondasse la sua vanità giovanile, era stato oggetto di amari rimproveri e gli erano state fatte profezie di un futuro buio: ché di quel passo sarebbe finito sul lastrico a chiedere l'elemosina come era accaduto a tanti altri signori scialacquatori del paese ( e qui giù filastrocche di nomi e cognomi di gente finita male, morta e sepolta da almeno un secolo); che "Homo sine pecunia imago mortis" e che si sarebbe reso conto troppo tardi della sua sconsideratezza, e solo quando dei futuri creditori si sarebbero avventati sul suo patrimonio e gli avrebbero tolto tutto, "perfino la carne sotto la lingua". L'immagine di questa sorta di operazione chirurgica e del suo esecutore, che certamente avrebbe dovuto avere qualcosa di rapace e grifagno nell'aspetto, s'era poi fissata nella mente dell'adolescente Arcangelo. Ed ecco che ora, varcata già da un pezzo la soglia della vecchiaia, proprio quando avrebbe voluto avere un rapporto più franco e immediato col mondo che lo circondava, doveva accorgersi che per lui tale rapporto era costantemente mediato dalla "roba". E non solo perché per vivere, contro ogni suo antico desiderio, non poteva far altro affidamento che sulla sua roba (e doveva tenerla ben salda tra le mani, ché la proprietà quanto più è vasta tanto più pare inconsistente e sembra sgretolarsi da una parte mentre si tenta di reggerla e di pararla dall'altra!) ma soprattutto perché chiunque lo avvicinasse aveva sempre da fargli richiesta di qualche cosa: lui era solo il tramite inevitabile, e perciò odioso, per poter accedere a quella sorta di deposito di beni, quale evidentemente gli estranei consideravano la sua proprietà. Era, insomma, l'unico ostacolo che si frapponeva tra tali beni e i loro futuri possessori. Eppure non aveva figli, nipoti, né altri parenti prossimi, che sono quelli che aspirano con impazienza a tale possesso. E a mostrare cupidigia non erano i diseredati, i veri poveri del paese; questi sembravano paghi della carità che lui aveva dato ordine fosse regolarmente elargita.

A desiderare con evidente ingordigia i suoi beni in generale, o uno di essi in particolare, erano individui del ceto che più gli riusciva odioso: quello dei nuovi ricchi e dei pubblici faccendieri, ai quali si aggiungeva lo stuolo di compari e di comari che quasi ogni giorno spuntavano come funghi. Questi ultimi, a dargliene il destro, evocavano con sorprendente vivezza di particolari, come fossero accaduti ieri, le cresime e i battesimi ai quali metteva capo il legame di affinità, che invece erano lontani nel tempo e nelle generazioni, seppur mai esistiti. E dovevano anche tenerlo per rimbambito perché, anche quando avrebbe potuto facilmente smentire una loro bugia o confutare una narrazione contraddittoria, lui, al colmo della noia e del fastidio taceva o profferiva dei "sì... sì..."distaccati e astratti, prima di trovare il modo di congedare l'importuno interlocutore.

Da tempo, insomma, era comparsa gente che con sfrontatezza mostrava con lui una familiarità che mai era esistita, dalla quale traeva presupposto per avere in eredità una casa o un terreno confinante col proprio o un qualsiasi altro bene a suo piacere, "per ricordo". A suscitare i desideri di un modesto impiegato comunale era un violino di gran pregio che il più grande dei suoi fratelli aveva comprato a Napoli menando, poi, vanto del prezioso acquisto quando era tornato in paese. L'impiegato in vari modi aveva cercato di venirne in possesso, foss'anche a titolo di prestito. In occasione di feste nuziali e di ricevimenti, quando v'era invitato come musico, rinnovava con garbo la richiesta a Don Arcangelo, adducendo anche la buona ragione che un simile strumento doveva essere suonato per evitare che si deteriorasse irrimediabilmente. Le sue richieste, però, non furono mai esaudite e Don Arcangelo continuò a tenere chiuso nella custodia il violino. Quelli che non avevano alcun motivo per sperare in qualche fetta della sua eredità, trovavano anch'essi modo di farsi vivi con lui con un immancabile riferimento alla roba e per ricordargli che prima o poi gli sarebbe sfuggita di mano. Anzi che già una parte gliene sfuggiva. Così andavano a riferirgli, fingendo affettuosa comprensione della debolezza e dell'impotenza proprie della sua età avanzata, che intanto gli ricordavano, che durante la notte avevano sentito dei rumori nel suo granaio o nella sua dispensa e che poi avevano visto con i propri occhi i ladri che portavano via sacchi di grano e sporte intere di provviste. A questi non graditi informatori Don Arcangelo non dava il tempo di finire il racconto. Senza mostrare sorpresa interrompeva le loro querimonie con un freddo "Certamente!" che li lasciava interdetti, aggiungendo poi subito: "Chi volete che i ladri derubino, se non chi la roba ce l'ha?" e altre volte più spiccio: "Certo, da te che non possiedi niente i ladri che ci verrebbero a fare?"

Per tali motivi aveva anche ordinato ai domestici di non dare in prestito alcun utensile di casa, come nei paesi suol farsi col vicinato, perché non poteva sopportarne la mancata restituzione; la ragione di tale omissione la intuiva chiara e netta come se avesse sentito profferire le parole: "tanto a lui questa cosa ormai non serve più!" Un oggetto di irrilevante valore intrinseco era motivo per considerarlo già morto, facendolo sentire come un defunto che trascorreva in quella casa una provvisoria licenza dall'aldilà.

La difesa della "roba", insomma, per Don Arcangelo era diventata, ancor più che una questione di principio, l'ultima sua molla vitale, la prova tangibile della sua esistenza. Gli tornavano alla mente con l'aura della profezia quelle antiche parole: "Quando vi toglieranno perfino la carne sotto la lingua!" Egli doveva opporsi a questo destino, impedire che si compisse il desiderio di quanti, ignorando la sua umanità e valutando al centesimo la sua sostanza, volevano spogliarlo di tutti i suoi beni e ridurlo in un ospizio di mendicità, morto a tutti gli effetti civili.

In questo stato d'animo lo trovò Don Giancrisostomo, giovane e facoltoso signore suo vicino di casa, quando gli andò a far visita. Questo gentiluomo, continuando l'opera già iniziata dal padre, stava ampliando il palazzo di famiglia, che era posto tra due vicoli dirupati, con l'acquisto e la demolizione, una dopo l'altra, delle casipole confinanti. Impresa che aveva lo scopo di raggiungere con il corpo della fabbrica una delle due strade principali che correvano a monte e a valle dei due vicoli. Allora si sarebbe costruita una facciata di bella architettura, nobilitata da un ampio portale, che avrebbe in certo senso concluso e conferito un aspetto armonico al lungo fabbricato. Altrimenti questo sarebbe apparso incompiuto e monco. A valle Don Giancrisostomo non potè acquistare l'ultima casa perché il proprietario, un oste, ci aveva il suo negozio e non aveva voluto cederla a nessun patto. A monte, tra il palazzo in ampliamento e la strada principale, al punto in cui erano i lavori rimaneva solo un minuscolo fienile, che era proprio di fronte al palazzo di Don Arcangelo e di sua proprietà.

Tra la famiglia di Don Giancrisostomo e quella di Don Arcangelo v'erano state in altri tempi accese liti per questioni di eredità e un'antica ruggine era poi sempre rimasta, anche se i motivi originari delle contese s'erano perduti nel tempo. Negli ultimi decenni l'indifferenza aveva preso il posto della lite e le due famiglie si erano semplicemente ignorate. Al punto in cui si trovava con i lavori, però, Don Giancrisostomo per l'acquisto del piccolo fabbricato era costretto a rivolgersi a Don Arcangelo. Cercò di vincere la riluttanza che provava al pensiero di recarsi da lui; quelle antiche questioni avrebbero aumentato, e non di poco, la già nota difficoltà d'intrattenerci rapporti a causa del suo carattere scorbutico; ma ne considerò l'età avanzata, rifletté che tra loro due, personalmente, in fondo, non era mai corsa parola offensiva o irriguardosa e si rincuorò. Non c'era davvero alcun motivo perché tra loro durasse ancora tanta freddezza! Inoltre, qualunque somma di danaro Don Arcangelo gli avesse chiesto per quel piccolo, malridotto edificio lui l'avrebbe pagata.

Si recò, quindi, a far visita a Don Arcangelo. Al suo cospetto mostrò deferenza, prese conto con garbo della salute e si congratulò per la verde vecchiezza che prometteva ancora una vita lunga e sana. Parlò poi delle immancabili noie che i lavori in corso e gli operai gli procuravano. Disse che, comunque, riteneva di far opera che aggiungeva decoro alla contrada eliminando tante difformi catapecchie e allontanando in tal modo anche i poveri e talvolta inquieti abitanti di esse. Avrebbe gradito anche il consiglio di Don Arcangelo sullo sviluppo dei lavori, se avesse voluto avere la compiacenza di dargliene, conoscendo la sua esperienza e il suo gusto signorile!

Mentre il visitatore perorava con abilità la sua causa, Don Arcangelo, che ben immaginava il motivo della visita, andava considerando con crescente amarezza che costui spinto dall'interesse, aveva voluto dimenticare d'un tratto cento anni di liti, di cause nei tribunali, di dispetti reciproci e di pettegolezzi e ora veniva a tendergli la mano come fossero due vecchi amici che non s'incontravano da un qualche tempo. Ancora una volta ci si rivolgeva a lui per la sua roba e solamente per essa: lui era vissuto più del tempo occorso perché la fabbrica raggiungesse il suo fienile; quello era il solo motivo dell'interesse per la sua persona! Attese che gli fosse fatta la richiesta di vendita tenendo fisse sul visitatore le sue iridi cerchiate dalla vecchiaia senza tradire in alcun modo i suoi sentimenti. Don Giancrisostomo nella inespressività di quel volto lesse una condizione di debolezza, di inerzia senile che le sue parole avevano già vinto e si rammaricò di aver temuto tanto quell'incontro, di averlo così a lungo rinviato senza un valido motivo; fu perciò più franco ed esplicito nel formulare la richiesta di una sollecita compravendita.

Don Arcangelo non gli rispose subito; rimase ancora con le mani appoggiate sulle ginocchia, così come era stato dall'inizio del colloquio, inspirò profondamente aria, spinse alquanto il busto verso la spalliera della seggiola aiutandosi con le braccia come se le sue spalle avessero dovuto reggere un nuovo e più gravoso carico, poi disse calmo e amaro: "Sei venuto da me solo perché vuoi il mio fienile. Ti serve per potertene uscire in carrozza, e proprio davanti a casa mia! Io non te lo permetterò. Non lo vendo!"

Il piccolo fabbricato è ancora lì, ai nostri giorni, a testimoniare il dispetto di Don Arcangelo.

Qualche tempo dopo alcuni operai che di buon mattino si recavano al lavoro, passando davanti al palazzo di Don Arcangelo, trovarono a terra l'archetto di un violino. Capirono che ormai non poteva essere più restituito al suo proprietario.

Il violino fu il primo dei beni di Don Arcangelo ad andar disperso con la sua morte.

ZEFERINO

 

La cavalcatura di don Tommaso precedeva di pochi passi quella di Zeferino sul ripido sentiero delle Pendinelle. Il mulo conosceva la strada che dopo alcune miglia lo avrebbe ricondotto alla stalla, percorsa tante volte ora con la sella come cavalcatura del canonico quando questi si recava a Sulmona per la cura dei suoi interessi, ora col basto come bestia da soma diretta ai mercati ed alle fiere di quella città.

Don Tommaso, lo sguardo fisso al sentiero che si snodava in salita tra le orecchie del mulo, notava solo il ritmico alzarsi e abbassarsi del capo dell'animale, sincrono con il moto delle zampe, che gli dava una sensazione di incedere discontinuo sul terreno, mentre il movimento continuo e cullante che attraverso la spina dorsale gli si trasmetteva a tutto il corpo lo invitava a pensare. Erano frammenti di pensiero quelli che, ormai da tempo, turbavano la serenità di don Tommaso; serenità invero mai raggiunta appieno sebbene l'avesse sempre agognata come uno stato se non di vera e propria grazia, almeno di raccoglimento spirituale e di tranquillità. Da quando era divenuto parroco ne aveva avvertito ancor più acuto il bisogno per poter rivolgere tutte intere le sue energie alla cura delle anime nella parrocchia. Aveva cercato, perciò, di costruirsela lavorando a comporre con infinita pazienza, come fossero le tessere di un mosaico, le contraddizioni e i paradossi che la vita quotidianamente gli metteva sotto gli occhi, gli opposti pensieri che ne scaturivano e i sentimenti e le emozioni che a tratti gli ribollivano nell'animo. In realtà al sacerdozio non lo aveva condotto una sua originaria vocazione, ché anzi in gioventù le sue inclinazioni erano ben diverse e per farsi prete aveva fatto rinunce talora aspre e sopportato profondi turbamenti, ma a indossare l'abito talare lo destinava la sua condizione di ultimogenito nella numerosa compagine familiare e la necessità di evitare che alcuni benefici ecclesiastici passassero in godimento ad un altro ramo del ceppo. Ad accettare quel suo destino, comunque, lo avevano aiutato il desiderio di non tradire le aspettative dei genitori, implicite in tanti loro discorsi e la consuetudine della famiglia con le funzioni religiose, così spesso ricorrenti nelle varie epoche del calendario e scandite ogni giorno, dal mattutino all'avemmaria, dalle campane della vicina chiesa parrocchiale. D'altra parte in casa v'era una tale quantità di libri ecclesiastici, di vite di santi, di raccolte di omelie famose appartenuti a precedenti generazioni di prelati, che le giovanili letture di don Tommaso si erano svolte quasi esclusivamente su simili temi di edificazione morale e religiosa. I volumi con le opere dei classici e quelli di diritto, scritti per lo più in latino o in greco, essendo in minor numero non avevano potuto, forse, attrarre l'attenzione del giovane lettore. I pochi libri di matematica che gli erano capitati tra le mani, poi, erano sembrati subito a Tommaso astrusi e cabalistici, tanto che si era domandato (non sapremmo dire se in perfetta buona fede) perché non fossero considerati libri di magia e come tali annoverati tra quelli vietati dalla Chiesa e messi definitivamente all'Indice dei libri proibiti.

L'insufficienza di informazioni, la povertà di idee che ne era la conseguenza e la mitezza del carattere avevano mantenuto, così, nei suoi propositi uno stato di inerzia che fu vinto facilmente quando giunse il momento di ricevere gli Ordini Sacri.

Quando, poi, nell'adempimento del sacerdozio e specie nell'ufficio di confessore aveva dovuto constatare che la scarsa cultura lo rendeva impacciato, don Tommaso, accanto a quel paziente lavorìo di ricomposizione dei contrasti interiori,

per colmare le proprie lacune, si era applicato in letture, si era immerso in meditazioni e aveva cercato di cavar costrutti di valore generale dall'esperienza quotidiana, vivendola con spirito critico. Tutto ciò, per un certo tempo, ampliando l'orizzonte del suo pensiero, era valso a dargli una maggior sicurezza e talvolta, nel quotidiano esercizio del suo ministero, una gratificante sensazione di appagamento . Ma adesso che era avanti negli anni, avvertiva a volte più, a volte meno netta, una mancanza d'interesse per faccende e incombenze di cui prima s'occupava con lena e per le quali a volte gli era capitato anche di angustiarsi. Da qualche tempo uomini e cose gli apparivano sotto una luce diversa, in forme, espressioni e significati diversi. Nei momenti di ozio, che il canonico prima evitava, e che invece ora cercava spesso, questo nuovo mondo interiore gli pareva che germogliasse da antiche e profonde essenze dell'animo suo. Allora lo pervadeva un bisogno imperioso di possedere qualcosa che fosse pure di percezione meno immediata ai suoi sensi, ma più concreta nella sua mente; un bisogno di afferrare concetti che vivificassero in lui una fede meno formale e più ascetica; che gli rendessero più chiare certe intuizioni che intravvedeva presenti e profonde nel pensiero degli autori di alcuni libri (ora ne leggeva anche di profani) e nelle stesse sacre scritture.

Talvolta era un evento all'apparenza del tutto insignificante a mettere in risalto la discordanza tra il suo stato d'animo di astrazione e le realtà quotidiane, e, quando la vecchia e la nuova percezione di un fatto, ormai entrambe incerte si sovrapponevano, don Tommaso era colto da una trepidazione e da un'ansia che prima gli erano ignote.

Si sentiva diverso dagli stessi colleghi del Capitolo della Collegiata; di alcuni aveva sempre ammirato la vita austera e la grande dottrina, e con essi manteneva rapporti di timida cortesia e di rispetto senza sentirsene per ciò umiliato; di altri invece non poteva sopportare la crassa e ben pasciuta ignoranza. Non rari, poi, a contrariarlo erano avvenimenti che in paese suscitavano mormorii, maldicenze o "scandalo", come chiaro e tondo spiattellavano i benpensanti, dei quali era protagonista un prete. Proprio qualche domenica prima, alla messa cantata, lo aveva stizzito uno di tali fatti, anche perché non era riuscito a trattenere un sorriso di partecipazione al mormorio ironico che d'un tratto s'era levato tra i fedeli. Questi stavano ascoltando un panegirico che con gran fervore recitava dal pulpito, condannando la lussuria ed esaltando la purezza, un canonico che, come tutti sapevano, aveva avuto un figlio da una donna conosciuta come "Pasqua dei tre ducati". Nessuno mostrava di meravigliarsi udendo da quale pulpito veniva la predica. La gente conosceva bene il proverbio, allora spesso ricorrente: "Fa quel che il prete dice e non quello che fa!" Ma le cose presero una piega diversa quando Pasqua, certo contravvenendo a precisi ordini del suo amante, pensò di non perdere la messa quella domenica e proprio durante la predica (a quel punto il popolo ritiene che la messa sia "ancora buona") entrò in chiesa con il bambino in collo. Chi vide la donna ammiccò e diede di gomito al vicino, chi non comprese subito il motivo del tramestio tosto se ne informò; ma l'oratore che dall'alto del pulpito aveva notato Pasqua tra i primi, si rese subito conto della causa del mormorio e divenuto rosso in volto, s'impappinò, perse il filo del suo dire forbito e per concludere in qualche modo la frase iniziata, che tra l'altro esaltava la fedeltà coniugale, uscì con un dialettale ma esplicito "...Insomma, figliuoli miei, almeno... almeno... ognuno con quella sé!" Espressione che da allora entrò nel gergo paesano.

Un più recente e personale motivo di cruccio era stato per don Tommaso quello di aver assunto come domestico e mulattiere Zeferino. Costui in paese aveva fama di mago e fattucchiere, comunque di corrispondente, foss'anche di quart'ordine, delle forze occulte del maligno. Quanto bastava, e ve n'era d'avanzo, perché gli altri servitori della famiglia, il vicinato e persino semplici conoscenti di don Tommaso si sentissero in dovere di criticare la sua decisione e di ironizzare addirittura su quella sorta di strano sodalizio tra due rappresentanti delle opposte potenze dell'aldilà. Don Tommaso dal canto suo aveva solo inteso dar lavoro onesto a un pover'uomo che glielo aveva chiesto mostrando una preventiva rassegnazione al probabile rifiuto. Aveva pensato che, seppure Zeferino consigliava a qualcuno pratiche contro il malocchio, questi erano credenze e usi abituali a quei tempi presso la povera gente e in fin dei conti del tutto innocui. Lui, don Tommaso, non aveva mai avuto modo di lamentarsi del servizio che Zeferino prestava: alto, allampanato, con le brache strette alla cintola da una fascia che un tempo era stata di color rosso, la giacca corta ed il berretto a cono dei contadini, era sempre puntuale e sollecito nel lavoro. Mulattiere da sempre, aveva grande dimestichezza con gli animali: si avvicinava come non visto a un puledro ombroso e mentre lo rabboniva con la voce gli aveva già stretto intorno al capo la cavezza; con pochi semplici gesti poneva il basto ad un mulo e ne bilanciava la soma o attaccava il cavallo alla carretta. Mentre sembrava che riposasse, in un canto della stalla esaminava e riparava finimenti. Don Tommaso non lo aveva mai colto in pratiche o atteggiamenti sospetti di stregoneria e, dopo i ripetuti dinieghi di Zeferino alle esplicite domande che gli aveva rivolto in proposito, non gli aveva chiesto più nulla. Tuttavia di tanto in tanto doveva ancora rimbeccare qualcuno che non mancava di fare con lui allusioni ai poteri occulti del nuovo domestico.

A distogliere don Tommaso dai pensieri nei quali era assorto, sul sentiero delle Pendinelle, questa volta fu proprio Zeferino che vociando dalla sua cavalcatura gli raccomandava di tenere corta la briglia al mulo, perché poteva spaventarsi per le brusche folate del vento che s'era levato e che, assieme all'inicipiente nevischio, non prometteva nulla di buono per il resto del viaggio. Infatti il tempo s'andò mettendo al peggio e, quando i due viandanti ebbero raggiunta una quota più alta del loro itinerario, la neve aveva già coperto il terreno e il vento infilava aghi di ghiaccio nelle pieghe dei loro mantelli. Al piano di Sant'Antonio furono colti dalla tormenta che a tratti toglieva la vista e il fiato. Zeferino affiancò la sua cavalcatura a quella di don Tommaso e camminando di conserva cercò di evitare che gli animali sprofondassero nei fossi che la neve aveva colmato o che s'ingolfassero nei cumuli prodotti dai mulinelli di vento.

Erano ancora molto distanti dal paese. Col bel tempo e un'andatura spedita non lo avrebbero raggiunto prima di due ore; così era una meta irraggiungibile. L'unico posto in cui rifugiarsi e trovare riparo, a quel punto, era l'Eremo di Sant'Antonio che tra un turbine e l'altro si intravvedeva circondato dai suoi alberi secolari. Lo raggiunsero. Il piccolo vano aperto ai viandanti, gelido e spoglio, consentiva solo il riparo dal vento e dalla neve. Don Tommaso era scosso da brividi di freddo, le mani e i piedi intirizziti; tentò di camminare su e giù per lo stambugio, ma le gambe si muovevano a scatti, quasi indipendentemente dalla sua volontà, e i piedi non percepivano il contatto col suolo. I racconti di compaesani colti da bufere di neve gli tornarono alla mente vivi e attuali. Non pochi avendo smarrito la strada anche a breve distanza dal paese, avevano passato la notte all'addiaccio e c'era chi in tali circostanze aveva perso addirittura la vita! Gli tornò in mente il racconto dei tre orefici che colti dalla tormenta, una sera, mentre tornavano da un viaggio d'affari, erano riusciti a sopravvivere fino al mattino istituendo una sorta di staffetta tra loro: l'andare avanti e dietro a turno tra due punti di riferimento a portata di voce gli aveva impedito di smarrirsi e di rimanere assiderati. Ad ogni buon conto lui era tra quattro mura! Le bufere di neve tra quei monti, però, possono durare a volte anche più giorni!

Mentre questi pensieri si volgevano nella sua mente, e prima che la recita delle preghiere alleviasse l'angoscia che li accompagnava, Zeferino gli si avvicinò guardandolo attento come a scrutare i suoi pensieri con quei suoi occhi celesti e fanciulleschi proprio fuor di posto in quel volto scuro, segnato dalle fatiche e dal sole più che dall'età. Don Tommaso pensò che avesse qualcosa di importante da dire: "Che c'è?" fece. Zeferino, come avesse improvvisamente mutato parere, rispose:"...Ho legato qui dietro l'Eremo i muli...".

"Quanto più la bufera è forte, tanto prima cessa o ci sono delle schiarite; alla prima schiarita ripartiamo!" disse don Tommaso, come per rassicurarsi e rassicurarlo, in realtà per tagliar corto ed evitare atteggiamenti troppo confidenziali del suo compagno di viaggio in quel frangente. Zeferino non proferì parola e tornò sui suoi passi rimanendo ritto in piedi appoggiato al muro del piccolo vano avvolto nel mantello. Ma dopo alcuni minuti e dopo aver aperto l'uscio, dal quale entrò un turbinio di neve e averlo tosto richiuso, come se con quel gesto avesse preso improvvisamente coraggio, si rivolse a don Tommaso dicendo: "Vossignoria, don Toma', sapete che in paese dicono che io...che insomma certe volte...se necessariamente..." Don Tommaso istintivamente fiutò il pericolo ma rifiutò di intendere il senso delle parole di Zeferino; sperò di non aver ben compreso. Dette così al domestico il tempo di concludere in qualche modo la frase incominciata:"...se io dico...tre parole turchine dentro il cappello..." Ma Zeferino dovette interrompersi, don Tommaso lo fulminava con lo sguardo mentre si segnava con tre croci, sulla fronte, sulle labbra e sul cuore. Urlò poi subito: "No! Mai!" e le altre parole di diniego e di condanna che gli uscirono di bocca, poi, furono così pronte e perentorie che gli parvero pronunciate da un'altra persona, ben più decisa e volitiva di lui. Attese quindi che l'ira gli sbollisse, si impose calma con un enorme sforzo di volontà e quindi, per prevenirne altre proposte, spiegò a Zeferino che tutto ciò era peccato mortale solo pensarlo; che ben più della misera vita del corpo, era quella dell'anima da tenersi da conto e che, in ogni caso, mai lui avrebbe preso parte a pratiche di magia. Zeferino tornò al suo cantuccio e rimase a lungo silenzioso, con un volto inespressivo da idiota. "Da idiota," cominciò a ripetere dentro di sé don Tommaso quando ritenne di aver respinto ogni iniziativa del suo domestico. "Avere come aiutante in simili circostanze un fatuo che crede anche di essere dotato di poteri soprannaturali!..." Poi, senza rivolgersi direttamente a lui, espresse ad alta voce il suo convincimento che non c'era altro da fare che aspettare una schiarita e apparve fermo in questo proposito: si era nelle ore antimeridiane, la famiglia lo aspettava, vedendo il tempo brutto gli avrebbe mandato incontro una slitta trainata dai buoi come si faceva sempre in quelle circostanze. Bisognava aspettare!

Zeferino si mostrò assolutamente incredulo sulla possibilità che tali evenienze si verificassero, e, dopo qualche minuto, senza muoversi dal suo cantuccio, azzardò: "Non dicevo tanto per noi...Noi potremmo anche aspettare domani...ma per le bestie; sono digiune, fuori della stalla...in mezzo alla bufera!" Poi cominciò a ripetere, col fare di chi parla tra sé, come un bambino capriccioso che abbia smesso di aver paura della punizione minacciata: "Se dicessi le tre parole turchine dentro il cappello!... se le dicessi le tre parole!...Sennò,...sennò don Toma', noi al Peschio non ci torniamo!..." Don Tommaso dall'altro capo della stanza interrompeva ogni tanto le sue preghiere con degli stizziti: "Stai zitto! Non dire altre sciocchezze! Ti proibisco!" E, dopo alcuni minuti, di rimando al sempre più fitto mormorio di Zeferino: "Pensa alla tua anima se ne sei capace; così, Dio non voglia, vai diritto all'inferno!" Poi, con un gemito, "...in manus tuas..." Don Tommaso si raccomandava l'anima. Era prostrato; quella era forse la sua ultima ora, inattesa in verità, anche se tante volte immaginata! Aveva sempre pensato che vi si sarebbe preparato con raccoglimento e umiltà...Ma forse la volontà di Dio... Sentì l'aura di grande mistero che accompagna l'idea della morte quando essa è presente nel pensiero più che nella realtà immanente. Cominciò ad avvertire allora, con sgomento, una strana sensazione di possibilità nei confronti del soprannaturale e del magico di cui, forse, proprio lì accanto a lui era un elemento tangibile; in quali circostanze! Questa ennesima contraddizione della sua vita lo terrorizzò; sentì un bisogno imperioso di allontanarsi da quel luogo. Zeferino dovette indovinarne i pensieri. "Forse una schiarita sta iniziando –disse– ora porto qui davanti le cavalcature". Andò fuori, tornò subito, aiutò don Tommaso a montare in sella. Ed ecco che un vento ancor più impetuoso, ma né freddo, né caldo, avvolge per un attimo i viaggiatori e...don Tommaso non crede ai suoi occhi "...Gesù, siamo alle porte del paese, siamo al Colle di Santa Maria –esclama– davanti alla chiesa delle Grazie! ...Siamo arrivati!" Guarda Zeferino: costui era a capo scoperto con il cappello in mano, sotto la neve che ora cadeva rada e leggera. "Don Toma' –fece questi in tono di scusa– le so' ditte!"

Il racconto di questo soprannaturale e diabolico salvataggio, che nel paese corse di bocca in bocca arricchendosi sempre più di particolari prodigiosi, avvelenò gli ultimi anni di vita a don Tommaso: le sue recise smentite di così fantasiosa ed assurda diceria, non valsero a rintuzzare e annullare nella pubblica opinione l'effetto dei furbeschi ammiccamenti di Zeferino; il quale, quando si parlava di quel fatto, doveva pur difendere il suo buon nome di mago e fattucchiere.

LE TERRE DI PUGLIA

 

Le nozze di Don Croce, il primogenito, avrebbero avuto il fasto e la pompa che la circostanza richiedeva. La ricchezza opulenta della famiglia sarebbe stata ostentata secondo l'antica tradizione. Le terre di Puglia, fertili latifondi nel Tavoliere, grondavano ancora olio, grano, vino, armenti, lane, formaggi. E anche se i fattori avevano parlato spesso di raccolti magri, di morie del bestiame, se di tanto in tanto avevano portato, con rispettosa soggezione, obbligazioni da firmare al Padrone e qualche volta s'era dovuta tagliare e vendere qualche fetta di quella pingue proprietà ("solo per poter disporre al momento di danaro liquido") tutto ciò non modificava il tenore di quella opulenza, che pareva avesse fissato stabile dimora tra le mura di casa Colajanni.

I vecchi ricordavano spesso i festini dati all'epoca della loro gioventù e quelli ancor più antichi, splendidi, registrati negli annali della cronaca familiare. Se ne narravano mirabilia per il numero degli invitati, per lo splendore dei gioielli e degli abiti che le signore avevano ordinato a Napoli o addirittura a grandi sartorie fuori del Reame, per il numero delle botticine di vini pregiati e le enormi quantità di cibi e di dolciumi preparati per l'occasione: nei giorni che precedevano la festa, non solo nelle dispense, ma anche su vasti tavoli in molte camere del palazzo, erano approntate ceste di pizzelle e di amaretti, torte di pan di Spagna e creme e, a seconda della ricorrenza, colustre a carnevale, zeppole a s. Giuseppe e scarselle a Pasqua. La durata di tali feste, poi, variava a seconda dell'epoca in cui si svolgevano: se capitavano nei mesi invernali, nel corso di una nevicata, potevano protrarsi per un'intera notte, o una notte un giorno ed un'altra notte quando i cavalieri erano attenti a serrar bene gli scuri delle finestre durante la breve e buia giornata. Il tempo in allegria passava presto. Era ancora inebriante il ricordo delle polche e delle quadriglie danzate al suono delle orchestre chiamate dai paesi vicini!

Così, di ricordo in ricordo, dai racconti, dall'osservanza di usi e consuetudini di cui s'erano perse le motivazioni originarie, dalla cronaca familiare dei Colajanni non si cavavano altre memorie che di dissolutezze e sperperi, specialmente, in occasione di nozze, battesimi e funerali. Anche questi ultimi, infatti, erano un buon pretesto per sfoggiare pompa e innalzare alla famiglia elogi sperticati orali e scritti su grandi tabelle affisse tra nere cortine sul portone del palazzo e sul portale della chiesa. Né minore spreco di danaro si aveva in occasione delle festività di santi dei quali la famiglia si riteneva la rappresentante e mandataria speciale per i loro uffici terreni.

A testimoniare il diritto a tale tenore di vita, che era ritenuto senz'altro naturale, a renderne pubblica ragione, se mai ve ne fosse stato bisogno, non solo c'erano le terre di Puglia, ma era lì il palazzo gentilizio, uno dei più belli del paese, e lo stemma, dipinto sulla volta dell'androne, sugli sportelli della carrozza e scolpito sull'altare di patronato in chiesa. Prove inequivocabili di un antico lignaggio. In verità, sarebbe stata cosa gradita se si fosse potuto dimostrare, carte alla mano, il possesso di un autentico titolo nobiliare, o almeno che i Colajanni erano il ramo cadetto, trapiantato qualche secolo prima in paese, di una delle grandi e nobili casate del Reame. Ciò avrebbe aumentato di gran lunga il loro prestigio nei confronti delle altre famiglie ricche del paese con le quali la gara di ostentazione della maggior ricchezza era, e rimase poi, sempre aperta e pendente. Quel titolo nobiliare avrebbe finalmente sostituito quello generico di "barone" del quale veniva insignito, per popolare decreto, il personaggio principale di quelle famiglie benestanti, con tanto maggior consenso quanto più prepotente, bislacco e sperperatore fosse.

Si dava per certo che i documenti di tale nobile origine dovessero trovarsi nell'archivio di famiglia che, intanto, nei vari ammodernamenti del palazzo era stato relegato in soffitta. Lì giacevano casse e sporte di libri di ogni tipo e formato; pile di volumacci in folio rilegati in pergamena, pasto dei topi nei loro giorni di magra; "carte pecore" intere che tornavano utili ai ragazzi per far colla e palloncini aerostatici in occasione delle sullodate feste, e tanti fasci di "carte vecchie" che nessuno più era in grado di leggere quand'anche gliene fosse venuta la voglia.

Se quei gentiluomini le avessero lette, invece, avrebbero scoperto con quanta fatica, parsimonia ed accortezza quei loro patrimoni erano stati accumulati e con quanta saggezza, poi, amministrati. Avrebbero saputo che quegli antenati, artefici della loro ricchezza, erano in genere agenti o rappresentanti locali dei signori feudali contro i quali avevano dovuto lottare duramente, con ricorsi alla Regia Camera della Sommaria e lunghe cause nei tribunali, per affrancare da gravami e balzelli le loro iniziali proprietà. I processi, le memorie forensi, gli atti notarili, le lettere e i minuti resoconti delle rendite, erano in quei fasci di vecchie carte gettate in soffitta, a loro tempo piegate, legate e riposte con cura; le quali recavano a margine del plico, con parole abbreviate in un occhiello, l'indicazione del contenuto. Avrebbero trovato anche in tondi astucci metallici le lauree di coloro (avvocati, medici, notai) che avevano acquistato quei vecchi e reietti libri, ascendendo così, primi della stirpe, il gradino basilare della scala sociale che è quello della cultura. Fu questa che, in felice unione con il benessere economico, aveva conferito alla famiglia per circa due secoli un'autentica patente di nobiltà che prescindeva dagli smalti araldici. Metterebbe conto studiare le cause della rovina che nell'arco di mezzo secolo, tra la fine del XVIII e il primo quarto del XIX, coinvolse molte delle ricche famiglie di Pescocostanzo, ma questo non è compito nostro.

Qualche spiegazione di quei fatti, tuttavia, ce le daranno, per lo meno per la famiglia Colajanni, Don Ignazio e sua zia Donna Rosina. La quale era rimasta in casa zitella perché la famiglia le aveva impedito il matrimonio con un magistrato di Napoli. Costui l'aveva chiesta in sposa con tanto amore e pari dignità, e proprio perciò del matrimonio non se ne era fatto nulla. Neppure a parlarne, anzi, perché con simile matrimonio si sarebbero scesi alquanti gradini della scala sociale e la famiglia si sarebbe imparentata con un impiegatuccio, un suga-gnostro. Terre al sole ci volevano, e molte, per i pretendenti alle donne della famiglia Colajanni; o almeno un titolo nobiliare autentico, e meglio ancora l'uno e le altre! Sudditi modello del Borbone, che apostrofava pennaruli gli intellettuali del suo regno, i Colajanni estendevano la loro avversione anche al calamaio e all'inchiostro simboli delle attività intellettuali e della cultura acquisita con lo studio, cose superflue, e persino disonorevoli, per possessori di tanta ricchezza!

Ma dobbiamo occuparci delle nozze di Don Croce, che urgono. Nel fervore dei preparativi fu rinnovato l'addobbo delle sale e della cappella che erano al piano nobile del palazzo dove le nozze sarebbero state celebrate; furono rinnovate le vesti della servitù e raddoppiate le luminarie. Ma per quanto sfarzosi si programmassero i festeggiamenti non sembrava che si riuscisse a superare, almeno in originalità, il cerimoniale dei matrimoni avvenuti negli ultimi tempi nelle famiglie degli altri ricchi signori del paese. Prima del giorno delle nozze, però, l'idea nacque! E, affinché l'effetto desiderato fosse raggiunto appieno, si fece sapere alla servitù che per gli spettatori del corteo nuziale era in serbo una ricca sorpresa. Tanto bastò perché si diffondessero in un baleno voci diverse ma tutte ugualmente certe: Le cantine del palazzo ...macché le dispense, sarebbero state aperte al pubblico non appena fosse uscita di casa la carrozza degli sposi! Anzi, sarebbero stati gli stessi sposi a distribuire manciate di monete d'argento...E via di questo passo. Così la folla che solitamente faceva ala ai cortei nuziali dei signori questa volta fu doppia o tripla e s'assiepò ansiosa ai lati del portone, trattenuta a stento dai servitori. Quando, spalancati i battenti, apparve la carrozza degli sposi con un maestoso tiro a quattro, la gente trattenne il fiato stupefatta da tanta magnificenza, ma, soprattutto, per esser pronta ad afferrare l'occasione dell'ignoto, ma certo e ricco dono che stava per ricevere. I cavalli retti dal cocchiere avanzarono al passo finché, poco oltre il portone, non ebbero raggiunto un tratto di strada in salita, con l'acciottolato più che altrove sconnesso. Qui il cocchiere improvvisamente sferzò e incitò con la voce i cavalli; questi, che pareva non attendessero altro, con uno scarto ed uno scatto improvviso partirono di carriera. Dai loro zoccoli schizzarono via, allora, grossi ferri luccicanti d'argento, opportunamente fissati con un solo chiodo, anch'esso d'argento. La folla capì, urlò e s'accapigliò ruzzolando a terra nella contesa del ferro e del chiodo. Così alle nozze di Don Croce fu assicurata fama duratura nella cronaca cittadina e del circondario.

Ma tosto, sugli sposi in viaggio di nozze a Napoli, corsero voci malevole e s'innescò un pettegolìo che coinvolse in breve tutti i benpensanti della cittadina. Si disse che le cose fin dalla prima notte non erano, poi, andate proprio bene tra gli sposi; che un'altra volta, anziché dormire contento accanto alla fresca moglie, Don Croce l'aveva destata nel cuor della notte pretendendo che l'accompagnasse a fare un giro di Napoli in carrozza mentre lui suonava il mandolino e che, al categorico rifiuto di lei, "il gallinaccio –andasse urlando per tutta casa– lo farò accompagnato dal gallinaccio!" In realtà il volatile era l'unico disposto ad accompagnarlo, intendendo forse di diver rendere anche quel servizio al suo padrone prima di finire in brodo. Il cocchiere, infatti, che pure alle stranezze del suo padrone era abituato, in questo caso non si sentì disposto a perdere la faccia nei confronti dei suoi colleghi e a offendere con simili ospiti a bordo l'onore e l'amor proprio della categoria.

Queste cronache richiamarono presto alla memoria dei familiari altre stramberie del giovane Don Croce, considerate fino ad allora scherzi e spiritosaggini, narrate (forse con l'intenzione di mettere sull'avviso i genitori) da Felice che era il suo cameriere e accompagnatore durante i viaggi. Una mattina a Napoli –aveva raccontato Felice– affacciandosi alla finestra della camera dell'albergo dove avevano preso alloggio, Don Croce, avendo visto lì di fronte un barbiere nella sua bottega in attesa di clienti, aveva detto di voler andare a farsi radere. Ma qualche istante dopo Don Croce era tornato in camera contrariato, "Felì –gli aveva detto– il barbiere è scomparso!" "Un po' di pazienza –gli aveva risposto Felice– si sarà allontanato un momento per qualche suo servizio". Ma così dicendo Felice, accostatosi alla finestra, vede che il barbiere era al suo posto; "Don Crò –dice– il barbiere è tornato". "Allora vado" risponde Don Croce e scende in strada per la seconda volta. Un attimo dopo, però, Felice lo vede tornare in camera imprecando: "Persancristo, Felì, il barbiere è scomparso un'altra volta!" Felice rimane perplesso, s'affaccia alla finestra, vede che il barbiere è al suo posto e lo mostra a Don Croce. "Persancristo, è ricomparso ancora!" esclama Don Croce. A Felice s'apre la mente: "Don Cro' –dice– ma quando uscite dall'albergo, girate o no l'angolo della strada? perché questa barbieria non sta di fronte al portone dell'albergo, ma in una strada laterale!" "Persancristo, Felì, hai ragione –ribatte Don Croce– ma questo a me il barbiere non me lo doveva fare! Andrò da un altro barbiere".

Né al ritorno dal viaggio di nozze le cose andarono meglio; le stranezze si succedevano alle stranezze, accessi di furore, talora effetto di abbondanti libagioni, interrompevano la monotonia di uno stato di confusione mentale, e la moglie, che dapprima lo aveva allontanato da sé pur rimanendo in casa, ritenne miglior partito quello di tornarsene dai genitori nel paese vicino.

Capofamiglia, senza consigli, se non di quelli che videro giunto il momento di dar la stretta finale al processo di spoliazione, del resto già ben avviato, del patrimonio dei Colajanni, Don Croce firmò cambiali, obbligazioni, atti di vendita, garanzie, fino a far comparire sull'uscio di casa gli araldi della miseria: creditori che reclamavano danaro, uscieri che pignoravano mobili, periti che stimavano i residui lembi della proprietà. A questo punto Don Ignazio, fratello minore di Don Croce, che come cadetto era stato sempre tenuto fuori da ogni decisione familiare e da qualsiasi programma (se mai in quella famiglia ve ne furono di costruttivi) e che dal canto suo non si era lasciata sfuggire l'occasione d'oro del vivere spensierato offertagli da tale condizione, fu strappato ai suoi passatempi preferiti e costretto a prendere decisioni, in verità, molto superiori alle sue capacità di giudizio. A scuoterlo, più che lo spettro della miseria incombente, furono i consigli decisi della zia Rosina che si preoccupava di lui, il più piccolo dei nipoti ed unico componente della famiglia al quale, tra tanti matti, s'era potuta affezionare. Ora lo vedeva restare "senza arte né parte", come si sarebbe detto se Don Ignazio anziché appartenere ad una famiglia di signori fosse stato uno del popolo; ma, dato il rango che escludeva "l'arte", per lui diremo solo che stava rimanendo del tutto privo di "parte".

Don Ignazio sentiva l'affetto che questa zia nutriva per lui ed era l'unico a comprendere che lo sdegnoso isolamento in cui lei s'era ridotta non era dovuto ad un suo carattere scorbutico né all'età avanzata, come tutti gli altri mostravano di ritenere, ma alla sua impotenza a ricondurre alla ragione il capofamiglia. Infatti, al punto in cui erano le cose, quando Donna Rosina era in presenza di Don Croce, si limitava a sottolinearne la follia pressoché completa con una mimica silenziosa: picchiandosi sulla fronte con un dito e indicando poi il nipote, faceva segno di "no" con l'indice teso; il che valeva un bel dir chiaro che di cervello in quel cranio non ve n'era punto. Stimolato e incitato dalla zia, Don Ignazio s'indusse, alfine, a chiamare un medico; il quale, dopo un breve colloquio con Don Croce, rilasciò la certificazione occorrente perché fosse ricoverato in una clinica di Napoli. Da dove, essendo inefficaci le cure ed insostenibile il loro costo, fu rapidamente trasferito nel manicomio di Aversa e di lui non si seppe più nulla essendo rimasta incerta anche la data della sua morte.

Don Ignazio allora dovette prima di tutto andare in Puglia; da quelle terre ormai da tempo non giungeva più alcuna rendita, ma solo lettere di massari e fattori che chiedevano pagamenti o reclamavano stipendi e rimborsi di somme che dicevano di aver anticipato per conto del padrone o addirittura di avergliele prestate. Né s'erano più visti Nicola (o Nicolacchio, come qualche volta era parso di sentirlo chiamare dai suoi stessi accompagnatori) il fattore capo delle Puglie e i suoi accoliti che nei tempi della spensieratezza portavano rendiconti, carte da firmare e donativi al padrone. L'arrivo di questi personaggi in casa Colajanni era rimasto vivo nel ricordo di Don Ignazio per la novità che rappresentava agli occhi dei piccoli e perché il fattore aveva sempre in serbo per loro qualche piccolo, speciale dono. Ma ciò che più li divertiva era il suo strano dialetto, i differenti nomi che dava agli oggetti di uso domestico, i titoli altisonanti di eccellenza, illustrissimo, eccetera e i profondi inchini che elargiva a tutti i membri della famiglia e anche (i ragazzi ne erano certi) a qualche mobile o drappeggio particolarmente sfarzoso della casa, quando vi passava accanto. Il lessico di quei visitatori, ancor più che di rito o serbato per la circostanza, era formulato ed accozzato al momento per l'emozione e lo stupore che in loro provocava la visione delle ampie specchiere, dei broccati, delle dorature e delle rilucenti cristallerie profuse nelle stanze del palazzo. Probabilmente anche per il rapido calcolo, forse esagerato, che quei rozzi individui, avidi e astuti, facevano mentalmente del valore venale di quegli oggetti.

Al suo arrivo in Puglia, nella principale masseria dei Colajanni, Don Ignazio, sebbene avesse preannunciato con una lettera la sua visita, non ebbe accoglienze cordiali, né successivamente i fatti si svolsero secondo le sue aspettative. Quando il vetturino della carrozza che aveva noleggiato per raggiungere la sua proprietà gli aveva detto che stavano varcando il confine delle terre dei Colajanni, lui aveva notato che i cavalli avevano trottato ancora a lungo prima di condurlo alla meta; fu allora certo che avrebbe avuto ricche rendite da riscuotere da tutto quel ben di Dio, senza considerare, poi, gli arretrati! Rimase quindi a guardare la piatta distesa di stoppie che pareva continuarsi e penetrare nella linea dell'orizzonte indefinita e tremula per l'afa estiva. L'arsura della terra e delle rare, minuscole case che si scorgevano, bianche di calce, era interrotta solo dai rettangoli di oliveto posti dove una piega del terreno creava un lieve pendìo.

Come era diverso il paesaggio da quello del suo paese! Piatto l'uno, quanto sinuoso e accidentato l'altro pel groviglio degli Appennini; d'estate questo brullo, quando quello era verde; e d'inverno, bianchi di neve i suoi monti e verdi di pascoli le Puglie. Tra le due regioni le greggi transumanti a far la spola pei tratturi, a tessere la trama vitale delle pasture e a tener fede al lucroso patto millenario con l'uomo.

Quando giunse alla masseria Don Ignazio notò subito che era molto diversa da come la ricordava per esserci stato una volta da bambino con suo padre: erano state abbattute le vecchie querce che superavano in altezza il fabbricato, c'erano recinti di nuova costruzione, alberi da frutta piantati intorno e piccoli corpi di fabbrica aggiunti che snaturavano l'antico aspetto di fortilizio dell'edificio. Una donna scalza, intenta a dare mangime ai polli, quando vide Don Ignazio scendere dal postale, senza interrompere il suo da fare, gli disse che in casa non c'era nessuno e che Don Nicola sarebbe tornato molto più tardi. Posata poi in terra con malagrazia la sporta che aveva in mano, lo condusse senza dir altro nel grosso vano di sopra. Lì Don Ignazio ricordava che suo padre, seduto su un seggiolone dietro un lungo tavolo, riceveva massari e fittavoli; allora sul tavolo si ammonticchiavano doni che il fattore togliendoli dinanzi al padrone spingeva man mano da una parte e faceva mettere da una donna in alcune ceste. Tavolo e seggiolone c'erano ancora. Don Ignazio sedette allora al posto che aveva occupato il padre, mentre la donna con manifesta riluttanza portava in casa la sua valigia.

L'incontro col fattore, che per Don Ignazio sarebbe rimasto come uno dei suoi più penosi ricordi, avvenne alcune ore dopo. Nicola giunse nel tardo pomeriggio di ritorno da una fiera, a cavallo, seguito da un carro carico di sacchi, masserizie e attrezzi agricoli. La sua voce nasale, che impartiva ordini e istruzioni nel più stretto dialetto pugliese, giungeva alle orecchie di Don Ignazio dalle finestre che davano sull'aia. Poi Nicola salì da lui, lo salutò chiamandolo signorino, gli chiese come stesse in salute, prese una delle sedie che erano appoggiate alle pareti della stanza e si sedette dall'altra parte del tavolo di fronte a lui;si tolse finalmente il cappello di feltro nero, scolorito e unto e lo posò sul tavolo davanti a sé. La figura del fattore era goffa per bassa e massiccia statura con una testa piccola e lineamenti del volto dominati e quasi cancellati da due enormi baffi grigi spioventi che nascondevano le labbra e gran parte del mento. Ma ciò che più di tutto a Don Ignazio dava un senso di disagio, se non di vera e propria angoscia, era l'aver di fronte i suoi occhi piccoli, furbi e sfuggenti e la sua voce sgradevole che non si sapeva di dove uscisse.

Nicola disse chiaro che di rendite da quelle proprietà non era nemmeno il caso di parlare; che, invece... purtroppo... la stessa proprietà non era bastata a pagare tutte le ipoteche di cui era gravata; che se il barone, buon'anima, avesse ascoltato i suoi consigli di trasformazioni e investimenti invece di chiedere sempre, le cose sarebbero andate per un altro verso...Che, insomma, quel che il Signorino vedeva intorno, per evitare che andasse in malora e conservarlo (non alla famiglia Colajanni, ma a sé stesso) lui, Nicola, aveva dovuto metterci tutto il suo e non era bastato e s'era dovuto gravare di pesi, che ora stava sostenendo Dio solo sa con quanti e quali sacrifici!

A Don Ignazio sarebbero occorse altre capacità di giudizio e di critica sia per ribattere quelle affermazioni del fattore che erano manifestamente tendenziose, sia per cogliere il senso e prevenire l'effetto dei giri di parole, delle sentenze e dei proverbi popolari sulla "roba", con i quali Nicola infarciva impietosamente il discorso; che certo s'era preparato da tempo e ora conduceva con grande abilità per giungere a levar di testa a Don Ignazio, una buona volta per sempre, ogni residua idea di rendita e, addirittura, di proprietà. Frastornato del suo, stanco del viaggio e dell'attesa, contrariato dalle novità che neppur lontanamente immaginava così crude quando era partito alla volta delle Puglie (tanto in famiglia si era lontani dalla percezione della realtà) il malcapitato intese bene, tuttavia, non solo che quelle terre non appartenevano più alla sua famiglia, ma che, se il posto e la seggiola che occupava si confacevano al ruolo di padrone, beh!.. quel posto era di Nicola, anzi di Don Nicola come pareva che ora tutti lo chiamassero. Costui poi, fino a che non fu certo che Don Ignazio aveva ben compreso la situazione quale era nella realtà che gli aveva ammannito, assunse sempre più il contegno di un uomo d'affari che ha molti pensieri e preoccupazioni e poco tempo, e quel poco deve dedicarlo completamente a tali affari e non sciuparlo per cose che non lo riguardino direttamente. Sicché, se mai all'inizio dell'incontro nell'atteggiamento di Nicola v'erano state tracce dell'antico rapporto di dipendenza, esse erano in ultimo completamente scomparse man mano che andava illustrando il panorama dei suoi molteplici e gravosi impegni.

Don Ignazio a questo punto si alzò dal seggiolone, chiese informazioni per il ritorno in Abruzzo e, poiché riteneva proprio di poterne aver bisogno, chiese anche a Nicola una piccola somma di danaro per il viaggio. Sarebbe stata computata, poi, nel più grande e generale conto del dare e dell'avere. Don Nicola per quest'ultima richiesta si mostrò in certa ristrettezza di danaro liquido; comunque disse che in qualche modo avrebbe provveduto. Pel resto mutò registro e non intese sottrarsi agli elementari doveri dell'ospitalità finché il signorino non fu ripartito.

Non molto tempo dopo la rovina raggiunse più da vicino la famiglia Colajanni: carrozza, cavalli, quadri, mobili, scuderie, fienili e lo stesso palazzo, furono venduti all'asta e per poco prezzo (e lo sfacelo mostrò ancora una volta la vastità e la ricchezza di quel patrimonio, come un cumulo di rovine dà idea della mole dell'edificio crollato). Don Ignazio non credeva ai suoi occhi né alle sue orecchie; confuso, istupidito (più del solito, vorremmo aggiungere) si andava chiedendo, nel generale coro di querimonie, che ne fosse di quella che lui e gli altri del suo rango ritenevano una sorta di legge di natura: quella che sanciva il diritto all'agiatezza e all'ozio per chi, come lui, era nato signore. Legge per la quale, nell'ordinamento dell'umana società creato da Dio (e qui si giungeva ad invocare la Sua volontà) dovevano esservi accanto ai signori, i poveri e coloro che per sopperire ai propri bisogni dovevano piegarsi al duro lavoro. Ritenne allora, tra il consenso unanime e ipocrita di quanti lo circondavano, che si stava compiendo un destino già scritto ed ineluttabile; un fato avverso che faceva strumento di sé uomini malvagi e ladri e gente da sempre invidiosa della ricchezza e della fortuna della sua famiglia. Assunse, quindi, con amara ma dignitosa rassegnazione il ruolo del "nobile decaduto"; figura che in quei tempi s'andava diffondendo ed acquisiva perciò una sorta di propria fisionomia sociale.

Don Ignazio sebbene non fosse molto avanti negli anni, appariva precocemente invecchiato anche per la mancanza di quanto la cura minuziosa della persona e l'abbigliamento elegante di solito aggiungono, migliorandola, a una scialba figura, ma non fu mai trasandato. I suoi modi erano signorili, pur se la sua istruzione era andata ben poco oltre quella elementare, salvo che per quel poco appreso durante l'adolescenza e la gioventù da letture sporadiche e disordinate. Queste concernevano soprattutto nozioni di ingegneria navale da quando aveva avuto notizia, non sapremmo dire per quale via, degli esperimenti di navigazione sottomarina e della costruzione del Nautilus avvenuta in Francia tra la fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento.

Grazie ad un minuscolo lascito della zia Rosina, Don Ignazio poteva disporre di una casipola e di un misero vitalizio sufficiente appena per un piatto di minestra: tanta e non di più era la fetta di proprietà che spettava alle femmine in casa dei Colajanni. In tale ambiente, nella solitudine, provò sensazioni nuove e sentì come stringerglisi intorno il piccolo mondo domestico (la casipola constava di un vano al pianterreno e di un unico vano con il camino al primo piano, al quale si accedeva da una scala esterna a ballatoio). Presero contorni definiti e nuovi persone e cose che pur gli erano note da tempo: la spazzola per abiti, suo unico oggetto personale salvato dal naufragio che avesse un qualche valore per il massiccio dorso d'argento, il piccolo caldaio in cui scaldava l'acqua, la conca, il mestolo, ebbero un'importanza ed una collocazione nella sua vita mai immaginate prima. Alla donna che gli portava il parco vitto (il piatto di "minestra calda", qualche uovo, una ciotolina di latte) s'accorse di rivolgere un'attenzione ed un sorriso che mai nei tempi andati aveva avuto per alcuno. Man mano che passava il tempo e lo scambio quotidiano sulla porta di casa della scodella vuota con quella piena scandiva le giornate di Don Ignazio, gli interrogativi sui vari aspetti della sua disgrazia, le soluzioni migliori che retrospettivamente immaginava per problemi ormai malamente risolti, andavano occupando sempre meno i suoi pensieri. Gli balenava talvolta il ricordo degli sconfinati panorami di Puglia e delle sue arse terre, riassorbite e svanite per sempre nella caliginosa, rovente linea di quegli orizzonti lontani. I diritti di nascita e di casta cominciavano a mostrarglisi del tutto privi di un loro valore effettuale, di una intrinseca consistenza, quando non fossero sostenuti dal danaro. Non così l'orgoglio delle sue origini signorili. Per troppo tempo se ne era nutrito e a volte pareva gli ribollisse dentro; allora gonfiando d'aria il petto ed ergendosi nella persona "sono un signore", ripeteva a sé stesso; quasi che, così facendo, ristabilisse pur dalla sua umile condizione, una distanza sociale non più esistente nei fatti.

La vita di Don Ignazio fu ancora lunga, come la durata del suo "abito da passeggio" per i rammendi fini e sapienti che vi faceva; delle sue scarpe, sempre lustre del nerofumo raschiato al camino; del colore biondo cenere dei suoi capelli curato con tintura ai malli di noci e dei suoi misteriosi lavori nel vano terraneo della casipola, di dove venivano sovente rumori di lamiere battute e ribattute. Don Ignazio vide estinguersi altre famiglie di signori nella cittadina, con parabole che ripetevano quella dei Colajanni. Egli però era stato meno sfortunato dei superstiti di tali famiglie, i quali nella maggior parte dei casi dovettero essere accolti nella casa comunale dei poveri, dove in due grossi vani numerosi giacigli erano allineati contro le pareti e ciascun mendìco aveva il suo minuscolo focolare, tra due sassi, sotto la cappa di un unico grande camino. Ciò che più sollevava lo spirito di Don Ignazio, era il fatto di aver conservato, pur nelle sue misere condizioni, quello che considerava il privilegio irrinunciabile della sua casta: vivere senza lavorare e senza chiedere l'elemosina. Quando negli ultimi anni, scambiando con minor riserbo chiacchiere e convenevoli col vicinato, apprendeva le novità del luogo, le notizie sui nuovi ricchi e sulla costituzione di patrimoni fatti con l'esercizio delle arti liberali o col commercio e lo spirito d'impresa, rimaneva dubbioso e perplesso. Rientrato in casa sia d'estate che d'inverno sedeva accanto al camino; caricata e accesa la pipa fumava con rare boccate tornando col pensiero ai momenti felici e fastosi della sua giovinezza, alla pompa dei ricevimenti, al rispetto puntiglioso della forma secondo i gusti dell'epoca. Considerava che tutto ciò sarebbe rimasto per sempre ignoto ed estraneo ai nuovi ricchi, i quali all'occasione sarebbero apparsi impacciati e ridicoli nel nuovo ruolo sociale e sorrideva di genuina commiserazione per loro. Spenta la pipa la puliva con cura, scalzava il tabacco bruciato dal fornello e lo vuotava picchiando lievemente su una mensola che gli era accanto. Rimaneva, poi, con le braccia conserte e la pipa spenta in mano, a seguire il filo dei suoi pensieri. A questi il tempo aveva conferito una patina di pacatezza, forse di indifferenza e tra gli altri aveva insinuato, naturale, l'idea della morte. Che Don Ignazio più volte immaginò nei particolari esteriori, vista e commentata dalle uniche persone che l'avrebbero notata: le comari del vicinato che per due o tre giorni ne avrebbero fatto argomento del loro cicalìo. Le immaginò alla porta che picchiavano e lui, morto, recchie rifredde come si diceva in paese, che non rispondeva. Toc-toc "Don Ignazio! Don Ignazio la minestra!" e Don Ignazio Colajanni, recchie rifredde, non risponde. Vociare di persone che si consultano, ciarr, ciarr,...Colpi più forti all'uscio..."Don Ignazio, Don Ignazio!..." Poi la decisione di entrare comunque in casa: "Può star male... macché, sarà morto!" Ciarr...ciarr...

Infine l'entrata in casa dalla finestra: "E' morto, è morto Don Ignazio!" E la stura ai commenti e ai pettegolezzi delle comari, entrate finalmente dalla porta spalancata dal di dentro, alla scoperta del suo piccolo, misero mondo privato, custodito gelosamente per tanti anni: "Uh, quante cogne d'ova!...Quante scalzature di pipa! –Ciarr e ciarr; quelle ciaraffe di femmine non terranno un momento la lingua ferma– Quanta cenere nel camino, uh!...–Ciarr e ciarr... E Don Ignazio Colajanni recchie rifredde!–"

Così proprio accadde. E quando fu aperto il vano a pianterreno, vi si rinvenne un grande scafo fatto di lamiere, bandoni e tubi, dalla forma di un grosso uovo in cui un uomo poteva entrare e chiudervisi: era la ricostruzione del Nautilus pensata da Don Ignazio. Per liberare il vano si dovette fare a pezzi questo progenitore del sottomarino.

DON DONATO

 

La ventata rivoluzionaria del milleottocentoquarantotto, come già quella del ventuno, aveva coinvolto vari cittadini di Pescocostanzo. Di alcuni per la partecipazione attiva che ebbero a quei moti si fa menzione nei libri di storia patria. E' solo l'umile cronaca orale, però, a narrare le vicende di quei galantuomini che gli stessi eventi chiamarono in una sorta di appello togliendoli, loro malgrado, alla quiete delle occupazioni domestiche. La storia, infatti, quella con la esse maiuscola, suol relegare questi uomini nell'oblio per dedicare tutte intere le sue pagine all'agiografia dei re e degli eroi, ai nomi dei trattati e delle battaglie.

Così, frugando nella memoria delle voci e delle narrazioni udite, troviamo don Donato che alla vigilia delle festività natalizie di quell'anno si arrovella alla ricerca di una soluzione per un suo personale problema quarantottesco. Don Donato è un prete, né primo né ultimo a comparire in questi racconti; sarà opportuno perciò dir subito che nei secoli scorsi di preti in Pescocostanzo se ne contarono anche trenta, quasi tutti canonici col loro stallo in chiesa, detta perciò Collegiata, e che di chiese nella cittadina, per le sue duemila anime (ché mai furono di più) ve ne erano una dozzina, quasi tutte esistenti e officiate ancora oggi. Non sarà fuor di luogo far cenno anche di quel Reverendissimo Capitolo di Canonici che teneva alto il suo prestigio con la dottrina di molti suoi componenti e con il rigoroso, puntiglioso rispetto degli antichi riti e tradizioni cui erano improntati gli uffici religiosi.

Giungono fino a noi, seppur sbiadite, le immagini del fasto di quelle cerimonie: nelle processioni i canonici sfilano in cappamagna, d'inverno con la mozzetta di bianco ermellino e d'estate con quella di seta color viola. Quando le processioni si svolgono all'interno della Collegiata, nei vespri solenni delle festività, al lume di mille candele, tra due siepi di fedeli, pare si sia animato il quadro di un pittore barocco napoletano: il Rettore del Capitolo e i diaconi che lo affiancano, paludati negli antichi piviali ricamati con fili d'oro e d'argento, portano sotto il drappo del baldacchino il Santissimo nell'ostensorio, quello grande che pare un sole. Volute di fumo odoroso d'incenso s'alzano dai turiboli tra i grandi archi verso i soffitti aurei delle navate. Echeggiano robuste le note dell'organo, al quale sono annessi tutti gli strumenti di un'orchestra (tamburo, grancassa, piatti) che l'organista aziona quando vuol spingere all'acme e rendere compiuto il fervore religioso del consesso. Il Te Deum, col canto amebeo delle strofe tra le voci femminili e quelle virili, pare una strenua gara di fede tra i due gruppi di cantori e mai si può cogliere sui volti più schietta e profonda espressione di fede. Così le cerimonie della Settimana Santa: il Passio cantato dai Canonici con gli assolo in basso profondo di don Gregorio che fa il Cristo: "Quem quaeritis?..." e le voci in contralto della turba: "Crucifige, crucifige eum...". Tutti i fedeli sono lì, poi, ad aspettare che don Pietro faccia il gallo: "Gallus cantavit chichirrichiii!..." Che pure il chicchirichì interpolato da quel canonico nel Vangelo pare detto in latino! C'è, poi, il sepolcro con gli 'stutafferro' (così il popolo chiama i due giovanotti che indossano un'armatura medievale, con elmo chiuso e piumato) che vogliono rappresentare le guardie messe da Pilato attorno al sepolcro di Cristo: quando Cristo risorge cadono a terra come folgorati. La gente viene dai paesi vicini ad assistere a questa sacra rappresentazione e, quando i due armigeri rovinano a terra con fragore di ferraglia, un brivido di spavento corre tra le donnette che pregano e contemplano l'austero sepolcro. Buffa e tipica è l'esclamazione dialettale di sbigottimento delle donne di Rivisondoli: "Naire, naire ru muarracine!" Ripresa poi dai giovanotti che le attendono all'uscita dalla chiesa.

Di questo Reverendissimo Capitolo faceva parte don Donato. Ma al contrario di altri due suoi fratelli maggiori, pure canonici, che avevano meritata fama di grande dottrina e tenevano lezioni di teologia e di filosofia, lui il latino lo aveva sempre digerito male e così pure le altre materie che in seminario avevano tentato di fargli apprendere. Prete era diventato per volontà dei genitori e perché, l'abbiamo già detto in altra occasione, quello era l'interesse della famiglia. L'autorità e forse qualche "raccomandazione" dei dotti fratelli gli avevano ridotto le difficoltà degli studi in Seminario; poi, col tempo, era anche diventato canonico. Ma il suo temperamento sanguigno, il fisico robusto, il senso pratico della vita, i suoi modi spicci ed energici, lo spingevano più che alla preghiera e alla meditazione, a coltivare passioni ed interessi terreni e primo fra tutti il sentimento dell'amicizia e del vincolo familiare; che poi nell'età anziana si manifestò come tenero affetto per i nipoti, visto che a lui moglie e figli erano stati negati.

Per tali motivi, avvalendosi anche di quella sorta di protezione che il prestigio dei fratelli gli assicurava, ogni volta che era possibile marinava –oseremmo dire– le più lunghe e impegnative funzioni religiose. A cavallo, fucile ad armacollo, sorvegliava i lavori agricoli dell'azienda familiare e andava a caccia. Gli accadde così, una volta, di essere colto in fallo dallo stesso Padre Abate che era andato in paese per la consueta visita pastorale. Don Donato aveva fatto giustificare la sua assenza tra il clero che aveva accolto il vescovo e aveva celebrato con lui in chiesa le solenni funzioni della circostanza, adducendo a motivo una sua lieve indisposizione (ché invece aveva la trebbiatura in corso e doveva sorvegliarne l'andamento). L'Abate, però, colse don Donato in faccende durante la passeggiata che faceva per digerire il lauto pranzo che il Capitolo gli aveva offerto al termine delle funzioni religiose. Il canonico era presso un carro dal quale due garzoni scaricavano dei sacchi di grano: ne portava il conto su un suo taccuino e, tra un viaggio e l'altro degli operai, esaminava con l'occhio del padrone il paio di buoi aggiogato al carro, suo recente acquisto alla fiera dell'Annunziata. L'Abate ritenne di non potersi esimere dal fare una paternale a quell'indisciplinato prete e gli si avvicinò con fare deciso. Ma don Donato, come se lo vide avanti lo prevenne e, dopo aver baciato l'anello pastorale con un rapido inchino: "Padr'Abate –disse allargando le braccia– quando non oremus, aramus!"

Don Donato, dunque, all'approssimarsi delle funzioni religiose del Natale del 1848 era in preda all'angoscia. Quando s'era sparsa in paese la voce di imminenti indagini poliziesche e di perquisizioni per la repressione delle cospirazioni e dei moti rivoluzionari di quell'anno, alcuni amici liberali s'erano rivolti a lui perché li aiutasse a cavarsi d'impiccio. Loro s'erano preparati a partecipare all'insurrezione e perciò si erano muniti di armi e di un barile di polvere, ma l'andamento delle cose aveva preso una diversa piega e la notizia delle perquisizioni ora li aveva colti di sorpresa. Erano riusciti a nascondere le armi e i documenti, ma non sapevano proprio dove mettere un barile di polvere, che però, volevano conservare ad ogni costo. Forse lui poteva aiutarli!

Anche in quella circostanza don Donato non smentì la fama della sua generosità. Tranquillizzò gli amici in ansia e disse che avrebbe pur trovato il modo di dargli una mano. Intanto loro dovevano portare nottetempo in casa sua il barile. Il nascondiglio lo aveva già in mente: nel coro della chiesa del Suffragio, attigua alla sua abitazione, sotto lo stallo del Priore della Confraternita di S. Maria, c'era un ripostiglio che ben pochi potevano conoscere, lì avrebbe potuto nasconderlo e star tranquillo per tutto il tempo delle perquisizioni. Altra scelta non l'aveva per dare tempestivo e valido aiuto ai suoi amici. Così poi aveva fatto. Ma all'approssimarsi delle festività natalizie, seguite in breve volgere di tempo dalle funzioni delle Quarantòre, il barile era ancora lì. Era cessato il timore delle perquisizioni, da quei giorni era trascorso molto tempo, ma nessuno gli aveva più detto di volerselo riprendere. Quelli che personalmente s'erano rivolti a lui per chiedergli aiuto non erano in paese e, a quel che gli era stato detto, ne sarebbero rimasti fuori a lungo; ad altre persone pure coinvolte in quella faccenda, don Donato non riteneva prudente e opportuno parlarne, sicché, come era stato solo nel mettersi nei pasticci, così ora da solo doveva tirarsene fuori. Ciò che più di tutto lo rendeva inquieto era il pensiero della lunga permanenza dei confratelli negli stalli del coro durante le salmodìe che in quella chiesa si svolgono in tali ricorrenze e della luminaria di candele che s'accendeva alla sera. C'era ben ragione di temere che qualche candela potesse diventare la miccia di quel barile di polvere. "Allora addio Priore, confratelli e chiesa!" si andava ripetendo mentre rimuginava in che modo avrebbe potuto disfarsi del barile quando l'avesse tolto dal nascondiglio. Meditò e rimeditò ogni possibile soluzione; la migliore, dopo tanto rovello, gli parve quella di andarlo a gettare in un fosso ai margini dell'abitato che assolveva le funzioni di pubblico immondezzaio. Lì lo avrebbe ricoperto la neve che già da qualche giorno cadeva abbondantemente. Al disgelo, a primavera, la polvere sarebbe stata bell'e dissolta. Portare il barile in spalla per tre o quattrocento metri, ché tanto distava quel luogo dalla chiesa, non era per don Donato gran fatica; si sarebbe tolto così definitivamente il pensiero, e quale pensiero!

A notte fonda, mentre il paese era dominio solo del gelo e della tormenta, certo di non incontrare nessuno per strada, don Donato, barile in spalla, esce furtivo dal portone della chiesa. Doveva scendere la gradinata sulla quale essa prospetta, attraversare il sagrato che ha l'antico nome di "Largo Avanti La Chiesa" e che ora tutti dicono "Capocroce", quindi, dopo un altro breve tratto di strada, avrebbe raggiunto la meta. Ma il peso di quel fardello, il ghiaccio incrostato sui gradini, le raffiche di vento congiurano tutt'insieme ai suoi danni e don Donato al primo gradino della rampa scivola e con una giravolta su se stesso cade a terra. Il barile, come lanciato apposta, viene proiettato lontano e picchiando e rimbalzando di gradino in gradino con rumore sempre più fesso si schianta sul sagrato spargendo la polvere a terra. A don Donato si gela il sangue; l'istinto della fuga e il panico soverchiano il dolore acuto dell'urto improvviso e violento contro gli spigoli; si rialza da terra e corre a chiudersi in casa tremando dalla paura. Passa il resto della notte a pregare e a invocare il buon Dio che mandi giù la più abbondante delle nevicate che a memoria d'uomo si ricordi.

Intanto Agatuccia di Benilda, la fornaia, già al lavoro da tempo, era in giro nella notte a "dar l'ammassata". Essa, infatti, dopo aver acceso il forno e calcolato l'ora in cui sarebbe stato a punto per la cottura del pane, si recava di casa in casa ad avvisare quelli che si erano prenotati perché ne iniziassero l'impasto. Nelle notti buie la buona donna si rischiarava la strada agitando un tizzo ardente tolto dal forno. Così, non molto tempo dopo l'infortunio occorso a don Donato, la donna, stretta nello scialle, attraversa il "Largo Avanti la Chiesa" e scorge nel candore della neve la macchia scura della polvere sparsa a terra: "Ecco il mantello caduto al solito ubriacone nottambulo!" pensa e, per discernere meglio, avvicina il tizzo alla macchia scura. La vampa è istantanea, il buio diventa luce accecante che avvolge e bruciacchia la donna. L'urlo che le esce dal petto si ripete ancor più alto ed acuto quando quella, parendogli di sentire odore di zolfo, pensa che fosse stato il diavolo in persona a tenderle quel tremendo agguato. Così, urlando e segnandosi, corre anche lei a rinchiudersi in bottega.

La neve che già era in terra e quella caduta sulla polvere dopo la rottura del barile le avevano salvato la vita; quella che poi cadde ancora per le preghiere del canonico, mai così fervide, coprendo tutto salvò la sua buona pace.

Don Donato ebbe notizia, poi, come tutti in paese, della visita notturna del diavolo e ne fece oggetto alla messa della domenica successiva di una delle sue rare e brevi prediche: fossero tutti più pii e buoni, ché, come avevano potuto ben udire, il diavolo teneva loro addosso i suoi occhi porcini.

RISORGIMENTO

 

L'avvocato si accomiatò da Don Giuseppe Andrea, suo facoltoso e affezionato cliente, e tornò a sedersi alla scrivania; mentre riuniva in un fascicolo le carte che aveva esaminato con lui, risuonarono per le scale e nell'androne i latrati dei due spocchiosi alani di quel signore, segno dell'ultimo proditorio attacco mosso contro di loro dal gatto di casa. Legò con un nastro il fascicolo e prese da un cassetto la borsa da tabacco che Giuditta aveva ricamato per lui. Non attendeva la visita di altre persone per quel giorno e, caricando la pipa, volse il pensiero ai preparativi delle sue nozze. Le avevano fissate per l'autunno, ormai prossimo, di quell'anno 1849. In quel momento bussarono, con insolita energia, alla porta dello studio. "Avanti!" ordinò, ma non aveva ancora pronunciato la parola che già nella stanza era entrato Bastone, il suo uomo di fiducia. "Cosa c'è? –disse scrutandolo– ti sei sbrigato presto oggi a Sulmona!".

"Gnorsì, avvocato! –confermò Bastone ansante– perché al Tribunale ho incontrato quel giudice amico vostro...il cavalier Alippio, che mi ha chiamato, si è fatto da parte con me e mi ha dato per voi un biglietto urgente, riservato...–nel dir così Bastone s'andava frugando sotto la camicia– E ha detto che dopo che lo avete letto, Vossignoria lo dev'abbruciare!..." Dalla camicia di Bastone venne fuori allora un piccolo plico, fermato con un minuscolo sigillo di ceralacca, che l'avvocato prese e aprì subito. Bastone lo vide abbuiarsi in volto, alzarsi di scatto dalla sedia e uscire lesto dalla stanza chiamando: "Francesco, don Francesco!...mio fratello dov'è?"

Trovò il canonico di sopra nella sua stanza; presso il balcone, alla luce incerta del tramonto, stava sfogliando un libro che non gli parve il breviario. "Tieni, leggi! –proruppe– che hai fatto? perché mi arriva questo biglietto?"

Il canonico posò il libro su un tavolo, prese il foglio che il fratello gli tendeva, s'avvicinò al lume che era sullo scrittoio e lesse: "Indagini su F. Possibile arresto".

"Perché queste indagini? che hai fatto per provocarle? che farai ora?" cominciò a incalzare l'avvocato.

"Domattina presto partirò per gli esercizi spirituali. Ne ho già avvisato il Rettore del Capitolo." Rispose il canonico, ostentando la tranquillità di chi ha già la soluzione di un difficile problema.

"Ma ti troveranno...dimmi piuttosto che cosa è successo!"

Il canonico allora, abbassando il tono di voce, con un fare circospetto che al fratello risultò nuovo nel suo contegno e ancor più allarmante di tutto quel che gli stava accadendo intorno, disse: "Io non andrò per questi esercizi né a Montecassino, né negli altri luoghi soliti... Andrò invece a Popoli, dai parenti Zecca; lì hanno la possibilità di tenermi nascosto!" Poi, alle altre insistenti domande del fratello, il canonico rispose cercando soprattutto di calmarne l'evidente stato di ansia al fondo del quale scorgeva il grande affetto che li univa. Tentò di rassicurarlo dicendogli che poteva esser certo che lui non aveva mai fatto del male ad alcuno (e questo poteva giurarglielo) che forse in tutta la faccenda c'era qualche errore, qualche malinteso. Infine disse che l'arresto non era ancora avvenuto e non era poi certo, anche se erano tempi nei quali la polizia ne faceva uso largo e disinvolto.

"In ogni caso –concluse– il fatto riguarda solo me e io sono pur sempre un sacerdote!"

L'avvocato, per nulla rassicurato da quelle parole, insisteva per conoscere i particolari della vicenda. "Se tu parti, per gli esercizi o no –disse– non potremo certo comunicare tra noi con facilità, e io, ignorando fatti e circostanze precise, ben poco potrò fare in tua difesa!"

Don Francesco allora, come avesse d'un tratto mutato parere, "Beh sì!.. –ammise– non si può trattare di altro che di qualcosa in rapporto con i miei sentimenti liberali, anche se sono sicuro che non sono trapelati fuori dalla cerchia delle mie amicizie, nella quale entrano solo persone intime e fidate. Il motivo di queste indagini –aggiunse dopo una lieve esitazione– deve essere il fatto della benedizione..."

"Cioè?"

"E' successo qualche settimana addietro, mentre eri a Napoli per le udienze delle tue cause; ma già in paese non se ne parla più..."

"Ma di quale benedizione si tratta?"

"Io –riprese il canonico– m'ero lasciato crescere i baffi e il pizzo alla Vittorio Emanuele, come ora si dice, e così senza neppure farlo proprio apposta, ho impartito la benedizione serale nel mio giorno di turno; che poi è capitato di domenica, con la chiesa gremita".

"I baffi alla Vittorio Emanuele! E ti pare poco? non sapevi forse che i Borboni fanno da tempo la guerra ai peli?"

L'avvocato non voleva credere alle sue orecchie. Ma ora gli si era aperta la mente; il tenue filo di speranza della estraneità di suo fratello al movente di quelle indagini si era spezzato, e vedeva d'un tratto, reale, chiaro, imminente il pericolo: l'arresto del fratello e il coinvolgimento di tutta la famiglia nei sospetti polizieschi. Si sentì improvvisamente nelle vesti scomode del perseguitato politico proprio alla vigilia delle nozze. Fu sul punto di esplodere in un aspro rimprovero per la sconsideratezza di cui aveva dato prova il fratello, a lui maggiore di età e per di più sacerdote, nel palesare così imprudentemente i suoi sentimenti politici, ma si trattenne: una lite tra loro in quel momento avrebbe potuto spingere suo fratello ad azioni avventate. Lui, a quel punto, doveva cercare di conoscerne a fondo i propositi per l'immediato futuro; cercare di ragionarci con calma, almeno con quella calma che sarebbe riuscito a imporsi in quel frangente; indurlo a più meditato consiglio! Prese tempo, perciò, dicendo che a quel punto urgeva dare disposizioni perché fosse pronto il cavallo per il viaggio del mattino successivo e che sarebbe andato lui a provvedervi prima che si facesse troppo tardi. S'avviò per uscire dalla stanza; sulla porta però, come preso da un ribollire improvviso di una collera repressa, proruppe: "Ma non ti bastava il ricordo dei guai del '21?" poi, come se un nuovo pensiero gli si fosse fatto strada nella mente in quell'istante, esclamò: "Ora stai a vedere se non verrà fuori qualche strascico anche di quella vecchia storia!" Chiuse dietro di sé la porta e si allontanò.

* * *

L'avvocato si riferiva alle vicende, anch'esse accompagnate da patemi d'animo e da ansie, occorse alla sua famiglia nel 1821 quando il padre, Don Giancarlo, nella veste di pubblico amministratore, aveva dovuto provvedere a ché si risolvesse con i minori danni possibili per la cittadinanza l'indagine poliziesca che un distaccamento di gendarmi austriaci doveva compiere in paese. Don Giancarlo, uomo di buon senso e di buona cultura, considerò che i tedeschi (così allora venivano comunemente chiamati anche gli austriaci) in quel caso non agivano per proprio conto, ma pel Borbone spergiuro a Lubiana, come a dire in conto terzi. Pensò, dunque, che se si fossero potuti evitare incidenti di rilievo durante la permanenza di quei militari in paese, alla fine non si sarebbero lamentati grossi danni. Curò quindi che la municipalità adempisse a tutti gli obblighi formali che le circostanze imponevano; stabilì gli alloggi della truppa evitando che fossero in prossimità delle case di donne sole o di famiglie particolarmente indifese e decise poi di tenere gli ufficiali austriaci in casa propria. Avrebbe potuto così rilevare per tempo i loro umori e, se possibile, orientarli verso il sereno.

In tale circostanza ritenne norma di elementare prudenza quella di sbarazzarsi delle armi che erano in casa e gettò le sue pistole da arcione nel pozzo che era nella corte del suo palazzo. Avvisò poi con circospezione gli amici dell'indagine imminente, soprattutto coloro che avevano fama di essere carbonari. Venne allora a conoscenza di fatti che forse neppure immaginava: costoro, avendo stabilito contatti con cospiratori di altri paesi e città vicine, tenevano elenchi di affiliati, cifrari, formule e altri documenti della loro attività segreta; tutte "carte", come essi le chiamavano, che dovevano essere assolutamente conservate con cura e, naturalmente, sottratte alle perquisizioni; ché, se la polizia avesse messo le mani su quel materiale, alcuni concittadini sarebbero finiti nelle galere napoletane e qualcuno addirittura sulla forca. A questo punto, col tempo che urgeva, Don Giancarlo pensò di agire da solo e, per trarsi d'impaccio e salvare i congiurati, ritenne miglior partito quello di nascondere lui stesso i fascicoli delle "carte". Prima dell'arrivo degli austriaci in casa sua, tolse il piano di uno dei gradini della scala che conduceva proprio all'appartamento destinato ad alloggio degli ufficiali, nascose le carte dei carbonari nel vuoto del gradino e rimise a posto il piano.

I tedeschi vennero, effettuarono indagini e perquisizioni dappertutto, ma non trovarono nulla che destasse i loro sospetti. Don Giancarlo e i suoi familiari pur durando fatica, riuscirono a dissimulare la loro apprensione nel vedere ogni giorno gli ufficiali salire e scendere sulle prove della congiura che avrebbero dovuto scoprire. La prima ispezione della giornata, comunque, quegli ufficiali la compivano nella cantina di Don Giancarlo dove avevano scoperto una botte di buon vino e il lardo di cui erano ghiottissimi. Sguainate le sciabole, ne tagliavano grosse fette dai pezzi appesi ai ganci per la stagionatura e così le mangiavano, accompagnando i bocconi con lunghe sorsate del vino spillato, passandosi il boccale.

Quando i tedeschi ripartirono, il lardo dei quattro maiali ammazzati quell'inverno per le provviste di famiglia era finito e la botte, percossa, risuonò vuota. Scampato il pericolo l'attività dei carbonari, però, non riprese come prima; quel che allora più urgeva, ché s'era ancora a capo dell'inverno, era di ricostituire le provviste. La soldataglia affamata e ladra, non solo in casa di Don Giancarlo, ma in tutto il paese aveva fatto man bassa del ben di Dio trovato nelle dispense e, forse, se ne era andata al buon viaggio solo quando queste erano state vuotate. Trascorse così del tempo, anzi a dire il vero trascorsero degli anni, e alle carte celate nel gradino di Don Giancarlo non pensò più nessuno. Queste antiche vicende, accadute quando il canonico e suo fratello erano fanciulli, si erano poi narrate le mille volte in famiglia; talora come nota di colore della cronaca domestica per quelle uniformi che ora sembravano ridicole, per le parole e i nomi stranieri che i bambini avevano orecchiato, interpretato e ripetuto a modo loro; ma più spesso il racconto aveva avuto accenti di dolore e di sgomento e, a chi narrava, pareva di udire ancora il tintinnio delle sciabole e il tonfo di quei passi pesanti e stranieri in casa propria.

Il ricordo di quegli eventi era stato fatto dall'avvocato al fratello per il significato, che sempre s'era colto nel tono della narrazione familiare, di ammaestramento ad essere più prudenti e avveduti in futuro nello scansare simili pericoli. Quel ricordo, invece, mostrò –come accade sempre per ogni memoria di eventi passati– la sua ambivalenza e la contraddittorietà delle possibili interpretazioni e dei giudizi che se ne possono trarre quando si voglia cavare dai ricordi un esempio, una lezione di vita, o se ne voglia fare sostegno di una specifica tesi. Il canonico, infatti, ritenne quella l'occasione giusta per esprimere il suo punto di vista e le sue convinzioni politiche, a cominciare proprio da quegli antichi eventi. Sicché, quando il fratello tornò a dirgli che il cavallo sarebbe stato pronto per il mattino successivo, prima ancora che suonasse il mattutino, ringraziatolo in modo spiccio dell'interessamento, come se cedesse ad un impeto interiore, proruppe dicendo:

"Se per l'innanzi ho lasciato ripetere la storia dei fatti del '21 come quella di un guaio capitato tra capo e collo a nostro padre è stato solo perché non avevo voglia, o non m'era parso opportuno, attaccare discussioni e battibecchi in famiglia su cose passate da tempo e per rispetto a nostra madre. Ora però tu devi sapere che io intendo appunto seguire l'esempio di nostro padre che fu attivo e partecipe degli eventi politici di quel tempo. I rischi ai quali espose sé e la sua famiglia, da uomo avveduto quale notoriamente era, doveva certamente averli ben valutati e tuttavia accettati!"

"Ma quei guai nostro padre non era andati a cercarseli di proposito!" lo interruppe l'avvocato, tentando di frenare l'entusiasmo che stava scoprendo in suo fratello. Il canonico, come non lo avesse udito, continuò con ironia:

"E se quei moti fallirono è proprio perché c'è troppa gente ad aver paura o, che mi sembra peggio, troppi individui eccessivamente cauti e inerti di fronte a qualsiasi avvenimento che sia appena fuori dell'ordinario, specie se di natura politica!"

Prima che l'avvocato avesse tempo di rispondergli una domestica avvisò che la cena era pronta e che la signora madre era già seduta a tavola. I fratelli si recarono allora senza più discutere nella sala da pranzo. Qui, dopo aver salutato la madre e preso conto delle sue condizioni di salute, che negli ultimi tempi erano parse meno buone, il canonico recitò la breve preghiera di ringraziamento e fu consumato il pasto serale. Mentre cenavano in silenzio, l'avvocato, rimuginando le parole del fratello se ne dispiacque, si urtò, sentì accendersi d'ira pensando alla tempesta che gli si era andata addensando sul capo mentre, ignaro, attendeva ai preparativi delle nozze e curava anche quei particolari di secondaria importanza che gli parevano graditi a Giuditta. Ora la data del matrimonio si sarebbe dovuta rinviare a chissà quando e per colpa proprio di suo fratello che lo avrebbe dovuto celebrare in segno di reciproco affetto! Quale passione aveva irretito la sua mente tanto da renderlo dimentico dei sentimenti che sempre li avevano uniti? davvero, poi, riteneva inerte il suo senso civico, spenta la sua sensibilità per i problemi politici? non era piuttosto lui ad esser fuori della realtà, a giudicare da quello che poco prima aveva detto? bel cospiratore è, poi, quello che indossa il distintivo della sua attività, come il fratello aveva fatto con la storia dei baffi!

L'avvocato sentiva la sua mente aperta e pronta a ogni nuova cognizione che in tutte le attività umane e in tutti i campi del sapere significasse progresso; ma la riteneva valida solo se gli pareva idonea a superare la prova dei fatti, se mostrava una sua intrinseca consistenza. I programmi dell'ala più radicale dei liberali, ai quali ormai era certo che si ispirava il pensiero di suo fratello, gli parevano privi di concretezza, utopistici, avventati; il cambiamento dinastico nel regno o la sua trasformazione in repubblica sull'esempio del '99 e la stessa unificazione d'Italia (che l'avvocato considerava remota se non impossibile) non erano condizioni indispensabili per dare avvio alla soluzione di quei complessi problemi sociali ai quali si riferivano le parole "democrazia" e "fratellanza", così spesso ripetute. Durante gli studi universitari compiuti a Napoli egli aveva appreso e sentito più congeniali al suo animo pragmatico le idee e le aspirazioni dei liberali più moderati: il ritorno della monarchia alla forma costituzionale e l'avvio di un graduale processo di riforme economiche e sociali di cui, peraltro, lo stesso Ferdinando II aveva dato qualche cauto saggio. Si era proposto, allora, di approfondire prima di tutto concettualmente quei problemi e di scegliere poi le persone giuste con cui discuterne ed eventualmente operare; naturalmente con tutta la cautela che le circostanze richiedevano. Tanto più impulsivo e fuor di luogo, quindi, gli era parso il modo di agire del canonico proprio in quel momento in cui la repressione del Borbone stava infuriando su quanti direttamente o indirettamente avevano manifestato idee liberali. Restò comunque fermo nel proposito di non mostrare chiaro e netto al fratello il biasimo per l'atteggiamento arrogante che aveva assunto nei suoi confronti.

Dall'altra parte, per una delle leggi fondamentali della natura che vuole gli uomini diversi, specie nell'intelletto, tanto l'avvocato era analitico e riflessivo nei giudizi quanto suo fratello era intuitivo e sintetico nel pensiero. Don Francesco, infatti, giovane e brillante canonico, in seno al Capitolo della Collegiata aveva stretto amicizia con la fazione degli elementi più spregiudicati, della quale facevano parte anche alcuni sacerdoti anziani ma di spirito aperto, che si erano formati nel clima culturale del decennio francese, e ne aveva assimilato le dominanti idee liberali. Essi formavano una sorta di manipolo che si opponeva al più consistente gruppo di canonici conservatori e leggittimisti. Dottori in teologia, poeti, cultori di scienze filosofiche e letterarie, latinisti, erano soliti riunirsi con amici laici della stessa idea, in circoli conviviali; nelle lunghe serate invernali, al calore dei ciocchi di faggio ardenti nei grandi camini delle antiche case pescolane e dei calici di buon vino levati nei brindisi, scorrevano torrenti di eloquenza, di poesia, di buon umore e, per l'appunto, di fervore liberale. Ma queste runioni, pur fatte con certo riserbo e con le apparenze di accademie filosofiche e letterarie, non erano passate inosservate all'occhio vigile degli avversari e qualcuno di essi doveva averne dato notizia alla polizia.

* * *

Dopo cena e dopo aver augurato la buona notte alla madre i due fratelli, ciascuno con i suoi pensieri in testa e le labbra serrate dal malumore, sentendo che in ogni caso avrebbero avuto di che parlare, sedettero nei seggioloni posti innanzi al camino.

A rompere il silenzio fu l'avvocato: "Per fortuna –disse– il tempo è asciutto; se per la pioggia fossi dovuto partire in carrozza sarebbe stato difficile tener segreta la destinazione del tuo viaggio!"

"Vedi che non tutto va male?"

"Si, ma devo ugualmente dirti con franchezza che non riesco a capire i motivi che ti spingono a essere partecipe con tanto ardore delle confuse idee e dei programmi contraddittori che diffondono democratici, radicali e repubblicani in perenne disaccordo tra loro; concordi solo nell'ostacolare l'opera degli elementi moderati. E' necessario cercare tanto lontano e con trasformazioni politiche addirittura rivoluzionarie le regole del buon governo e della saggia amministrazione? Non si sarebbe fatto già un grande passo avanti se si fosse ottenuto dal re il rispetto della costituzione, invece di provocarlo e di offrirgli il destro di calpestarla innalzando un anno fa le barricate di Napoli?"

"Ma allora ti stanno bene i Borboni!" scattò il canonico.

"Per niente affatto! Mettiti in testa che io non nutro sentimenti reazionari e aborro la violenza e il nuovo tentativo di restaurazione che è in atto."

"E allora devi ammettere che è necessario che le larve, i fantasmi di tempi ormai andati tornino nel regno delle ombre e non pensino più di poter governare gli stati!" fece spazientito il canonico.

"Ma anche Vittorio Emanuele è un re e la sua dinastia..."

"Un re che ha conservato lo statuto, l'unico principe italiano che ha mostrato coerenza con le nuove idee e coraggio nel sostenerle!"

"Ma cerchiamo di rimanere con i piedi sulla terra –riprese l'avvocato– per divenire suoi sudditi bisognerebbe arrivare all'unificazione dell'Italia; te la immagini? così lunga com'è questa penisola, diversa da regione a regione, divisa per secoli in tanti stati con leggi, abitudini e perfino linguaggi tanto differenti! Comunque mi sembra la strada più lunga e tortuosa perché il popolo raggiunga quel benessere che invece i movimenti politici che a tutto antepongono l'idea unitaria sbandierano come un frutto maturo, ormai solo da cogliere, (naturalmente subito dopo la vittoria della loro parte)!"

"La saggia amministrazione, il benessere della società, e io aggiungo finalmente la pari dignità giuridica e l'uguaglianza politica dei cittadini –ribatté il canonico, che allora sembrò al fratello più agguerrito e pronto alla dialettica politica di quanto lui non credesse– non possono essere scissi da un'idea. Non si può ignorare il fermento che oggi pervade la mente e l'opera di tanti pensatori italiani e stranieri: non hai letto il Primato del Gioberti? non sai che anche un altro sacerdote, il Rosmini, in un'opera di recente pubblicazione propone riforme giuridiche e religiose addirittura in seno alla Chiesa? sto cercando in tutti i modi di procurami una copia di questo libro!"

L'avvocato voleva interrompere quel monologo, ma il canonico, mostrando un fervore e una convinzione ancora più piena continuò: "Ma, poi, perché andare tanto lontano col discorso? hai forse già dimenticato don Ottaviano? lui ci educava prima di tutto alla libertà di opinione, e non solo con le parole, ma con l'esempio: sai bene quante persecuzioni e angherie sopportò per le sue idee senza mai piegarsi. Non sono neppure due anni che è morto!"

Al nome del concittadino amato e rispettato da entrambi come un maestro, l'avvocato si sentì in difficoltà: come esprimere a suo fratello, nel corso di un dialogo che sembrava dovesse ad ogni poco trasformarsi in lite, il suo basilare concetto dell'uso indispensabile del buonsenso nel difficile tentativo di conciliare le teorie con la concretezza dei fatti, soprattutto in un campo così vasto e complesso come quello del progresso e del benessere della collettività?

"Il ricordo di don Ottaviano è sacro anche per me! –rispose– Ma una cosa è teorizzare, altro è tradurre in realtà il pensiero. Occorrono gradualità e accortezza nel procedere..."

"Al contrario, i fatti dell'anno scorso dimostrano, come per la rivolta di Palermo, che con due giorni di insurrezione si può ottenere più che con due anni di petizioni e di manifestazioni pacifiche. Ormai è chiaro che gi italiani debbono fare da sé; e con la rivoluzione, se sarà necessario!"

"Si, certo –ammise l'avvocato– la rivolta di Milano contro gli austriaci, le repubbliche di Roma e di Venezia, sono esempi di popolo che fa da sé: 'Dio e Popolo', come dice Mazzini. Ma i risultati sono deludenti... quanti sacrifici, quanti morti! Come indursi a proseguire su questa strada?"

Il canonico, come se avesse voluto a sua volta esser persuasivo, moderò a quel punto il tono deciso delle parole e ammise che forse alcune riflessioni del fratello potevano esser giuste; ma aggiunse che un uomo non deve arrivare mai ad una attesa passiva degli eventi, perché quando questi si sono compiuti, non gli resta che adattarsi ad essi alla meno peggio, per quanto scomodi ed avversi siano.

"Bisogna esser ben consci, caro fratello –disse poi– che ogni cosa di questo mondo cambia nel tempo, anche se in modo impercettibile per la maggior parte degli uomini; ma chi ha una sensibilità fine, un intuito pronto, questo cambiamento lo avverte e allora non può e non deve star quieto; ma deve riflettere, partecipare e agire di conseguenza."

"Eh! Quante sarebbero allora le persone dotate di così elevato ingegno –esclamò l'avvocato– se possedessero doti tanto elette tutti quelli che si dicono seguaci delle idee liberali!"

"Ce ne sono, ce ne sono di queste persone più di quante tu voglia ammettere!" lo interruppe il canonico.

"A me, invece, sembra che i seguaci più accesi di ogni ideologia politica siano individui insicuri, senza il coraggio di affrontare le difficoltà della vita, che per nascondere anche a se stessi questa debolezza si costruiscono un mondo immaginario, rispondente alle personali concezioni di ordine, e di giustizia. Colorano questo mondo fittizio con le tinte più forti delle ideologie politiche del momento e poi ne divengono ferventi sostenitori!"

"Questa può anche essere una delle facce della verità –assentì il canonico– ma l'altra è che resta un dovere naturale, al quale nessuno si deve sottrarre, quello di mostrare dissenso e fare opposizione al cosiddetto potere legittimo quando è male esercitato. E se non c'è libertà di esprimere le proprie opinioni, se c'è la polizia che arresta e perseguita chi dissente, allora è giusto, anzi è doveroso ordire congiure, armarsi, preparare e fare la rivoluzione!"

"Io non credo che le rivoluzioni assecondino sempre il progresso umano –ribatté l'avvocato– Rivoluzione! Senza andare molto addietro nel tempo ne abbiamo un esempio in quella francese: vera, grande e vittoriosa, ma poi ci sono stati i giacobini, la ghigliottina, le guerre, e quindi Napoleone, poi... la restaurazione e di nuovo i re! "

"Da allora è passato mezzo secolo, ti pare poco?" disse il canonico con sufficienza.

"E non è cambiato quasi niente! –ribadì l'avvocato– E se da ultimo in Francia è tornata la repubblica, il suo presidente manda truppe francesi ad abbattere la repubblica romana! Vedrai se non farà onore al suo cognome! E sì che era un rivoluzionario autentico! In proposito, ho saputo proprio di recente che nel '31 il Bonaparte in fuga negli Stati Pontifici, braccato dalla polizia nella campagna viterbese perché andava fomentando l'insurrezione, trovò scampo solo perché a Viterbo il conte Caprini lo tenne nascosto nel suo palazzo. Più rivoluzionario di così ? eppure ora...".

Il canonico questa volta non gli rispose subito, parve astrarsi alquanto, come per riflettere su un pensiero che andava rivedendo o formulando e organizzando in quel momento. L'avvocato non insistette, attese che suo fratello parlasse.

"Il caso della repubblica romana che tu, per due volte, hai ricordato –riprese dopo quella pausa il canonico– è bene chiarirlo, è un caso assolutamente particolare, anzi unico: Roma è la culla della cristianità, è la sede della Cattedra di Pietro e dei suoi successori. Tale deve rimanere, non si tocca. Il presidente Bonaparte, rivoluzionario autentico come tu dici, restituendo Roma al Papa ha dato la prova che anche un rivoluzionario può ben valutare le singole circostanze nelle quali si trova a operare e che la repubblica non è per sua natura sempre giacobina". Poi, come avesse deciso di avviare a conclusione quel colloquio: "Fratello! –proruppe con rinnovata energia– è ora di dire basta agli stati composti da plebi diseredate governate da despoti! Basta con la miseria squallida di intere popolazioni. So ben io dal confessionale a quali turpitudini, a quanti peccati inducano la miseria e l'ingiustizia!"

"So anch'io..." –tentò di interromperlo l'avvocato, il quale avrebbe voluto dirgli che la sua parte di mondo l'aveva ben conosciuta anche lui e tutti i giorni l'aveva sotto gli occhi nelle aule dei tribunali, dove, accanto al desiderio di giustizia vengono allo scoperto l'egoismo, l'odio degli uomini e talora anche la somma ingiustizia– ma non insisté. L'apetto ispirato di suo fratello glielo fece vedere sul pulpito, infervorato in un'omelia.

Il canonico, come se avesse letto nel suo pensiero e volesse tentare di trascinarlo nella sua avventura, continuò con maggior calore: "In quale altro modo, se non con la rivolta, ci si può opporre ai Borboni? sarà proprio il vento della rivoluzione a spiegare e spingere tutte nello stesso senso le vele delle barche disorientate dei vari movimenti politici che ora seguono rotte incerte; mosse dall'intima forza del pensiero liberale le tessere sconnesse del mosaico politico nazionale torneranno all'istante al loro posto a configurar l'Italia una, libera e indipendente! In noi la fede è salda. L'idea liberale è una fiamma che non si spegne! Che sarebbe poi la storia dell'umanità senza i frutti delle passioni ardenti e nobili, senza l'impulso che riceve da questi sentimenti?" Si alzò dal seggiolone, mosse con l'attizzatoio le braci nel camino, dove la legna si era ormai consumata, e come per scuotere l'a