CAPITOLO
VII - LA COMMEDIA
Chi mi
ha seguito vede che la "Divina Commedia" non è un concetto nuovo, nè
originale, nè straordinario, sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo a
un mondo maravigliato. Anzi il suo pregio è di essere il concetto di tutti, il
pensiero che giaceva in fondo a tutte le forme letterarie, rappresentazioni,
leggende, visioni, trattati, tesori, giardini, sonetti e canzoni. L'Allegoria
dell'anima e la Commedia dell'anima sono gli schemi, le categorie, i lineamenti
generali di questo concetto.
Nel Convito la sostanza è l'etica, che
Dante cerca di rendere accessibile agl'illetterati, esponendola in prosa
volgare. Qui il problema è rovesciato. La sostanza sono le tradizioni e le
forme popolari rannodate intorno al mistero dell'anima, il concetto di tutt'i
misteri e di tutte le leggende, ed è in questo quadro che Dante gitta tutta la
coltura di quel tempo. Con questa felice ispirazione, pigliando a base della
coltura le tradizioni e le forme popolari, riunisce le due letterature, che si
contendevano il campo, intorno al comune concetto che le ispirava, il mistero
dell'anima. La rappresentazione e la leggenda esce dalla sua rozza volgarità e
si alza a' più alti concepimenti della scienza; la scienza esce dal santuario e
si fa popolo, si fa mistero e leggenda. Indi l'immensa popolarità di questo
libro, che gl'illetterati accettavano nel senso letterale e i dotti comentavano
come un libro di scienza, come la Somma di san Tommaso. Il popolo vedeva in
quei versi quel medesimo che sentiva nelle prediche, nelle divozioni e
rappresentazioni, nè è maraviglia che qualcuno guardando Dante con quella
faccia pensosa e come alienata, dicesse: - Costui par veramente uscito ora
dall'inferno. - Gli eruditi si affannavano a cercare il senso de' versi strani,
e il Boccaccio iniziava quella serie di comenti che spesso in luogo di
squarciare il velo lo fanno più denso.
In effetti la Divina Commedia è una
visione dell'altro mondo allegorica. Cristianamente, la visione e la
contemplazione dell'altra vita è il dovere del credente, la perfezione. Il
santo vive in ispirito nell'altro mondo; le sue estasi, le sue visioni si
riferiscono alla seconda vita, a cui sospira. Dante accetta questa base
ascetica, popolarissima: contemplare e vedere l'altro mondo è la via della
salvazione. Per campare dalla selva del vizio e dell'ignoranza, egli si getta
alla vita contemplativa, vede in ispirito l'altro mondo e narra quello che
vede. Questo è il motivo ordinario di tutte le visioni, è la storia di tutt'i
santi, è il tema di tutt'i predicatori, è la lettera della Commedia, visione
dell'altro mondo, come via a salute. Ma la visione è allegoria. L'altro mondo è
allegoria e immagine di questo mondo, è in fondo la storia o il mistero
dell'anima ne' suoi tre stati, detti nell'Allegoria dell'anima Umano, Spoglia,
Rinnova, che rispondono a' tre mondi, Inferno, Purgatorio e Paradiso. È l'anima
intenebrata dal senso, nello stato puramente umano, che spogliandosi e
mondandosi della carne si rinnova, ritorna pura e divina. Questa allegoria era
popolare e comune non meno che la lettera. Ciascuno vedeva un po' l'altro mondo
con l'occhio di questo mondo, con le sue passioni e interessi. I predicatori,
soprattutto nella descrizione delle pene infernali, cercavano immagini delle
passioni terrene. Il mistero dell'anima era la base di tutte le invenzioni, la
leggenda delle leggende. L'uomo, caduto nell'errore e nella miseria, che
finisce o vendendo l'anima al demonio o purgandosi e salvandosi, era il
fondamento di tutte le storie popolari, come s'è visto nell'Introduzione alle
virtù e nella Commedia dell'anima.
La
Commedia dell'anima è l'anima uscita dalle mani di Dio pura, che in terra
combatte le sue battaglie con la carne e col demonio, e vince assistita dalla
grazia di Dio. Vizi e virtù combattono, come gli dei di Omero, intorno
all'anima; le virtù vincono e l'anima è salva. Nell'Introduzione alle virtù è
un giovane caduto in miseria, a cui apparisce confortatrice la Filosofia, sua
maestra e signora, e gli mostra la battaglia de' Vizi e delle Virtù; e il
giovane, spregiando i beni terrestri, si leva al cielo. La filosofia è anche la
divina consolatrice di Boezio, così popolare, e di Dante, a cui dopo la morte
di Beatrice apparve questa "nobilissima figlia dell'Imperatore dell'universo",
facendolo suo amico e servo. Il vizio e l'ignoranza, la conversione per opera
di Dio o della filosofia, la redenzione e beatificazione, visione di Dio e
della scienza, era il luogo comune delle due letterature, de' semplici e degli
uomini colti. E Dante fonde insieme le due forme, e tira nella sua allegoria
filosofia e teologia, ragione e grazia, Dio e scienza, e fa un mondo armonico,
assegnando a ciascuno il suo luogo. L'anima nell'inferno e nel purgatorio, non
essendo uscita ancora dal terreno ha a guida il lume naturale, la ragione o la
filosofia; ma la ragione è insufficiente senza la grazia di Dio: fatta libera e
monda e leggiera, ha nel paradiso maestra la grazia o la teologia, luce
intellettuale, che le mostra la scienza senza velo, o Dio nella sua essenza.
Perchè l'altro mondo è allegorico, figura
dell'anima nella sua storia, il poeta è sciolto da' vincoli liturgici e
religiosi e spazia nel mondo libero dell'immaginazione. Prendendo a base le
tradizioni e le forme cristiane, adopera alla sua costruzione tutt'i materiali
della scienza, sacra e profana, e le tradizioni e favole del mondo pagano,
mescolando insieme Enea e san Paolo, Caronte e Lucifero, figure classiche e
cristiane. Così ha realizzato quel mondo universale della coltura, tanto
desiderato dalle classi colte e fino allora tentato invano, cristiano nel suo
spirito e nella sua lettera, ma dove già penetra da tutte le parti il mondo
antico. Mescolanza che in molti contemporanei pare strana e grottesca,
legittimata qui dall'allegoria, che concede al poeta libertà di forme ch'egli
creda più acconce a significare i suoi concetti. Il mondo pagano e la scienza
profana sono qui materiali di costruzione, usati a edificare un tempio
cristiano, a quel modo che colonne egizie e greche si veggono talora nelle
costruzioni moderne divenire simbolo e figure de' nuovi tempi e delle nuove
idee. Così a questa costruzione gigantesca prendon parte tutte le età e tutte
le forme, fuse insieme e battezzate, penetrate da un solo concetto, il concetto
cristiano.
L'ordito è semplicissimo: è la storia o
mistero dell'anima nella sua espressione elementare, come si trova nella
rappresentazione della Commedia dell'anima; e l'hai già tutta e chiara innanzi,
fin dal primo canto. Dante nel giorno del Giubileo, quando Bonifazio facea
mostra di tutta la sua possanza e il mondo cristiano si raccoglieva intorno a
lui, si trova smarrito in una selva oscura, e sta per soggiacere all'assalto
delle passioni, figurate nella lonza, il leone e la lupa, quando a camparlo dal
luogo selvaggio esce Virgilio, e lo mena seco a contemplare l'inferno e il
purgatorio, ove, confessati i suoi falli, guidato da Beatrice, sale in paradiso
e di luce in luce giunge alla faccia di Dio. Allegoricamente, Dante è l'anima,
Virgilio è la ragione, Beatrice è la grazia, e l'altro mondo è questo mondo
stesso nel suo aspetto etico e morale, è l'etica realizzata, questo mondo quale
dee essere secondo i dettati della filosofia e della morale, il mondo della
giustizia e della pace, il regno di Dio.
Dante è l'anima non solo come individuo,
ma come essere collettivo, come società umana, o umanità. Come l'individuo,
così la società è corrotta e discorde, e non può aver pace se non instaurando
il regno della giustizia o della legge, riducendosi dall'arbitrio de' molti sotto
unico moderatore. E qui entra la tradizione virgiliana: la monarchia
prestabilita da Dio, fondata da Augusto, discendente di Enea, e Roma per
diritto divino capo del mondo. Questo concetto politico non è intruso e
soprapposto, ma è, come si vede, lo stesso concetto etico, applicato
all'individuo e alla società. È tale la medesimezza, che la stessa allegoria si
può interpretare in un senso puramente etico, per rispetto all'individuo, e in
un senso politico, per rispetto alla società. E non è perciò maraviglia che la
stessa materia si presti con tanta docilità alle più diverse interpretazioni.
Se l'allegoria ha reso possibile a Dante
una illimitata libertà di forme, gli rende d'altra parte impossibile la loro
formazione artistica. Dovendo la figura rappresentare il figurato, non può
essere persona libera e indipendente, come richiede l'arte, ma semplice
personificazione o segno d'idea, sicchè non contenga se non i tratti soli che
hanno relazione all'idea, a quel modo che il vero paragone non esprime di se
stesso se non quello solo che sia immagine della cosa paragonata. L'allegoria
dunque allarga il mondo dantesco, e insieme lo uccide, gli toglie la vita
propria e personale, ne fa il segno o la cifra di un concetto a sè estrinseco.
Hai due realtà distinte, l'una fuori dell'altra, l'una figura e adombramento
dell'altra, perciò amendue incompiute e astratte. La figura, dovendo
significare non se stessa, ma un altro, non ha niente d'organico e diviene un
accozzamento meccanico mostruoso, il cui significato è fuori di sè, com'è il
grifone del Purgatorio, l'aquila del Paradiso, e il Lucifero, e Dante con le
sette "P" incise sulla fronte.
La
poesia non s'era ancora potuta sciogliere dall'allegoria. Il cristianesimo in
nome del Dio spirituale facea guerra non solo agl'idoli, ma anche alla poesia,
tenuta lenocinio e artifizio: voleva la nuda verità. E verità era filosofia o
storia: la verità poetica non era compresa. La poesia era stimata un tessuto di
menzogne, e "poeta" e "mentitore", come dice il Boccaccio,
era la stessa cosa; i versi erano chiamati, come dice san Girolamo, "cibo
del diavolo". La poesia perciò non fu accettata se non come simbolo e
veste del vero: l'allegoria fu una specie di salvacondotto, pel quale potè
riapparire fra gli uomini. Erano detti "poeti solenni", a distinzione
de' "popolari", i dotti che esprimevano in poesia la dottrina sotto
figura, o in forma diretta. Dante definisce la poesia "banditrice del
vero", sotto "il velame della favola ascoso", di modo che il
lettore "sotto alla dura corteccia, sotto favoloso e ornato parlare, trovi
salutari e dolcissimi ammaestramenti". La poesia è in sè una "bella
menzogna", che non ha alcun valore, se non come figura del vero.
Con questa falsa poetica, di cui abbiamo
visto l'influenza ne' nostri lirici, Dante lavora sopra idee astratte: trova
una serie di concetti, e poi ti forma una serie corrispondente di oggetti. Le
menti erano assuefatte a questo processo, a correre al generale. Il campo
ordinario della filosofia scolastica era l'Ente con tutte le altre generalità,
e la pratica del sillogismo avea avvezzi tutti, anche i poeti, a cercare in
ogni cosa la maggiore, la proposizione generale. Ora quel mondo di concetti è
la maggiore dell'altro mondo.
Quali sieno questi concetti, io dirò quasi
con le stesse parole di Dante.
La patria dell'anima è il cielo, e come
dice Dante, discende in noi da altissimo abitacolo. Essa partecipa della natura
divina.
L'anima, uscendo dalle mani di Dio, è
"semplicetta", "sa nulla"; ma ha due facoltà innate, la ragione
e l'appetito, "la virtù che consiglia", e l'esser "mobile ad
ogni cosa che piace", l'esser "presta ad amare".
L'appetito (affetto, amore) la tira verso
il bene. Ma nella sua ignoranza non sa discernere il bene, segue la sua falsa
immagine e s'inganna. L'ignoranza genera l'errore, e l'errore genera il male.
Il male
o il peccato è posto nella materia, nel piacere sensuale.
Il bene
è posto nello spirito: il sommo Bene è Dio, puro spirito. L'uomo dunque, per
esser felice, dee contrastare alla carne e accostarsi al sommo Bene, a Dio. A
questo fine gli è stata data la ragione come consigliera: indi nasce il suo
libero arbitrio e la moralità delle sue azioni.
La ragione per mezzo della filosofia ci dà
la conoscenza del bene e del male. Lo studio della filosofia è perciò un
dovere, è via al bene, alla moralità. La moralità è la "bellezza della
filosofia": è l'etica, "regina delle scienze", "il primo
cielo cristallino".
A filosofare è necessario amore. L'Amore
(appetito) può esser sementa di bene e di male, secondo l'oggetto a cui si
volge. Il falso amore è "appetito non cavalcato dalla ragione". Il
vero amore è studio della filosofia, "unimento spirituale dell'anima con
la cosa amata".
Filosofia è "amistanza a
sapienza", amicizia dell'anima con la sapienza. Nelle nature inferiori
l'amore è "sensibile dilettazione". Solo l'uomo, come "natura
razionale, ha amore alla verità e alla virtù" (alla filosofia). Ciò è vera
felicità, che per contemplazione della verità si acquista.
In questi concetti si trova il succo della
morale antica. Già i filosofi pagani aveano mostrato la filosofia come unico
porto fra le tempeste della vita: esser filosofo significava e significa anche
oggi resistere alle passioni ed a' piaceri, vincer se stesso, serbare l'eguaglianza
dell'animo nelle umane vicissitudini.
Ma ecco
ora sopraggiungere il cristianesimo.
L'umanità per il peccato d'origine cadde
in servitù dei sensi (del male o del peccato), e la ragione e l'amore non
furono più sufficienti a salvarla. La ragione andava a tentoni e menava
all'errore; "i filosofi andavan e non sapevan dove"; l'amore rimaso
senza "rettore" divenne appetito sensuale. Era necessaria una
redenzione soprannaturale. Dio si fece uomo e redense l'umanità, offrendosi vittima
espiatoria per lei.
Mediante questo sacrificio, la ragione è
stata avvalorata dalla fede, l'amore avvalorato dalla grazia, la filosofia è
stata compiuta dalla teologia, la rivelazione.
Redenta l'umanità, ciascun uomo ha
acquistato la virtù di salvarsi con l'aiuto di Dio. Guidato dalla ragione e
dalla fede, fortificato dall'amore e dalla grazia, può affrancarsi da' sensi e
levarsi di mano in mano sino a Dio, al sommo Bene.
Questo cammino dalla materia o dal peccato
sino allo spirito o al bene comprende tutto il circolo della morale o etica. La
conoscenza della morale (naturale e rivelata, filosofia e teologia) è perciò
necessaria a salute.
La morale è il "Nosce te ipsum",
la conoscenza di se stesso. L'uomo si trova in questa vita in uno de' tre stati
di cui tratta la morale, stato di peccato, stato di pentimento, stato di
grazia.
L'altro mondo è figura della morale.
L'inferno è figura del male o del vizio; il paradiso è figura del bene o della
virtù; il purgatorio è il passaggio dall'uno all'altro stato mediante il
pentimento e la penitenza. L'altro mondo è perciò figura de' diversi stati ne'
quali l'uomo si trova in questa vita.
La rappresentazione dell'altro mondo è
dunque un'etica applicata, una storia morale dell'uomo, com'egli la trova nella
sua coscienza. Ciascuno ha dentro di sè il suo inferno e il suo paradiso.
Il viaggio nell'altro mondo è figura
dell'anima nel suo cammino a redenzione. Ed è Dante stesso che fa questo
viaggio.
Si trova in una selva oscura (stato
d'ignoranza e di errore, la selva erronea del Convito), vede il dilettoso
colle, principio e cagione di tutta gioia (la beatitudine), illuminato dal sole
che mena dritto altrui per ogni calle (la scienza), ma tre fiere (la carne, gli
appetiti sensuali) gli tengono il passo. L'uomo da sè non può salire il calle,
non può giungere a salute: viene dunque il deus ex machina, l'aiuto
soprannaturale. Si richiede non solo ragione, ma fede, non solo amore, ma
grazia. Virgilio (ragione e amore) lo guida, insino a che, confesso e pentito e
purgato d'ogni macula terrena, succede Beatrice (ragione sublimata a fede,
amore sublimato a grazia). Con questo aiuto esce dallo stato d'ignoranza e di
errore (la selva), e prende il cammino della scienza (l'altro mondo, il mondo
etico e morale). Gli si affaccia prima l'inferno (l'anima nello stato del male)
e conosce il male nella sua natura, nelle sue specie, ne' suoi effetti (vedi
canto XI). Entra allora in purgatorio (pentimento ed espiazione), dove ancor
vive la memoria e l'istinto del male, e conosciuto il suo stato, pentito e
mondo, diventa libero (dalla carne o dal peccato). Si trova allora ricondotto
allo stato d'innocenza, nel quale era l'uomo avanti il peccato d'origine, e
vede il paradiso terrestre e vede Beatrice (fede e grazia) Con la sua guida
sale in paradiso (l'anima nello stato di beatitudine), di grado in grado si
leva sino alla conoscenza e amore (contemplazione beatifica) di Dio, del sommo
Bene, e in questa mistica congiunzione dell'umano e del divino si riposa (è
beato).
La redenzione della società ha luogo nello
stesso modo che degl'individui. La società serva della materia è anarchia,
discordia sviata dall'ignoranza e dall'errore. E come l'uomo non può ire a
pace, se non vinca la carne ed ubbidisca alla ragione, così la società non può
ridursi a concordia, se non presti ubbidienza ad un supremo moderatore
(l'imperatore) che faccia regnare la legge (la ragione), guida e freno
dell'appetito.
Con questo fondo generale si lega tutto lo
scibile di quel tempo, metafisica, morale, politica, storia, fisica,
astronomia, ecc
Il centro intorno a cui gira questa vasta
enciclopedia è il problema dell'umana destinazione che si trova in fondo a
tutte le religioni e a tutte le filosofie, il mistero dell'anima, pensiero
della letteratura volgare sotto tutte le sue forme. Il problema è posto ed è
sciolto cristianamente. L'umanità ha perduto ed ha racquistato il paradiso;
questa storia epica di Milton è l'antecedente del problema. L'umanità ha
racquistato il paradiso, cioè ciascun uomo ha acquistato la forza di salvarsi.
Ma in che modo? Qual è la via di salvazione? La Commedia è la risposta a questa
domanda, la soluzione del problema.
Il cristianesimo ne' primi tempi di
fervore rispondea: - L'uomo si salva, imitando Cristo che ha salvato l'umanità,
si salva con l'amore. Bisogna volger le spalle alla vita terrena e seguire Dio,
lui amare, lui contemplare. - Di qui la preminenza della vita contemplativa,
che Dante chiama eccellentissima e simile alla vita divina. Il che dovea menar
dritto alla visione estatica, alla comunione tra l'anima e Dio, al misticismo,
tanta parte della letteratura volgare. Gli uomini stanchi del mondo cercavano
pace e obblio nei monasteri, e nutrivano l'anima del pensiero della morte,
della meditazione dell'altra vita; i santi Padri esortano spesso i fedeli a
volger la mente all'altro mondo; anche oggi le prediche, i libri ascetici, i
libri di preghiera non sono che un continuo "Memento mori"; è famoso
il "Pensa, anima mia", frase formidabile, a cui il lettore vede già
in aria venir dietro il giudizio universale e le fiamme dell'inferno. Se le
cose di quaggiù sono caduche e "nulla promission rendono intera", se
il significato serio della vita è nell'altro mondo, se là è il vero, è la
realtà: l'Iliade, il poema della vita è la Commedia, la storia dell'altro
mondo.
In quei primi tempi la scienza non è
necessaria a salute, anzi i cristiani menavano vanto della loro ignoranza:
"Beati pauperes spiritu". Avendo per avversari gli uomini più dotti
del paganesimo, rispondevano ex abundantia cordis, con la sicurezza e
l'eloquenza della fede, la loro lingua di fuoco. Ma questo amore di cuori
semplici, che spesso umiliava l'orgoglio di una scienza vòta e arida, non bastò
più appresso. Aristotele dominava nelle scuole; la scienza si era introdotta nella
teologia e ne avea fatto un cumulo di sottigliezze: lo stesso misticismo avea
preso forme scientifiche, divenuto ascetismo, scienza della santificazione, in
Agostino, Bernardo e Bonaventura. L'Amore dunque prende un contenuto, diviene
scienza, e la loro unità è la filosofia, uso amoroso di sapienza.
La scienza però non contraddice, non
annulla, anzi fortifica e dimostra lo stesso concetto della vita. Anche per
Dante la santificazione è posta nella contemplazione; l'oggetto della
contemplazione è Dio; la beatitudine è la visione di Dio; al sommo della scala
de' beati mette i contemplanti, non gli operanti; ma per giungere all'unione
con Dio non basta volere, bisogna sapere, ci vuole la sapienza che è amore e
scienza, unità del pensiero e della vita. Perciò Virgilio non può esser
ragione, che non sia anche amore, e Beatrice non può esser fede, che non sia
anche grazia; Dante stesso conosce e vuole a un tempo; ogni suo atto del
conoscere mena a un suo atto del volere. L'intelletto è in cima della scala: l'amore
dee essere inteso, se ne dee avere intelletto.
Tale è la soluzione dantesca. A quattro
secoli di distanza il problema si ripresenta, ma i termini sono mutati. Il
punto di partenza non è più l'ignoranza, la selva oscura, ma la sazietà e
vacuità della scienza, l'insufficienza della contemplazione, il bisogno della
vita attiva. La sapiente Beatrice si trasforma nell'ignorante e ingenua
Margherita; e Fausto non contempla ma opera; anzi il suo male è stato appunto
la contemplazione, lo studio della scienza, e il rimedio che cerca è
ribattezzarsi nelle fresche onde della vita. Ma al tempo di san Tommaso la
ragione entrava appena nella sua giovinezza; sorgea da lungo ozio, curiosa,
credula, acuta, tanto più confidente, quanto meno esperta della misura di sè e
delle cose; le si domandava tutto e prometteva tutto. Dovea ella darci la
pietra filosofale del mondo morale, la felicità. Lo scopo della scienza non era
speculativo solamente, ma pratico. Nell'ordine speculativo era già conseguito
il suo scopo, divenuta per Dante un libro chiuso, di cui tutte le pagine sono
scritte. Ma la scienza dee operare anche sulla volontà, menare a virtù e
felicità. E se questo miracolo non era ancora avvenuto, se la realtà era tanto
disforme alla scienza, doveasene recare la cagione, secondo Dante e i
contemporanei, all'ignoranza. Bisognava dunque volgarizzare la scienza, darle
uno scopo morale, drizzarla all'opera. Indi l'importanza che ebbe l'etica e la
rettorica, la scienza de' costumi e l'arte della persuasione.
I tentativi fatti, compreso il Convito,
furono infelici. Trattandosi di verità da esporre e non da cercare, manca lo
spirito e l'ardore scientifico, manca in tutti, anche in Dante. La stessa
esposizione non è libera, predeterminata da forme scolastiche. Da queste
condizioni non potea uscire una letteratura filosofica, quella forma, propria
degli uomini meditativi, che ti rivela non solo l'idea, ma come in te nasce,
come la si presenta, con esso i sentimenti che l'accompagnano, pregna di altre
idee, le quali per la potenza comprensiva della parola intravvedi, ancora senza
contorni, mobili, nasciture. Qui sta la vita superiore della forma filosofica,
generata immediatamente dal travaglio del pensiero, che mette in moto tutte le
altre facoltà, compresa l'immaginazione. In quei tentativi il contenuto
scientifico ci sta, non nel punto che tu lo trovi e vi metti sopra la mano, ma
già trovato, divenuto nello spirito un antecedente non esaminato, tolto pesolo
e grezzo dalla scuola. La terra si manifesta meglio al coltivatore che al
proprietario. Dante sa di avere i tali fondi, ma non ci va, non entra in
comunione con quelli, non vive della vita de' campi, non li lavora, li conosce
sulla carta. Rimane una proprietà astratta, senza effettiva possessione, senza
assimilazione, un mio che non è me, non è fatto parte dell'anima mia. Non ci è
investigazione e non ci è passione, dico la passione che è generata da un
amoroso lavoro intellettuale. Il filosofo fora la superficie e si seppellisce
nel mondo sotterraneo, dove, come dice Mefistofele, stanno le profonde radici
della scienza. Ma qui la scienza è salita sulla superficie, e se ne coglie i
frutti senza fatica. Tutto è dato, la scienza con esso le sue prove e il suo
linguaggio; sì che, ferme e intangibili le parti superiori della scienza, non
riman libera che l'ultima e più bassa operazione dell'intelletto, distinguere e
sottilizzare.
Essendo la scienza base di tutto
l'edificio, ne seguitò quella falsa poetica di cui è detto. La letteratura
solenne e dotta divenne un istrumento della scienza, un modo di volgarizzarla.
E tenne due vie, l'esposizione diretta o l'allegorica. Nè altro fu
l'intendimento di Dante nella rappresentazione dell'altro mondo. Come que'
filosofi che sotto nome di utopia costruiscono un mondo dove sia realizzato il
loro sistema, Dante costruisce il mondo allegorico della scienza, dove pur
trova modo di esporla in forma diretta nelle sue parti sostanziali.
Egli ha aria di dire: - Volete salvarvi
l'anima? Venite appresso a me nell'altro mondo; ivi impareremo dalla bocca de'
morti la filosofia morale, la scienza della salvazione. - E i morti parlano ed
espongono la scienza, soprattutto in paradiso, i cui stalli sembrano convertiti
in vere cattedre o pulpiti. Nè la scienza è solo nelle parole de' morti, ma
anche nella costruzione e rappresentazione dell'altro mondo, dove essa è sposta
sotto figura, in forma allegorica. Il sistema insegue il poeta in mezzo a' suoi
fantasmi, e dice: - Bada che tu non passeggi per curiosità, per osservare e
dipingere: il tuo scopo è l'insegnamento della scienza per la salute
dell'anima; non ti dimenticare della scienza. - E la poetica gli soggiunge: -
Pensa che tutte le tue invenzioni, belle che sieno e maravigliose, sono nè più
nè meno che sciocche bugie, quando non rendano odore di scienza: la poesia è un
velo sotto il quale si dee nascondere la dottrina. - Ond'è che il poeta
costringe la stessa realtà a produrre un contenuto scientifico: dietro la
realtà ci è la scienza, come dietro l'ombra ci è il corpo; qui la scienza è il
corpo, e la realtà è l'ombra, "ombrifero prefazio del vero", anzi è
meno che ombra, perchè nell'ombra ci è pure l'immagine del corpo. È l'alfabeto
della scienza, come la parola è del pensiero, un alfabeto composto non di
lettere, ma di oggetti, ciascuno segno della tale e tale idea.
Questi erano i concetti, e queste le
forme, a cui lo spirito era giunto. Perciò quel concetto fondamentale dell'età,
il mistero dell'anima o dell'umana destinazione, non era ancora realizzato come
arte; perchè l'arte è realtà vivente, che abbia il suo valore e il suo senso in
se stessa, e qui la scienza, in luogo di calare nel reale ed obbliarvisi, lo
tira e lo scioglie in sè.
Il mistero dell'anima era dunque o rozza e
greggia realtà nella letteratura popolare, o trattato e allegoria nella
letteratura dotta e solenne.
Dante s'impadronì di questo concetto e
tentò realizzarlo come arte. Ma ci si mise con le stesse intenzioni e con le
stesse forme. Prese quella rozza realtà degli ascetici, e volle farne
l'ombrifero prefazio del vero, l'allegoria della scienza. Da questa intenzione
non potea uscir l'arte.
Neppure l'esposizione della scienza in
forma diretta è arte. Il poeta che vuole esporre la scienza, e vuol pur fare
una poesia, si propone un problema assurdo, voler dare corpo a ciò che per sua
natura è fuori del corpo. La poesia si riduce dunque a un puro abbigliamento
esteriore, non penetra l'idea, non se l'incorpora; l'idea rimane invitta nella
sua astrazione. Dante spiega in questo assunto tutte le forze della sua
immaginazione; nessuno più di lui ha saputo con tanta potenza assalire la
scienza nel proprio campo e farle forza; ma questo connubio della poesia e
della scienza, ch'egli chiama nel Convito un "eterno matrimonio", non
è uno di due, è un eterno due. La poesia può farle preziosi doni, può vestirla
sontuosamente, ingemmarla, girarle attorno carezzevole, può abbigliarla, non
possederla. E la possiede allora solamente, quando non la vede più fuori di sè,
perchè è divenuta la sua vita e anima, la realtà.
L'allegoria è una prima forma provvisoria
dell'arte. È già la realtà, che però non ha valore in se stessa, ma come
figura, il cui senso e il cui interesse è fuori di sè, nel figurato, oggetto o
concetto che sia. E poichè nel figurato ci è qualche cosa che non è nella figura,
e nella figura ci è qualche cosa che non è nel figurato, la realtà divenuta
allegorica vi è necessariamente guasta e mutilata. O il poeta le attribuisce
qualità non sue, ma del figurato come il veltro che si ciba di sapienza e di
virtude, o esprime di lei solo alcune parti, e non perchè sue, ma perchè si
riferiscono al figurato, come il grifone del Purgatorio. In tutti e due i casi
la realtà non ha vita propria, o per dir meglio non ha vita alcuna: l'interesse
è tutto nel figurato, nel pensiero. Ora, o il pensiero è oscuro, e cessa ogni
interesse; o è dubbio, di maniera che ti si affaccino più sensi, e tu rimani
sospeso e raffreddato; o è chiaro, e lo hai innanzi nella sua generalità, senza
carattere poetico. La selva è figura della vita terrena. E la vita terrena,
appunto perchè figurato, ti si porge spoglia di ogni particolare, per cui e in
cui è vita, generale e immobile come un concetto. Questo povero figurato è
condannato, come Pier delle Vigne, a guardarsi il suo corpo penzolare innanzi
senza che mai sen rivesta; e non propriamente suo, perchè quel corpo singolare,
che chiamasi figura, serve a due padroni, è sè ed un altro, è insieme lettera e
figura, un corpo a due anime, rappresentato in guisa, che prima paia se stesso,
la selva, e considerato attentamente mostri in sè le orme di un altro. Talora
la figura fa dimenticare il figurato; talora il figurato strozza la figura. Per
lo più nel senso letterale penetrano particolari estranei che lo turbano e lo
guastano, e per volerci procurare un doppio cibo ci si fa stare digiuni.
Adunque in queste forme non ci è ancora
arte. La realtà ci sta o come immagine del pensiero astratto ed estrinseco, o
come figura di un figurato parimente astratto ed estrinseco. Non ci è
compenetrazione dei due termini. Il pensiero non è calato nell'immagine; il
figurato non è calato nella figura. Hai forme iniziali dell'arte non hai ancora
l'arte.
Dante si è messo all'opera con queste
forme e con queste intenzioni. Se l'allegoria gli ha dato abilità a ingrandire
il suo quadro e a fondere nel mondo cristiano tutta la coltura antica,
mitologia, scienza e storia, ha d'altra parte viziato nell'origine questo vasto
mondo, togliendogli la libertà e spontaneità della vita, divenuto un pensiero e
una figura, una costruzione a priori, intellettuale nella sostanza, allegorica
nella forma.
E se la Commedia fosse assolutamente in
questi termini, sarebbe quello che fu il Tesoretto prima e il Quadriregio poi,
grottesca figura d'idee astratte.
Ma dirimpetto a quel mondo della ragione astratta
viveva un mondo concreto e reale, la cui base era la storia del vecchio e nuovo
Testamento nella sua esposizione letterale e allegorica, e che nelle allegorie,
nei misteri, nei cantici, nelle laude, nelle visioni, nelle leggende avea avuta
già tutta una letteratura. Era la letteratura degli uomini semplici, poveri di
spirito. A costoro la via a salute era la contemplazione non di esseri
allegorici, figurativi della scienza ma reali; Dio, la Vergine, Cristo, gli
angioli, i santi, l'inferno, il purgatorio, il paradiso; ciò che essi
chiamavano l'altra vita, non figura di questa, anzi la sola che essi chiamavano
realtà e verità. Il contemplante o il veggente era il santo, il profeta,
l'apostolo, banditore della parola di Dio; Dante, l'amico della filosofia,
contemplando il regno divino, se ne fa non solo il filosofo, ma il profeta e
l'apostolo, rivelandolo e predicandolo agli uomini; diviene il missionario
dell'altro mondo, ed è san Pietro che gli apre la bocca e lo investe della
sacra missione:
Apri la bocca,
e non
asconder quel ch'io non ascondo.
Ora
questo mondo cristiano, di cui si faceva il profeta, era per lui una cosa così
seria, come per tutt'i credenti, seria nel suo spirito e nella sua lettera. Ne
parla col linguaggio della scienza, lo intravvede attraverso la scienza, ma la
scienza non lo dissolveva, anzi lo illustrava e lo confermava. Supporre che
esso fosse una figura, una forma trovata per adombrarvi i suoi concetti
scientifici, è un anacronismo, è un correre sino a Goethe. La scienza penetra
in questo mondo come ragionamento o come allegoria, e spiega la sua costruzione
e il suo pensiero, a quel modo che il filosofo spiega la natura. E come la
natura, così l'altro mondo è per Dante più che figura, è vivace e seria realtà,
che ha in se stessa il suo valore e il suo significato.
Nè quel mondo cristiano rimane nella sua
generalità religiosa, com'è nei cantici, nelle prediche e ne' misteri e
leggende. Dalla vita contemplativa cala nella vita attiva e si concreta nella
vita reale. Essendo la perfezione religiosa nel dispregio de' beni terreni, i
credenti, da Francesco d'Assisi a Caterina, non poteano vedere con animo quieto
i costumi licenziosi de' chierici e de' frati, la corruzione della città santa,
dove Cristo si mercava ogni giorno, il papa divenuto sovrano temporale e
dominato da fini e interessi terreni, in tresca adultera co' re. Su questo
punto i santi sono così severi, come Dante; più avean fede, e maggiore era
l'indignazione. Venendo più al particolare, abbiam visto Bonifazio legarsi con
Filippo il Bello contro l'imperatore, ciò che Dante chiama un adulterio,
inviare Carlo di Valois a Firenze, cacciarne i Bianchi, instaurarvi i guelfi.
Il guelfismo era allora la Chiesa, fatta meretrice del re di Francia, che la
trasse poco poi in Avignone, divenuta pietra di scandalo e aizzatrice di tutte
le discordie civili. Come potere e interesse temporale, era essa non solo
radice e causa della corruzione del secolo, ma impedimento alla costituzione
stabile delle nazioni, e massime d'Italia, in quella unità civile o imperiale,
che rendea immagine dell'unità del regno di Dio. A questo mondo guasto
contrapponevano la purezza de' tempi evangelici e primitivi e il vivere
riposato e modesto delle città, prima che vi entrasse la corruzione e la licenza
de' costumi, di cui la Chiesa dava il mal esempio.
Come si vede, il mondo politico entrava
per questa via nel mondo cristiano, e ne facea parte sostanziale. La politica
non era ancora una scienza con fini e mezzi suoi: era un'appendice dell'etica e
della rettorica. E come vita reale il suo modello era il mondo cristiano, di
cui si ricordava un'immagine pura in tempi più antichi, una specie di età dell,
oro della vita cristiana.
Questo mondo cristiano-politico non era
già per Dante una contemplazione astratta e filosofica. Mescolato nella vita
attiva, egli era giudice e parte. Offeso da Bonifazio, sbandito da Firenze,
errante per il mondo tra speranze e timori, fra gli affetti più contrari, odio
e amore, vendetta e tenerezza, indignazione e ammirazione, con l'occhio sempre
volto alla patria che non dovea più vedere, in quella catastrofe italiana c'era
la sua catastrofe, le sue opinioni contraddette, la sua vita infranta nel fiore
dell'età e offesi i suoi sentimenti di uomo e di cittadino. Le sue meditazioni,
le sue fantasie mandano sangue. Non è Omero, contemplante sereno e impersonale;
è lui in tutta la sua personalità, vero microcosmo, centro vivente di tutto
quel mondo, di cui era insieme l'apostolo e la vittima.
Se dunque, come filosofo e letterato,
involto nelle forme e ne' concetti dell'età, volea costruire un mondo etico o
scientifico in forma allegorica, come entra in quel mondo, non vi trova più la
figura. Simile a quel pittore che s'inginocchia innanzi al suo san Girolamo,
trasformatasi nell'immaginazione la figura nella persona del santo, egli cerca
la figura e trova una realtà piena di vita, trova se stesso.
Oltre a ciò, Dante era poeta. Invano
afferma che "poeta" vuol dire "profeta", banditore del
vero. Sublime ignorante, non sapea dov'era la sua grandezza. Era poeta e si
ribella all'allegoria. La favola, ciò ch'egli chiama "bella
menzogna", lo scalda, lo soverchia, e vi si lascia ir dietro come
innamorato, nè sa creare a metà, arrestarsi a mezza via. Nel caldo dell'ispirazione
non gli è possibile starsi col secondo senso innanzi e formar figure mozze, che
vi rispondano appuntino, particolare con particolare, accessorio con
accessorio, come riesce a' mediocri. La realtà straripa, oltrepassa
l'allegoria, diviene se stessa; il figurato scompare, in tanta pienezza di
vita, fra tanti particolari. Indi la disperazione de' comentatori: egli fece il
suo mondo, e lo abbandonò alle dispute degli uomini.
Per metter d'accordo la sua poetica con la
sua poesia, Dante sostiene nel Convito che il senso letterale dee essere
indipendente dall'allegorico, di modo che sia intelligibile per se stesso. Con
questa scappatoia si è salvato dalle strette dell'allegoria, ed ha conquistato
la sua libertà d'ispirazione, la libertà e indipendenza delle sue creature. Sia
pure l'altro mondo figura della scienza; ma è prima e innanzi tutto l'altro
mondo, e Virgilio è Virgilio, e Beatrice è Beatrice, e Dante è Dante, e se di
alcuna cosa ci dogliamo, è quando il secondo senso vi si ficca dentro e sconcia
l'immagine e guasta l'illusione.
Sicchè nella Commedia, come in tutt'i
lavori d'arte, si ha a distinguere il mondo intenzionale e il mondo effettivo,
ciò che il poeta ha voluto e ciò che ha fatto. L'uomo non fa quello che vuole,
ma quello che può. Il poeta si mette all'opera con la poetica, le forme, le
idee e le preoccupazioni del tempo; e meno è artista, più il suo mondo
intenzionale è reso con esattezza. Vedete Brunetto e Frezzi. Ivi tutto è
chiaro, logico e concorde: la realtà è una mera figura. Ma se il poeta è artista,
scoppia la contraddizione vien fuori non il mondo della sua intenzione, ma il
mondo dell'arte.
Come l'argomento siasi affacciato a Dante
non è chiaro. Le memorie secrete del genio non sono scritte ancora e mal si può
indovinare da quello che è espresso quello che è preceduto nello spirito d'un
autore. È difficile far la geologia di un lavoro d'arte, trovare nel definitivo
le tracce del provvisorio. È probabile che la Commedia sia stata vagamente
concepita fin dalla giovinezza, ad imitazione di quelle "commedie
dell'anima", di quelle visioni dell'altra vita, così in voga; e che
dapprima il poeta pensasse solo alla glorificazione di Beatrice e alla
rappresentazione pura e semplice dell'altro mondo; e forse de' frammenti e
anche de' canti furono scritti prima che un disegno ben chiaro e concorde gli
entrasse in mente. Questo è il tempo oscuro alla critica e altamente
drammatico, il tempo de' tentennamenti, del silenzioso contendere con se
stesso, degli abbozzi, del va e vieni, storia intima del poeta. Il quale,
quando gli si mostra l'argomento, vede per prima cosa dissolversi quella parte
di realtà che vi risponde, fluttuante come in una massa di vapori guardata da
alto, dove gli alberi, i campanili, i palazzi, tutte le figure si decompongono
e si offrono a frammenti. Chi non ha la forza di uccidere la realtà, non ha la
forza di crearla. Ma sono frammenti già penetrati di virtù attrattiva, amorosi,
che si cercano, si congregano, con desiderio, con oscuro presentimento della
nuova vita a cui sono destinati. La creazione comincia veramente, quando quel
mondo tumultuario e frammentario trovi un centro intorno a cui stringersi.
Allora esce dall'illimitato che lo rende fluttuante, e prende una forma
stabile; allora nasce e vive, cioè si sviluppa gradatamente secondo la sua
essenza. Ora il mondo dantesco trovò la sua base nella idea morale.
La idea morale non è concetto arbitrario
ed estrinseco all'argomento, è insito nell'altro mondo, è il suo concetto;
perchè senza di quella l'altro mondo non ha ragion d'essere. La base dunque è
vera, è nell'argomento; e se difetto c'è, il difetto è nella natura
dell'argomento. Ma Dante meditandovi sopra, e non come poeta ma come filosofo,
valicò l'argomento. Non è contento che la ci sia, ma la mostra e la spiega. E
non si contenta neppure di questo. Quella idea diviene la filosofia, tutto un
sistema di concetti ben coordinato, e non è più la base, il senso interiore
dell'altro mondo a quel modo che lo spirito è nella natura, ma è essa il
contenuto, essa l'argomento, essa lo scopo. Così quella vivace realtà si va ad
evaporare in una generalità filosofica, e il lavoro diviene un insegnamento
morale-politico sotto il velo dell'altro mondo. Il poeta spontaneo e popolare
si volta nel poeta dotto e solenne. Descrivere l'altro mondo così alla semplice
e nel suo senso immediato gli pare un frivolo passatempo, la maniera de'
narratori volgari. La lettera ci è, ma è per i profani, per gli uomini
semplici, che non vedono di là dell'apparenza. Ma egli scrive per gl'iniziati,
per gl'intelletti sani, e loro raccomanda di non fermarsi alla corteccia, di
guardare di là! E tutti si son messi a guardare di là.
Così sono nati due mondi danteschi, uno
letterale e apparente, l'altro occulto, la figura e il figurato. E poichè
l'interesse è in questo senso occulto, in questo di là, i dotti si son messi a
cercarlo. L'hanno cercato, e non l'hanno trovato, e dopo tante dispute e vane
congetture, esce infine il buon senso, esce Voltaire e dice: "Gl'italiani
lo chiamano divino ma è una divinità occulta; pochi intendono i suoi oracoli;
la sua fama si manterrà sempre, perchè nessuno lo legge". E Voltaire vuol
dire: - Abbiamo sudato parecchi secoli per capirti; e poichè non ti vuoi far
capire, statti con Dio -. E vuol dire ancora: - Ne val poi la pena? È una falsa
divinità quella che rimane nascosta -. Pure nè il veto del Voltaire valse ad
arrestare le ricerche, nè il suo disprezzo ad intiepidire l'ammirazione. Con
nuovo ardore italiani e stranieri si misero a interpretare questo Giano a due
facce o piuttosto a due mondi, l'uno visibile e l'altro invisibile; ciascuno si
provò ad alzare un lembo del velo di cui si è ravvolto il dio. Ma nè acutezza
d'ingegno, nè copia di dottrina, nè profonda conoscenza di quei tempi, nè
studio paziente delle altre sue opere hanno potuto trarci fuori delle ipotesi e
delle congetture. Gli antichi interpreti dissentivano ne' particolari; il
dissenso de' moderni è più profondo: hai interi sistemi che si confutano a
vicenda. Oggi ancora non si pubblica un Dante in Germania, che non ci si
appicchino nuove spiegazioni; non puoi leggere una critica della Commedia, che
non ti trovi ingolfato in un pelago di quistioni. Dante è divenuto un nome che
spaventa, irto di sillogismi e soprasensi, e spesso sei ridotto a domandarti: -
Qual è il vero Dante? - Poichè ciascun comentatore ha il suo, ciascuno gli
appicca le opinioni e passioni sue, e lo fa cantare a suo modo, e chi ne fa un
apostolo di libertà, di umanità, di nazionalità, chi un precursore di Lutero,
chi un santo Padre. Cercano Dante dove non è, cercano i suoi pregi dove sono i
suoi difetti, e qual maraviglia che il Lamartine alla sua volta cercandolo colà
e non vel trovando, si sia affrettato a conchiudere: "Dunque Dante non
esiste"? Io ne conchiudo: - Poichè non è là, cerchiamolo altrove. - La
grandezza del dio non è nel santuario, ma là dove si mostra con tanta pompa al
di fuori. A forza di cercar maraviglie in un mondo ipotetico, non vediamo
quelle che ci si affacciano innanzi. Parlando a coro della dignità della
Commedia e de' veri e del senso arcano, si è data una importanza fattizia a
questo mondo intellettuale-allegorico, se non fosse per altro, per la fatica
che ci si è spesa. Se Dante tornasse in vita, sentendo a dire che Beatrice è
l'eresia o la sua anima, che le arpie sono i monaci domenicani, che Lucifero è
il papa, che il suo vocabolario è un gergo settario, e vedendo quanti sensi
occulti gli sono affibbiati, potrebbe a più d'uno tirargli le orecchie e dire:
- Cotesto "arri" non ci misi io -. Ma gli si potrebbe rispondere: -
Vostra colpa: perchè non siete stato più chiaro? Ci avete promessa
un'allegoria: perchè non ci avete data un'allegoria? La vostra figura non
risponde appuntino al figurato: perchè l'avete fatta sì bella? Perchè le avete
data tanta realtà? In tanta ricchezza di particolari dove o come trovare
l'allegoria? E qual maraviglia che la stessa figura significhi una per me e una
per voi? Qual maraviglia che nella stessa figura si trovi di che provare la
verità di tre o quattro interpretazioni? E ci fosse solo un senso! Ma ci fate
sapere che, oltre all'allegorico, ci è il senso morale e l'anagogico: dove
trovare il bandolo? I vostri ascetici gridano che il corpo è un velo dello
spirito: ma il peccatore fa di cappello allo spirito e adora la carne. E anche
voi gridate che i versi sono un velo della dottrina; e, come il peccatore,
piantate lì il figurato, e correte appresso alla figura, e la fate così
impolpata, così corpulenta, che è un velo denso e fitto, di là dal quale non si
vede nulla, e perciò si vede tutto, quello che intendete voi e quello che
intendiamo noi. Se dunque la vostra allegoria è come l'ombra di Banco, messa
tra voi e noi, che ci toglie la vostra vista, se il vostro poema è divenuto un
immenso geroglifico, un mondo ignoto, alla cui scoperta si son messi
infruttuosamente molti Colombi; di chi è la colpa? Non è forse della vostra
poca logica, che altro intendete e altro fate? - Rimproveri che sono un elogio.
Così è. Dante è stato illogico; ha fatto
altra cosa che non intendeva. Ciascuno è quello che è, anche a suo dispetto,
anche volendo essere un altro. Dante è poeta, e avviluppato in combinazioni
astratte, trova mille aperture per farvi penetrare l'aria e la luce. Tratto ad
una falsa concezione dal vezzo de' tempi, valica l'argomento e si trova in un
mondo di puri concetti, e fa di questi la sua intenzione e si tira appresso
tutta la realtà e ne vuol fare la figura de' suoi concetti. Ma, come attinge il
reale, ivi sente se stesso, ivi genera, ivi l'ingegno trova la sua materia;
quelle figure prendono corpo, acquistano una vita propria; e le diresti
creature libere e indipendenti, se quella benedetta intenzione non vi fosse
rimasa attaccata come una palla di piombo, impacciando a volta a volta i loro
movimenti. Così quel mondo intenzionale, tanto caro al poeta, si è ito come
nebbia dissipando innanzi alla luce del mondo reale, solo rimasto vivo. Tutto
l'altro è l'astratto di quel mondo, è il lavoro oltrepassato: non è la
Commedia, è il suo di là, la sua nebbia, che pur penetra qua e là e lascia
delle grandi ombre, che gl'interpreti dilatano e trasformano in una sola e
vasta ombra. A quel modo che i geologi scoprono i vestigi di forme imperfette,
che attestano la lenta e progressiva formazione della materia, qui si
discernono i frammenti di un mondo prosaico, intellettuale, allegorico, scissi,
isolati, sterili, più o meno tollerabili, secondo la maggiore o minore abilità
dell'esposizione, inviluppati in una forma più alta, alla quale il genio
sospinge il poeta attraverso gli errori della sua poetica. I quali frammenti
sono i fossili della Commedia, morti già da gran tempo, vivi solo agli eruditi,
i geologi della letteratura; e se la loro morte non ha potuto seco involgere il
rimanente, gli è che il vero lavoro è in questo rimanente, dotato di una vita
così fresca e tenace, che distende un po' di sua luce anche sulle parti morte.
Quel contenuto astratto vive in grazia del mondo in cui si trova entrato:
spiccatenelo, isolatelo, e non se ne parlerebbe più.
Che cosa è dunque la Commedia? È il medio
evo realizzato come arte, malgrado l'autore e malgrado i contemporanei. E
guardate che gran cosa è questa! Il medio evo non era un mondo artistico, anzi
era il contrario dell'arte. La religione era misticismo la filosofia
scolasticismo. L'una scomunicava l'arte, abbruciava le immagini, avvezzava gli
spiriti a staccarsi dal reale. L'altra viveva di astrazioni e di formole e di
citazioni, drizzando l'intelletto a sottilizzare intorno a' nomi e alle vacue
generalità che si chiamavano "essenze". Gli spiriti erano tirati verso
il generale, più disposti a idealizzare che a realizzare: ciò che è proprio il
contrario dell'arte. Ne' poeti semplici trovi il reale rozzo, senza formazione,
come ne' misteri, nelle visioni, nelle leggende. Ne' poeti solenni trovi una
forma o crudamente didascalica, o figurativa e allegorica. L'arte non era nata
ancora. C'era la figura; non c'era la realtà nella sua libertà e personalità.
Dante raccoglie da' misteri la Commedia
dell'anima, e fa di questa storia il centro di una sua visione dell'altro
mondo. Tutta questa rappresentazione non è che senso letterale; la visione è
allegorica, i personaggi sono figure e non persone; ma ciò che è attivo nel suo
spirito, lo porta verso la figura e non verso il figurato. La sua natura
poetica, tirata per forza nelle astrattezze teologiche e scolastiche,
ricalcitra e popola il suo cervello di fantasmi e lo costringe a concretare, a
materializzare, a formare anche ciò che è più spirituale e impalpabile, anche
Dio. Quel mondo letterale lo ammalia, lo perseguita, lo assedia e non posa che
non abbia ricevuta la sua forma definitiva; e non è più lettera, ma è spirito,
non è più figura, ma è realtà, è un mondo in sè compiuto e intelligibile,
perfettamente realizzato. Visione e allegoria, trattato e leggenda, cronache,
storie, laude, inni, misticismo e scolasticismo, tutte le forme, in questo gran
mistero dell'anima o dell'umanità, poema universale, dove si riflettono tutt'i
popoli e tutti i secoli che si chiamano il "medio evo".
Ma questo mondo artistico, uscito da una
contraddizione tra l'intenzione del poeta e la sua opera, non è compiutamente
armonico, non è schietta poesia. La falsa coscienza poetica disturba l'opera di
quella geniale spontaneità, e vi gitta dentro un tentennare, un non so che di
mal sicuro e di non compiuto, una mescolanza e crudezza di colori. Il pensiero,
ora nella sua crudità scolastica, ora abbellito d'immagini che pur non bastano
a vincere la sua astrattezza, vi ha troppo gran parte. Le sue figure
allegoriche ricordano talora più i mostri orientali che la schietta bellezza
greca, personificazioni astratte, anzi che persone conscie e libere.
Preoccupato del secondo senso che ha in mente, spesso gli escono particolari
estranei alla figura, che turbano e distraggono il lettore e gli rompono l'illusione.
La presenza perenne di un altro senso, che aleggia al di sopra della
rappresentazione ed introducevisi a quando a quando, ne turba la chiarezza e
l'armonia. Anche lo stile, inviluppato alcuna volta in rapporti lontani e
sottili, perde la sua lucidità e riesce intralciato e torbido. Non è un tempio
greco: è un tempio gotico, pieno di grandi ombre, dove contrari elementi
pugnano, non bene armonizzati. Or rozzo, or delicato. Ora poeta solenne, or
popolare. Ora perde di vista il vero e si abbandona a sottigliezze, ora lo
intuisce rapidamente e lo esprime con semplicità. Ora rozzo cronista, ora
pittore finito. Ora si perde nelle astrattezze, ora di mezzo a quelle fa
germogliare la vita. Qui cade in puerilità, là spicca il volo a sopraumane
altezze. Mentre tien dietro a un sillogismo, brilla la luce dell'immagine. E
mentre teologizza, scoppia la fiamma del sentimento. Talora ti trovi innanzi ad
una fredda allegoria, quando tutto ad un tratto vi senti dentro tremare la
carne. Talora la sua credulità ti fa sorridere, talora la sua audacia ti fa
stupire. Fu un piccolo mondo, dove si rifletteva tutta l'esistenza, com'era
allora. I contrari elementi, che fermentavano in una società ancora nello stato
di formazione, contendevano in lui. E senza che ne avesse coscienza. Se guardi
alle sue aspirazioni, tutto è armonia. Filosofo, pensa il regno della scienza e
della virtù. Cristiano, contempla il regno di Dio. Patriota, sospira al regno
della giustizia e della pace. Poeta, vagheggia una forma tutta luce e proporzione
e armonia, lo bello stile: il suo autore è Virgilio. Maggiore era la barbarie e
la rozzezza, e più si vagheggiava un mondo armonico e concorde. Ma il poeta è
inviluppato egli medesimo in quella rozza realtà e in quelle forme discordi; e
ne sente la puntura, e gli manca la serenità dell'artista. E gli esce dalla
fantasia un mondo dell'arte in gran parte realizzato, ma dove pur trovi gli
angoli e le scabrosità di una materia non perfettamente doma.
Entriamo in questo mondo, e guardiamolo in
se stesso e interroghiamolo. Perchè un argomento non è tabula rasa, dove si può
scrivere a genio, ma è marmo già incavato e lineato, che ha in sè il suo
concetto e le leggi del suo sviluppo. La più grande qualità del genio è
d'intendere il suo argomento, e diventare esso, risecando da sè tutto ciò che
non è quello. Bisogna innamorarsene, vivere ivi dentro, essere la sua anima o
la sua coscienza E parimente il critico, in luogo di porsi innanzi regole
astratte; e giudicare con lo stesso criterio la Commedia e l'Iliade e la
Gerusalemme e il Furioso, dee studiare il mondo formato dal poeta,
interrogarlo, indagare la sua natura che contiene in sè virtualmente la sua
poetica, cioè le leggi organiche della sua formazione, il suo concetto, la sua
forma, la sua genesi, il suo stile. Che cosa è l'altro mondo?
È il problema dell'umana destinazione
sciolto, è il mistero dell'anima spiegato, è la fine della storia umana, il
mondo perfetto l'eterno presente, l'immutabile necessità. Nella natura non ci è
più accidente, nell'uomo non ci è più libertà. La natura è predeterminata e
fissata secondo una logica preconcetta, secondo l'idea morale. Reale e ideale
diventano identici, apparenza e sostanza è tutt'uno. L'uomo non ha più libero
arbitrio: è lì, fissato e immobilizzato, come natura. Ogni azione è cessata;
ogni vincolo che lega gli uomini in terra, è sciolto: patria, famiglia,
ricchezze, dignità, costumi. Non c'è più successione, nè sviluppo, non
principio e non fine: manca il racconto e manca il dramma. L'individuo scompare
nel genere. Il carattere, la personalità, non ha modo di manifestarsi. Eterno
dolore, eterna gioia, senza eco, senza varietà, senza contrasto nè gradazione.
Non ci è epopea, perchè manca l'azione; non ci è dramma, perchè manca la
libertà; la lirica è l'immutabile e monotona espressione di una sola aria;
rimane l'esistenza nella sua immobile estrinsechezza, descrizione della natura
e dell'uomo.
Che cosa è dunque l'altro mondo per
rispetto all'arte? È visione, contemplazione, descrizione, una storia naturale.
Ma in questa visione penetra la leggenda o
il mistero, perchè ivi dentro è rappresentata la commedia o redenzione
dell'anima nel suo pellegrinaggio dall'umano al divino, "di Fiorenza in
popol giusto e sano". Ci hai dunque l'apparenza di un dramma, che si svolge
nell'altro mondo, i cui attori sono Dante, Virgilio, Catone, Stazio, il
demonio, Matilde, Beatrice, san Pietro, san Bernardo, la Vergine, Dio, dramma
allegorico, come allegorica è la Commedia dell'anima. Dico apparenza di un
dramma, perchè la santificazione nasce non dall'operare, ma dal contemplare, e
Dante contempla, non opera, e gli altri mostrano, insegnano. Il dramma dunque
svanisce nella contemplazione.
Questo mondo così concepito era il mondo
de' misteri e delle leggende, divenuto mondo teologico-scolastico in mano a'
dotti. Dante lo ha realizzato, gli ha dato l'esistenza dell'arte, ha creato
quella natura e quell'uomo. E se il suo mondo non è perfettamente artistico, il
difetto non è in lui, ma in quel mondo, dove l'uomo è natura e la natura è
scienza, e da cui è sbandito l'accidente e la libertà, i due grandi fattori
della vita reale e dell'arte.
Se Dante fosse frate o filosofo, lontano
dalla vita reale, vi si sarebbe chiuso entro e non sarebbe uscito da quelle
forme e da quell'allegoria. Ma Dante, entrando nel regno de' morti, vi porta
seco tutte le passioni de' vivi, si trae appresso tutta la terra. Dimentica di
essere un simbolo o una figura allegorica, ed è Dante, la più potente
individualità di quel tempo, nella quale è compendiata tutta l'esistenza,
com'era allora, con le sue astrattezze, con le sue estasi, con le sue passioni
impetuose, con la sua civiltà e la sua barbarie. Alla vista e alle parole di un
uomo vivo, le anime rinascono per un istante, risentono l'antica vita, ritornano
uomini; nell'eterno ricomparisce il tempo; in seno dell'avvenire vive e si
muove l'Italia, anzi l'Europa di quel secolo. Così la poesia abbraccia tutta la
vita, cielo e terra, tempo ed eternità, umano e divino; ed il poema
soprannaturale diviene umano e terreno, con la propria impronta dell'uomo e del
tempo. Riapparisce la natura terrestre, come opposizione, o paragone, o
rimembranza. Riapparisce l'accidente e il tempo, la storia e la società nella
sua vita esterna ed interiore; spunta la tradizione virgiliana, con Roma
capitale del mondo e la monarchia prestabilita, ed entro a questa magnifica
cornice hai come quadro la storia del tempo, Bonifazio ottavo, Roberto, Filippo
il Bello, Carlo di Valois, i Cerchi e i Donati, la nuova e l'antica Firenze, la
storia d'Italia e la sua storia, le sue ire, i suoi odii, le sue vendette, i
suoi amori, le sue predilezioni.
Così la vita s'integra, l'altro mondo esce
dalla sua astrazione dottrinale e mistica, cielo e terra si mescolano, sintesi
vivente di questa immensa comprensione Dante, spettatore, attore e giudice. La
vita guardata dall'altro mondo acquista nuove attitudini, sensazioni e
impressioni. L'altro mondo guardato dalla terra veste le sue passioni e i suoi
interessi. E n'è uscita una concezione originalissima, una natura nuova e un
uomo nuovo. Sono due mondi onnipresenti, in reciprocanza d'azione, che si
succedono, si avvicendano, s'incrociano, si compenetrano, si spiegano e
s'illuminano a vicenda, in perpetuo ritorno l'uno nell'altro. La loro unità non
è in un protagonista, nè in un'azione, nè in un fine astratto ed estraneo alla
materia, ma è nella stessa materia; unità interiore e impersonale, vivente
indivisibile unità organica, i cui momenti si succedono nello spirito del
poeta, non come meccanico aggregato di parti separabili, ma penetranti gli uni
negli altri e immedesimantisi, com'è la vita. Questa energica e armoniosa unità
è nella natura stessa de' due mondi, materialmente distinti ma una cosa
nell'unità della coscienza. Cielo e terra sono termini correlativi, l'uno non è
senza l'altro; il puro reale ed il puro ideale sono due astrazioni; ogni reale
porta seco il suo ideale; ogni uomo porta seco il suo inferno e il suo
paradiso; ogni uomo chiude nel suo petto tutti gli dei d'Olimpo: lo scettico
può abolire l'inferno, non può abolir la coscienza. Appunto perchè i due mondi
sono la vita stessa nelle sue due facce, in seno a questa unità si sviluppa il
più vivace dualismo, anzi antagonismo: l'altro mondo rende i corpi ombre, ombre
gli affetti e le grandezze e le pompe, ma in quelle ombre freme ancora la
carne, trema il desiderio, suonano d'imprecazioni terrene fino le tranquille
vòlte del cielo. Gli uomini, con esso le loro passioni e vizi e virtù rimangono
eterni, come statue, in quell'attitudine, in quella espressione di odio, di
sdegno, di amore, che sono stati colti dall'artista; ma mentre l'altro mondo
eterna la terra, trasportandola nel suo seno e ponendole dirimpetto l'immagine
dell'infinito, ne scopre il vano e il nulla: gli uomini sono gli stessi in un
diverso teatro, che è la loro ironia. Questa unità e dualità uscente dall'imo
stesso della situazione balena al di fuori nelle più varie forme, ora in
un'apostrofe, ora in un discorso, ora in un gesto, ora in un'azione, ora nella
natura, ora nell'uomo. In questa unità penetra la più grande varietà, nè è
facile trovare un lavoro artistico, in cui il limite sia così preciso e così
largo. Niente è nell'argomento che costringa il poeta a preferire il tal
personaggio, il tal tempo, la tale azione: tutta la storia, tutti gli aspetti
sotto a' quali si è mostrata l'umanità, sono a sua scelta; e può abbandonarsi a
suo talento alle sue ire e alle sue opinioni, e può intramettere nello scopo
generale fini particolari, senza che ne scapiti l'unità. Il che dà al suo universo
compiuta realità poetica, veggendosi nella permanente unità tutto ciò che sorge
e dalla libertà dell'umana persona e dall'accidente, e moversi con vario gioco
tutt'i contrasti, e il necessario congiunto col libero arbitrio, e il fato col
caso.
Adunque, che poesia è codesta? Ci è
materia epica, e non è epopea; ci è una situazione lirica, e non è lirica; ci è
un ordito drammatico, e non è dramma. È una di quelle costruzioni gigantesche e
primitive, vere enciclopedie, bibbie nazionali, non questo o quel genere, ma il
tutto, che contiene nel suo grembo ancora involute tutta la materia e tutte le
forme poetiche, il germe di ogni sviluppo ulteriore. Perciò nessun genere di
poesia vi è distinto ed esplicato: l'uno entra nell'altro, l'uno si compie nell'altro.
Come i due mondi sono in modo immedesimati, che non puoi dire: - Qui è l'uno, e
qui è l'altro -; così i diversi generi sono fusi di maniera, che nessuno può
segnare i confini che li dividono, nè dire: - Questo è assolutamente epico, e
questo è drammatico. -
È il contenuto universale, di cui tutte le
poesie non sono che frammenti, il "poema sacro", l'eterna geometria e
l'eterna logica della creazione incarnata ne' tre mondi cristiani: la città di
Dio, dove si riflette la città dell'uomo in tutta la sua realtà del tal luogo e
del tal tempo; la sfera immobile del mondo teologico, entro di cui si movono
tempestosamente tutte le passioni umane.
L'idea che anima la vasta mole e genera la
sua vita e il suo sviluppo, è il concetto di salvazione, la via che conduce
l'anima dal male al bene, dall'errore al vero, dall'anarchia alla legge, dal
molteplice all'uno. È il concetto cristiano e moderno dell'unità di Dio
sostituita alla pluralità pagana. Questo concetto, se fosse solo un di fuori,
spiegato nella sua astrattezza dottrinale come pensiero, o rappresentato in
forma allegorica come figurato, non basterebbe a generare un'opera d'arte. Ma
qui è non solo il di fuori, ma il di dentro, non solo il significato e la
scienza di quel mondo opera di filosofo e di critico, ma principio attivo,
com'è nell'uomo e nella natura, che costruisce e forma quel mondo, e gli dà una
storia e uno sviluppo. Questo principio attivo, se nella sua astrattezza si può
chiamare il vero o il bene, o la virtù o la legge, come realtà viva e operosa è
lo spirito, che ha per suo contrario la materia o la carne, dove sta come in
una prigione o in un "vasello", da cui si sforza di uscire. La vita è
perciò un antagonismo, una battaglia tra lo spirito e la carne, tra Dio e il
demonio. E la sua storia è la progressiva vittoria dello spirito, la costui
consapevolezza e libertà sotto le forme in cui vive, il suo successivo
assottigliarsi e scorporarsi e idealizzarsi sino a Dio, assoluto spirito, la
Verità, la Bontà, l'Unità, l'ultimo Ideale. Il concetto dantesco, lo spirito
che alita per entro al suo mondo, è dunque la progressiva dissoluzione delle
forme, un costante salire di carne a spirito, l'emancipazione della materia e
del senso mediante l'espiazione e il dolore, la collisione tra il satanico e il
divino, l'inferno e il paradiso, posta e sciolta. Omero trasporta gli dèi in
terra e li materializza; Dante trasporta gli uomini nell'altro mondo e li
spiritualizza. La materia vi è parvenza; lo spirito solo è; gli uomini sono
ombre; i fatti umani si riproducono come fantasmi innanzi alla memoria; la
terra stessa è una rimembranza che ti fluttua avanti come una visione; il
reale, il presente è l'infinito spirito; tutto l'altro è "vanità che par
persona". Questo assottigliamento è progressivo: il velo si fa sempre più
trasparente. L'Inferno è la sede della materia, il dominio della carne e del
peccato; il terreno vi è non solo in rimembranza, ma in presenza; la pena non
modifica i caratteri e le passioni; il peccato, il terrestre si continua
nell'altro mondo e s'immobilizza in quelle anime incapaci di pentimento:
peccato eterno, pena eterna. Nel Purgatorio cessano le tenebre e ricomparisce
il sole, la luce dell'intelletto, lo spirito; il terreno è rimembranza penosa
che il penitente si studia di cacciar via, e lo spirito sciogliendosi dal
corporeo si avvia al compiuto possesso di sè, alla salvazione. Nel Paradiso
l'umana persona scomparisce, e tutte le forme si sciolgono ed alzano nella
luce; più si va su, e più questa gloriosa trasfigurazione s'idealizza, insino a
che al cospetto di Dio, dell'assoluto spirito, la forma vanisce e non rimane
che il sentimento:
... ... tutta cessa
mia visione e ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di Sibilla.
Questo
concetto comprende tutto lo scibile e tutta la storia; non solo costruisce e
sviluppa il mondo dantesco, ma lo incontrate sempre vivo nel cammino
intellettuale e storico della vita, sotto tutte le forme, in tutte le quistioni
che si affacciano al poeta, in religione, in filosofia, in politica, in morale,
e così si concreta e compie in tutti gl'indirizzi della vita. In religione è il
cammino dalla lettera allo spirito, dal simbolo all'idea, dal vecchio al nuovo
Testamento; nella scienza dall'ignoranza e dall'errore alla ragione e dalla
ragione alla rivelazione; in morale dal male al bene, dall'odio all'amore,
mediante l'espiazione; in politica dall'anarchia all'unità. Sottoposto alle
condizioni di spazio e di tempo, diventa storia: il tale uomo, il tale popolo,
il tale secolo. In religione vi sta innanzi la Chiesa romana, il papato, che il
poeta vuole emancipare dalle cure e passioni terrene e ricondurre al suo fine
spirituale; in filosofia avete la scienza volgare e la scienza della verità in
paradiso; in morale vi stanno innanzi le passioni, le discordie, le colpe e i
vizi della barbara età, dalle quali vi sentite a poco a poco allontanare nel
vostro cammino verso il sommo bene; in politica è l'Italia anarchica e
sanguinosa che il poeta aspira a comporre a pace e concordia nell'unità
dell'impero. Così un solo concetto penetra il tutto, come forma, come pensiero
e come storia. Mai più vasta e concorde comprensione non era uscita da mente di
uomo. Alcuni ci vedono dentro l'altro mondo, e il resto è una intrusione e
quasi una profanazione; Edgardo Quinet rimane choqué veggendo come le passioni
del poeta lo inseguono fino in paradiso; altri ci veggono un mondo politico, di
cui quello sia la rappresentazione sotto figura. Chiamano questo poema o
"religioso", o "politico", o "didascalico", o
"morale", lo riducono a querele di cattolici e protestanti, a dispute
di guelfi e ghibellini. Guardano non dall'alto del monte, dalla pianura, e
prendono per il tutto quello che incontrano nella diritta linea del loro
cammino. Ciascuno si fabbrica un piccolo mondo e dice: - Questo è il mondo di
Dante. - E il mondo di Dante contiene tutti quei mondi in sè. È il mondo
universale del medio evo realizzato dall'arte.
Questa immensa materia si forma e si
sviluppa secondo il concetto in tre mondi, de' quali l'inferno e il paradiso
sono le due forze in antagonismo, carne e spirito, odio e amore, e il
purgatorio è il termine medio o di passaggio: tre mondi, de' quali la
letteratura non offriva che povere e rozze indicazioni, e che escono dalla
fantasia dantesca vivi e compiuti.
L'inferno è il regno del male, la morte
dell'anima e il dominio della carne, il caos: esteticamente è il brutto.
Dicesi che il brutto non sia materia
d'arte, e che l'arte sia rappresentazione del bello. Ma è arte tutto ciò che
vive, e niente è nella natura che non possa esser nell'arte. Non è arte quello
solo che ha forma difettiva o in sè contraddittoria, cioè l'informe o il
deforme o il difforme: e perciò non è arte il confuso, l'incoerente, il
dissonante, il manierato, il concettoso, l'allegorico, l'astratto, il generale,
il particolare: tutto questo non è vivo, è abbozzo o aborto di artisti
impotenti. L'altro, bello o brutto che si chiami in natura, esteticamente è
sempre bello.
In natura il brutto è la materia
abbandonata a' suoi istinti, senza freno di ragione: e ne nasce una vita che
ripugna alla coscienza morale e al senso estetico. Alla sua vista il poeta vede
negata la sua coscienza, negato se stesso, e perciò lo concepisce come brutto e
gli dice: - Tu sei brutto. - Più il suo senso morale ed estetico è sviluppato,
e più la sua impressione è gagliarda, più lo vede vivo e vero innanzi alla
immaginazione. Perciò non pensa a palliarlo, e tanto meno ad abbellirlo, anzi
lo pone in evidenza e lo ritrae co' suoi propri colori.
Il brutto è elemento necessario così nella
natura, come nell'arte; perchè la vita è generata appunto da questa
contraddizione tra il vero e il falso, il bene e il male, il bello e il brutto.
Togliete la contraddizione, e la vita si cristallizza. Verità così palpabile
che le immaginazioni primitive posero della vita due princìpi attivi, il bene e
il male, l'amore e l'odio, Dio e il demonio; antagonismo che si sente in tutte
le grandi concezioni poetiche. Perciò il brutto, così nella natura, come
nell'arte, ci sta con lo stesso dritto che il bello, e spesso con maggiori
effetti, per la contraddizione che scoppia nell'anima del poeta. Il bello non è
che se stesso; il brutto è se stesso e il suo contrario, ha nel suo grembo la
contraddizione, perciò ha vita più ricca, più feconda di situazioni
drammatiche. Non è dunque maraviglia che il brutto riesca spesso nell'arte più
interessante e più poetico. Mefistofele è più interessante di Fausto, e
l'inferno è più poetico del paradiso.
Dante concepisce l'inferno come la
depravazione dell'anima, abbandonata alle sue forze naturali, passioni, voglie,
istinti, desidèri, non governati dalla ragione o dall'intelletto; contraddizione
ch'egli esprime con l'energia di uomo offeso nel suo senso morale:
... ... le genti dolorose,
che hanno perduto il ben
dell'intelletto...
Che libito fe' licito in sua legge...
Che la ragion sommettono al talento...
L'anima
è dannata in eterno per la sua eterna impenitenza; peccatrice in vita,
peccatrice ancor nell'inferno, salvo che qui il peccato è non in fatto, ma in
desiderio. Onde nell'inferno la vita terrena è riprodotta tal quale, essendo il
peccato ancor vivo e la terra ancora presente al dannato. Il che dà all'inferno
una vita piena e corpulenta, la quale spiritualizzandosi negli altri due mondi
diviene povera e monotona. Gli è come un andare dall'individuo alla specie e
dalla specie al genere. Più ci avanziamo, e più l'individuo si scarna e si
generalizza. Questa è certo perfezione cristiana e morale, ma non è perfezione
artistica. L'arte come la natura è generatrice, e le sue creature sono
individui, non specie o generi, non tipi o esemplari; sono res, non species
rerum, Perciò l'inferno ha una vita più ricca e piena, ed è de' tre mondi il
più popolare. Aggiungi che la vita terrena o infernale è colta dal poeta nel
vivo stesso della realtà in mezzo a cui si trova, essendo essa la
rappresentazione epica della barbarie, nella quale il rigoglio della passione e
la sovrabbondanza della vita trabocca al di fuori. Dante stesso è un barbaro,
un eroico barbaro, sdegnoso, vendicativo, appassionatissimo, libera ed energica
natura. Al contrario la vita negli altri due mondi non ha riscontro nella
realtà, ed è di pura fantasia, cavata dall'astratto del dovere e del concetto,
e ispirata dagli ardori estatici della vita ascetica e contemplativa.
Essendo l'inferno il regno del male o
della materia in se stessa e ribelle allo spirito, la legge che regola la sua
storia o il suo sviluppo è un successivo oscurarsi dello spirito, insino alla
sua estinzione, alla materia assoluta.
Il suo punto di partenza è l'indifferente,
l'anima priva di personalità e di volontà, il negligente. Il carattere qui è il
non averne alcuno. In questo ventre del genere umano non è peccato, nè virtù,
perchè non è forza operante: qui non è ancora inferno, ma il preinferno, il
preludio di esso. Ma se, moralmente considerati, i negligenti tengono il più
basso grado nella scala de' dannati e paiono a Dante "sciaurati" più
che peccatori, il concetto morale rimane estrinseco alla poesia e non serve che
a classificare i dannati. Altri sono i criteri del poeta. La morale pone i
negligenti sul limitare dell'inferno, la poesia li pone più giù dell'ultimo
scellerato, che Dante stima più di questi mezzi uomini. E la poesia è d'accordo
con la tempra energica del gran poeta e de' suoi contemporanei. A quegli uomini
vestiti di ferro anima e corpo questi esseri passivi e insignificanti doveano
ispirare il più alto dispregio. E il dispregio fa trovare a Dante frasi
roventi. Sono uomini che vissero senza infamia e senza lode", anzi
"non fur mai vivi". La loro pena è di essere stimolati continuamente,
essi che non sentirono stimolo alcuno nel mondo. La pena è minima, eppure tale
è la loro fiacchezza morale, sono così vinti nel "duolo", che
lacrimano e gettano le alte strida, che fanno tumultuare l'aria
come la
rena quando il turbo spira.
A' loro
piedi è la loro immagine, il verme. Turba infinita, senza nome: appena accenna
ad un solo, e senza nominarlo,
colui
che fece per viltate il gran rifiuto
Il loro
supplizio è la coscienza della loro viltà, il sentirsi dispregiati, cacciati
dal cielo e dall'inferno. Ritratto immortale e popolarissimo, di cui alcuni
tratti sono rimasti proverbiali. Esseri poetici, appunto perchè assolutamente
prosaici, la negazione della poesia e della vita: onde nasce il sublime
negativo degli ultimi tre versi:
Fama di loro il mondo esser non lassa:
Misericordia e Giustizia gli sdegna.
Non ragioniam di lor; ma guarda e passa.
Se i
negligenti non sono nell'inferno, perchè mancò loro la forza del bene e del
male, gl'innocenti e i virtuosi non battezzati non sono in paradiso, perchè
mancò loro la fede, sono nel Limbo. E anche qui il concetto teologico ci sta
per memoria, per semplice classificazione. La poesia nasce da altre impressioni
e da altri criteri. Il valore poetico dell'uomo non è nella sua moralità e
nella sua fede, ma nella sua energia vitale; non è una idea, ma una forza, il
personaggio poetico. Perciò il negligente, considerato esteticamente, è un
sublime negativo, la negazione della forza, il non esser vivo. E perciò qui nel
Limbo la mancanza di fede è un semplice accessorio, e l'interesse è tutto nel
valore intrinseco dell'uomo, come essere vivo, come forza. Dio ha lo stesso
criterio poetico e dà ad alcuni un luogo distinto non per la loro maggiore
bontà, ma per la fama che loro acquistò in terra la grandezza dell'ingegno e
delle opere:
... ... L'onrata nominanza
che di lor suona su nel vostro mondo,
grazia acquista nel ciel che sì gli
avanza.
Concetto
poco ascetico e poco ortodosso; ma Dio si fa poeta con Dante e gli fabbrica un
Eliso pagano, un pantheon di uomini illustri. E chi vuol trovare le impressioni
di Dante, quando alzava questo magnifico tempio della storia e della coltura
antica, e le impressioni che ne dovettero ricevere i contemporanei, ricordi le
sue impressioni quando giovinetto su' banchi della scuola gli si affacciavano
le maraviglie di questo mondo greco-latino. Aristotile, Omero, Virgilio,
Cesare, Bruto, ciascuno di questi nomi, quante memorie, quante fantasie
suscitava! Nudo è qui un elenco di nomi tra alcuni tratti caratteristici che
segnano i protagonisti, il "signore dell'altissimo canto" e il
"maestro di color che sanno". E colui, che a quella vista si sente
"esaltare" in se stesso e s'incorona poeta con le sue mani e si
proclama il primo poeta de' tempi nuovi, "sesto tra cotanto senno", è
non il Dante dell'altro mondo, ma Dante Alighieri. Ecco ciò che rende il Limbo
così interessante, come il mondo de' negligenti, due concezioni originalissime,
uscite da un profondo sentimento della vita reale e rimaste freschissime ne'
secoli. Molti tratti sono ancora oggi in bocca del popolo.
Come l'inferno è concepito e ordinato, lo
spiega nel canto undecimo il poeta stesso, architetto e filosofo delle sue
costruzioni. Quel regno del male è partito in tre mondi, rispondenti alle tre
grandi categorie del delitto: la incontinenza e violenza, la malizia, e la
fredda premeditazione. Ciascuna di queste categorie si divide in generi e
specie, in cerchi e gironi. Il concetto etico di questa scala de' delitti è che
dove è più ingiuria è più colpa, e l'ingiuria non è tanto nel fatto, quanto
nell'intenzione. Perciò la malizia e la frode è più colpevole della
incontinenza e violenza, e la fredda premeditazione de' traditori è più
colpevole della malizia. Indi la storica evoluzione dell'inferno, dove da' meno
colpevoli, gl'incontinenti, si passa alla città di Dite, sede de' violenti, e
poi si scende in Malebolge, e di là nel pozzo de' traditori. Questo è l'inferno
scientifico o etico. Ma non è ancora l'inferno poetico.
La poesia dee voltare questo mondo
intellettuale in natura vivente. L'ordine scientifico presenta una serie di
concetti astratti, il poetico una serie di figure, di fatti e d'individui: il
primo una serie di delitti, il secondo una serie non solo d'individui
colpevoli, ma di tali e tali individui. Dividere in categorie significa
considerare in un gruppo d'individui non quello che ciascuno ha di proprio, ma
quello che ha di comune col gruppo a cui appartiene. Così una classificazione è
possibile, una esatta riduzione a generi e specie. Ma la poesia ritorna
l'individuo nella sua libera personalità, e lo considera non come essere
morale, ma come forza viva e operante. E più in lui è vita, più è poesia.
Perciò, se l'inferno, come mondo etico, è il successivo incattivirsi dello
spirito, sì che alla violenza, comune all'uomo e all'animale, succede la
malizia, "male proprio dell'uomo", e alla malizia la fredda
premeditazione, questo concetto poeticamente rimane ozioso e non serve che alla
sola classificazione. Come natura vivente o come forma, l'inferno è la morte
progressiva della natura, la vita e il moto che manca a poco a poco sino alla
compiuta immobilità, alla materia come materia, dove insieme con la vita muore
la poesia. Indi la storia dell'inferno.
Dapprima la situazione è tragica: il
motivo è la passione, dove la vita si manifesta in tutta la sua violenza;
perchè la passione raccoglie tutte le forze interiori, distratte e sparpagliate
nell'uso quotidiano della vita, intorno a un punto solo, di modo che lo spirito
acquista la coscienza della sua libertà infinita. Preso per se stesso lo
spirito ed isolato dal fatto, la sua forza è infinita e non può esser vinta
neppure da Dio, non potendo Dio fare ch'esso non creda, non senta e non voglia
quello che crede, sente e vuole. Non vi è donnicciuola, così vile, che non si senta
forza infinita, quando è stretta dalla passione. - Io ti amo e ti amerò sempre,
e se dopo morte si ama, ed io ti amerò, e piuttosto con te in inferno che senza
te in paradiso. - Queste sono le eloquenti bestemmie che traboccano da un cuore
appassionato, e che rendono eroiche la timida Giulietta e la gentile Francesca.
Ma quando la passione vuole realizzarsi,
s'intoppa in un altro infinito, nell'ordine generale delle cose, di cui si
sente parte e innanzi a cui è un fragile individuo. E n'esce la tragica
collisione tra la passione e il fato, l'uomo e Dio, il peccato. Nella vita nè
la passione, nè il fato sono nella loro purezza: la passione ha le sue
fiacchezze e oscillazioni; il fato talora è il caso, o l'espressione collettiva
di tutti gli ostacoli naturali e umani in cui intoppa il protagonista. Ma
nell'inferno l'anima è isolata dal fatto ed è pura passione e puro carattere,
perciò inviolabile e onnipotente, e il fato è Dio, come eterna giustizia e
legge morale: onde la prima parte dell'inferno, ove incontinenti e violenti,
esseri tragici e appassionati, mantengono la loro passione di rincontro a Dio,
è la tragedia delle tragedie, l'eterna collisione nelle sue epiche proporzioni.
Tutto questo mondo tragico è penetrato
dello stesso concetto. La natura infernale non è ancora laida e brutta; anzi
balzan fuori tutt'i caratteri che la rendono un sublime negativo, l'eternità,
la disperazione, le tenebre. L'eterno è sublime, perchè ti mostra un di là
sempre allo stesso punto, per quanto tu ti ci avvicini; la disperazione è
sublime, perchè ti mostra un fine non possibile a raggiungere, per quanto tu
operi; la tenebra è sublime, come annullamento della forma e morte della
fantasia, per quella stessa ragione che è sublime la morte, il male, il nulla.
Leggete la scritta sulla porta dell'inferno. Ne' primi tre versi è l'eterno
immobile che ripete se stesso, dolore, dolore e dolore, quel luogo, quel luogo
e quel luogo, per me, per me e per me, insino a che in ultimo l'eterno risuona
nella coscienza del colpevole come disperazione:
Lasciate ogni speranza voi che entrate.
La
luce, il "dolce lome", rende sublimi le tenebre, morte del sole e
delle stelle e dell'occhio, come è "l'aer senza stelle", e il
"loco d'ogni luce muto", e quel "ficcar lo viso al fondo" e
"non discernere alcuna cosa". Certo, l'eternità, le tenebre e la
disperazione sono caratteri comuni a tutto l'inferno; ma solo qui sono poesia,
quando l'inferno si affaccia per la prima volta alla immaginazione nella
gagliardia e freschezza delle prime impressioni. Appresso, diventano spettacolo
ordinario, come è il sole, visto ogni giorno.
E Dante, che parte da princìpi preconcetti
nelle sue costruzioni scientifiche, quando è tutto nel realizzare e formare i
suoi mondi, opera con piena spontaneità, abbandonato alle sue impressioni. Il
canto terzo è il primo apparire dell'inferno, e come ci si sente la prima
impressione, come si vede il poeta esaltato, turbato dalla sua visione,
assediato di forme, di fantasmi, impazienti di venire alla luce! In quel "diverse
voci, orribili favelle" ecc., non ci è solo il grido de' negligenti: ci è
lì tutto l'inferno, che manda il suo primo grido. Quel canto del sublime è una
sola nota musicale variamente graduata, è l'eterno, il tenebroso, il terribile,
l'infinito dell'inferno, che invade e ispira il poeta e vien fuori co' vivi
colori della prima impressione, è il vero canto del regno de' morti, della
"morta gente", è l'albero della vita, che il poeta sfronda a foglia a
foglia ad ogni passo che fa, e ne toglie la speranza:
Lasciate ogni speranza voi che entrate.
E ne
toglie le stelle:
risonavan per l'aer senza stelle.
E ne
toglie il tempo:
facevano un tumulto il qual s'aggira
sempre in quell'aria senza tempo tinta.
E ne
toglie il cielo:
non isperate mai veder lo cielo.
E ne
toglie Dio:
ch'hanno perduto il ben dello intelletto.
Questa
natura sublime dapprima è indeterminata, senza contorni, cerchio, loco,
null'altro: la diresti natura vuota, se non la riempissero l'eternità e le tenebre
e la morte e la disperazione. Nel regno de' violenti prende una forma. Si esce
dal sublime: si entra nel bello negativo. Incontri tutto ciò che è figura,
ordine, regolarità, proporzione in terra; anzi con vocabolo umano è chiamata
città, la città di Dite. Vedi selve, laghi, sepolcri; e l'effetto poetico nasce
dal trovare la stessa figura, ma spogliata di tutti gli accessorii che la
rendono bella in terra.
Non frondi verdi, ma di color fosco:
non rami schietti, ma nodosi e involti
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.
La
natura spogliata della sua vita, del suo cielo, della sua luce, delle sue
speranze, è un sublime che ti gitta nell'animo il terrore; la natura spogliata
della sua bellezza è un bello negativo pieno di strazio e di malinconia. È la
natura snaturata, depravata, a immagine del peccato: con la virtù se n'è ita la
bellezza, sua faccia.
Questa natura snaturata vien fuori con
maggior vita nelle pene. Perchè il concetto nella natura sta immobile come
nell'architettura e nella scultura; dove nelle pene acquista ogni varietà di
attitudini e di movenze. Le pene sono la coscienza fatta materia, e qui
esprimono la violenza della passione. In quella natura eterna e tenebrosa odi
un mugghio, "come fa mar per tempesta", e il rovescio della grandine,
e il cozzo delle moltitudini: moti disordinati, violenti, come i moti
dell'animo. Vedi tombe ardenti, laghi di sangue, alberi che piangono e parlano,
la natura sforzata e snaturata dal peccatore. Gli strani accozzamenti producono
l'effetto del maraviglioso e del fantastico, ma il fantastico è presto vinto e
ti piglia il raccapriccio e l'orrore. Il poeta prende in troppa serietà il suo
mondo per darsi uno spasso di artista e sorprenderti con colpi di scena: tocca
e passa; e non vuol fare effetto sulla tua immaginazione, vuol colpire la tua
coscienza. Dove il fantastico è più sviluppato, è nella selva de' suicidi; ma
anche lì vien subito la spiegazione, e la maraviglia dà luogo a una profonda
tristezza.
Ma il concetto non ha ancora la sua subiettività,
non è ancora anima. Un primo grado di questa forma è nel demonio. Cielo e
inferno sono stati sempre popolati di legioni angeliche e sataniche, che
riempiono l'intervallo tra l'uomo e Dio, tra l'uomo e Satana. È la storia del
bene e del male che si sviluppa nella nostra anima, un progressivo indiarsi o
indemoniarsi. Diversi di nomi e di forme secondo le religioni e le civiltà, i
demòni hanno per base i diversi gradi del male, e per forma il gigantesco e il
mostruoso, il puro terrestre, il bestiale giunto all'umano, e spesso
preponderante, come nella sfinge, nella chimera, in Cerbero. Il demonio di
Dante non ha più la sua storia, come in terra, spirito tentatore accanto
all'uomo e ribelle e rivale di Dio. Qui è immobilizzato come l'uomo; la sua storia
è finita; cosa gli resta? Soffrire e far soffrire, vittima e carnefice a un
tempo, simbolo esso stesso e immagine del peccato che flagella nell'uomo. Il
Satana di Milton e Mefistofele, che combattono contro Dio e contro l'uomo,
erano compiute persone poetiche. Altra è qui la situazione, e altro è il
demonio. Esso è il vinto di Dio, e meno che uomo, perchè non è dell'uomo che
una sua parte sola, il peccato. È piuttosto tipo, specie, simbolo, che persona.
È il più basso gradino nella scala degli esseri spirituali, lo spirito tra
l'umano e il bestiale, in cui l'intelletto è ancora istinto e la volontà è
ancora appetito. Figure vive e mobili della colpa, ma figure, semplice
esteriorità: non carattere, non passione, non intelligenza, non volontà. Fra
gl'incontinenti e i violenti il demonio è tragico e serio: è azione mimica e
tutta esterna, passione tradotta in moti e gesti, senza la parola, salvo brevi
imprecazioni. La natura ti dà figura e colore: qui la figura si muove e il
colore si anima, è la figura in azione. Il poeta ha scossa la polvere dalle
antiche forme pagane, e le ha rifatte e rinnovate. Come a costruire il suo
inferno toglie alla terra le sue forme, e strappandole dal circolo loro
assegnato, le compone diversamente e ti crea una nuova natura; così ad
esprimere lo spirito toglie dalla mitologia tutte le forme demoniache, Minos
Caronte, Cerbero, Pluto, Gerione, le arpie, le furie, e le trasporta nel suo
inferno: le trova vuote e libere, spogliate di concetto, di vita e di
religione, e le ricrea, le battezza, impressovi sopra il suo pensiero e la sua
religione. Il demonio meno lontano dall'uomo è Caronte, in cui vien fuori
l'apparenza di un carattere: impaziente rissoso, manesco, che grida e batte. Il
poeta si è ben guardato di sviluppare il comico che è in questo carattere: la
figura di Caronte rimane severa e grave, e non fa dissonanza con la solennità
della natura infernale, dove si trova collocata. Minos è il giudizio
rappresentato in modo affatto esteriore e plastico, e rapido come saetta:
dicono e odono e poi son giù vòlte.
Le
altre figure sono schizzi, appena disegnati; ingegnoso è il ritratto di
Gerione, che ha ispirato una delle più belle ottave dell'Ariosto.
Noi concepiamo oramai la costruzione de'
singoli canti. Il poeta comincia col porci innanzi la natura del luogo e la
qualità della pena; il demonio ora precede, ora vien subito dopo; poi vedi
peccatori presi insieme e misti, non ancora l'individuo, ma l'uomo collettivo,
gruppi di mezzo a' quali spesso si stacca l'individuo e tira la tua attenzione.
I gruppi sono l'espressione generale del
sentimento che riempie i peccatori nella società infernale; sono la parentela
del delitto, dove trovi nello stesso lago di sangue i tiranni Ezzelino e Attila
e gli assassini di strada Rinier da Corneto e Rinier Pazzo.
Come nella natura e nel demonio, così ne'
gruppi l'aspetto è dapprima severo e tragico. Essi esprimono il sublime dello
spirito la disperazione. L'uomo ha bisogno di avere innanzi a sè qualche cosa a
cui tenda; al pensiero succede pensiero; il cuore vive quando da sentimento
germoglia sentimento; l'uomo vive quando è in un'onda assidua di pensieri e di
sentimenti; la disperazione è l'annullamento della vita morale, la stagnazione
del pensiero e del sentimento, la morte, il nulla, il caos, le tenebre dello
spirito, un sublime negativo. Come il sublime delle tenebre è nella luce che
muore, il sublime della disperazione è nella morte della speranza:
nulla speranza gli conforta mai
non che di posa, ma di minor pena.
L'espressione
estetica della disperazione è la bestemmia, violenta reazione dell'anima,
innanzi a cui tutto muore, e che nel suo annichilamento involge l'universo:
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l'umana specie e il luogo e il tempo e 'l
seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
La
passione trasforma la faccia dell'uomo, abitualmente tranquilla, il peccato gli
siede sulla fronte e fiammeggia negli occhi: momento fuggevole che Dante coglie
e rende eterno ne' suoi gruppi. Gli avari stanno col pugno chiuso, gl'irosi si
lacerano le membra: violenza di moti appassionati, niente che sia basso o vile:
puoi abborrirli, non puoi disprezzarli.
Immaginate una piramide. Nella larghissima
base vedete la natura infernale. Più su è il demonio, figura bestiale in faccia
umana, bestia talora in tutto, mai in tutto uomo. Alzate ancora l'occhio, e
vedete gruppi nella violenza della passione. È la stessa idea che si sviluppa e
si spiritualizza, insino a che da questo triplice fondo si eleva sulla cima la
statua, l'individuo libero, l'idea nella sua individuale realtà, e più che
l'idea, se stesso nella sua libertà. È di mezzo a quella folla confusa, a quei
gruppi, che escono i grandi uomini dell'inferno o piuttosto della terra; è da
questa triplice base dell'eternità che esce fuori il tempo e la storia e
l'Italia e più che altri Dante come uomo e come cittadino.
L'inferno degl'incontinenti e de' violenti
è il regno delle grandi figure poetiche. Qui trovi come in una galleria di
personaggi eroici Francesca, Farinata, Cavalcanti, Pier delle Vigne, Brunetto
Latini, Capaneo, Dante, il Fato, Dio e la Fortuna. Sono in presenza forze
colossali, la energia della passione e la serenità del fato. Qui è Francesca
eternamente unita al suo Paolo, là è la Fortuna che non ode le imprecazioni
degli uomini e beata si gode. Ora ti percote il suono della divina giustizia
che in eterno rimbomba; ora ti stupisce Capaneo che tra le fiamme oppone sè a
tutte le folgori di Giove. Su questo fondo tragico s'innalza la libera persona
umana e vi si spiega in tutta la ricchezza delle sue facoltà. Qui usciamo dalle
astrattezze mistiche e scolastiche, e prendiamo possesso della realtà. La donna
non è più Beatrice, il tipo realizzato de' trovatori, fluttuante ancora tra
l'idea e la realtà; qui acquista carattere, storia, passioni, una ricca e
vivace personalità, è Francesca da Rimini, la prima donna del mondo moderno.
L'uomo non è più il santo con le sue estasi e le sue visioni; qui ha la sua
patria, il suo uffizio, il suo partito, la sua famiglia, le sue passioni e il
suo carattere; è Farinata, è Cavalcanti, è Brunetto, è Pier delle Vigne, è
Dante Alighieri, alla cui fiera natura Virgilio applaude:
... ... Alma sdegnosa,
benedetta colei che in te s'incinse!
L'inferno
dà loro una realtà più energica, creando nuove immagini e nuovi colori. Pier
delle Vigne giura "per le nuove radici del suo legno". Farinata dice:
ciò mi tormenta più che questo letto.
All'annunzio
della morte del figlio, Cavalcanti
supin ricadde e più non parve fuora.
Brunetto
raccomanda il suo Tesoro, nel quale si sente vivere ancora. Capaneo può dire:
"Qual i' fui vivo, tal son morto". E Francesca ricorda il tempo
felice nella miseria. L'inferno è il loro piedistallo, sul quale si ergono col
petto e con la fronte, affermando la loro umanità. Nascono situazioni e forme
novissime, che danno rilievo alle figure e a' sentimenti.
Questo mondo tragico, dove l'impeto della
passione e la violenza del carattere mette in gioco tutte le forze della vita,
ha la sua perfetta espressione in questi grandi individui, rimasti così vivi e
giovani e popolari, come Achille ed Ettore. È il mondo della grande poesia,
della epopea e della tragedia. E ora quale contrasto! Lasciamo appena le falde
dilatate di foco e la rena che s'infiamma come esca sotto fucile, e ci troviamo
in una pozzanghera che fa zuffa con gli occhi e col naso. Lasciamo i tragici
demòni dell'antichità, i centauri e le arpie, e incontriamo diavoli con le
corna e armati di frusta, e vilissimi uomini che alle prime percosse scappano
senz'aspettar le seconde nè le terze. In luogo di Capaneo con la fronte levata,
il primo che vediamo ha gli occhi bassi, vergognoso di mostrarsi; e Dante, così
riverente e pietoso finora e anche sdegnoso, diviene maligno e sarcastico, e
compone per la prima volta il labbro ad un sorriso sardonico. Chiama
"salse pungenti" quel letamaio,
che
dagli uman privati parea mosso
. Un
altro lo sgrida:
... ... "Perchè se' tu sì ingordo
di riguardar più me che gli altri
brutti?"
E
Dante, che lo vede col capo lordo tanto che non parea "s'era laico o
cherco", gli ricorda crudelmente di averlo veduto in terra co' capelli
asciutti. E quegli esprime il suo dolore, "battendosi la zucca".
Tutto è mutato: natura, demonio e uomo, immagini e stile. Cadiamo in pieno
plebeo. Chi sono questi uomini? Sono adulatori e meretrici dannati alla stessa
pena: gli uni vendono l'anima, le altre vendono il corpo. Sentite che noi
passiamo in un altro mondo, nel mondo de' fraudolenti.
Esteticamente, il mondo de' fraudolenti è
la prosa della vita; precipitata dal suo piedistallo ideale, e divenuta
volgarità. È la passione che si muta in vizio, il carattere che diviene
abitudine, la forza che diviene malizia. La passione è poetica, perchè ha virtù
di concitare tutte le forze dell'anima, sì ch'elle prorompano di fuori
liberamente: il vizio è la passione fatta abitudine, ripetizione degli stessi
atti, un fare perchè si è fatto; è l'artista divenuto artefice, l'arte divenuta
mestiere. L'uomo appassionato spiritualizza la sua azione, ci mette dentro se
stesso, ma nel vizioso l'anima è sonnolenta, la sua azione è stupida materia,
atto meccanico a cui lo spirito rimane estraneo. La passione produce il
carattere, la forte volontà, che è la stessa passione in continuazione; il
vizio ha compagna la fiacchezza e bassezza dell'anima, non essendo altro la
bassezza che l'abdicazione e l'apostasia della propria anima. I grandi
caratteri sicuri di sè hanno a loro istrumento la forza, impetuosi fino
all'imprudenza, semplici fino alla credulità; gli animi fiacchi hanno a loro
istrumento la malizia, coscienza della loro impotenza, e, pipistrelli notturni,
assaltano alle spalle e non osano guardare in viso.
In questo mondo il di fuori è mutato,
perchè mutato è il di dentro, ove non trovi più caratteri e passioni, ma vizio,
bassezza e malizia, lo spirito oscurato e materializzato, la dissoluzione della
vita. A quei cerchi indeterminati, a quella città rosseggiante di Dite, nomi e
figure terrene, succede un non so che, una cosa senza nome, che il poeta chiama
bizzarramente "Malebolge", una natura sformata e in dissoluzione,
ripe scoscese, scogli mobili che fanno da ponticelli, e giù valloni paludosi,
dove le acque finora impetuose e correnti stagnano e si putrefanno, valloni angusti,
bolge, valigie, borse, che stringendosi più e più vanno a finire in un pozzo:
natura piccola, in rovina e in putrefazione. Al demonio mitologico iroso e
appassionato succede il diavolo cornuto, essere grottesco, o piuttosto i
diavoli che vanno in frotte, e si mescolano in ignobili parlari con la gente
più abbietta, e canzonano e sono canzonati, maliziosi, bugiardi, plebei,
osceni. Al vivo movimento delle bufere e delle grandini e delle fiamme succede
la materia in decomposizione, quanti strazi di carne umana ti offrono i campi
di battaglia e quante malattie ti offre lo spedale. Tali la natura, il demonio,
le pene. Vedi ora l'uomo. La faccia umana è rimasta finora inviolata: innanzi
all'immaginazione la passione invermiglia la faccia di Francesca, e la grandezza
dell'anima pare nella faccia dell'uomo che si leva dritto dalla cintola in su.
Qui la faccia umana sparisce: hai caricature e sconciature di corpi. Uomini
cacciati in una buca, capo in giù, piedi in su; vólti travolti in su le spalle,
sì che il pianto scende giù per le reni; visi, occhi e corpi imbacuccati e
incappucciati; musi umani fuor della pegola a modo di ranocchi; corpi, altri
smozzicati, accismati, altri marciti e imputriditi, scabbiosi, tisici,
idropici. Di questa figura umana deturpata e contraffatta l'immagine più viva è
Bertram dal Bormio, il cui busto si fa lanterna del suo capo che porta pesol
per le chiome. In questo mondo prosaico e plebeo, che comincia con Taide e
finisce con mastro Adamo, la materia ovvero la parte bestiale prevale tanto,
che spesso siamo in sul domandarci: - Costoro sono uomini o bestie? - Non sono
ancora bestie, e l'uomo già muore in loro:
che non è nero ancora e il bianco muore.
Sono
figure miste in una faccia tra bestiale e umana; e la più profonda concezione
di Malebolge è questa trasformazione dell'uomo in bestia e della bestia in
uomo: hanno l'appetito e l'istinto della bestia, hanno la coscienza dell'uomo.
Si sanno uomini e sono bestie; e qui è la pena, nella coscienza umana che loro
è rimasta.
La forma estetica di questo mondo è la
commedia, rappresentazione de' difetti e de' vizi. Fra tanta fiacchezza della
personalità il grande uomo, l'individuo, è gittato nell'ombra, e vien su il
descrittivo, l'esteriorità. Nell'inferno tragico le descrizioni sono sobrie e
rapide, l'interesse principale è negli attori che prendono la parola: qui è un
gregge muto, visto da lontano. Virgilio dice a Dante: - Vedi là Mirra, vedi
Giasone, vedi Manto. - Appena è se qualche epiteto ti segna in fronte alcuno
de' più grandi personaggi, come si fa di Giasone:
e per dolor non par lacrima spanda.
Prima
dite: "Il canto di Francesca, di Farinata, di ser Brunetto Latini" ;
ora dite: "Il canto de' ladri, de' falsari, de' truffatori": vi sono
gruppi, non individui; vi è il descrittivo, manca il drammatico. Manca la
grandezza negli attori, e manca la pietà negli spettatori. La figura umana così
torta, che il pianto degli occhi bagnava le natiche, cava a Dante lacrime;
l'"homo sum" si sente colpito in lui; ma Virgilio lo sgrida:
Ancor sei tu degli altri sciocchi?
Qui vive la pietà, quand'è ben morta.
Abbonda
il descrittivo; l'immaginazione di Dante è così robusta, che avendo a fare con
oggetti così fuori della natura, non che sentirsi impacciata, pare che scherzi:
con tanta facilità e spontaneità esprime le più varie e strane attitudini: la
fiamma parla come lingua d'uomo, le zanche piangono e fremono. Il più grande
sforzo dell'immaginazione umana è la trasformazione di uomini in bestie, nel
canto ventesimoquinto, quantunque la soverchia minutezza generi sazietà.
Fra tanti gruppi sorge qua e là alcuno
individuo in cui si sviluppa con più chiara coscienza il concetto di Malebolge.
Un lato serio di questo concetto è lo spirito che varca il limite assegnatogli.
Se la ragione potesse veder tutto,
mestier non era partorir Maria.
L'esperienza
avea le sue colonne d'Ercole; la ragione avea pure le sue colonne. Questo
concetto qui è serio, non è sublime, nè tragico; perchè l'uomo, che con la
temerità oraziana sforza la natura, è qui non dirimpetto a Dio come Prometeo e
Capaneo, ma colpito e soggiogato, senza che in lui paia vestigio di ribellione,
di orgoglio e di violenza:
... ... Dove rui,
Anfiarao? perchè lasci la guerra?
E non restò di rovinare a valle,
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
L'uomo
di Orazio è sublime, perchè lo vedi nell'opera, senti in lui la voluttà del
frutto proibito, malgrado Dio e la natura. Anfiarao è un puro nome; sublime di
terrore è quel suo precipitare a valle, mostrandocelo successivamente
inabissarsi, ma il grottesco vien subito dopo:
Mira che ha fatto petto delle spalle:
perchè volle veder troppo davante,
di rietro guarda e fa ritroso calle.
Ulisse,
che ha varcato i segni di Ercole, è travolto nelle acque per giudizio di Dio,
"come a lui piacque". Pure un po' dell'audacia di Ulisse è ancora in
Dante, che gli mette in bocca nobili parole, e ti fa sentire quell'ardente
curiosità del sapere che invadeva i contemporanei. Ti par di assistere al
viaggio di Colombo. Il peccato diviene virtù. Se la logica ghibellina pone in
inferno l'autore dell'agguato contro Troia, radice dell'impero sacro romano, la
poesia alza una statua a questo precursore di Colombo, che indica col braccio
nuovi mari e nuovi mondi, e dice a' compagni:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.
Ulisse
è il grand'uomo solitario di Malebolge. È una piramide piantata in mezzo al
fango. Il comico penetra da tutt'i lati, traendosi appresso il lordo, l'osceno,
il disgustoso: lo spirito, divenuto malizia, è qui decaduto, degradato; e con
lui si oscura la nobile faccia umana. Ulisse stesso per la sua malizia ha la
sua figura coperta e fasciata dalle fiamme. Siamo in un mondo comico.
La regina delle forme comiche è la
caricatura, il difetto colto come immagine e idealizzato. Al che si richiede
che il personaggio operi ingenuamente e brutalmente, come non avesse coscienza
del suo difetto, a quel modo che si vede in Sancio Panza e in don Abbondio,
eccellenti caratteri comici. I dannati di Malebolge sono così fatti: essi sono
cinici e perciò ridicoli, come i diavoli nel canto ventesimosecondo, rissosi,
abietti, vanitosi, bassamente feroci ne' loro atti. Così sono i ladri, i truffatori,
i barattieri, plebe in cui il vizio è così connaturato, che non se ne accorge
più. Tale è Nicolò terzo vano del suo papale ammanto, che crede Dante venuto
nell'inferno apposta per veder lui. Tali sono pure Sinone e maestro Adamo. Essi
si mostrano nella loro naturalezza, e possono essere rappresentati nella forma
diretta e immediata, isolando il difetto dagli accessorii e idealizzandolo,
divenuto un contromodello, l'immagine opposta a quel tipo, a quel modello di
perfezione che ciascuno ha in mente: qui è la caricatura. Le concezioni di
Dante sono di un comico plebeo della più bassa lega: sia esempio la rissa tra
Sinone e maestro Adamo. Si rimane nel buffonesco, l'infimo grado del comico.
Quest'uomo, così possente creatore d'immagini nell'inferno tragico, qui si
sente arido, freddo, in un mondo non suo. Le situazioni sono comiche, ma il
comico è rozzamente formato, e non è artistico, non ha la sua immagine che è la
caricatura, nè la sua impressione che è il riso. Due persone in rissa cadono in
un lago d'acqua bollente che li divide. Situazione comica, se mai ce ne fu. Il
poeta dice:
Lo caldo sghermidor subito fue.
Espressione
vivace, ma che non sveglia nessuna immagine e ti lascia freddo. Non ha saputo
cogliere quel movimento, quella smorfia che fanno quando si sentono scottare e
si sciolgono. La pancia di mastro Adamo, che sotto il pugno di Sinone
"sonò come fosse un tamburo", è una felice caricatura; ma è una
freddura il dire:
e mastro Adamo gli percosse 'l volto
col pugno suo che non parve men duro.
Manca
spesso a Dante la caricatura, e i suoi versi più comici non fanno ridere.
Perchè a fare la caricatura bisogna fermare l'immaginazione nell'oggetto
comico, spassarcisi, obbliarsi in quello, alzarlo a contromodello. Dante non ha
questo sublime obblio comico, non ha indulgenza, nè amabilità. Teme di
sporcarsi tra quella gente, e se ode, se ne fa rimproverare da Virgilio, e se
ci sta, se ne scusa:
Ahi fera compagnia! Ma in chiesa
coi santi e in taverna coi ghiottoni.
Il suo
riso è amaro; di sotto alla facezia spunta il disdegno; e spesso nella mano la
sferza gli si muta in pugnale.
Il riso muore, quando il personaggio
comico ha coscienza del suo vizio, e non che sentirne vergogna vi si pone al di
sopra e ne fa il suo piedistallo. Allora non sei tu che gli fai la caricatura;
ma è lui stesso il suo proprio artista, che si orna del suo difetto come di un
manto reale, e se ne incorona e se ne fa un'aureola, atteggiandosi e situandosi
nel modo più acconcio a dire: - Miratemi -; più acconcio a dare spicco al suo
vizio. La bestia non cela il suo vizio e non arrossisce; il rossore è proprio
della faccia umana. L'uomo consapevole del suo difetto, che vi si pone al di
sopra, rinuncia alla faccia umana e dicesi "sfacciato" o
"sfrontato". Qui la caricatura uccide se stessa, il comico giunto
alla sua ultima punta si scioglie; e n'esce un sentimento di supremo disgusto e
ribrezzo, che è il sublime del comico: la propria abbiezione predicata e
portata in trionfo aggiunge al disgusto un sentimento che tocca quasi l'orrore.
Qui Dante è nel suo campo. Il suo eroe è Vanni Fucci. Mastro Adamo è come
animale, senza coscienza della sua bassezza, Vanni Fucci ha avuto la coscienza
e l'ha soffocata; sono i due estremi nella scala del vizio; l'uno non è mai
salito fino all'uomo; l'altro è passato per l'uomo ed è ricaduto nella bestia.
Si sente bestia, e si pone come tipo bestiale, e sceglie le circostanze più
acconce a darvi risalto:
Vita bestial mi piacque e non umana,
siccome a mul ch'io fui. Son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.
Ecco
l'uomo che fa le fiche a Dio, il Capaneo di Malebolge, l'umano divenuto
bestiale e idealizzato come tale.
Ma l'umano non muore mai in tutto. L'uomo
diviene bestia, ma la bestia torna uomo. E con senso profondo Dante anche sulla
faccia sfrontata di Vanni Fucci scoperto ladro gitta il rossore della vergogna:
e di trista vergogna si dipinse.
L'uomo
che ha coscienza del suo vizio e se ne vergogna, in luogo di mostrarlo al
naturale (ciò che produce la caricatura) cerca occultarlo sotto contraria
apparenza: il poltrone fa il bravo. Nasce il contrasto tra l'essere e il
parere: la situazione divien comica, e la sua forma è l'ironia. Lo spettatore
indulgente e che vuole spassarsi a sue spese finge di crederlo e di secondarlo;
accetta come seria l'apparenza che si dà, anzi la carica ancora di più; fa il
bravo, ed egli lo chiama un "Orlando", ma accompagnando le parole di
un cotale ammiccar d'occhi che esprima scambievole intelligenza, di un tuono di
voce in falsetto, di un riso equivoco, che vuol dire: - Io ti conosco. - Perciò
l'essenziale dell'ironia non è nell'immagine, ma nel sottinteso: è il riflesso
che succede allo spontaneo; immagine sottilizzata nel sentimento. Forma
delicata, perchè lo spettatore, alla vista del difetto che altri cerca di
mascherare, non sente collera, non gli strappa la maschera dal viso, anzi se la
mette egli stesso e serba una compostezza e una pulitezza, equivoca ne'
movimenti e ne' gesti. Forma di tempi civili, assai rara nelle età barbare e
nelle poesie primitive. Dante, accigliato, brusco, tutto di un pezzo, com'è ne'
suoi ritratti, ha troppa bile e collera, e non è buono nè alla caricatura, nè
all'ironia. Ma dalla sua fantasia d'artista è uscita una di quelle creazioni,
che sono le grandi scoperte nella storia dell'arte, un mondo nuovo: il
"nero cherubino", che strappa a san Francesco l'anima di Guido da
Montefeltro, è il padre di Mefistofele. Egli crea il diavolo, gli dà il suo
concetto e la sua funzione. Il diavolo è l'ironia incarnata: non ci è uomo
tanto briccone che il diavolo non sia più briccone di lui, e capite che non è
disposto a guastarsi la bile per le bricconerie degli uomini. L'uomo può
ingannare un altro uomo, ma non può ficcarla al diavolo, perchè il diavolo nel
suo senso poetico è lui stesso, la sua coscienza che risponde con un'alta
risata a' suoi sofismi, e gli fa il controsillogismo, e gli dice beffandolo:
... ... Forse
tu non sapevi ch'io loico fossi!
Il
brutto come il bello muore nel sublime. E il brutto è sublime quando offende il
nostro senso morale ed estetico e ci gitta in violenta reazione. Scoppia la
collera, l'indignazione, l'orrore: il comico è immediatamente soffocato. Quando
veggo un difetto rivelarsi all'improvviso, uso la caricatura. Quando veggo un
difetto che cerca mascherarsi, prendo la maschera anch'io e uso l'ironia. Ma
quando quel difetto mi offende, mi sfida, mi provoca, si mette dirimpetto a me
come contraddizione al mio intimo senso, la mia coscienza così audacemente
negata e contraddetta reagisce: io strappo al vizio la maschera e lo mostro
qual è, nella sua laida nudità. La caricatura e l'ironia si risolvono in una
forma superiore, il sarcasmo, la porta per la quale volgiamo le spalle al
comico e rientriamo nella grande poesia.
Nel sarcasmo caricatura e ironia
riappariscono, ma per morire: nasce la caricatura, ed è guastata; spunta la
maschera, ed è strappata. E la morte viene da questo, che nella forma
sarcastica del brutto ci è l'idea che l'uccide, il suo contrario. Nel canto de'
simoniaci il sarcasmo fa la sua splendida apparizione. Il comico muore sotto
l'ira di Dante. L'antitesi tra quello che è di fuori e quello che è nella sua
anima scoppia in ravvicinamenti innaturali, come "calcando i buoni e sollevando
i pravi", "Dio d'oro e d'argento"; e spesso in parole a doppio
contenuto, che è l'immagine del sarcasmo. Tale è la parola rimasa proverbiale,
con che è qualificata la servilità della Chiesa. Parimente chiama
"adulterio" la simonia e "idolatria" l'avarizia, parole,
nelle quali entrano come elementi la santità del matrimonio e il vero Dio: in
una sola immagine c'è il brutto e ci è l'idea che lo condanna.
Ma il sarcasmo dee purificare e consumare
se stesso. Finchè rimane nel particolare e nel personale, il linguaggio è acre,
bilioso: hai Giovenale e Menzini. Il poeta, non che rimanere imprigionato in
quello spettacolo, dee spiccarsene, porcisi al di sopra, allargare l'orizzonte,
essere eloquente, voce di verità, espressione impersonale della coscienza. Certo,
in quel canto de' simoniaci vive immortale la vendetta dell'uomo ingannato che
anticipa a Bonifazio l'inferno, e del ghibellino e del cristiano che vede nel
papato temporale una pietra d'inciampo e di scandalo. Ma i sentimenti e le
passioni personali, se hanno ispirato il poeta e resa terribilmente ingegnosa
la sua fantasia, non penetrano nella rappresentazione. Bisogna sapere la storia
per indovinare i terribili incentivi dell'alta creazione. Ciò che qui senti è
la convinzione, la buona fede del poeta, la sincerità e l'impersonalità della
sua collera: onde sgorga dal suo labbro eloquente tanta magnificenza d'immagini
e di concetti. Prima Dante è in collera con Nicolò, pinto in pochi tratti vano,
piccolo, col cervello e co' sensi nel piede. E comincia col "tu", e
l'assale corpo a corpo, con ironia amara che si trasforma nel pugnale del
sarcasmo:
e guarda ben la mal tolta moneta,
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.
Ma nel
pendìo dell'ingiuria si contiene d'un tratto, passaggio meritamente ammirato:
la piccola persona di Nicolò scomparisce; sottentra il "voi", i papi,
il papato; le idee guadagnano di ampiezza senza perdere di energia, e da ultimo
la collera svanisce in una certa tristezza pura di ogni stizza; è un deplorare,
non è più un inveire:
Ahi Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!
Tale è
Malebolge: miniera inesausta di caratteri comici, concezione delle più
originali, dove il comico è posto ed è sciolto. Poco felice nel maneggio delle
forme comiche, il poeta è insuperabile quando se ne sviluppa, mutato il riso in
collera, come nella sua invettiva, nella pena di Bertram dal Bormio, nella
rappresentazione di Vanni Fucci. Rimane un fondo comico che aspetta ancora il
suo artista. Pure in quella materia appena formata vive immortale il suo nero
cherubino.
Nel pozzo de' traditori la vita scende di
un grado più giù: l'uomo bestia diviene l'uomo ghiaccio, l'essere petrificato,
il fossile. In questo regresso dell'inferno, in questo cammino a ritroso
dell'umanità siamo giunti a quei formidabili inizi del genere umano, regno
della materia stupida, vuota di spirito, il puro terrestre, rappresentato ne'
giganti, figli della terra, nella loro lotta contro Giove, natura celeste e
spirituale, inferiore di forza fisica, ma armato del fulmine:
... ... con minaccia
Giove
dal cielo ancora, quando tuona
Con
questo mito concorda la storia biblica degli angeli ribelli. Qui all'ingresso
trovi i giganti; alla fine Lucifero: mitologia e Bibbia si mescolano,
espressioni della stessa idea. La lotta è finita: i giganti sono incatenati;
Lucifero è immenso e stupido carname, il gradino infimo nella scala de' demòni.
Il gigantesco è la poesia della materia; ma qui, vuoto e inerte, è prosa. Tra'
giganti e Lucifero stanno i dannati fitti nel ghiaccio. Le acque putride di
Malebolge, ventate dalle enormi ali di Lucifero, si agghiacciano, s'indurano,
diventano mare di vetro, di dentro a cui traspariscono come festuche i
traditori contro i congiunti nella Caina, contro la patria nell'Antenora,
contro gli amici nella Tolomea, e contro i benefattori nella Giudecca. La pena
è una, ma graduata secondo il delitto. Il movimento si estingue a poco a poco,
la vita si va petrificando, finchè cessa in tutto la lacrima, la parola e il
moto. L'immagine più schietta di questo mondo cristallizzato è il teschio
dell'arcivescovo Ruggieri, inanimato e immobile sotto i denti di Ugolino.
L'Ugolino è una delle più straordinarie e
interessanti fantasie. E per lui che la vita e la poesia entra in questo mare
morto, dove la natura e il demonio e l'uomo è materia stupida e senza
interesse. Come concetto morale, il tradimento è la colpa più grave; ma qui
manca l'organo della colpa: il grido della coscienza sembra agghiacciato
insieme col colpevole. Questo grido può uscire dal petto concitato di Dante
spettatore, come è già avvenuto in Malebolge, dove l'invettiva di Dante risolve
il comico. Qui ci è di meglio. Tra questi esseri petrificati Dante gitta il suo
Ugolino, ghiacciato con gli altri, come traditore egli pure, ma col capo sul
capo di Ruggieri, perchè insieme egli è il suo tradito e il suo carnefice. È la
vittima che qui alza il grido contro il traditore, e gli sta eternamente co'
denti sul capo, saziando in quello il suo odio, istrumento inconscio della
vendetta di Dio. Così è nato l'Ugolino, il personaggio più ricco, più moderno,
più popolare di Dante dove l'analisi è più profonda e più sviluppata, nelle sue
straordinarie proporzioni così umano e vero.
Prendete ora una carta topografica
dell'inferno, e guardate questa piramide capovolta, a forma d'imbuto. Vedete
l'immensa base alla cima, senza figura altra che di cerchi, fra le tenebre
eterne; e poi quei cerchi prendon figura di città rosseggiante di fiamme, e la
città di bolgia putrida e puzzolenta, e la bolgia di pozzo entro il quale è
petrificata la natura; in cima l'infinito, alla fine il tristo buco
sopra 'l qual pontan tutte le altre rocce;
e voi
avete così l'immagine visibile di questo inferno estetico. Gli è come nelle
rivoluzioni. Nel primo entusiasmo tutto è grande; poi vien fuori il
sanguinario, il feroce, l'orribile, finchè da' più bassi fondi della società
sale su il laido, l'abietto e il plebeo. Questa decomposizione e depravazione successiva
della vita è l'Inferno.
L'Inferno è l'uomo compiutamente
realizzato come individuo, nella pienezza e libertà delle sue forze. E può
misurare la grandezza dell'opera, chi vede gli abbozzi di Dino Compagni, o lo
scarno Ezzelino, o le rozze formazioni de' misteri e delle leggende.
L'individuo era ancora astratto e impigliato nelle formole, nelle allegorie e
nell'ascetismo. In quelle vuote generalità ci è la donna e l'uomo, come genere,
come simbolo, come l'anima; manca l'individuo. E manca tanto, che spesso non ha
un nome, ed è la "mia donna", o "un giovine", "un
santo uomo". Non un nome solo era rimasto vivo nel mondo dell'arte, fra
tante liriche e leggende. Dante volea scrivere il mistero dell'anima; si cacciò
tra allegorie e formole, ed ecco uscirgli dalla fantasia l'individuo, volente e
possente, nel rigoglio e nella gioventù della forza, spezzato il nocciolo dove
lo avea chiuso il medio evo. I pittori disegnavano santi e cupole, i filosofi
fantasticavano sull'ente; i lirici platonizzavano, gli ascetici contemplavano e
pregavano: Dante pensava l'inferno; e là, tra' furori della carne e l'infuriar
delle passioni, trovava la stoffa di Adamo, l'uomo com'è impastato, con la sua
grandezza e con la sua miseria, e non descritto, ma rappresentato e in azione,
e non solo ne' suoi atti, ma ne' suoi motivi più intimi. Così apparvero
sull'orizzonte poetico Francesca, Farinata, Cavalcanti, la Fortuna, Pier delle
Vigne, Brunetto, Capaneo, Ulisse, Vanni Fucci, il "nero cherubino",
Nicolò terzo e Ugolino. Tutte le corde del cuore umano vibrano. Vedi attorno a
questa schiera d'immortali, turba infinita di popolo nella maggior varietà di
attitudini, di forme, di sentimenti, di caratteri, che ti passano avanti,
alcuni appena sbozzati, altri numero e nome, altri segnati in fronte di qualche
frase indimenticabile, che li eterna, come Taide, Mosca, Giasone, Omero,
Aristotile, papa Celestino, Bonifazio, Clemente, Bruto, Bocca degli Abati,
Bertram dal Bormio. Nel regno de' morti si sente per la prima volta la vita nel
mondo moderno. Come è bella la luce, il "dolce lome", a Cavalcanti!
Quanta malinconia è in quella selva de' suicidi, spogliata del verde! Come è
commovente Brunetto, che raccomanda a Dante il suo Tesoro, e Pier delle Vigne
che gli raccomanda la sua memoria! Come ride quel giardino del peccato innanzi
a Francesca! Col vivo sentimento della dolce vita, della bella natura, è
accompagnato il sentimento della famiglia. Quel padre che cade supino, udendo
la morte del figlio, e Ugolino che dannato a morire di fame guarda nel viso a'
figliuoli, e Anselmuccio che gli domanda: - Che hai? - E Gaddo che gli dice: -
Perchè non mi aiuti? - Sono scene solitarie della poesia italiana. Ciascuno è
in una situazione appassionata. I sentimenti spinti alla punta idealizzano e
ingrandiscono gli oggetti. Tutto è colossale, e tutto è naturale E in mezzo
torreggia Dante, il più infernale, il più vivente di tutti, pietoso, sdegnoso,
gentile, crudele, sarcastico, vendicativo, feroce, col suo elevato sentimento
morale col suo culto della grandezza e della scienza anche nella colpa, coi suo
dispregio del vile e dell'ignobile, alto sopra tanta plebe, così ingegnoso
nelle sue vendette, così eloquente nelle sue invettive.
Queste grandi figure, là sul loro
piedistallo rigide ed epiche come statue, attendono l'artista che le prenda per
mano e le gitti nel tumulto della vita e le faccia esseri drammatici. E
l'artista non fu un italiano: fu Shakespeare.
Chi vuole ora concepire il Purgatorio, si
metta in quella età della vita che le passioni si scoloriscono, e l'esperienza
e il disinganno tolgono le illusioni, e scemata la parte attiva e personale,
l'uomo si sente generalizzare, si sente più come genere che come individuo.
Spettatore più che attore, la vita si manifesta in lui non come azione, ma come
contemplazione artistica, filosofica, religiosa. In quella calma delle passioni
e de' sensi era posto l'ideale antico del savio, l'ideale nuovo del santo, fuso
insieme in quel Catone, che Dante chiama nel Convito anima nobilissima e la più
perfetta immagine di Dio in terra. Catone è il savio antico, pinto come i
filosofi, con quella sua lunga barba, in quella calma e gravità della sua
decorosa vecchiezza:
degno di tanta riverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
Ma è qualcosa
di più; è il savio battezzato e santificato, con la fronte radiante, illuminata
dalla grazia, sì che pare un sole. Virgilio non comprende questo savio
cristianizzato, e parla al Catone di sua conoscenza, ricordando la sua virtù,
la sua morte per la libertà, la sua Marzia. E il nuovo Catone risponde: -
Marzia, che piacque tanto agli occhi miei, non mi move più; ma se Donna del
cielo ti guida, non ci è mestier lusinga:
basta ben che per lei mi richegge.
Che
cosa è il Purgatorio? È il mondo dove questo doppio ideale è realizzato: il
mondo di Catone o della libertà, dove lo spirito si sviluppa dalla carne e
cerca la sua libertà:
Libertà va cercando ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Altro
concetto, altra natura, altro uomo, altra forma, altro stile. Non è più
l'Iliade, è l'Odissea, è un nuovo poema. Paragonare Inferno e Purgatorio e
maravigliarsi che qui non sieno le bellezze ammirate colà, gli è come
maravigliarsi che il purgatorio sia purgatorio e non inferno. O, se pur vogliamo
maravigliarci di qualche cosa, maravigliamoci che il poeta abbia potuto così
compiutamente dimenticare l'antico se stesso, le sue abitudini di concepire, di
disporre, di colorire, e seppellito in questo nuovo mondo ricrearsi l'ingegno e
la fantasia a quella immagine, e con tanta spontaneità che pare non se ne
accorga: obblio dell'anima nella cosa, il secreto della vita, dell'amore e del
genio.
L'inferno e il regno della carne, che
scende con costante regresso sino a Lucifero. Il purgatorio e il regno dello
spirito, che sale di grado in grado sino al paradiso. È là che si sviluppa il
mistero, la Commedia dell'anima, la quale dall'estremo del male si riscote e si
sente e mediante l'espiazione e il dolore si purifica e si salva. Onde con
senso profondo il purgatorio esce dall'ultima bolgia infernale, e Lucifero,
principe delle tenebre, e quello stesso per le spalle del quale Dante salendo
esce a riveder le stelle.
Ci è un avanti-purgatorio, dove la carne
fa la sua ultima apparizione. Il suo potere non è più al di dentro: l'anima è
già libera; della carne non resta che la mala abitudine. Gradazione finissima e
altamente comica, dalla quale è uscito l'immortale ritratto di Belacqua,
caricatura felicissima nella figura, ne' movimenti, nelle parole, e tanto più
comica quanto più Belacqua si sforza di rimaner serio, usando un'ironia che si
volge contro di lui.
Questo avanti-purgatorio è quasi una
transizione tra l'inferno e il purgatorio: il peccato vi è e non v'è; e ancora
nell'abitudine non è più nell'anima; il demonio ci sta sotto la forma del
serpente d'Eva, involto tra l'erbe e i fiori, cacciato via da due angioli dalle
vesti e dalle ali di color verde, simbolo della speranza. Comparisce per
scomparire, quasi per far testimonianza che se ne va dalla scena per sempre.
Innanzi alla porta del purgatorio scompare il diavolo e muore la carne, e con
la carne gran parte di poesia se ne va.
L'anima non appartiene più alla carne, ma
l'ha avuta una volta sua padrona e se ne ricorda. La carne non è più una realtà,
come nell'inferno, ma una ricordanza. Ne' sette gironi, rispondenti a' sette
peccati mortali, le anime ricordano le colpe per condannarle; ricordano le
virtù per compiacersene.
Quel ricordare le colpe non è se non
l'inferno che ricomparisce in purgatorio per esservi giudicato e condannato;
quel ricordare le virtù non è se non il paradiso che preluce in purgatorio per
esservi desiderato e vagheggiato: l'inferno ci sta in rimembranza; il paradiso
ci sta in desiderio. Carne e spirito non sono una realtà: la tirannia della
carne è una rimembranza; la libertà dello spirito è un desiderio.
Poichè la realtà non è più in presenza, ma
in immaginazione, essa vi sta non come azione rappresentata e drammatica, ma
come immagine dello spirito, a quel modo che noi riproduciamo dentro di noi la
figura delle cose non presenti, e pingiamo al di fuori quello spettro della
mente. Questa realtà dipinta vien fuori nelle pareti e ne' bassirilievi del
purgatorio. Nell'inferno e nel paradiso non sono pitture, perchè ivi la realtà
è natura vivente, è l'originale, di cui nel purgatorio hai il ritratto. Inferno
e paradiso sono in purgatorio, ma in pittura, come il passato e l'avvenire
delle anime, non presenti agli occhi, ma all'immaginativa. Quelle pitture sono
il loro "memento", lo spettacolo di quello che furono, di quello che
saranno, che le stimola, mette in attività la loro mente, si che ricordano
altri esempli e si affinano, si purgano.
Siamo dunque fuori della vita. Le passioni
tornano innanzi alle anime, ma non sono più le loro passioni, sono fuori di
esse, contemplate in sè o in altri con l'occhio dell'uomo pentito. Anche le
virtù sono estrinseche alle anime, contemplate al di fuori come esempli e
ammaestramenti. Le anime sono spettatrici, contemplanti, non attrici. Passioni
buone o cattive non sono in presenza e in azione, ma sono una visione dello
spirito, figurata in intagli e pitture.
Questa concezione così semplice e vera
nella sua profondità è la pittura e la scoltura, l'arte dello spazio,
idealizzata nella parola e fatta poesia. Perchè il poeta non dipinge, ma
descrive il dipinto. La parola non può riprodurre lo spazio che
successivamente, e perciò è inefficace a darti la figura, come fa il pennello e
lo scarpello. Nè Dante si sforza di dipingere, entrando in una gara assurda col
pittore. Ma compie e idealizza il dipinto, mostrando non la figura, ma la sua
espressione e impressione: dinanzi all'immaginazione la figura diviene mobile,
acquista sentimento e parola.
Le
aguglie di Traiano in vista si movono al vento; la vedovella è atteggiata di
lagrime e di dolore; nell'attitudine di Maria si legge: "Ecce ancilla
Dei"; l'angiolo intagliato in atto soave non sembrava immagine che tace:
Giurato si saria ch'ei dicesse Ave.
Davide
ballando sembra più e meno che re; e gli sta di contro Micol, che ammirava,
siccome donna dispettosa e trista.
Erano i
tempi di Giotto, e parevano maravigliosi quei primi tentativi dell'arte.
Quest'alto ideale pittorico di Dante fa presentire i miracoli del pennello italiano.
Il poeta avea innanzi all'immaginazione figure animate, parlanti, dipinte da
Colui, che mai non vide cosa nuova,
ben più
vivaci che non gliele potevano offrire i suoi contemporanei.
Più in
la il dipinto sparisce: senza aiuto di senso, per sua sola virtù, lo spirito
intuisce il bene e il male, ricorda i buoni e i cattivi esempli, vede da se
stesso e in se stesso. La realtà non solo non ha la sua esistenza, come cosa
sensata, il sensibile; ma neppure come figurativa, in pittura; diviene una visione
diretta dello spirito, che opera già libero e astratto dal senso. Nasce
un'altra forma dell'arte, la visione estatica. L'anima vede farsi dentro di sè
una luce improvvisa, nella quale pullulano immagini sopra immagini come bolle
d'acqua che gonfiano e sgonfiano, e l'universo visibile si dilegua innanzi a
questa luce interiore, di modo che il "suono di mille tube" non
basterebbe a rompere la contemplazione. Dante trova forme nuove ed energiche ad
esprimere questo fenomeno. Le immagini "piovono" nell'alta fantasia;
la mente è
... ...
sì ristretta
dentro
di se', che di fuor non venia
cosa
che fosse allor da lei ricetta.
L'immaginativa
ne "ruba" di fuori, sì
che uom
non s'accorge
perchè
d'intorno suonin mille tube.
L'anima
vòlta in estasi ficca gli occhi nell'immagine con ardente affetto:
come dicesse a Dio: - D'altro non calme -.
Tra
queste visioni bellissima è quella del martirio di santo Stefano: un quadro a
contrasto, dove tra la folla inferocita che grida: - Martira, martira -, è la
figura del santo, la persona già aggravata dalla morte e china verso terra, ma
gli occhi al cielo preganti pace e perdono: è il soprastare dell'anima
nell'abbandono del corpo.
Siamo dunque in piena vita contemplativa.
Il processo della santificazione si sviluppa. Nell'inferno i tumulti e le
tempeste della vita reale appassionata dal furore de' sensi: qui entriamo in
quel mondo di romiti e di santi, in quel mondo de' misteri e delle estasi, così
popolare, nel mondo di Girolamo, di Francesco d'Assisi e di Bonaventura, dove
la pittura attingea le sue ispirazioni.
Nella visione estatica lo spirito ha già
un primo grado di santificazione, ha conquistato la sua libertà dal senso, ha
già il suo paradiso; ma è un paradiso interiore, immagine e desiderio, e non
sarà realtà, paradiso reale, se non quando quella luce e quelle immagini,
vedute dallo spirito entro di sè, sieno fuori di sè, sieno cose e non immagini.
Il purgatorio è il regno delle immagini, uno spettro dell'inferno, un simulacro
del paradiso.
Nella visione estatica lo spirito è attivo
e conscio; nel sogno è passivo e inconscio: è una forma di visione superiore,
non solo senza opera del senso, ma senza opera dello spirito; è visione divina,
prodotta da Dio. Perciò il sogno
anzi che 'l fatto sia, sa le novelle;
e
l'anima
alle sue vision quasi è divina.
Nel
sogno si rivela il significato delle visioni e delle apparenze del purgatorio.
Che cosa significano quelle pitture e quelle estasi? che cosa è il purgatorio?
È il regno dell'intelletto e del vero, dove il senso è spogliato delle sue
belle e piacevoli apparenze, e mostrato qual'è, brutto e puzzolento.
L'apparenza è una sirena:
Io son - cantava - io son dolce Sirena,
che i marinari in mezzo al mar dismago,
tanto son di piacere a sentir piena.
Ma una
donna santa, la Verità, fende i drappi; e la mostra qual femmina balba e
scialba, e mostra il ventre:
quel mi svegliò col puzzo che ne usciva.
Vinto
il senso e l'apparenza, si presenta a Dante in sogno l'immagine della vita, non
quale pare, ma qual è, la vera vita a cui sospira e che cerca nel suo
pellegrinaggio. E vede la vita nella prima delle due sue forme, la vita attiva,
lo affaticarsi nelle buone opere per giungere alla beatitudine della vita
contemplativa. La sirena è rozzamente abbozzata: manca a Dante il senso della
voluttà; senti nel verso stesso non so che intralciato e stanco. Lia è una
delle sue più fresche creazioni, personaggio tipico così perfetto nel suo
genere, come la Fortuna. La sua felicità non è ancora beatitudine, come è della
suora che vive guardando Dio, il suo miraglio; ma appunto perciò è più
interessante e poetica, più umana, più vicina a noi questa bella fanciulla, che
va tutta lieta pel prato, e coglie fiori e se ne fa ghirlanda e si mira allo
specchio. Tale è la prima immagine che il giovine incontra sovente ne' suoi
sogni!
L'ultima forma sotto la quale si presenta
la realtà è la visione simbolica, dove la forma non significa più se stessa, ma
un'altra cosa. Il purgatorio finisce tra' simboli: è il paradiso che si offre
all'anima sotto figura. Cristo è un grifone, e il carro su cui sta è la Chiesa,
e Dante ha una serie di strane visioni, che rappresentano simbolicamente la
storia della Chiesa.
Così la realtà corpulenta e tempestosa dell'inferno
si va diradando e sottilizzando per trasformarsi nella vera realtà, lo spirito
o il paradiso. Questo processo di carne a spirito è il purgatorio, dove la
forma diviene pittura, estasi, sogno, simbolo. Il simbolo già non è più forma,
ma puro spirito, lavoro intellettuale. Sotto la figura ci è la nuova e vera
realtà, pronta a svilupparsene e comparire essa direttamente.
L'uomo del purgatorio ha i sentimenti
conformi a questo stato dell'anima. Il suo carattere è la calma interiore,
assai simile alla tranquilla gioia dell'uomo virtuoso, che nella miseria
terrena sulle ali della fede e della speranza alza lo spirito al paradiso. Le
ombre sono contente nel fuoco, gli affetti hanno dolci e temperati, il
desiderio puro d'inquietudine e d'impazienza. Ne nasce un mondo idillico, che
ricorda l'età dell'oro, dove tutto è pace e affetto, e dove si manifestano con
effusione le pure gioie dell'arte, i dolci sentimenti dell'amicizia. In questo
mondo di pitture e scolture Dante si è coronato di artisti: Casella, Sordello,
Guido Guinicelli, Buonagiunta da Lucca, Arnaldo Daniello, Oderisi, Stazio, e ne
ha cavato episodi commoventi, che fanno vibrare le fibre più delicate del cuore
umano. Ricorderò il suo incontro con Casella, e il ritratto di Sordello, e i
cari ragionamenti dell'arte con Guinicelli e Buonagiunta, e l'incontro di
Stazio e Virgilio. È un lato della vita nuovo, pur così vero in tempi che la
vita intima della famiglia, dell'arte e dell'amicizia era un rifugio e quasi un
asilo fra le tempeste della vita pubblica. Come tocca il core l'amicizia di
Dante e di Forese, fratello di Corso Donati, il principale nemico di Dante, e
quel domandar ch'egli fa di Piccarda! I movimenti improvvisi dell'affetto e
della maraviglia sono colti con tanta felicità, che rimangono anche oggi vivi
nel popolo, come è l'"o" lungo e roco delle anime che veggon l'ombra
di Dante, o il paragone delle pecorelle, e la calma di Sordello,
a guisa di leon quando si posa,
mutata
subito in un sì vivace impeto di affetti, e Stazio che corre incontro a
Virgilio per abbracciarlo, obliando di essere un'ombra, e il cerchio dell'anime
intorno a Dante,
quasi obliando d'ire a farsi belle,
e
Casella che se ne spicca e si gitta tra le braccia di Dante:
Oh ombre vane, fuor che nell'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
Questa
intimità, questo tenere nel cuore un cantuccio chiuso al mondo, riservato alla
famiglia, agli amici, all'arte, alla natura, quasi tempio domestico, impenetrabile
a' profani, è il mondo rappresentato nel Purgatorio. Le ricordanze de' casi
anche più tristi sono pure di amarezza, raddolcite dalle speranze dell'ultimo
giorno. Manfredi non ha una ingiuria per i suoi nemici, chiede perdono, ed ha
già perdonato.
Io mi rendei
piangendo
a quei che volentier perdona.
Buonconte
di Montefeltro racconta le circostanze più strazianti della sua morte con una
calma e una serenità, che diresti indifferenza, se non te ne rivelasse il
secreto il sentimento espresso in questi versi:
Qui vi perdei la vista
nel nome di Maria finio, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Ciascuno
ha conservato in quel cantuccio del cuore il suo tempio domestico. Ciascuno
vuol essere ricordato a' suoi diletti. Come è caro quel Forese con quel
"Nella mia",
la vedovella mia che tanto amai!
E
Buonconte ricorda la sua Giovanna e gli altri che si sono dimenticati di lui, e
Manfredi vuol essere ricordato a Costanza, e Iacopo a' suoi fanesi, che
pregassero per lui: la sola Pia non ha alcun nome nel suo santuario domestico,
e non ha che Dante che possa ricordarsi di lei:
ricordati di me, che son la Pia.
Questo
mondo così affettuoso è penetrato di malinconia: sentimento nuovo, che avrà
tanta parte nella poesia moderna, e generato qui, nel Purgatorio. Questo
sentimento ti prende a udir la Pia, così delicata nella solitudine del suo
cuore; eppure non era sola, e ricorda la gemma, pegno d'amore. La tenerezza e
delicatezza de' sentimenti dispone l'animo alla malinconia: perchè malinconia
non è se non dolce dolore, dolore raddolcito da immagini care e tenere.
Richiede perciò anime raccolte che vivano in fantasia, sieno
"pensose", non distratte dal mondo, chiuse nella loro intimità La
malinconia è il frutto più delicato di questo mondo intimo. Come ti va al core
quell'ora che incomincia i tristi lai la rondinella, presso alla mattina, e
quella squilla di lontano,
che pare il giorno pianger che si more,
e
quell'ora della sera che i naviganti partono e s'inteneriscono pensando
lo dì c'han detto a' dolci amici: addio!
Qui
Dante gitta via l'astronomia, che rende spesso così aride le sue albe e le sue
primavere, e rende tutte le dolcezze di una natura malinconica. Tra le scene
più intime, più penetrate di malinconia, è il suo incontro con Casella.
Cominciano espansioni di affetto. Nel primo impeto corrono ad abbracciarsi.
Casella dice:
Così com'io t'amai
nel
mortal corpo, così t'amo sciolta.
Dante
risponde: - Casella mio! - e lo prega a voler cantare, come faceva in vita, che
col canto gli acquietava l'anima, e ora l'anima sua è così affannata. E Casella
canta una poesia di Dante, e Dante e Virgilio e le anime fanno cerchio, rapite,
dimentiche del purgatorio, sgridate da Catone. Ma se Catone non perdona, perdonano
le muse. Quest'oblio del purgatorio, questa musica che ci riconduce alle care
memorie della vita, la terra che scende nell'altro mondo e si impossessa delle
anime, sì che obliano di essere ombre e vogliono abbracciare gli amici e
pendono dalla bocca di Casella, questo è poesia. Ci si sente qua dentro la
malinconia dell'esilio, l'uomo che giovine ancora desiderava con la sua Bice e
i suoi amici e le loro donne ritrarsi in un'isola e farne il santuario dei suoi
affetti e obliarvi il mondo.
E c'è la malinconia propria del
purgatorio, quel vedere di là con mutati occhi le grandezze e gli affetti
terreni, quel disabbellirsi della vita, quel cadere di tutte le illusioni:
Non è il mondan rumore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci ed or vien
quindi,
e muta nome perchè muta lato.
Una
delle figure più interessanti è Adriano. All'ultimo della grandezza dice:
Vidi che lì non si quetava il core,
ne più salir poteasi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore.
Questo
papa disilluso ha lunga e mala parentela, e sono tutti morti per lui, eccetto
la buona Alagia:
E questa sola m'è di la rimasa.
Quest'ultimo
verso è pregno di malinconia.
Questa
calma filosofica, che fa guardare dall'alto del purgatorio la vita e ne scopre
il vano e il nulla, restringe il circolo della personalità e della realtà
terrena. Gli individui appariscono e spariscono, appena disegnati; hanno la
bellezza, ma anche la monotonia e l'immobilità della calma. Sono uomini che
discutono e conversano in una sala, più che uomini agitati e appassionati. I
grandi individui storici, le grandi creature della fantasia scompariscono.
Più che negli individui la vita si
manifesta nei gruppi: la vita qui è meno individuo che genere. La comune anima
ha la sua espressione nel canto. Nell'inferno non ci son cori; perchè non vi è
l'unità dell'amore. L'odio è solitario; l'amore è simpatia e armonia; la musica
e il canto conseguono i loro effetti nella misurata varietà delle voci e
degl'istrumenti. Qui le anime sono esseri musicali, che escono dalla loro
coscienza individuale, assorte in uno stesso spirito di carità:
Una parola era in tutto e un modo,
sì che parea tra esse ogni concordia.
Le
anime compariscono a gruppi e cantano salmi e inni, espressione varia di
dolore, di speranza, di preghiera, di letizia, di lodi al Signore. Quando
giungono al purgatorio, le odi cantare: "In exitu Israel de Aegypto".
Giungono nella valle, ed ecco intonare il Salve Regina. La sera odi l'inno: "Te
lucis ante terminum Rerum creator
poscimus". Entrando nel purgatorio, risuona il Te Deum. Sono i salmi e
gl'inni della Chiesa, cantati secondo le varie occasioni, e di cui il poeta
dice le prime parole. Ti par d'essere in chiesa e udir cantare i fedeli. Quei
canti latini erano allora nella bocca di tutti, erano cantati da tutti in
chiesa; il primo verso bastava a ricordarli. Il poeta ha creduto bastar questo
ad accendere ne' petti l'entusiasmo religioso. E forse bastava allora, quando
quei versi suscitavano tante rimembranze e immagini della vita religiosa. La
poesia qui non è nella rappresentazione, ma in quei lettori e in quei tempi. Un
nome, una parola basta in certi tempi a produrre tutto l'effetto: con quei
tempi se ne va la loro poesia, e restano cosa morta. Molte parti del poema
dantesco, aride liste di nomi e di fatti, soprattutto le allusioni politiche,
allora così vive, oggi son morte. E tutta questa lirica del purgatorio è cosa
morta. Perchè Dante non crea dal suo seno quei sentimenti, ma li trova belli e scritti
ne' canti latini, e si contenta di dirne le prime parole. Pure, la situazione
delle anime purganti è altamente lirica; la loro personalità non è individuale,
ma collettiva, e l'espressione di quella comune anima svegliatasi in loro è
l'onda canora de' sentimenti. Qui mancò la vena e la forza al gran poeta, e si
rimise a Davide di quello ch'era suo compito. Più che visioni e simboli e
dipinti, la vita del purgatorio era questa effusione lirica di dolore, di
speranza, di amore, di quell'incendio interiore che rende le anime affettuose,
concordi in uno stesso spirito di carità. Ha saputo così ben dipingerle queste
anime ardenti, che s'incontrano, si baciano e vanno innanzi, tirate su verso il
cielo!
Li veggio d'ogni parte farsi presta
ciascun'ombra, e baciarsi una con una,
senza restar, contente a breve feste.
Così per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.
E che
poteva e sapeva con pari felicità esprimere i loro sentimenti, non solo il vago
e l'indeterminato, ma anche il proprio e il successivo, ed essere il Davide del
suo purgatorio, lo mostra il suo "paternostro", rimaso canto
solitario.
Le fuggitive apparizioni degli angeli sono
quasi immagine anticipata del paradiso nel luogo della speranza. In essi non e
alcuna subbiettività: sono forme eteree vestite di luce, fluttuanti come le
mistiche visioni dell'estasi, e nondimeno ciascuna con propria apparenza e
attitudine.
Tal che parea beato per iscritto...
Verdi come fogliette pur mo' nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate...
Ben discernea in lor la testa bionda,
ma nelle facce l'occhio si smarria,
come virtù ch'a troppo si confonda...
A noi venìa la creatura bella,
bianco vestita, e nella faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Molto
per la pittura, poco per la poesia. Manca la parola, manca la personalità. Ci è
il corpo dell'angiolo; non ci è l'angiolo. Nelle dolci note, tra quelle forme
d'angioli, l'anima s'infutura, "gusta le primizie del piacere
eterno". Di che prende qualità la natura del purgatorio, una montagna,
scala al paradiso, in principio faticosa a salire:
E quanto uom più va su, e men fa male.
Però quando ella ti parrà soave
tanto che il su andar ti sia leggiero,
com'a seconda in giuso l'andar con nave,
allor sarai al fin d'esto sentiero.
Il
luogo è rallegrato da luce non propria, ma riflessa dal sole e dalle stelle,
che sono il paradiso dantesco. La prima impressione della luce, uscendo
dall'inferno, cava a Dante questa bella immagine:
Dolce color d'oriental zaffiro
che s'accoglieva nel sereno aspetto
dell'aer puro infino al primo giro,
agli occhi miei ricomincio diletto.
La
natura è l'accordo musicale e la voce di quel di dentro: qui natura, angeli e
anime sono un solo canto, un solo universo lirico. Scena stupenda è nel canto
settimo, maravigliosa consonanza tra le ombre sedute, quete, che cantano
"Salve Regina", e la vista allegra del seno erboso e fiorito dove
stanno:
Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavità di mille odori
vi faceva un incognito indistinto.
"Salve Regina" in sul verde e in
su' fiori
quindi seder, cantando, anime vidi.
Le
anime piangono e cantano, e il luogo alpestre è lieto di apriche valli e di
campi odorati: il quale contrasto ha termine, quando l'anima si leva con libera
volontà a miglior soglia, tolte le "schiume della coscienza", con
pura letizia. Così come nell'inferno si scende sino al pozzo ghiacciato della
morte, nel purgatorio si sale sino al paradiso terrestre, immagine terrena del
paradiso, dove l'anima è monda del peccato o della carne, e rifatta bella e
innocente. Tutto è qui che alletti lo sguardo e lusinghi l'immaginazione: riso
di cielo, canti di uccelli, vaghezza di fiori, e tremolar di fronde e mormorare
di acque, descritto con dolcezza e melodia, ma insieme con tale austera misura,
che non dà luogo a mollezza ed ebbrezza di sensi, nè il diletto turba la calma.
Il purgatorio è il centro di questo
mistero o commedia dell'anima; è qua che il nodo si scioglie. Dante, più che
spettatore è attore. Uscito dall'inferno, appena all'ingresso del purgatorio
l'angiolo incide sulla sua fronte sette "P", che sono i sette peccati
mortali, che si purgano ne' sette gironi. Da un girone all'altro una
"P" scomparisce dalla fronte, finchè van via tutte, e puro e
rinnovellato giunge al paradiso terrestre. Passa da uno stato nell'altro in
sonno, cioè a dire per virtù della grazia, senza sua coscienza. È Lucia,
"nemica di ciascun crudele", che lo piglia dormente e sognante, e lo
conduce in purgatorio. Così la storia intima dell'anima, i suoi errori, le
passioni, i traviamenti, i pentimenti, sono storia esterna e simbolica: il
dramma è strozzato nella sua culla. La crisi del dramma, il punto in cui il
nodo si scioglie, e il pentimento, l'anima che si riconosce, e caccia via da sè
il peccato, e si pente e si vergogna e ne fa confessione. A questo punto il
dramma si fa umano, e ciò che avrebbe potuto far Dante, si vede da quello che
ha fatto qui; ma una storia intima, personale, drammatica dell'anima, com'è il
Faust, non era possibile in tempi ancora epici, simbolici, mistici e
scolastici.
Qui tutt'i personaggi del dramma si
trovano a fronte. Di qua Dante, Virgilio, Stazio; di là Beatrice con gli
angeli; in mezzo e il rio che li divide, bipartito in due fiumi, Lete,
l'obblio, ed Eunoè, la forza. Nell'uno l'anima si spoglia della scoria del
passato; nell'altra attinge virtù di salire alle stelle.
L'alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Lete si passasse, e tal vivanda
fosse gustata senza alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda.
Di là è
Matilde, che tuffa le anime, pagato lo scotto del pentimento, e le passa
all'altra riva, rifatte nell'antico stato d'innocenza. E lo specchio dell'anima
rinnovellata è Matilde, che danza e sceglie fiori, in sembianza ancora umana,
celeste creatura, con l'ingenua giocondità di fanciulla, con la leggerezza di
una silfide, col pudico sguardo di vergine, il viso radiante di luce. Tale era
Lia, affacciatasi al poeta in sogno, il presentimento di Matilde, il nunzio del
paradiso terrestre.
La scena dove questo mistero dell'anima si
scioglie ha le sacre e venerabili apparenze di un mistero liturgico, una di
quelle sacre rappresentazioni che si facevano durante le processioni. Vedi una
Chiesa animata e ambulante in processione: sette candelabri, che a distanza
parevano sette alberi d'oro, e dietro gente vestita di bianco che canta
"Osanna", e le fiammelle lasciano dietro di sè lunghe liste lucenti,
e sotto questo cielo di luce sfila la processione. Ecco a due a due i profeti e
i patriarchi dell'antico Testamento, sono ventiquattro seniori coronati di
giglio:
Tutti cantavan: - Benedetta tue
nelle figlie di Adamo, e benedette
sieno in eterno le bellezze tue. -
Segue
la Chiesa in figura di carro trionfale, a due ruote (i due testamenti), tra
quattro animali (i quattro vangeli), tirato da un grifone, simbolo di Cristo; a
destra Fede, Speranza e Carità; a sinistra Prudenza, Giustizia, Fortezza e
Temperanza, vestite di porpora; dietro due vecchi, san Luca e san Paolo, e
dietro a loro, quattro in umile paruta, forse gli scrittori dell'Epistole, e
solo e dormente san Giovanni dall'Apocalisse:
E diretro da tutti un veglio solo
venir dormendo con la faccia arguta.
Si ode
un tuono. La processione si ferma. Comincia la rappresentazione. Virgilio
guarda attonito, non meno che Dante. Il senso di quella processione allegorica
gli sfugge. La missione del savio pagano è finita. Hai innanzi la dottrina
nuova, la Chiesa di Cristo co' suoi profeti e patriarchi, co' suoi evangelisti
e apostoli, co' suoi libri santi.
Fermata la processione, uno canta e gli
altri ripetono: "Veni sponsa, de Libano", e sul carro si leva moltitudine
di angioli che cantano e gittano fiori.
Tutti dicean: - Benedictus qui venis
e fior gittando di sopra e dintorno
manibus o date lilia plenis. -
Tra
questa nuvola di fiori appare donna sovra candido velo, cinta d'oliva, sotto
verde manto, vestita di colore di fiamma; appare come la Madonna nelle
processioni, sotto i fiori che le gittano dalle finestre i fedeli. Dante non la
vede, ma la sente: è Beatrice.
Quest'apoteosi di Beatrice, questo primo
apparire della sua donna ancora velata fra tanta gloria, scioglie
l'immaginazione dalla rigidità de' simboli e de' riti, e le dà le libere ali
dell'arte. Il dramma si fa umano; spuntano le immagini e i sentimenti:
Io vidi già nel cominciar del giorno
le parte oriental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno adorno
e la faccia del sol nascere ombrata
sì chè per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fiata.
Così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva giù dentro e di fuori,
sovra candido vel, cinta di oliva
donna m'apparve sotto il verde manto
vestita di color di fiamma viva.
L'apparire
di Beatrice è lo sparire di Virgilio. Qui l'astrattezza del simbolo è superata.
Ti senti innanzi ad un'anima d'uomo. Quella donna è la sua Beatrice, l'amore
della sua prima giovinezza; e Virgilio e il dolcissimo padre che sparisce,
quando più ne aveva bisogno, quando era proprio come un fantolino in paura che
si volge alla mamma; e si volge, e non lo vede più, e lo chiama tre volte per
nome nella mente sbigottita. Il mistero liturgico si trasforma in un dramma
moderno:
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato ch'alla sua presenza
non era di stupor tremando affranto,
senza dagli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l'alta virtù che già m'avea trafitto
prima ch'io fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra, col respitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura o quando egli è afflitto,
per dicer a Virgilio: - Men che dramma
di sangue m'è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell'antica fiamma -.
Ma Virgilio ne avea lasciati scemi
di sè; Virgilio dolcissimo padre,
Virgilio, a cui per mia salute dièmi.
Dal
pianto di Dante esce un felicissimo passaggio per introdurre in iscena
Beatrice:
Dante, perchè Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora,
che pianger ti convien per altra spada.
Gli
occhi di Dante sono là verso la donna, che lo chiama per nome:
Guardami ben: ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
Non sapei tu che qui l'uomo è felice?
E gli
occhi cadono nella fontana, e non sostenendo la propria vista, cadono
sull'erba:
Gli occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, io trassi all'erba:
tanta vergogna mi gravò la fronte.
Qui è la prima volta e sola che un'azione
è rappresentata nel suo cammino e nel suo svolgimento, come in un mistero, e
Dante vi rivela un ingegno drammatico superiore. I più intimi e rapidi
movimenti dell'animo scappan fuori; i due attori, Dante e Beatrice, vi sono
perfettamente disegnati; gli angioli fanno coro e intervengono. La scena è rapida,
calda, piena di movimenti e di gradazioni fini e profonde. La vergogna di Dante
senza lacrime e sospiri giunge a poco a poco sino al pianto dirotto. Dapprima
sta li più attonito che compunto, ma quando gli angioli nel loro canto hanno
aria di compatirgli, come se dicessero: "Donna, perchè sì lo
stempre?" scoppia il pianto. Quello che non potè il rimprovero, ottiene il
compatimento. Gradazione vera e profonda e rappresentata con rara evidenza
d'immagine. Instando Beatrice: - Di' di', se questo è vero -, tra confusione e
vergogna, esitando e incalzato gli esce un tale "sì" dalla bocca, che
si poteva vedere, ma non udire:
al quale intender fur mestier le viste.
I
sentimenti dell'animo scoppiano con tanta ingenuità e naturalezza, che
rasentano il grottesco; quando Beatrice dice: "Alza la barba", il
nostro dottore con linguaggio della scuola riflette:
e quando per la "barba" il
"viso" chiese,
ben conobbi 'l velen dell'argomento.
Il
berretto dottorale spunta tutto ad un tratto sul capo di Dante fra le lacrime e
i sospiri, e dà a questa magnifica storia del cuore un colorito locale.
Queste gradazioni corrispondono alle
parole di Beatrice. Qui non ci è dialogo: è lei che parla: le risposte di Dante
sono le sue emozioni. Pure non ci è monotonia, ne declamazione: tutto esce da
una situazione vera e finamente analizzata. "Regalmente proterva", la
sua severità è raddolcita poi dal canto degli angioli. Beatrice non parla più a
Dante: parla agli angioli, e narra loro la storia di Dante. La situazione
diviene meno appassionata, ma più elevata: mai la poesia non s'era alzata a un
linguaggio sì nobile; lo spiritualismo cristiano trovava la sua musa:
Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita:
e torse i passi suoi per via non vera,
immagini di ben seguendo false,
che nulla promission rendono intera.
Poi si
volta a Dante, e il discorso diviene personale, stringente, implacabile nella
sua logica. E una sola idea sotto varie forme, ostinata, insistente, che vuole
da Dante una risposta. - Sei uomo, hai la barba: come potesti preferire a me le
cose fallaci della terra,
o pargoletta,
o altra vanità per sì breve uso?
- E quando Dante potè formare la voce, viene
la risposta:
... ... Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'l vostro viso si nascose.
Come si
vede, è l'antica lotta tra il senso e la ragione che qui ha il suo termine; è
la vita tragica dell'anima fra gli errori e le battaglie del senso, che qui si
scioglie in commedia, cioè in lieto fine, con la vittoria dello spirito. L'idea
è più che trasparente, è manifestata direttamente nel suo linguaggio teologico.
Ma l'idea e calata nella realtà della vita e produce una vera scena drammatica,
con tale fusione di terreno e di celeste, di passione e di ragione, di concreto
e di astratto, che vi trovi la stoffa da cui dovea sorgere più tardi il dramma
spagnuolo.
Dante, pentito, tuffato nel fiume Lete, e
menato a Beatrice dalle virtù, sue ancelle:
Noi sem qui ninfe; e nel ciel semo stelle.
Pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Menrenti agli occhi suoi...
E
Beatrice gli svela la sua faccia. Non è poesia che possa rendere quello che
Dante vede, quello che sente:
O isplendor di viva luce eterna,
chi pallido si fece sotto l'ombra
sì di Parnasso, e bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te, qual tu paresti,
là, dove armonizzando il ciel ti adombra,
quando nell'aere aperto ti solvesti?
Compiuta
la rappresentazione, ricomincia la processione sino all'albero della vita,
dove, antitesi a questa Chiesa gloriosa di Cristo, apparisce in visione
allegorica la Chiesa terrena, trafitta dall'impero, travagliata dall'eresia,
corrotta dal dono di Costantino, smembrata da Maometto, e in ultimo meretrice
fra le braccia del re di Francia. Concetto stupendo, questo apparire della vita
terrena nell'ultimo del purgatorio, germogliata dall'albero infausto del
peccato di Adamo. Il terreno apparisce quando ci si dilegua per sempre dinanzi,
non solo in realtà, ma in ricordanza. Siamo già alla soglia del paradiso.
Così finisce questa processione dantesca,
una delle concezioni più grandiose del poema, anzi in sè sola tutto un poema,
dove ci vediamo sfilare davanti tutt'i grandi personaggi della Chiesa celeste,
immagine anticipata del regno di Dio, un'apoteosi del cristianesimo, entro di
cui si rappresenta il più alto mistero liturgico, la Commedia dell'anima.
Questa processione dove far molta
impressione in quei tempi delle processioni, de' misteri e delle allegorie,
quando gli angeli, le virtù e i vizi, e Cristo e Dio stesso entravano in
iscena. Ma è appunto questo carattere liturgico e simbolico, che qui scema in
gran parte la bellezza della poesia. Questo difetto nuoce soprattutto nella
rappresentazione della Chiesa terrena, dove l'aquila, la volpe, e il drago e il
gigante e la meretrice rimpiccoliscono un concetto così magnifico, una storia
così interessante.
Lo stesso contrasto si affaccia a Dante,
quando il mantovano Sordello, sentendo Virgilio esser di Mantova, esce dalla
sua calma di leone:
O mantovano, io son Sordello.
della tua terra. - E l'un l'altro
abbracciava.
E Dante
pensa alla sua Firenze, dove
... ... l'un l'altro si rode
di quei che un muro e una fossa serra.
Qui non
è impigliato nelle allegorie. Scoppia il contrasto impetuoso, eloquente, e
n'esce una poesia tutta cose, dove si riflettono i più diversi movimenti
dell'animo, il dolore, lo sdegno, la pietà, l'ironia, una calma tristezza.
Il Purgatorio è il dolce rifugio della
vecchiezza. Quando la vita si disabbella a' nostri sguardi, quando le volgiamo
le spalle e ci chiudiamo nella santità degli affetti domestici tra la famiglia
e gli amici, nelle opere dell'arte e del pensiero, il Purgatorio ci s'illumina
di viva luce e diviene il nostro libro, e ci scopriamo molte delicate bellezze,
una gran parte di noi. Fu il libro di Lamennais, di Balbo, di Schlosser.
Viene
il Paradiso. Altro concetto, altra vita, altre forme.
Il paradiso e il regno dello spirito,
venuto a libertà, emancipato dalla carne o dal senso, perciò il soprasensibile,
o come dice Dante, il trasumanare, il di la dall'umano. È quel regno della
filosofia che Dante volea realizzare in terra, il regno della pace, dove
intelletto, amore e atto sono una cosa. Amore conduce lo spirito al supremo
intelletto, e il supremo intelletto è insieme supremo atto. La triade è insieme
unità. Quando l'uomo è alzato dall'amore fino a Dio, hai la congiunzione
dell'umano e del divino, il sommo bene, il paradiso.
Questo
ascetismo o misticismo non è dottrina astratta, è una forma della vita umana.
Ci è nel nostro spirito un di là, ciò che dicesi il sentimento dell'infinito,
la cui esistenza si rivela più chiaramente alle nature elevate.
L'arte antica avea materializzato questo
di là, umanando il cielo, e la filosofia partendo dalle più diverse direzioni
era giunta a questa conclusione pratica, che l'ideale della saggezza, e perciò
della felicità, è posto nella eguaglianza dell'animo, ciò che dicevasi
"apatia", affrancamento dalle passioni e dalla carne: pagana
tranquillità, che vedi nelle figure quiete e serene e semplici dell'arte greca.
Questa
calma filosofica trovi nelle figure eroiche del limbo:
Sembianza avevan ne' trista ne' lieta...
Parlavan
rado, con passi soavi
Virgilio
n'è il tipo più puro, le cui impressioni vanno di rado al di là di un sospiro,
o di un movimento tosto represso. Questa calma è la fisonomia del purgatorio,
il carattere più spiccato di quelle anime, dove l'aspirazione al cielo è senza
inquietudine, sicure di salirvi quandochessia. Ma già in quelle anime penetra
un elemento nuovo, l'estasi, il rapimento, la contemplazione; ci sta Catone, ma
irradiato di luce.
Col cristianesimo s'era restaurato nello
spirito questo inquieto di là, e divenne in breve molta parte della vita, anzi
la principale occupazione della vita. E si sviluppò un'arte e una letteratura
conforme. Chi vede gli ammirabili mosaici del paradiso sotto le cupole di San
Marco e di San Giovanni Laterano, o le facce estatiche de' santi consumate dal
fervore divino ha innanzi stampato il tipo di questo uomo nuovo. Quel di là, il
celeste, il divino, appare su quelle facce, come appare nella Città di Dio di
santo Agostino e nella Dieta salutis di san Bonaventura. A questa immagine avea
composta la sua Gerusalemme celeste frate Giacomino da Verona nel secolo
decimoterzo.
Questo di là, intravveduto nelle estasi,
ne' sogni, nelle visioni nelle allegorie del purgatorio, eccolo qui nella sua
sostanza, è il paradiso. Il quale intravveduto nella vita ha una forma, e può
essere arte; ma non si concepisce come, veduto ora nella sua purezza, come
regno dello spirito, possa avere una rappresentazione. Il paradiso può essere
un canto lirico, che contenga. non la descrizione di cosa che è al di sopra
della forma, ma la vaga aspirazione dell'anima a "non so che divino",
ed anche allora l'obietto del desiderio, pur rimanendo "un incognito
indistinto", riceve la sua bellezza da immagini terrene, come
nell'Aspirazione e nel Pellegrino di Schiller, e in questi bei versi del
Purgatorio, imitati dal Tasso:
Chiamavi il cielo e intorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze eterne.
Per
rendere artistico il paradiso, Dante ha immaginato un paradiso umano,
accessibile al senso e all'immaginazione. In paradiso non c'è canto, e non luce
e non riso; ma essendo Dante spettatore terreno del paradiso, lo vede sotto
forme terrene:
Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultade, e mani e piedi
attribuisce a Dio ed altro intende.
Così
Dante ha potuto conciliare la teologia e l'arte. Il paradiso teologico è
spirito, fuori del senso e dell'immaginazione, e dell'intelletto; Dante gli dà
parvenza umana e lo rende sensibile ed intelligibile. Le anime ridono, cantano,
ragionano come uomini. Questo rende il paradiso accessibile all'arte.
Siamo all'ultima dissoluzione della forma.
Corpulenta e materiale nell'Inferno, pittorica e fantastica nel Purgatorio, qui
è lirica e musicale, immediata parvenza dello spirito, assoluta luce senza
contenuto, fascia e cerchio dello spirito, non esso spirito. Il purgatorio,
come la terra, riceve la luce dal sole e dalle stelle, e queste l'hanno
immediatamente da Dio, sicchè le anime purganti, come gli uomini, veggono il
sole, e nel sole intravvedono Dio, offertosi già alla fantasia popolare come
emanazione di luce; ma i beati intuiscono Dio direttamente per la luce che move
da lui senza mezzo:
lume che a lui veder ne condiziona.
Adunque
il paradiso e la più spirituale manifestazione di Dio; e perciò di tutte le
forme non rimane altro che luce, di tutti gli affetti non altro che amore, di
tutt'i sentimenti non altro che beatitudine, di tutti gli atti non altro che
contemplazione. Amore, beatitudine, contemplazione prendono anche forma di
luce; gli spiriti si scaldano ai raggi d'amore; la beatitudine o letizia
sfavilla negli occhi e fiammeggia nel riso; e la verità è siccome in uno
specchio dipinta nel cospetto eterno:
Luce intellettual piena d'amore,
amor di vero ben pien di letizia,
letizia che trascende ogni dolzore.
Gli
affetti e i pensieri delle anime si manifestano con la luce; l'ira di san
Pietro fa trascolorare tutto il paradiso.
Il paradiso ha ancora la sua storia e il
suo progresso, come l'inferno e il purgatorio. È una progressiva manifestazione
dello spirito o di Dio in una forma sempre più sottile sino al suo compiuto
sparire, manifestazione ascendente di Dio che risponde a' diversi ordini o
gradi di virtù. Sali di stella in stella, come di virtù in virtù, sino al cielo
empireo, soggiorno di Dio.
Ad esprimere queste gradazioni, unica
forma è la luce. Perciò non hai qui, come nell'inferno o nel purgatorio,
differenze qualitative, ma unicamente quantitative, un più e un meno. Prima la
luce non è così viva che celi la faccia umana; più si sale e più la luce
occulta le forme come in un santuario. Come è la luce, così è il riso di
Beatrice, un "crescendo" superiore ad ogni determinazione; la
fantasia, formando, non può seguire l'intelletto, che distingue. Bene il poeta
vi adopera l'estremo del suo ingegno, conscio della grandezza e difficoltà
dell'impresa:
L'acqua ch'io prendo giammai non si corse.
Minerva spira e conducemi Apollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.
Dapprima
caldo di questo mondo, sua fattura, allettato dalla novità o dal maraviglioso
de' fenomeni che gli si affacciano, le immagini gli escono vivaci, peregrine;
poi quasi stanco diviene arido e dà in sottigliezze; ma lo vedi rilevarsi e
poggiare più e più a inarrivabile altezza, sereno, estatico: diresti che la
difficoltà lo alletti, la novità lo rinfranchi, l'infinito lo esalti.
Il paradiso propriamente detto è il cielo
empireo, immobile e che tutto move, centro dell'universo. Ivi sono gli spiriti,
ma secondo i gradi de' loro meriti e della loro beatitudine appariscono ne'
nove cieli che girano intorno alla terra, la luna, Mercurio, Venere, il sole,
Marte, Giove, Saturno, le stelle fisse e il primo mobile. Ne' primi sette
cieli, che sono i sette pianeti, ti sta avanti tutta la vita terrena. La luna è
una specie di avanti-paradiso. I negligenti aprono l'inferno e il purgatorio, e
aprono anche il paradiso. E i negligenti del paradiso sono i manchevoli non per
volontà propria, ma per violenza altrui. Il loro merito non è pieno, perchè
mancò loro quella forza di volontà che tenne Lorenzo sulla grata e fe' Muzio
severo alla sua mano. Perciò in loro rimane ancora un vestigio della terra: la
faccia umana. In Mercurio, Venere, il sole, Marte, Giove hai le glorie della
vita attiva, i legislatori, gli amanti, i dottori, i martiri, i giusti. In
Saturno hai la corona e la perfezione della vita, i contemplanti. Percorsi i
diversi gradi di virtù, comincia il tripudio, o come dice il poeta, il trionfo
della beatitudine. Ed hai nelle stelle fisse il trionfo di Cristo, nel primo
mobile il trionfo degli angioli, e nell'empireo la visione di Dio, la
congiunzione dell'umano e del divino, dove s'acqueta il desiderio. Questa
storia del paradiso secondo i diversi gradi di beatitudine ha la sua forma ne'
diversi gradi di luce.
La luce, veste e fascia delle anime, è la
sola superstite di tutte le forme terrene, e non è vera forma, ma semplice
parvenza e illusione dell'occhio mortale. Essa è la stessa beatitudine, la
letizia delle anime, che prende quell'aspetto agli occhi di Dante:
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia d'intorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Queste
parvenze dell'interna letizia si atteggiano, si determinano, si configurano ne'
più diversi modi, e non sono altro che i sentimenti o i pensieri delle anime
che paion fuori in quelle forme. E n'esce la natura del paradiso, luce
diversamente atteggiata e configurata, che ha aspetto or di aquila, or di
croci, or di cerchio, or di costellazione, ora di scala, con viste nuove e
maravigliose. Queste combinazioni di luce non sono altro che gruppi d'anime,
che esprimono i loro pensieri co' loro moti e atteggiamenti. A rendere
intelligibili le parvenze di questo mondo di luce, il poeta si tira appresso la
natura terrestre e ne coglie i fenomeni più fuggevoli, più delicati, e ne fa lo
specchio della natura celeste. Così rientra la terra in paradiso, non come sostanziale,
ma come immagine, parvenza delle parvenze celesti. È la terra che rende amabile
questo paradiso di Dante; è il sentimento della natura che diffonde la vita tra
queste combinazioni ingegnose e simboliche. La terra ha pure la sua parte di
paradiso, ed è in quei fenomeni che inebbriano, innalzano l'animo e lo
dispongono alla tenerezza e all'amore: trovi qui tutto che in terra è di più
etereo, di più sfumato, di più soave. E come l'impressione estetica nasce
appunto da questo profondo sentimento della natura terrestre, avviene che il
lettore ricorda il paragone, senza quasi più sapere a che cosa si riferisca.
Questi paragoni di Dante sono le vere gemme del Paradiso:
Come a raggio di sol che puro mèi
per fratta nube, già prato di fiori
vider coverti d'ombra gli occhi miei;
vid'io così più turbe di splendori
fulgorati di su da' raggi ardenti,
senza veder principio di fulgori.
Sì come 'l Sol che si cela egli stessi
per troppa luce, quando il caldo ha rose
le temperanze de' vapori spessi,
per più letizia sì mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa,
e così chiusa chiusa mi rispose...
Come l'augello, intra l'amate fronde,
posato al nido de' suoi dolci nati,
la notte che le cose ci nasconde,
che per veder gli aspetti desiati
e per trovar lo cibo onde gli pasca,
in che i gravi labori gli sono grati,
previene 'l tempo in su l'aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur se l'alba nasca...
... come orologio che ne chiami
nell'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perchè l'ami;
che l'una parte e l'altra tira ed urge,
"tin tin" sonando con si dolce
nota,
che il ben disposto spirto d'amor turge...
... e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
Qual lodoletta che in aere si spazia,
prima cantando e poi tace contenta
dell'ultima dolcezza che la sazia...
Pareva a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
Per entro sè l'eterna margherita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce, rimanendo unita.
Siccome schiera d'api che s'infiora
una fiata, ed una si ritorna
là dove suo lavoro s'insapora...
E vidi lume in forma di riviera,
fulvido di fulgore, intra duo rive,
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogni parte si mettean ne' fiori
quasi rubin che oro circoscrive.
Poi come inebriate dagli odori
riprofondavan sè nel miro gurge;
e s'una entrava, un'altra usciane fuori.
Queste
tre ultime terzine sono mirabili di spontaneità e di evidenza. Il poeta ha
circonfuso le celesti sustanze di tutto ciò che in terra è più ridente e
smagliante. Siamo nell'empireo. La virtù visiva è stanca, ma si raccende alle
parole di Beatrice, sì che gli appare la riviera di luce, e fortificata la
vista in quella riviera, in quei fiori inebbrianti, in quell'oro, in quei
rubini, in quelle vive faville, Dante discerne ambo le corti del cielo nel
santo delirio del loro tripudio. Ma in verità gli scanni de' beati sono meno
poetici di queste due rive dipinte di mirabil primavera.
Ma la forma, come parvenza dello spirito,
è un press'a poco, un quasi, un come, "fioca e corta" al concetto.
Questa impotenza della forma produce un sublime negativo, che Dante esprime con
l'energia intellettuale di chi ha vivo il sentimento dell'infinito:
... appressando sè al suo desire
nostro intelletto si profonda tanto
che la memoria retro non può ire.
... ogni minor natura
è corto recettacolo a quel bene,
che non ha fine e sè con sè misura.
... nella giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com'occhio per lo mare, entro s'interna;
chè, benchè dalla proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
egli è, ma 'l cela lui l'esser profondo.
La
letizia che move le anime e "trascende ogni dolzore", non è se non
beatitudine. E rende beate le anime l'entusiasmo dell'amore e la chiarezza
intellettiva, o come dice Dante, "luce intellettual piena d'amore".
Esse hanno allegro il cuore e allegra la mente. Nel cuore è perenne desiderio e
perenne appagamento. Nella mente la verità sta come "dipinta".
La luce è forma inadeguata della
beatitudine. Ti dà la parvenza, ma non il sentimento e non il pensiero.
Spuntano perciò due altre forme, il canto e la visione intellettuale.
Quello che nel purgatorio è amicizia, nel
paradiso è amore, ardore di desiderio placato sempre non saziato mai, infinito
come lo spirito. Stato lirico e musicale, che ha la sua espressione nella
melodia e nel canto. La medesimezza del sentimento spinto sino all'entusiasmo
genera la comunione delle anime; la persona non è l'individuo, ma il gruppo,
come è delle moltitudini nei grandi giorni della vita pubblica. I gruppi qui
non sono cori, che accompagnino e compiano l'azione individuale, ma sono la
stessa individualità diffusa in tutte le anime, o se vogliamo chiamarli cori,
sono il coro di personaggi invisibili e muti, di Cristo, di Maria e d'Iddio.
Ecco il coro di Maria:
Per entro 'l cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia più dolce suona
quaggiù e più a sè l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata tuona,
comparata al suonar di quella lira,
onde si coronava il bel zaffiro,
del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.
- Io sono amore angelico che giro
l'alta letizia che spira dal ventre
che fu albergo del nostro desiro;
e girerommi, Donna del ciel, mentre
che seguirai tuo Figlio e farai dia
più la spera superna, perchè lì entre -.
Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti gli altri lumi
facèn sonar lo nome di Maria...
E come fantolin che inver' la mamma
tende le braccia, poi che 'l latte prese,
per l'animo che infin di fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in su si stese
con la sua cima sì che l'alto affetto
ch'egli aveano a Maria, mi fu palese.
Indi rimaser lì nel mio cospetto,
"Regina coeli" cantando sì dolce
che mai da me non si partì il diletto.
Quella
facella è l'angiolo Gabriele, e il coro è angelico. Angioli e beati sono
penetrati dello stesso spirito, hanno vita comune, se non che negli angioli la
virtù è innocenza e la letizia è irriflessa: plenitudine volante tra' beati e
Dio, che il poeta ha rappresentato in alcuni bei tratti; è un andare e venire
nel modo abbandonato e allegro della prima età, tripudianti e folleggianti con
una espansione che il poeta chiama "arte" e "gioco":
Qual è quell'angel che con tanto gioco
guarda negli occhi la nostra Regina,
innamorato sì che par di fuoco?
L'amicizia
o comunione delle anime è detta dal poeta "sodalizio". I loro moti
sono danze, le loro voci sono canti; ma, in quell'accordo di voci, in quel
turbine di movimenti la personalità scompare: è una musica in cui i diversi
suoni si confondono e si perdono in una sola melode. Non ci è differenza di
aspetto, ma per dir così una faccia sola. Questa comunanza di vita è il fondo
lirico del Paradiso, ma è la sua parte fiacca, perchè il poeta, contento a
citare le prime parole di canti ecclesiastici, non ha avuta tanta libertà e
attività di spirito da creare la lirica del paradiso, rappresentando nel canto
i sentimenti e gli affetti del celeste sodalizio. E dove potea giungere, lo
mostra la preghiera di san Bernardo, che è un vero inno alla Vergine, e l'inno
a san Francesco d'Assisi e l'inno a san Domenico, nella loro semplicità anche
un po' rozza tutto cose e più schietti che i magniloquenti inni moderni.
I canti delle anime sono vuoti di
contenuto, voci e non parole, musica e non poesia: è tutto una sola onda di
luce, di melodia e di voce, che ti porta seco:
- Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo
-
cominciò - gloria - tutto il paradiso,
tal che m'inebbriava il dolce canto.
Ciò ch'io vedeva, mi sembrava un riso
dell'universo, perochè mia ebbrezza
entrava per l'udire e per lo viso.
Oh gioia! Oh ineffabile allegrezza!
Oh vita intera d'amore e di pace!
Oh senza brama sicura ricchezza!
È
l'armonia universale, l'inno della creazione. La luce, vincendo la corporale
impenetrabilità e frammischiando i suoi raggi, esprime anche al di fuori questa
compenetrazione delle anime, l'individualità sparita nel mare dell'essere. Il
poeta, signore anzi tiranno della lingua, forma ardite parole a significare
questa medesimezza amorosa degli esseri nell'essere: "inciela",
"imparadisa", "india", "intuassi",
"immei", "inlei", "s'infutura",
"s'illuia", delle quali voci alcune dopo lungo obblio rivivono. La
redenzione dell'anima è la sua progressiva emancipazione dall'egoismo della
coscienza; la sua individualità non le basta; si sente incompiuta, parziale,
disarmonica, e sospira alla idealità nella vita universale. Questo è il carattere
della vita in paradiso. Non solo sparisce la faccia umana, ma in gran parte
anche la personalità. Vivono gli uni negli altri e tutti in Dio.
Questo vanire delle forme e della stessa
personalità riduce il paradiso a una corda sola, a lungo andare monotona, se
non vi penetrasse la terra e con la terra altre forme ed altre passioni. La
terra penetra come contrapposto a questa vita d'amore e di pace. È vita d'odio
e di vana scienza, e provoca le collere e i sarcasmi de' celesti.
Il contrapposto è colto in alcuni momenti
altamente poetici. Accolto nel sole gloriosamente allato a Beatrice, si
affaccia al poeta tutta la vanità delle cure terrestri:
O insensata cura de' mortali
quanto son difettivi sillogismi
quei che ti fanno in basso batter l'ali!
Chi dietro a iura, e chi ad aforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi in rubare, e chi in civil negozio;
chi nel diletto della carne involto
s'affaticava e chi si dava all'ozio.
Un altro
momento di alta poesia è quando il poeta dall'alto delle stelle fisse guarda
alla terra:
... e vidi questo globo
tal ch'io sorrisi del suo vil sembiante.
La
terra "che ci fa tanto feroci", veduta dal cielo, gli pare un'aiuola.
Il concetto, abbellito e allargato dal Tasso, ha qui una severità di esecuzione
quasi ieratica. Il poeta si sente già cittadino del cielo, e guarda così di
passata e con appena un sorriso a tanta viltà di sembiante volgendone
immediatamente l'occhio e mirando in Beatrice:
L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendomi io con gli eterni gemelli,
tutta m'apparve da' colli alle foci:
poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli.
Pure è
quest'aiuola che desta nel seno de' beati varietà di sentimenti e di passioni, facendo
vibrar nuove corde. Accanto all'inno spunta la satira in tutte le sue
gradazioni, il frizzo, la caricatura, l'ironia, il sarcasmo. Qual frizzo, che
l'allusione di Carlo Martello, così pungente nella sua generalità:
e fanno re di tal, che è da sermone!
Beatrice,
dottissima in teologia, si mostra non meno dotta nel maneggio della caricatura
e dell'ironia, frustando i predicatori plebei di quel tempo:
Or si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia 'l cappuccio e più non si richiede.
Giustiniano
conchiude il suo nobilissimo racconto dei casi e della gloria dell'antica Roma
con fiere minacce ai guelfi, nemici dell'aquila imperiale. Papa e monaci sono i
più assaliti. San Tommaso, dette le lodi di san Francesco, riprende i
francescani, e san Benedetto i benedettini, e san Pietro il papa. Tutt'i re di
quel tempo mandano sangue sotto il flagello di Dante. Non si può attendere da'
santi alcuna indulgenza alle umane fralezze. La satira è acerba; la sua musa è
l'indignazione, e la sua forma ordinaria è l'invettiva. Le forme comiche sono
uccise in sul nascere e si sciolgono nel sarcasmo. Il sarcasmo non è qui nè un
pensiero, nè un tratto di spirito, ma pittura viva del vizio, con parole anche
grossolane, come "cloaca", che mettano in vista il laido e il
disgustoso. Il vizio è colto non in una forma generale e declamatoria, ma là,
in quegli uomini, in quel tempo, sotto quelli aspetti, con pienezza di
particolari ed esattezza di colorito. Capilavori di questo genere sono la
pittura de' benedettini e l'invettiva di san Pietro.
Questo contrapposto tra il cielo e la
terra non è altro se non l'antitesi che è in terra tra i buoni e i cattivi, e
per scendere al particolare, tra l'età dell'oro del cristianesimo e i tempi
degeneri del poeta; è il presente condannato dal passato, è il passato messo in
risalto dal suo contrasto con la corruzione presente. Ci erano i benedettini,
ma ci era stato san Benedetto; ci era Bonifazio e Clemente, ma ci era stato san
Pietro e Lino e Cleto e Sisto e Pio e Calisto e Urbano. Gli uomini di
quell'aurea età più illustri per santità e per scienza sono qui raccolti, come
in un pantheon; è il mondo eroico cristiano, succeduto a quel mondo eroico
pagano stato descritto nel Limbo, e di cui Giustiniano fa il panegirico in
paradiso.
Questa età dell'oro collocata nel passato
e messa a confronto con la tristizia di quei tempi ha ispirato a Dante una
delle scene più interessanti, ed è la pittura dell'antica e della nuova
Firenze, fatta dal Cacciaguida, uno de' suoi antenati. Ivi inno e satira sono
fusi insieme: vedi l'ideale dell'età dell'oro e della domestica felicità con
tanta semplicità di costumi, con tanta modestia di vita, e di rincontro vedi il
villano di Aguglione e le sfacciate donne fiorentine. La conclusione di questa
scena di famiglia prende proporzioni epiche: Dante si fa egli medesimo il suo
piedistallo. Nella predizione che Cacciaguida gli fa del suo esilio è tanta
malinconia e tanto affetto, che ben si pare la profonda tristezza del vecchio e
stanco poeta. L'esilio non è rappresentato ne' patimenti materiali: Dio riserba
dolori più acuti ai magnanimi, lasciare ogni cosa diletta più caramente e
domandare il pane all'insolente pietà degli estranei: questo strazio di tanti
miseri vive qui immortale ne' versi divenuti proverbiali del più misero e del
più grande. Ma è un dolore virile: tosto rileva la fronte, e dall'alto del suo
ingegno e della sua missione poetica vede a' suoi piedi tutt'i potenti della
terra.
La letizia delle anime non è solo amore,
ma visione intellettuale. La luce, il riso non sono altro che manifestazione
del loro perfetto vedere: perciò la luce e detta "intellettuale".
Beatrice spiega così il suo riso a Dante:
S'io ti fiameggio nel caldo d'amore
di là dal modo che in terra si vede,
sì che degli occhi tuoi vinco il valore,
non ti maravigliar; chè ciò procede
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede.
La
beatitudine e la contemplazione, e la contemplazione è appunto questa perfetta
visione intellettuale. Perciò le anime non investigano, non discutono e non
dimostrano, ma veggono e descrivono la verità, non come idea, ma come natura
vivente. In terra ci è l'apparenza del vero, e perciò diversità di sistemi
filosofici, come spiega Beatrice:
Voi non andate giù per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l'amor dell'apparenza e 'l suo pensiero.
In
paradiso la verità è tutta dipinta nel cospetto eterno; in Dio è legato con
amore in un volume ciò che per l'universo si squaderna; vedere Dio è vedere la
verità. E non è visione solo di cose, ma di pensieri e di desidèri. I beati
vedono il pensiero di Dante senza ch'egli lo esprima.
La scienza com'era concepita a' tempi di
Dante, sposata alla teologia, avea una forma concreta e individuale, materia
contemplabile e altamente poetica. Un Dio personale, che, immobile motore,
produce amando l'idea esemplare dell'universo, pura intelligenza e pura luce,
che penetra e risplende in una parte più e meno in un'altra sino alle ultime
contingenze; gli astri, dove si affacciano i beati, influenti sulle umane sorti
e governati da intelligenze da cui spira il moto e le virtù de' loro giri; il
cielo empireo, centro di tutt'i cerchi cosmici e soggiorno della pura luce;
l'universo, splendore della divinità, dove appare squadernato ciò che in Dio è
un volume; l'ordine e l'accordo di tutto il creato dalle infime incarnazioni
fino alle nove gerarchie degli angioli; la caduta dell'uomo per il primo
peccato e il suo riscatto per l'incarnazione e la passione del Verbo; la verità
rivelata, oscura all'intelletto, visibile al cuore, avvalorata dalla fede,
confortata dalla speranza, infiammata dalla carità: in questa scienza della
creazione il pensiero è talmente concretato e incorporato, che il poeta può
contemplarlo come cosa vivente, come natura. Perciò la forma scientifica è qui
meno un ragionamento che una descrizione, come di cosa che si vede e non si
dimostra. Il perfetto vedere de' beati è privilegio di Dante; nessuno gli sta
del pari nella forza e chiarezza della visione. Spirito dommatico, credente e
poetico, predica dal paradiso la verità assoluta, e non la pensa, la scolpisce.
Diresti che pensi con l'immaginazione, aguzzata dalla grandezza e verità dello
spettacolo. Nascono ardite metafore e maravigliose comparazioni. L'accordo
della prescienza col libero arbitrio è una delle concezioni più difficili e
astruse; ma qui non è una concezione, è una visione, uno spettacolo: così
potente è questa immaginazione dantesca:
La contingenza che fuor del quaderno
della vostra materia non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto eterno.
Necessità però quindi non prende,
se non come dal viso in che si specchia
nave che per corrente giù discende.
Da indi, sì come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti si apparecchia.
Il
poeta procede per deduzione, guardando le cose dall'alto del paradiso, da cui
dechina via via fino alle ultime conseguenze: forma contemplativa e dommatica,
anzi che discorsiva e dimostrativa, e propria della poesia, presentando
all'immaginazione vasti orizzonti in una sola comprensione:
Guardando nel suo Figlio con l'Amore
che l'uno e l'altro eternalmente spira
lo primo e ineffabile valore
quanto per mente e per occhio si gira
con tant'ordine fe' ch'esser non puote
senza gustar di lui chi ciò rimira.
Questa
forma poetica della scienza, questa visione intellettuale, abbozzata nel
Tesoretto, è condotta qui a molta perfezione. È un certo modo di situare
l'oggetto e metterlo in vista, sì che l'occhio dell'immaginazione lo comprenda
tutto. Se ci è cosa che ripugna a questa forma, è lo scolasticismo con la
barbarie delle sue formole e le sue astrazioni; ma l'immaginazione vi fa
penetrare l'aria e la luce: miracolo prodotto dalle due grandi potenze della
mente dantesca, la virtù sintetica e la virtù formativa. Veggasi la stupenda
descrizione che fa Beatrice del moto degli astri, di poco inferiore alla storia
del processo creativo, il capolavoro di questo genere. Qui la scienza della
creazione è abbracciata in un solo girar d'occhio, con sì stretta e rapida
concatenazione che tutto il creato ti sta innanzi come una sola idea semplice.
Ci sono concetti difficilissimi ad esprimersi, come l'unità della luce nella
sua diversità, e l'imperfezione della natura, che non ti dà mai realizzato
l'ideale. I concetti qui non sono astrazioni, ma forze vive, gli attori della
creazione, la luce, il cielo, la natura, e non hai un ragionamento, hai una
storia animata, con una chiarezza e vigore di rappresentazione che fa di Dio e
della natura vere persone poetiche:
Ciò che non muore e ciò che può morire
non è se non splendor di quell'idea,
che partorisce amando il nostro Sire.
Chè quella viva luce che si mea
dal suo Lucente, che non si disuna
da lui, nè dall'amor che in lor s'intrea;
per sua bontate il suo raggiare aduna
quasi specchiato in nuove sussistenze,
eternalmente rimanendosi una.
Queste
tre terzine sono una maraviglia di chiarezza e di energia in dir cosa
difficilissima. Nè minor potenza d'intuizione trovi nella fine, quando,
paragonando l'ideale alla cera del suggello, aggiunge:
ma la natura la dà sempre scema,
similemente operando all'artista,
che ha l'abito dell'arte e man che trema.
Ed
anche la mano di Dante trema, che fra tante bellezze ci è non poca scoria. Non
di rado vedi non il poeta, ma il dottore che esce dall'università di Parigi,
pieno il capo di tesi e di sillogismi. Molte quistioni sono troppo speciali, altre
sono infarcite di barbarie scolastica: definizioni, distinzioni, citazioni,
argomentazioni. E questo è non per difetto di virtù poetica, ma per falso
giudizio. A lui pare che questo lusso di scienza sia la cima della poesia, e se
ne vanta, e si beffa di quelli che lo hanno sin qui seguito in piccola barca. -
Tornate indietro - egli dice - che il mio libro e per soli quei pochi che
possono gustare il pan degli angioli; - e sono i filosofi e i dottori suoi
pari. Perciò il Paradiso e poco letto e poco gustato. Stanca soprattutto la sua
monotonia, che par quasi una serie di dimande e di risposte fra maestro e
discente.
La visione intellettuale è la beatitudine.
L'esposizione della scienza riesce in cantici e inni, le ultime parole del
veggente si confondono con gli osanna del cielo:
Finito questo, l'alta corte santa
risuona per le spere un Dio lodiamo,
nella melode che lassù si canta.
Siccome io tacqui, un dolcissimo canto
risono per lo cielo, e la mia donna
dicea con gli altri: "Santo, santo,
santo !"
Così è
sciolto questo mistero dell'anima. Adombrato ne' simboli e allegorie del
Purgatorio, qui il mistero è svelato, è la Divina Commedia dell'anima, il suo
indiarsi nell'eterna letizia. La forza che tira Dante a Dio, si che sale come
rivo,
se di alto monte scende giuso ad imo,
è
l'amore, è Beatrice, che all'alto volo gli veste le piume Beatrice è in sè il
compendio del paradiso, lo specchio dove quello si riflette ne' suoi mutamenti.
Puoi dipingerla quando prega Virgilio o quando "regalmente proterva"
rimprovera l'amante; ma qui è spiritualizzata tanto, che è indarno opera di
pennello. La stessa parola non è possente di descrivere quel riso e quella
bellezza trasmutabile, se non ne' suoi effetti su Dante e su' celesti. Ecco uno
de' più bei luoghi:
Quivi la donna mia vid'io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fe' il pianeta;
e se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec'io, che pur di mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
Come in peschiera che è tranquilla e pura
traggono i pesci a ciò che vien di fuori,
per modo che lo stimin lor pastura;
sì vid'io ben più di mille splendori
trarsi ver' noi, ed in ciascun s'udia:
Ecco chi crescerà li nostri amori. -
Spiritualizzato
il corpo, spiritualizzata l'anima. L'amore è purificato: nulla resta più di
sensuale. Dante che nel purgatorio sentì il tremore dell'antica fiamma, qui ode
Beatrice con un sentimento assai vicino alla riverenza. Quando ella si
allontana, ei non manda un lamento: ogni parte terrestre è in lui arsa e
consumata. Le sue parole sono affettuose; ma è affetto di riverente
gratitudine, siccome, nel piccolo cenno che gli fa Beatrice, l'amore dell'uomo
come ombra si dilegua nell'amore di Dio, ella lo ama in Dio:
Così orai, e quella si lontana,
come parea, sorrise e riguardommi:
poi si tornò alla eterna fontana.
Come
Dante non potè entrare nel paradiso terrestre a vedere il simbolo del trionfo
di Cristo senza lo "scotto" del pentimento, così non può ne'
"gemelli" o stelle fisse contemplare il trionfo di Cristo che non
dichiari la sua fede. Allora san Pietro lo incorona poeta, e poeta vuol dire
banditore della verità. San Pietro gli dice:
e non asconder quel ch'io non ascondo.
Così la
Commedia ha la sua consacrazione e la sua missione. È la verità bandita dal
cielo, della quale Dante si fa l'apostolo e il profeta: è il "poema
sacro". Con quella stessa coscienza della sua grandezza che si fe'
"sesto fra cotanto senno", qui si pone accanto a san Pietro e se ne
fa l'interprete, congiungendo in sè le due corone, il savio e il santo,
l'antica e la nuova civiltà, il filosofo e il teologo. Dichiarata la sua fede,
consacrato e incoronato, Dante si sente oramai vicino a Dio. Avea già contemplata
la divinità nella sua umanità, il Dio-uomo. Il trionfo di Cristo, la festa
dell'Incarnazione, sembra reminiscenza di funzioni ecclesiastiche, co' suoi
principali attori, Cristo, la Vergine, Gabriello. Cristo e la Vergine sono come
nel santuario, invisibili; la festa è tutta fuori di loro e intorno a loro.
Succede il trionfo degli angioli, e poi nell'empireo il trionfo di Dio.
L'empireo è la città di Dio, il convento
de' beati, il proprio e vero paradiso. Beatrice raggia sì, che il poeta si
concede vinto più che tragedo o comico superato dal suo tema, e desiste dal
seguir
più dietro a sua bellezza poetando,
come all'ultimo suo ciascun artista.
Ivi è
la luce intellettuale, che fa visibile
lo Creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
La luce
ha figura circolare, come il giallo di una rosa, le cui bianche foglie si
distendono per l'infinito spazio, e sono gli scanni de' beati. San Bernardo
spiega e descrive il maraviglioso giardino. Il punto che più splende è là dove
sono
gli occhi da Dio diletti e venerati,
dove è
la Vergine e gli angioli. Quel punto è la pacifica orifiamma del paradiso, la
bandiera della pace. Il giardino, la rosa, l'orifiamma sono immagini graziose,
ma inadeguate. Queste metafore non valgono la stupenda terzina, dove san
Bernardo è rappresentato in forma umana e intelligibile:
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Il
paradiso, appunto perchè paradiso, non puoi determinarlo troppo e descriverlo,
senza impiccolirlo. La sua forma adeguata è il sentimento, l'eterno tripudio:
ciò che è ben colto in quella plenitudine volante di angeli, che diffondono un
po' di vita tra quella calma. Il vero significato lirico del paradiso è
nell'inno di Dante a Beatrice e nell'inno di san Bernardo alla Vergine, ne'
quali è il paradiso guardato dalla terra con sentimenti e impressioni di uomo.
I beati stessi diventano interessanti, quando tra quella luce vedi spuntare
visi a
carità suadi,
ed atti
ornati di tutte onestadi
o
quando "chiudon le mani" implorando la Vergine.
Anche Dio ha voluto descrivere Dante, e
vede in lui l'universo, e poi la Trinità, e poi l'Incarnazione, congiunzione
dell'umano e del divino, in cui si acqueta il desiderio, il "disiro"
e il "velle",
sì come ruota ch'egualmente e mossa.
Dante
vede, ma è visione, di cui hai le parole e non la forma; ci è l'intelletto, non
ci è più l'immaginazione, divenuta un semplice lume, un barlume. La forma
sparisce; la visione cessa quasi tutta; sopravvive il sentimento:
... quasi tutta cessa
mia visione, ed ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di sibilla.
L'immaginazione
morendo manda in questi bei versi l'ultimo raggio. All'"alta
fantasia" manca la possa; e insieme con la fantasia muore la poesia.
Così finisce la storia dell'anima. Di
forma in forma, di apparenza in apparenza, ritrova e riconosce se stessa in
Dio, pura intelligenza, puro amore e puro atto. Ed è in questa concordia che
l'anima acqueta il suo desiderio, trova la pace. Nell'Inferno signoreggia la
materia anarchica: le sue forme ricevono d'ogni sorte differenze, spiccate,
distinte, corpulente e personali. Nel Purgatorio la materia non è più la
sostanza, ma un momento: lo spirito acquista coscienza di sua forza, e
contrastando e soffrendo conquista la sua libertà: la realtà vi è in
immaginazione, rimembranza del passato da cui si sprigiona, aspirazione
all'avvenire a cui si avvicina; onde le sue forme sono fantasmi e
rappresentazioni dell'immaginativa anzi che obbietti reali: pitture, sogni,
visioni estatiche, simboli e canti. Nel Paradiso lo spirito già libero di grado
in grado s'india; le differenze qualitative si risolvono, e tutte le forme
svaporano nella semplicità della luce, nella incolorata melodia musicale, nel
puro pensiero. Quel regno della pace che tutti cercavano, quel regno di Dio,
quel regno della filosofia, quel "di là", tormento e amore di tanti
spiriti, è qui realizzato. Il concetto della nuova civiltà, di cui avevi qua e
là oscuri e sparsi vestigi, è qui compreso in una immensa unità, che rinchiude
nel suo seno tutto lo scibile, tutta la coltura e tutta la storia. E chi
costruisce così vasta mole, ci mette la serietà dell'artista, del poeta del
filosofo e del cristiano. Consapevole della sua elevatezza morale e della sua
potenza intellettuale, gli stanno innanzi, acuti stimoli all'opera, la patria,
la posterità, l'adempimento di quella sacra missione che Dio affida
all'ingegno, acuti stimoli, ne' quali sono purificati altri motivi meno nobili,
l'amor della parte, la vendetta, le passioni dell'esule: ci è là dentro nella
sua sincerità tutto l'uomo, ci è quel d'Adamo e ci è quel di Dio. A poco a poco
quel mondo della fantasia diviene parte del suo essere, il suo compagno fino
agli ultimi giorni, e vi gitta, come nel libro della memoria, l'eco de' suoi
dolori, delle sue speranze e delle sue maledizioni. Nato a immagine del mondo
che gli era intorno, simbolico, mistico e scolastico, quel mondo si trasforma e
si colora e s'impolpa della sua sostanza, e diviene il suo figlio, il suo
ritratto. La sua mente sdegna la superficie, guarda nell'intimo midollo, e la
sua fantasia ripugna all'astratto, a tutto dà forma. Onde nasce quella
intuizione chiara e profonda che è il carattere del suo genio. E non solo
l'oggetto gli si presenta con la sua forma, ma con le sue impressioni e i suoi
sentimenti. E n'esce una forma, che è insieme immagine e sentimento, immagine
calda e viva, sotto alla quale vedi il colore del sangue, il movere della
passione. E con l'immagine tutto è detto, e non vi s'indugia e non la sviluppa,
e corre lievemente di cosa in cosa, e sdegna gli accessorii. A conseguire
l'effetto spesso gli basta una sola parola comprensiva, che ti offre un gruppo
d'immagini e di sentimenti, e spesso, mentre la parola dipinge, non fosse
altro, con la sua giacitura, l'armonia del verso ne esprime il sentimento. Tutto
è succo, tutto è cose, cose intere nella loro vivente unità, non decomposte
dalla riflessione e dall'analisi. Per dirla con Dante, il suo mondo è un volume
non squadernato. È un mondo pensoso, ritirato in sè, poco comunicativo, come
fronte annuvolata da pensiero in travaglio. In quelle profondità scavano i
secoli, e vi trovano sempre nuove ispirazioni e nuovi pensieri. Là vive involto
ancora e nodoso e pregno di misteri quel mondo, che sottoposto all'analisi,
umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura moderna.