CAPITOLO
IX - IL DECAMERONE
Se ora
apri il Decamerone, letta appena la prima novella, gli è come un cascar dalle
nuvole e un domandarti col Petrarca: "Qui come venn'io o quando?".
Non è una evoluzione, ma è una catastrofe, o una rivoluzione, che da un dì
all'altro ti presenta il mondo mutato. Qui trovi il medio evo non solo negato,
ma canzonato.
Ser Ciapperello è un Tartufo anticipato di
parecchi secoli, con questa differenza, che il Molière te ne fa venire disgusto
e ribrezzo, con l'intenzione di concitare gli uditori contro la sua ipocrisia,
dove il Boccaccio ci si spassa con l'intenzione meno d'irritarti contro
l'ipocrita che di farti ridere a spese del suo buon confessore e de' creduli
frati e della credula plebe. Perciò l'arma del Molière è l'ironia sarcastica;
l'arma del Boccaccio è l'allegra caricatura. Per giungere a queste forme e a
queste intenzioni bisogna andare fino al Voltaire. Giovanni Boccaccio sotto un
certo aspetto fu il Voltaire del secolo decimoquarto.
Molti se la pigliano col Boccaccio e
dicono ch'egli guastò e corruppe lo spirito italiano. Egli medesimo in
vecchiezza fu preso dal rimorso e finì chierico, condannando il suo libro. Ma
quel libro non era possibile, se nello spirito italiano non fosse già entrato
il guasto, se "guasto" s'ha a dire. Ove le cose, di cui ride il
Boccaccio, fossero state venerabili, poniamo pure ch'egli avesse potuto
riderne, i contemporanei ne avrebbero sentita indignazione. Ma fu il contrario.
Il libro parve rispondere a qualche cosa che volea da lungo tempo uscir fuori
dalle anime, parve dire a voce alta ciò che tutti dicevano nel loro segreto, e
fu applauditissimo, con tanto successo che il buon Passavanti se ne spaventò e
vi oppose come antidoto lo Specchio di penitenza. Il Boccaccio fu dunque la voce
letteraria di un mondo, quale era già confusamente avvertito nella coscienza.
C'era un segreto: egli lo indovinò, e tutti batterono le mani. Questo fatto, in
luogo d'essere maledetto, merita di essere studiato.
Il
carattere del medio evo è la trascendenza, un dì là oltreumano ed
oltrenaturale, fuori della natura e dell'uomo, il genere e la specie fuori
dell'individuo, la materia e la forma fuori della loro unità, l'intelletto
fuori dell'anima, la perfezione e la virtù fuori della vita, la legge fuori della
coscienza, lo spirito fuori del corpo, e lo scopo della vita fuori del mondo.
La base di questa teologia filosofica è l'esistenza degli universali. Il mondo
fu popolato di esseri o intelligenze, sulla cui natura molto si disputò: sono
esse idee divine? Sono generi e specie reali? Sono specie intelligibili? Questo
edificio gemeva già sotto i colpi dei nominalisti, cioè di quelli che negavano
l'esistenza de' generi e delle specie, e li chiamavano puri nomi, e dicevano
esistere solo il singolo, l'individuo. Sulla loro bandiera era scritto un motto
divenuto così popolare: "Non bisogna moltiplicare enti senza
necessità".
L'ascetismo era il frutto naturale di un
mondo teocratico spinto all'esagerazione. La vita quaggiù perdeva la sua
serietà e il suo valore. L'uomo dimorava con lo spirito nell'altra vita. E la
cima della perfezione fu posta nell'estasi, nella preghiera e nella
contemplazione.
Così
nacque la letteratura teocratica, così nacquero le leggende, i misteri, le
visioni, le allegorie: così nacque la Commedia, il poema dell'altra vita. Il
pensiero non aveva intimità, non calava nell'uomo e nella natura, ma se ne
teneva fuori, tutto intorno alla natura e alle qualità degli enti, che erano le
stesse forze umane e naturali sciolte dall'individuo ed esistenti per sè
stesse. Le astrazioni dello spirito divennero esseri viventi. E perchè le
astrazioni, frutto dell'intelletto inesauribile nelle sue distinzioni e
suddistinzioni, sono infinite, questi esseri moltiplicarono nell'acuto
intelletto degli scolastici. Come il mondo scolastico fu popolato di esseri
astratti, così il mondo poetico fu popolato di esseri allegorici, l'uomo,
l'anima, la donna, l'amore, le virtù, i vizi. Non erano persone, come le pagane
divinità: erano semplici personificazioni.
Il sentimento, come frutto di inclinazioni
umane e naturali, era peccato. Le passioni erano scomunicate. La poesia era
madre di menzogne. Il teatro cibo del diavolo. La novella e il romanzo generi
di letteratura profani. Tutto questo si chiamava il senso, e il luogo comune di
questo mondo ascetico era la lotta del senso con la ragione, da fra Guittone a
Francesco Petrarca. Il sentimento, reietto come senso e costretto ad esser
ragione, strappato dal cuore umano, divenne anch'esso un universale, un fatto
esteriore, ora simbolico, ora scolastico, o, come si diceva,
"platonico". Il padre de' sentimenti, l'amore, divenne un fatto
filosofico, forza unitiva, unità dell'intelletto e dell'atto. Così nacque la
lirica platonica, dal Guinicelli al Petrarca. Il senso e l'immaginazione si
ribellavano contro questo platonismo. Ed è in questa ribellione, ancorachè poco
scrutata e poco accentuata, che è la grandezza della lirica petrarchesca.
Rappresentare i moti del cuore e della immaginazione nella loro naturalezza e
intimità era vietato. E colui che più gustò di questo frutto proibito, fu il
Petrarca.
L'immaginazione era un istrumento
dell'intelletto, destinata a creare forme e simboli di concetti astratti. Lo sa
il povero Dante. Nessuno ebbe mai l'immaginazione così torturata. E nacquero
forme simboliche e intellettuali, nella cui generalità scomparve l'individuo
con la sua personalità. Erano forme tipiche, generi e specie, anzichè
l'individuo. La regina delle forme, la donna, non potè sottrarsi a questa
invasione degli universali, e rimase un ideale più divino che umano, bella
faccia, ma faccia della sapienza, più amata che amante, e amata meno come donna
che come scala alle cose celesti. Così nacquero Beatrice e Laura.
Certo, a nessuno è lecito parlare con poca
riverenza di questo mondo dell'autorità che segna un momento interessantissimo
nella storia dello spirito umano, e che ha pure il suo fondamento nella vita.
L'illuminismo o il misticismo, la visione estatica, è un portato naturale dello
spirito nella sua alienazione dal corpo, ciò che dicevasi a "vivere in
astrazione": momento di concitazione e di entusiasmo, che l'uomo pare più
che uomo e sembra in lui parli un dio o un demonio. Perciò quell'entusiasmo fu
detto "furore divino" o "estro", qualità de' profeti e de'
poeti, che sono tutt'uno per Dante. Questa elevazione dell'anima in se stessa,
e al di sopra de' limiti ordinari della vita reale, è il lato eroico
dell'umanità, il privilegio della giovinezza, la condizione di tutte le società
primitive, quando, cessati i bisogni materiali, vi si sveglia lo spirito. Tutto
ciò che ci fa disprezzare la vita e le ricchezze e i piaceri, è degno di stima.
Ma è uno stato di tensione e di
disquilibrio che non può aver durata. L'arte, la coltura, la conoscenza e
l'esperienza della vita lo modificano e lo trasformano.
L'arte, impossessandosi di questo mondo,
lo umanizza, lo accosta all'uomo e alla natura, lo mescola di altri elementi,
vi fa penetrare le passioni e i furori del senso. Non ci hai ancora equilibrio;
non ci hai qualche cosa che sia la vita nella sua intimità, insieme paradiso e
inferno; ma già di rincontro al paradiso hai l'inferno, di rincontro a Beatrice
hai Francesca da Rimini, e di rincontro a Dante, simbolo dell'umanità, hai
Dante Alighieri, l'individuo in tutta la sua personalità. Nel Canzoniere quel
mondo si spoglia pure le sue forme natie, teologiche, scolastiche, allegoriche,
e prende aspetto più umano e naturale.
E se fosse durato ancora un pezzo nella
coscienza, non è dubbio che l'arte vi si sarebbe compiutamente sviluppata, e
come la visione e la leggenda divenne la Commedia, come Selvaggia divenne
Beatrice, e Beatrice Laura, dal seno de' misteri sarebbe uscito il dramma, e
molti generi di letteratura ancora iniziali e abbozzati già nella Commedia sarebbero
venuti a maturità, come l'inno e la satira. Ma già quel mondo nel Canzoniere
non ha più il calore dell'entusiasmo e della fede, e in quelle forme così
eleganti lascia una parte della sua sostanza. Il sentimento religioso, morale,
politico vive fiaccamente nella coscienza del poeta; e il posto rimasto vuoto è
occupato dall'arte.
Questo infiacchirsi della coscienza,
questo culto della bella forma fra tanta invasione di antichità greco-romana
sono i due fatti caratteristici della nuova generazione, che succede all'età
virile e credente e appassionata di Dante. Quegli uomini non si appassionano
più per le dottrine, e non cercano il vero sotto i "versi strani"; la
"bella veste" li appaga. I loro studi non hanno più a guida
l'investigazione della verità, ma l'erudizione: c'è il sapere per il sapere,
come l'arte per l'arte. I Fiori, I Giardini, I Conviti, I Tesori, dove la
sapienza sacra e profana era usata a scopo morale, danno luogo a raccolte
semplicemente storiche ed erudite. Ci sono ancora gli scolastici, che chiamano
il Petrarca un insipiente, ma le loro querele si sperdono nel plauso
universale, che pone il Petrarca accanto a Virgilio. E codesto Virgilio non è
più il mago, precursore del cristianesimo, e neppure il savio "che tutto
seppe", ma è il dolce ed elegante poeta. Dante s'incorona da sè in
paradiso poeta, profeta e apostolo: i contemporanei incoronano nel Petrarca
l'autore dell'Africa, della nuova Eneide. La coltura e l'arte sono i nuovi
idoli dello spirito italiano.
Ma la coltura e l'arte non è il naturale
fiorire di un mondo interiore, anzi è accompagnata con l'infiacchirsi della
coscienza, e si pone già per se stessa, come un fatto estrinseco che abbia il
suo valore in sè e sia a un tempo mezzo e scopo. È una coltura e un'arte
"formale", non riscaldata abbastanza dal contenuto. Ci è lì dentro lo
stesso mondo di Dante, ma c'è come ragione in lotta col sentimento e con
l'immaginazione; lotta fiacca e inconcludente: scemato è il vigore della fede e
della volontà.
Gli è che quel mondo mistico, fuori della
natura e dell'uomo, appunto per la sua esagerazione, non poteva avere alcun
riscontro con la realtà. Ebbe la sua età dell'oro, evocata da Dante con tanta
malinconia; ma a lungo andare dovea rimanere pura teoria, ammessa per
tradizione e per abitudine e contraddetta nella vita pratica. Più alto era il
modello, più visibile era la contraddizione e più scandalosa. Nel secolo di
Dante e di Caterina grandi sono i lamenti e le invettive per la corruttela de'
costumi, specialmente ne' papi e ne' chierici, che con l'esempio
contraddicevano alle loro dottrine. Queste invettive divennero il luogo comune
della letteratura, e ne odi l'eco un po' rettorica ne' versi eleganti del
Petrarca contro l'avara Babilonia. Ma lo spettacolo, divenuto abituale e generale,
non moveva più indignazione; e mentre Caterina ammoniva e il Petrarca
satireggiava, il mondo continuava sua via. Allato al misticismo vedevi il
cinismo. Dirimpetto a Caterina vedevi Giovanna di Napoli.
La corruttela de' costumi non era
negazione ardita delle dottrine cristiane, anzi tutti si tenevano buoni
cristiani, ed erano zelantissimi contro gli eretici, e molti facevano
all'ultimo penitenza. Ma era qualche cosa di peggio: era indifferenza, un
oscurarsi del senso morale. Quel mondo viveva ancora nell'intelletto, non
creduto e non combattuto, ozioso, senza alcuna efficacia su' sentimenti e sulle
azioni.
In questa condizione degli spiriti, la
coltura dovea avere un effetto deleterio. La parte leggendaria, fantastica,
miracolosa di quel mondo dovea parere a quegl'ingegni così svegliati cosa così
poco seria, come le prediche de' frati contraddette dalla vita. Sparisce quel
candore infantile di fede anche nelle cose più assurde, che tanto ci alletta
negli scrittori antecedenti. Le classi colte cominciano a separarsi dalla plebe
e a prendersi spasso della sua credulità. Esser credente era prima un titolo di
gloria de' più forti ingegni. Essere incredulo diviene ora indizio di animo
colto.
D'altra parte la maggiore coltura,
generando un più vivo sentimento della natura e dell'uomo, dovea affrettare la
rovina di un mondo così astratto e così estrinseco alla vita. Il reale
disconosciuto dovea prender la sua rivincita; la natura troppo compressa dovea
reagire a sua volta. Così di rincontro a quello spiritualismo esagerato sorgeva
una reazione inevitabile, il naturalismo e il realismo nella vita pratica.
Indi è che la coltura, in luogo di calare
in quel mondo e modificarlo e trasformarlo e riabilitarlo nella coscienza, come
fu più tardi in Germania, si collocò addirittura fuori di esso, e lasciata la
coscienza vuota, impiegò la sua attività ne' piaceri dell'erudizione e
dell'arte.
Così quel mondo si trovò fuori della
coscienza, senza lotta intellettuale, anzi rimanendo ozioso padrone
dell'intelletto. Ci erano anche allora i liberi pensatori, soprattutto ne'
conventi, ma erano sforzi isolati, scuciti. Una lotta più seria era stata
iniziata da' ghibellini; ma la rotta di Benevento e il trionfo durevole de'
guelfi avea posto fine alla discussione e all'esame. Gli uomini amavano meglio
scoprire e postillare manoscritti, e nelle cose di fede lasciar dire il papa, e
vivere a modo loro.
Questo fu il naturale effetto della
vittoria guelfa. Finirono le lotte e le discussioni; successe l'indifferenza
religiosa e politica, fra tanto fiorire di coltura, di erudizione, di arte, di
commerci e d'industrie. Ci erano tutti i segni di un grande progresso: una più
esatta conoscenza dell'antichità, un gusto più fine e un sentimento artistico
più sviluppato, una disposizione meno alla fede che alla critica e
all'investigazione, minor violenza di passioni, maggiore eleganza di forme:
l'idolo di questa società dovea essere il Petrarca, nel quale riconosceva e
incoronava se stessa. Ma sotto a quel progresso v'era il germe di una
incurabile decadenza, l'infiacchimento della coscienza.
Il Canzoniere, posto tra quei due mondi,
senza esser nè l'uno, nè l'altro, così elegante al di fuori, così fiacco e
discorde al di dentro, è l'ultima voce letteraria, rettorica ed elegiaca, di un
mondo che si oscurava nella coscienza. I contemporanei applaudivano alla bella
forma, e non cercavano e non si appassionavano pel contenuto, come avveniva con
la Commedia.
Quel mondo, divenuto letterario e
artistico, anche un po' rettorico e convenzionale, non rispondeva più alle
condizioni reali della vita italiana. Quel misticismo, quell'estasi dello
spirito, che si rivela un'ultima volta con tanta malinconia e tenerezza nel
Petrarca, era in aperta rottura con le tendenze e le abitudini di una società
colta, erudita, artistica, dedita a' godimenti e alle cure materiali, ancora
nell'intelletto cristiana, non scettica e non materialista ma nella vita già
indifferente e incuriosa degli alti problemi dell'umanità. Il linguaggio era lo
stesso, ma dietro alla parola non ci era più la cosa. Questo era il segreto di
tutti, quel qualche cosa non avvertito e non definito, ma che pur si
manifestava con tanta chiarezza nella vita pratica. E colui che dovea svelare
il segreto e dargli una voce letteraria, non usciva già dalle scuole: usciva
dal seno stesso di una società che dovea così bene rappresentare.
Tutti i grandi scrittori erano usciti
dall'università di Bologna, Guinicelli, Cino, Cavalcanti, Dante, Petrarca.
Giovanni Boccaccio, nato il 1313, nove
anni dopo il Petrarca e otto prima della morte di Dante, "non pienamente
avendo imparato grammatica", come scrive Filippo Villani, "volendo e
costringendolo il padre per cagione di guadagno, fu costretto ad attendere
all'abbaco, e per la medesima cagione a peregrinare". Il padre era un
mercante fiorentino, e alla mercatura indirizzò il figlio. Quando i giovani
appena cominciavano i loro studi nella università, il nostro Giovanni faceva,
come si direbbe oggi, il commesso viaggiatore in servigio del padre, e il suo
libro era la pratica e la conoscenza del mondo. Girando di città in città, si
mostrava più dedito alle piacevoli letture e a' passatempi che all'esercizio
della mercatura, e più uomo di spirito e d'immaginazione che uomo d'affari. Era
chiamato "il poeta". Venuto in Napoli a ventitrè anni, menava vita
signorile, bazzicava in corte, usava co' gentiluomini, spendeva largamente,
amoreggiava, scribacchiava, leggicchiava. Dicesi che alla vista della tomba di
Virgilio rimase pensoso e sentì la sua vocazione poetica. Fatto è che il buon
padre, visto che non se ne potea cavare un mercante, pensò farne un
giureconsulto, e lo mise a studiare i canoni, con gran rincrescimento del
giovane, che chiama sciupato il tempo messo a fare il mercante e ad imparare i
canoni. Finalmente, libero di sè, si gittò agli studi letterari, e come portava
il tempo, si die' al latino e al greco, e si empì il capo di mitologia e di
storia greca e romana. Ei menava la vita, mezzo tra gli studi e i piaceri,
spesso viaggiando, non più a mercatare, ma a cercar manoscritti. Narrasi che al
7 aprile del 1341 siAsi nella chiesa di San Lorenzo invaghito di Maria, figlia
naturale di re Roberto: certo, nella corte spensierata e licenziosa della
regina Giovanna non potè prender lezione di buon costume, nè di amori
platonici. E volse lo studio e l'ingegno a rallegrare col suo spirito la corte
e la sua non ingrata Maria, che con nome poetico chiamò Fiammetta. Il Petrarca
non era ancora comparso sull'orizzonte: tutto era pieno di Dante, e tra' suoi
più appassionati era il nostro poeta. Frutto della sua ammirazione fu la Vita
di Dante, uno de' suoi lavori giovanili. Ma egli poteva ammirarlo, non
comprenderlo, perchè lo spirito di Dante non era in lui. Formatosi fuori della
scuola, alieno da ogni seria coltura scolastica e ascetica, profano anzichè
mistico ne' sentimenti e nella vita, si foggiò un Dante a sua immagine. Chi
vuol conoscere le opinioni e i sentimenti del nostro giovane, legga quel libro
e vi troverà già la stoffa, da cui uscì il Decamerone. Nessuna originalità e
profondità di pensiero, nessuna sottigliezza di argomentazione; tutto vi è
dimostrato, anche le più comuni verità, ma il fondamento della dimostrazione
non è nell'intelletto, è nella memoria; non hai innanzi un pensatore, nè un
disputatore, ma un erudito. Vuol mostrare l'ingratitudine di Firenze verso
Dante, ed ecco uscir fuori Solone, "il cui petto uno umano tempio di
divina sapienza fu reputato", e la Siria, la Macedonia, la greca e la
romana repubblica, e Atene, e Argo, e Smirne, e Pilos, e Chios, e Colofon, e
Mantova, e Sulmona, e Venosa, e Aquino. "Tu sola, " conchiude il
poeta "quasi i Cammilli, i Publicoli, i Torquati, Fabrizi, Catoni, Fabi,
Scipioni ... in te fossero, ... avendoti lasciato il tuo antico cittadino Claudiano
cader dalle mani, non hai avuto del presente poeta cura, ma l'hai da te
scacciato, sbandito e privatolo, se tu avessi potuto, del tuo soprannome".
Volendo parlar di Dante, comincia ab ovo, dalla prima fondazione di Firenze.
Spesso lascia lì Dante ed esce in lunghe digressioni, tra le quali è notabile
quella sulla natura della poesia. Secondo lui, il linguaggio poetico fu trovato
per porgere "sacrate lusinghe" alla divinità, con parole lontane
"da ogni altro plebeo e pubblico stile di parlare" e "sotto
legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse e
cacciassesi il rincrescimento e la noia". I poeti imitarono "dello
Spirito santo le vestigie", perchè come nella divina Scrittura, "la
quale teologia appelliamo, quando con figura di alcuna storia, quando col senso
di alcuna visione", si mostra l'"alto mistero della Incarnazione del
Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la
resurrezione vittoriosa ... così i poeti, ... quando con finzioni di vari
iddii, quando con trasmutazioni di uomini in varie forme, quando con leggiadre
persuasioni ne dimostrano le cagioni delle cose e gli effetti delle virtù e de'
vizi". Poi spiega ciò che lo Spirito santo volle mostrare nel rogo di
Mosè, nella visione di Nabuccodonosor, nelle lamentazioni di Geremia; e ciò che
i poeti vollero mostrare in Saturno, Giove, Giunone, Nettuno e Plutone e nelle
trasformazioni di Ercole in dio e di Licaone in lupo, e nella bellezza degli
Elisi e nell'oscurità di Dite. E ribattendo quelli che chiamano i poeti antichi
"uomini insensati", inventori di favole "a niuna verità
convenienti", conclude che "la teologia e la poesia quasi una cosa si
posson dire", anzi che la "teologia niun'altra cosa è che una poesia
d'Iddio" e "poetica finzione". L'erudito poeta non si arresta
qui, e ci regala la favola di Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, per
darci spiegazione perchè i poeti avevano la corona d'alloro. Di quello che fu
il mondo interiore di Dante, qui non è alcun vestigio; invece il mondo esterno
vi è sviluppato fino all'aneddoto, fino al pettegolezzo. Ci si vede uno spirito
curioso e profano che cerca il maraviglioso e lo straordinario negli accidenti
umani, disposto a spiegarli con la superficialità di un erudito e di un uomo di
mondo, o "del secolo", come si diceva allora. Spende le ultime pagine
ad almanaccare sopra un sogno attribuito alla madre di Dante e vi fa pompa di
tutta la sua erudizione. Sotto il suo sguardo profano Beatrice perde tutta la
sua idealità, e l'amore di Dante, scacciato dalle sue regioni ascetiche e
platoniche e scolastiche, acquista una tinta romanzesca. Il nostro Giovanni non
si fa capace come Dante a nove anni abbia potuto amare Beatrice. Il caso gli
pare strano, e ne cerca diverse spiegazioni. Forse fu "conformità di
complessioni o di costumi"; forse anche "influenza da cielo". Ma
queste spiegazioni non lo appagano, e si ferma in quest'altra, che cava
dall'esperienza. Dante, secondo lui, vide Beatrice in una festa il primo di
maggio, quando la "dolcezza del cielo riveste dei suoi ornamenti la terra,
e tutta per la varietà de' fiori mescolati tra le verdi fronde la fa ridente, e
per esperienza veggiamo nelle feste, per la dolcezza de' suoni, per la generale
allegrezza, per la delicatezza de' cibi e de' vini, gli animi eziandio degli uomini
maturi non che de' giovanetti ampliarsi e divenire atti a poter leggermente
esser presi da qualunque cosa che piace".
Dante
dunque amò fanciullo per la stessa ragione che può amare un uomo maturo; i cibi
e i vini delicati e l'allegrezza generale, ecco ciò che dispose il suo animo
all'amore. Beatrice era per Dante "angeletta bella e nova", senza
contorni e senza determinazioni scesa di cielo a mostrare le bellezze e le
virtù che le piovono dalle stelle. Tutto questo non entra al Boccaccio, il
quale vuol pure spiegarsi come la potè parere un'angioletta, e si foggia nella
profana immaginazione una bella immagine di fanciulla, e la descrive così:
"Assai leggiadretta secondo la sua
fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con
parole assai più gravi e modeste che 'l suo picciolo tempo non richiedeva; ed
oltre a questo, aveva le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente
disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi
un'angioletta era reputata da molti."
Ecco
un'angioletta di carne; eccoci dalle mistiche altezze di Dante caduti in piena
fisiologia e notomia. Dante amò, perchè tra vivande e sollazzi l'animo è
disposto ad amare; e Beatrice parea quasi un'angioletta, perchè era fatta così e
così. Beatrice muore a ventiquattro anni. Il nostro biografo non se ne
maraviglia, perchè "un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi
abbiamo, ... ci conduce" alla morte. I parenti e gli amici per consolare
Dante gli diedero moglie:
"Oh
menti cieche, oh tenebrosi intelletti!", esclama il nostro scapolo e
nemico dell'amore regolato. "Qual medico" egli aggiunge
"s'ingegnerà
di cacciare l'acuta febbre col fuoco, o 'l freddo delle midolla delle ossa col
ghiaccio o colla neve? Certo niun altro se non colui, il quale con nuova moglie
crederà le amorose tribolazioni mitigare".
E qui
da uomo esperto della materia parla della natura e de' fenomeni dell'amore e
dell'indole delle donne, e delle noie e degli affanni de' mariti, e compiange
il povero Dante. Dipinge con tocchi sicuri, e in certi punti è eloquente,
perchè qui è in casa sua. Udite questo periodo: "Possiamo pensare quanti
dolori nascondono le camere, li quali da fuori, da chi non ha occhi la cui
perspicacia trapassa le mura, sono riputati diletti". Ma Dante, secondo
ch'egli narra, dimenticò presto moglie e Beatrice, e si die' all'amore delle
donne: ciò che l'indusse al gran viaggio nell'altro mondo, ove se ne fece così
aspramente rimproverare da Beatrice. Il quale amore non pare poi un così gran
peccato al nostro scapolo: "Chi sarà tra' mortali giusto giudice a
condannarlo? Non io". Ed ecco venire innanzi l'erudito, e citare parecchi
casi di uomini illustri vinti dalle donne, Giove, Ercole, Paride, Adamo,
Davide, Salomone, Erode. Ti par di assistere a una parodia. Eppure niente è più
serio. Il giovane è pieno di ammirazione verso Dante che chiama un "iddio
fra gli uomini", e crede con questa Vita riparare alla ingratitudine di
Firenze e alzargli un monumento.
La Vita di Dante è una rivelazione. Qui
dentro si manifesta l'autore in tutta la sua ingenuità e spontaneità: vi trovi
il nuovo uomo che si andava formando in Italia. Mette in un fascio mondo sacro
e profano, Bibbia e mitologia, teologia e poesia: la teologia è una
"poesia di Dio", una "finzione poetica". Questa strana
mescolanza era già comune al secolo; Dante stesso ne dava esempio. Ma dove
Dante tirava il mondo antico nel circolo del suo universo e lo battezzava, lo
spiritualizzava, il Boccaccio sbattezza tutto l'universo e lo materializza. In
teoria ammette la religione, e parla con riverenza della teologia, che ci fa
conoscere "la divina essenza e le altre separate intelligenze". Ma in
pratica questo mondo dello spirito rimane perfettamente estraneo alla sua
intelligenza e al suo cuore. Misticismo, platonicismo, scolasticismo, tutto il
mondo dantesco, non ha alcun senso per lui. Non solo questo mondo gli rimane
estraneo come coltura, ma ancora più come sentimento. E gli manca non solo il
sentimento religioso, ma fino quella certa elevatezza morale che talora ne fa
le veci. Spento è in lui il cristiano, e anche il cittadino. Non gli è mai
venuto in mente che servire la patria e dare a lei l'ingegno e le sostanze e la
vita è un dovere così stretto, come è il provvedere al proprio sostentamento.
Dietro al cittadino comincia a comparire il buon borghese, che ama la sua
patria, ma a patto non gli dia molto fastidio, e lo lasci attendere alla sua
industria, e non lo tiri per forza di casa o di bottega. De' guelfi e
ghibellini è perduta la memoria, tanto che il Boccaccio crede doverne spiegare
il significato. E non si persuade come Dante siesi potuto mescolare nelle
pubbliche faccende, e ne reca la cagione alla sua vanità, ed ha quasi l'aria di
dirgli: - Ben ti sta. - Non voglio dire con questo che il Boccaccio fosse uomo
dispregiatore della religione o della virtù o della patria. Sciolto era di
costumi, pure tutti i doveri comuni della vita li adempiva con la stessa
puntualità e diligenza degli altri, e molte legazioni gli furono commesse da' suoi
concittadini. Ma l'età eroica era passata; la nuova generazione non comprendeva
più le lotte e le passioni de' padri; il carattere era caduto in quella
mezzanità che non è ancora volgarità, e non è più grandezza; della religione,
della libertà, dell'uomo antico c'erano ancora le forme, ma lo spirito era ito.
Di vita pubblica qualche apparenza era ancora in Toscana, sede della coltura;
nelle altre parti era vita di corte. L'erudizione, l'arte, gli affari, i
piaceri costituivano il fondo di questa nuova società borghese e mezzana, della
quale ritratto era il Boccaccio, gioviale, cortigiano, erudito, artista. Se la
malinconia dell'estatico Petrarca ti presentava un simulacro dell'uomo antico,
la spensierata giovialità del Boccaccio è l'ingresso nel mondo, a voce alta e
beffarda, della materia o della carne, la maledetta, il peccato; è il primo
riso di una società più colta e più intelligente, disposta a burlarsi
dell'antica; è la natura e l'uomo, che, pure ammettendo l'esistenza di separate
intelligenze, non ne tien conto, e fa di sè il suo mezzo e il suo scopo.
Questo tempo fu detto di transizione.
Vivevano insieme nel seno degli uomini due mondi, il passato nelle sue forme se
non nel suo spirito, ed un mondo nuovo che si affermava come reazione a quello,
fondato sulla realtà presa in se stessa e vuota di elementi ideali. Erano in
presenza il misticismo, con le sue forme ricordevoli del mondo soprannaturale,
e il puro naturalismo. Ma il misticismo, indebolito già nella coscienza, era
divenuto abituale e tradizionale, applaudito nel Petrarca non come il mondo
sacro, ma come un mondo artistico e letterario. Il naturalismo al contrario
sorgeva allora in piena concordia con la vita pratica e co' sentimenti, con
tutti gli allettamenti della novità. Questo mutamento nello spirito dovea
capovolgere la base della letteratura. Il romanzo e la novella, rimasti generi
di scrivere volgari e scomunicati, presero il sopravvento. Al mondo lirico, con
le sue estasi, le sue visioni e le sue leggende, il suo entusiasmo, succede il
mondo epico o narrativo, con le sue avventure, le sue feste, le sue
descrizioni, i suoi piaceri e le sue malizie. La vita contemplativa si fa
attiva; l'altro mondo sparisce dalla letteratura; l'uomo non vive più in
ispirito fuori del mondo, ma vi si tuffa e sente la vita e gode la vita. Il
celeste e il divino sono proscritti dalla coscienza, vi entra l'umano e il
naturale. La base della vita non è più quello che dee essere, ma quello che è:
Dante chiude un mondo; il Boccaccio ne apre un altro.
Mettiamo ora il piè in questo mondo del
Boccaccio. Che vi troviamo? Opere latine di gran mole: una specie di dizionario
storico, ove hai tutte le antiche forme mitologiche usate da' poeti, e con le
loro spiegazioni allegoriche, e i fatti degli uomini illustri e delle celebri
donne, libri tradotti in francese, in tedesco, in inglese, in ispagnuolo, in
italiano, di cui si fecero moltissime edizioni, accolti con infinito favore da'
contemporanei, come una nuova rivelazione dell'antichità. Prima ci erano le
enciclopedie e i "fiori" e i "giardini", ove si raccoglieva
ciò che gli antichi pensarono in filosofia, in etica, in rettorica; il
Boccaccio raccoglie quello che gli antichi immaginarono, quello che operarono.
Al mondo del puro pensiero succede il mondo dell'immaginazione e dell'azione.
Vediamolo ora all'opera. Quest'uomo, che ha pieno il capo di tanta erudizione
greca e latina, che ammira Dante perchè ha saputo molto bene imitare Virgilio,
Ovidio, Stazio e Lucano, e a cui di fiorentino è rimasto l'amore del bello idioma
e il sentimento dell'arte, è insieme il trovatore e il giullare della corte,
rallegrata dalle sue facezie e dai suoi racconti, è l'erede della gaia scienza,
sa a menadito romanzi francesi, italiani e provenzali, e scrive per sollazzarsi
e per sollazzare. Ci erano in lui parecchi uomini non ben fusi, l'erudito,
l'artista, il trovatore, il letterato e l'uomo di mondo.
Ecco uscirgli dall'immaginazione il
Filocolo. Il titolo è greco, come più tardi è il Filostrato e come sarà il
Decamerone. La materia è tratta da un romanzo spagnuolo, ed è gli amori di
Florio e Biancofiore. Ma si tratta della Spagna pagana, al tempo di Roma
pagana, quando già vi penetrava il cristianesimo. La materia è tale, che il
giovane autore vi può sviluppare tutte le sue tendenze. Ai giovani innamorati e
alle amorose donzelle consacra i "nuovi versi, i quali - egli dice loro -
non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell'antica Troia, nè le sanguinose
battaglie di Farsaglia, ma udirete i pietosi avvenimenti dell'innamorato Florio
e della sua Biancofiore, i quali vi fiano graziosi molto". Probabilmente i
giovani vaghi e le donne innamorate avrebbero desiderato una storia di amore
più breve e meno dotta. Ma come resistere alla tentazione? Il giovane ci ficca
dentro tutta la mitologia, e ad ogni menoma occasione esce fuori con la storia
greca e romana. Giulia, uccisole il marito, nell'ultima disperazione, parlando
all'uccisore, cita Ecuba e Cornelia. Nè la mitologia ci sta a pigione, come
semplice colorito, ma è la vera macchina del racconto, come in Omero e
Virgilio. E se Giove, Pluto, Venere, Pallade e Cupido fossero personaggi vivi,
avremmo un grottesco non dispiacevole; ma sono personificazioni ampollose e
rettoriche, formate dalla memoria, non dall'immaginazione. Ancora, visto che
teologia e poesia sono una stessa cosa, la teologia è paganizzata, e Dio
diviene Giove, e Lucifero diviene Pluto; sì che pagani e cristiani,
inimicandosi a morte, usano le stesse forme e adorano gli stessi iddii.
Macchinismo vuoto che s'intramette dappertutto, e guasta il linguaggio naturale
del sentimento, introducendo ne' fatti e nelle passioni un'espressione
artificiale e metaforica. Volendo dire giovani innamorati si dice: "i
quali avete la vela della barca della vaga mente dirizzato a' venti che muovono
dalle dorate penne ventilanti del giovane figliuolo di Citerea".
L'avvicinarsi della sera è espresso così: "I disiosi cavalli del sole
caldi per lo diurno affanno si bagnavano nelle marine acque d'occidente".
Altrove è detto: "L'Aurora aveva rimossi i notturni fuochi, e Febo avea
già rasciutte le brinose erbe". Nasce uno stile pomposo e freddo, che
invano l'autore cerca incalorire con le figure rettoriche, in cui è maestro.
Spesseggiano le interrogazioni, le esclamazioni, le personificazioni, le apostrofi;
il sentimento si sviluppa dalle cose e si pone per se stesso in una forma
ampollosa e pretensiosa. Il prode Lelio è ucciso sul campo di battaglia, e il
poeta vi recita su questa magnifica tirata rettorica:
"Oh misera Fortuna, quanto sono i
tuoi movimenti vani e fallaci nelle mondane cose! Ove sono i molti tesori che
tu con ampia mano gli avevi dati? Ove i molti amici? Ove la gran famiglia? Tu
gli hai con subito giramento tolte tutte queste cose, e il suo corpo senza
sepoltura morto giace negli strani campi. Almeno gli avessi tu concedute le
romane lacrime, e le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i
morienti occhi, e l'ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare!"
Giulia
sviene: "gli spiriti ... vagabondi pare che vadano per lo vicino
aere"; e il poeta fa una lunga apostrofe a Lelio, che al suo pericol
correndo lei semiviva abbandona, e dice di Amore:
"Deh! Quanto Amore si portò
villanamente tra voi, avendovi tenuti insieme con la sua virtù tanto tempo
caramente congiunti; e ora, nell'ultimo partimento, non consentì che voi vi
avessi insieme baciati o almeno salutati."
I
personaggi fanno spesso lunghe orazioni con tutti gli artifici della rettorica,
com'è la parlata di Pluto a' ministri infernali, imitata dal Tasso. Spesso la
sensualità si scopre tra le lacrime. Giulia si straccia i capelli e si squarcia
le vesti; il giovane deplora quello "sconcio tirare" che traeva
"i biondi capelli" "dell'usato modo e ordine", e aggiunge:
"I vestimenti squarciati mostravano le colorite membra, che in prima
soleano nascondere". Non mancano qua e colà tratti affettuosi, e anche
modi e forme di dire semplici ed efficaci; ma rimane il più spesso fuori
dell'uomo e della natura, inviluppato in perifrasi, circonlocuzioni, aggettivi,
orazioni, descrizioni e citazioni: ci si sente una viva tendenza al reale
guastata dalla rettorica e dall'erudizione. Accampandosi nel mondo antico, e
portandovi pretensioni erudite e rettoriche, la letteratura, se da una parte si
emancipava da quel mondo teologico-scolastico che sorgeva come barriera tra
l'arte e la natura, s'intoppava dall'altra in una nuova barriera, un mondo
mitologico-rettorico.
Il successo del Filocolo alzò l'animo del
giovane a più alto volo. Pensò qualche cosa come l'Eneide, e scrisse la
Teseide. Ma niente era più alieno dalla sua natura che il genere eroico, niente
più lontano dal secolo che il suono della tromba. Qui hai assedii, battaglie,
congiure di dei e di uomini, pompose descrizioni, artificiosi discorsi, tutto
lo scheletro e l'apparenza di un poema eroico; ma nel suo spirito borghese non
entra alcun sentimento di vera grandezza, e Teseo e Arcita e Palemone e
Ippolito ed Emilia non hanno di epico che il manto. Il suo spirito è disposto a
veder le cose nella loro minutezza, ma più scende ne' particolari, più
l'oggetto gli si sminuzza e scioglie, sì che ne perde il sentimento e
l'armonia. Le armi, i modi del combattere, i sacrifizii, le feste, tutta
l'esteriorità è rappresentata con la diligenza e la dottrina di un erudito; ma
dov'è l'uomo? E dov'è la natura? De' suoi personaggi carichi di emblemi e di
medaglie antiche si è perduta la memoria. Ecco un campo di battaglia. Egli vede
con molta chiarezza i fenomeni che ti presenta, ma è la chiarezza di un
naturalista, scompagnata da ogni movimento d'immaginazione; ci è l'immagine,
manca il fantasma, que' sottintesi e que' chiaroscuri, che ti danno il
sentimento e la musica delle cose:
Dopo il crudele e dispietato assalto
orribile per suoni e per fedite,
li fatto prima sopra il rosso smalto,
si dileguaron le polveri trite;
non tutte, ma tal parte, che da alto
ed ancora da basso eran sentite
parimente e vedute di costoro
le opere e 'l marziale aspro lavoro.
È
un'ottava prosaica, dove un fenomeno comunissimo è sminuzzato con la precisione
e distinzione di un anatomico, non di un poeta. Il Tasso tutto condensa in un
verso solo, che ti presenta in unica immagine il campo di battaglia:
la polve ingombra ciò ch'al sangue avanza.
La
stessa prosaica maniera trovi nell'ottava seguente:
Il sangue quivi de' corpi versato,
e de' cavalli ancor similemente,
aveva tutto quel campo innaffiato,
onde attutata s'era veramente
e la polvere e 'l fumo: imbragacciato
di sangue era ciascun destrier corrente,
o qualunque uomo vi fosse caduto,
benchè a caval poi fosse rivenuto.
Qui il
sangue è talmente analizzato negli oggetti e congiunto con particolari così
vuoti e insignificanti, che se ne perde l'impressione. Alla grande maniera,
sobria, rapida, densa, di Dante, del Petrarca, succede il prolisso, il diluito
e il volgare. Chi ricorda descrizioni simili nell'Ariosto e nel Tasso, vi
troverà le stesse cose, ma vive e mobili, piene di sentimento e di significato.
Nel canto duodecimo descrive la bellezza di Emilia da' capelli fino alle anche,
anzi fino a' piedi, e non si contenta di passare a rassegna tutte le parti del
corpo, chè di ciascuna fa minuta descrizione, e non solo nel quale, ma nel
quanto, sì che pare un geometra misuratore. Delle ciglia dice:
... più che altra cosa
nerissime e sottil, nelle qua' lata
bianchezza si vedea lor dividendo,
nè il debito passavan se' estendendo..
Ecco
un'ottava similmente prosaica su' capelli:
Dico che li suoi crini parean d'oro,
non per treccia ristretti, ma soluti
e pettinati sì che infra loro
non n'era un torto, e cadean sostenuti
sopra li candidi omeri, nè fòro
prima nè poi sì be' giammai veduti:
nè altro sopra quelli ella portava
ch'una corona che assai si stimava.
Ottave
e versi soffrono malattia di languore: così procede il suono fiacco e sordo.
La Teseide è indirizzata a Fiammetta, e
copertamente e sotto nomi greci espone una vera storia d'amore. Ma la gravità
del soggetto, e le intenzioni letterarie soperchiarono l'autore e lo tirarono
in un mondo epico, pel quale non era nato. Meglio riuscì nel Filostrato, dove
lo scheletro greco e troiano esattamente riprodotto nella sua superficie è
penetrato di una vita tutta moderna. L'allusione non è in questo o quel fatto,
come nella Teseide, ma è nello spirito stesso del racconto. I languori di
Troilo, gli artifici di Pandaro, che è il mezzano, le resistenze sempre più
deboli di Griseida, le gradazioni voluttuose di un amore fortunato, le arti e
le lusinghe di Diomede presso Griseida, la sua vittoria e le disperazioni di
Troilo, questo non è epico e non è cavalleresco, se non solo ne' nomi de'
personaggi: è una pagina tolta alla storia secreta della corte napoletana, è il
ritratto della vita borghese, collocata di mezzo fra la rozza ingenuità
popolana e l'ideale vita feudale o cavalleresca. Qui per la prima volta
l'amore, squarciato il velo platonico, si manifesta nella sua realtà ed
autonomia, separato da' suoi antichi compagni, l'onore e il sentimento
religioso; e non è già amore popolano, ma borghese, cioè a dire raffinato,
pieno di tenerezze e di languori, educato dalla coltura e dall'arte. Mancati
tutti gli alti sentimenti della vita pubblica e religiosa, non rimane altra
poesia che della vita privata. La quale è vil prosa, quando il fine del vivere
non è che il guadagno, ed è nobilitata dall'amore. Vivere tra' godimenti di
amore, con l'animo lontano da ogni cupidigia di onori e di ricchezze, questo è
l'ideale della vita privata, nella quale la parte seria e prosaica è rappresentata
dal mercante. È un ideale che il Boccaccio trova nella sua propria vita, quando
volse le spalle alla mercatura e si diè a' piacevoli studi e all'amore.
Descritti in morbidissime ottave i voluttuosi ardori di Troilo e Griseida, il
poeta, calda ancora l'immaginazione, così prorompe:
Deh! Pensin qui gli dolorosi avari,
che biasiman chi è innamorato,
e chi, come fan essi, a far denari
in alcun modo non si è tutto dato,
e guardin se, tenendoli ben cari
tanto piacer fu mai a lor prestato,
quanto ne presta amore in un sol punto
a cui egli è con ventura congiunto.
Ei diranno di sì, ma mentiranno;
e questo amor "dolorosa pazzia"
con risa e con ischerni chiameranno;
senza veder che sola un'ora fia
quella che sè e' danari perderanno,
senza aver gioia saputo che sia
nella lor vita: Iddio gli faccia tristi,
ed agli amanti doni i loro acquisti.
Ottave
sconnesse e saltellanti, assai inferiori alle bellissime che precedono; il
poeta sa meglio descrivere che ragionare: pure ci senti per entro un po' di
calore, e la conclusione è felicissima: è un moto subito e vivace di
immaginazione, come di rado gl'incontra.
Sotto aspetto epico questo racconto è una
vera novella con tutte le situazioni divenute il luogo comune delle storie
d'amore, i primi ardenti desiri, l'intramessa di un amico pietoso e le ritrosie
della donna, le raffinate voluttà del godimento, la separazione degli amanti,
le promesse e i giuramenti e gli svenimenti della donna, la sua fragilità e i lamenti
e i furori del tradito amante. Sotto vernice antica spunta il mondo interiore
del Boccaccio, una mollezza sensuale dell'immaginazione congiunta con una
disposizione al comico e al satirico. L'infedeltà di Griseida lo fa uscire in
questo ritratto della donna:
Giovine donna è mobile, e vogliosa
è negli amanti molti, e sua bellezza
estima più ch'allo specchio, e pomposa
ha vanagloria di sua giovinezza;
la qual quanto piacevole e vezzosa
è più, cotanto più seco l'apprezza:
virtù non sente, nè conoscimento,
volubil sempre come foglia al vento.
A
Beatrice e Laura succede Griseida; all'amore platonico l'amore sensuale; al
volo dell'anima verso la sua patria, il cielo, succede il tripudio del corpo.
La reazione è compiuta. A Dante succede il Boccaccio.
La contraddizione prende quasi aria di
parodia inconscia nell'Amorosa visione. La Commedia è imitata nel suo disegno e
nel suo meccanismo. Anche il Boccaccio ha la sua visione. Anch'egli incontra la
bella donna, che dee guidarlo all'altura, che è "principio e cagion di
tutta gioia", via a salute e pace. Ma dove nella Commedia si va di carne a
spirito, sino al sommo Bene, in cui l'umano è compiutamente divinizzato o
spiritualizzato, dove nella Commedia il sommo Bene è scienza e contemplazione:
qui il fine della vita è l'umano e la scienza è il principio, e l'ultimo
termine è l'amore, e la fine del sogno è in questi versi:
Tutto stordito mi riscossi allora,
e strinsi a me le braccia, e mi credea
infra esse madonna averci ancora.
Il
paradiso del Boccaccio è un tempio dell'umanità, un nobile castello, che
ricorda il Limbo dantesco, ricco di sale splendide e storiate, come sono le
pareti del purgatorio. Ed è tutta la storia umana, che ti viene innanzi in
quelle pitture. Dante invoca le muse, l'alto ingegno; il Boccaccio invoca
Venere:
O somma e graziosa intelligenza
che movi il terzo cielo, o santa dea,
metti nel petto mio la tua potenza.
Una
scala assai stretta mena al castello, e sulla piccola porta è questa scritta:
... ... questa piccola porta mena a via di
vita,
posta che paia nel salir molesta:
riposo eterno dà cotal salita.
Dunque salite su senza esser lenti:
l'animo vinca la carne impigrita.
Eccoci
nella prima sala. E vi son pinte le sette scienze, e via via schiere di
filosofi e poi di poeti, a quel modo che fa Dante nel limbo. Tutto il canto
quinto è consacrato a Virgilio e a Dante, del quale dice:
Costui è Dante Alighieri fiorentino,
il qual con eccellente stil vi scrisse
il sommo ben, le pene e la gran morte:
gloria fu delle muse mentre visse,
ne qui rifiutan d'esser sue consorte.
Dalla
sala delle Muse si passa nella sala della Gloria. E ti sfilano innanzi
moltitudine di uomini venuti in fama, quasi un quadro della storia del mondo.
Da Saturno e Giove scendi all'età de' giganti e degli eroi; poi giungi agli
uomini e alle donne illustri di Grecia e di Roma, in ultimo viene la cavalleria
ne' suoi due circoli di Arturo e Carlomagno, sino all'ultimo cavaliere, Federico
secondo, e l'occhio si stende a Carlo di Puglia, Corradino, Ruggieri di Loria e
Manfredi. Il poeta dà libero corso alla sua vasta erudizione, intento più a
raccogliere esempli che a lumeggiarli: sicchè nessuno de' suoi personaggi è
giunto a noi così vivo, come è l'Omero e l'Aristotile del limbo dantesco, o
l'Omero del Petrarca.
Siamo infine nella sala di Amore e Venere.
E come innanzi la storia, qui vien fuori la mitologia, e senti le prodezze
amorose di Giove, Marte, Bacco e Pluto ed Ercole. Poi vengono gli amori di
Giasone, Teseo, Orfeo, Achille, Paride, Enea, Lancillotto.
Scienza, gloria, amore, ecco la vita
quando non vi s'intrometta la Fortuna e colpisca Cesare o Pompeo nel sommo
della felicità. Percorsi i circoli della vita, comincia il tripudio, o la
beatitudine; e non sono già le danze delle luci sante nel trionfo di Cristo o
degli angeli, ma le voluttuose danze di un paradiso maomettano, o le danze
delle ninfe napolitane a Baia. Il poeta s'innamora, e mentre in sogno si tuffa
negli amorosi diletti e tiene fra le braccia la donna, si sveglia, e la sua
guida gli dice:
Ciò che porse
il tuo dormire alla tua fantasia
tutto averai.
E
mentre la visione si dilegua, ella lo raccomanda al "sir di tutta
pace", all'Amore.
Con le stesse forme e con lo stesso
disegno di Dante il Boccaccio riesce a un concetto della vita affatto opposto,
alla glorificazione della carne, nella quale è il riposo e la pace. La
"Divina Commedia" qui è cavata fuori del soprannaturale, in cui Dante
aveva inviluppata l'umanità e se stesso e il suo tempo, ed è umanizzata,
trasformata in un real castello, sede della coltura e dell'amore. Se non che il
Boccaccio non vide che quelle forme contemplative e allegoriche, naturale
involucro di un mondo mistico e soprannaturale, mal si attagliavano a quella
vita tutta attiva e terrena, ed erano disformi al suo genio, superficiale ed
esterno, privo di ogni profondità ed idealità: perciò riesce monotono, prolisso
e volgare. Oggi, a tanta distanza, c'è difficile a concepire come non abbia
trovato subito il suo genere, che è la rappresentazione della vita nel suo
immediato, sciolta da ogni involucro non solo teologico e scolastico, ma anche
mitologico e cavalleresco. Ma lento è il processo dell'umanità anche
nell'individuo, che passa per molte prove e tentennamenti prima di trovare se
stesso. Il Boccaccio, amico delle muse, stima co' suoi contemporanei che
"le cose volgari non possono fare un uomo letterato" e che si
richiedono "più alti studi". E gli alti studi sono il latino e il
greco, la conoscenza dell'antichità. Il suo maggior titolo di gloria era
l'ampia erudizione, che lo rendeva superiore a Dante ed anche al suo
"Silvano", il Petrarca. Trova innanzi a sè forme consacrate e
ammirate, le forme epiche di Virgilio e Stazio, le forme liriche di Dante e di
Silvano, e in quelle forme vuol realizzare un mondo prosaico che gli si moveva
dentro. Nei suoi primi lavori salta fuori tutto il suo mondo greco-romano,
mitologico e storico, con grande ammirazione de' contemporanei. Gli amori di
Troilo e Griseida, d'Arcita e Palemone passarono le Alpi e fecondarono
l'immaginazione di Chaucer; i quadri storici e mitologici della sua Visione
ispirarono molti Saggi e molti Tempi dell'umanità. Chi legge i Reali di Francia
e tante scarne traduzioni di romanzi francesi allora in voga, può concepire che
gran miracolo dovè parere la Teseide, il Filostrato e il Filocolo. Anche nelle
sue Rime si vede l'uomo nuovo alle prese con forme vecchie. Vi trovi il solito
repertorio, l'innamoramento, i sospiri, i desiri, i pentimenti, il volgersi a
Dio e alla Madonna, ma la bella unità lirica del mondo di Dante e del Petrarca
è rotta, ed ogni idealità è scomparsa. Dietro alle stesse forme è un diverso
contenuto che mal vi si adagia. La donna in nome è ancora un'angioletta, ma che
angiolo! Ella sta non raccolta e modesta nella sua ingenuità infantile, come
Bice; o nella sua casta dignità, come Laura; ma
all'ombra di mille arbori fronzuti,
in abito leggiadro e gentilesco
tende
lacci
con gli occhi vaghi e col cianciar
donnesco.
Hai la
donna vezzosa e civettuola della vita comune, ed un amante distratto, che ora
esala sospiri profani in forme platoniche e tradizionali, ora pianta lì la sua
angioletta, e si sfoga contro i suoi avversari, e ragiona della morte e della
fortuna, o inveisce contro le donne:
Elle donne non son, ma doglia altrui,
senza pietà, senza fè, senz'amore,
liete del mal di chi più lor credette.
Perchè
meglio si comprenda questa disarmonia tra forme convenzionali e un contenuto
nuovo, guardiamo questo sonetto:
Sulla poppa sedea d'una barchetta,
che 'l mar segando presta era tirata,
la donna mia con altre accompagnata,
cantando or una, or altra canzonetta.
Or questo lito ed or quell'isoletta,
ed ora questa ed or quella brigata
di donne visitando, era mirata
qual discesa dal ciel nuova angioletta.
Io che seguendo lei vedeva farsi
da tutte parti incontro a rimirarla
gente, vedea come miracol novo:
ogni spirito mio in me destarsi
sentiva, e con Amor di commendarla
vago non vedea mai il ben ch'io provo.
Il
sonetto comincia bene, in forma disinvolta e fresca, ancorachè per la parte
tecnica un po' trascurata. In quelle giovanette, che cantano a mare e vanno a
visitare le amiche e sono ammirate dalla gente, vedi una scena tutta
napolitana, e ti corre innanzi Baia, sede di secrete delizie che destano le
furie gelose del poeta. Ma questa bella scena alla fine si guasta, col solito
"spirito" e col solito "Amore vago di commendare", e riesce
in una freddura. Chi vuol vedere un sonetto affatto moderno, dove l'autore si è
sciolto da ogni involucro artificiale, e ti coglie in atto la vita di Baia con
le sue soavità e le sue licenze, senta questo:
Intorno ad una fonte, in un pratello
di verdi erbette pieno e di bei fiori,
sedeano tre angiolette, i loro amori
forse narrando; ed a ciascuna il bello
viso adombrava un verde ramoscello
che i capei d'or cingea, al qual di fuori
e dentro insieme due vaghi colori
avvolgeva un soave venticello.
E dopo alquanto l'una alle due disse
com'io udii: - Deh! Se per avventura
di ciascuna l'amante or qui venisse,
fuggiremo noi quinci per paura? -
-
A cui le due risposer: - Chi fuggisse,
poco savia saria con tal ventura. -
Qui
senti il Boccaccio in quella sua mescolanza di sensuale e malizioso. Gli
scherzi del venticello sono abbozzati con l'anima di un satiro che divora con
gli occhi la preda, e la chiusa cinica così inaspettata ti toglie a ogni
idealità e ti gitta nel comico. Qui il Boccaccio trova se stesso. Fu chiamato
"Giovanni della tranquillità" per quella sua spensierata giovialità,
che lo tenea lontano da ogni esagerazione delle passioni, e tiravalo nel
godimento e nel gusto della vita reale. E quantunque si doglia dell'epiteto
come d'una ingiuria e lo rifiuti sdegnosamente, pure è là il suo genio e la sua
gloria, e non dove sfoggia in forme rettoriche sentimento ed erudizione. Fu
chiamato anche "uomo di vetro", per una cotal sua mobilità d'impressioni
e di risoluzioni, di cui sono esempio le Rime, dove invano cerchi l'unità
organica del Canzoniere, e un disegno qualunque, avvolto il poeta dalle onde
delle impressioni e della vita reale e de' suoi studi e reminiscenze classiche.
Pure tra molte volgarità trovi un elevato sentimento dell'arte, o, come egli
dice, "l'amor delle muse, che lo trae d'inferno", come chiama la
terra deserta dalle muse. "Vidi", egli canta,
... una ninfa uscire
d 'un lieto bosco, e verso me venire
co' crin ristretti da verde corona.
A me venuta disse: - Io son colei,
che fo di chi mi segue il nome eterno,
e qui venuta sono ad amar presta;
lieva su, vieni. - Ed io già di costei
acceso, mi levai; ond'io d'inferno
uscendo, entrai nell'amorosa festa.
Da questo
elevato sentimento dell'arte è uscito il sonetto sopra Dante, scritto con una
gravità e vigore di stile così insueto, che farebbe quasi dubitare sia cosa
sua:
Dante Alighieri son, Minerva oscura
d'intelligenza e d'arte, nel cui ingegno
l'eleganza materna aggiunse al segno,
che si tien gran miracol di natura.
L'alta mia fantasia pronta e sicura
passò il tartareo e poi il celeste regno,
e il nobil mio volume feci degno
di temporale e spirital lettura.
Fiorenza gloriosa ebbi per madre,
anzi matrigna a me pietoso figlio,
colpa di lingue scellerate e ladre.
Ravenna fummi albergo del mio esiglio;
ed ella ha il corpo, e l'alma il sommo
Padre,
presso cui invidia non vince consiglio.
La
stessa disparità tra le forme e il contenuto troviamo nella Fiammetta e nel
Corbaccio o Laberinto d'amore. Sono due generi nuovi e pel contenuto affatto
moderni. La Fiammetta e un romanzo intimo e psicologico, dove una giovane amata
e abbandonata narra ella medesima la sua storia, rivelando con la più fina
analisi le sue impressioni. Il Corbaccio è la satira del sesso femminile fatta
dal vendicativo scrittore, canzonato da una donna. La scelta di questi
argomenti è felicissima. L'autore volge le spalle al medio evo e inizia la letteratura
moderna. Di un mondo mistico-teologico-scolastico non è più alcun vestigio.
Oramai tocchiamo terra: siamo in cospetto dell'uomo e della natura. Abbiamo una
pagina di storia intima dell'anima umana, colta in una forma seria e diretta
nella Fiammetta, in una forma negativa e satirica nel Corbaccio. La letteratura
non è più trascendente, ma immanente, cioè a dire vede l'uomo e la natura in se
stessa, e non in forme estrinseche e separate, mitologiche e allegoriche. Ma il
Boccaccio non sa trovare le forme convenienti a questo contenuto. Per
rappresentarlo nella sua verità non aveva che a mettersi in immediata comunione
con quello ed esprimere le sue impressioni così naturali e fresche come gli
venivano. Ma s'accosta a questo mondo con l'animo preoccupato dall'erudizione,
dalla storia, dalla mitologia e dalla rettorica, e lo vede, lo dipinge a
traverso di queste forme. L'impressione giungendo nel suo spirito vi è
immediatamente falsificata, nè si riconosce più dietro a quel denso involucro,
che se non è teologico-scolastico, è pur qualche cosa di più strano, è
mitologico-rettorico. Nasce una nuova trascendenza, la cui radice non è nel
naturale sviluppo del pensiero religioso e filosofico, come l'antica, ma
nell'avviamento classico preso dalla coltura. Fiammetta abbandonata da Panfilo,
prima di fare i suoi lamenti, vuol vedere come in Virgilio si lamenta Didone
abbandonata, pensando che a lei non è lecito di lamentarsi in altra guisa. E se
vuol consolarsi, cercando compagni al suo dolore, ti fa un trattato di storia
antica, narrando tutti i casi infelici di amore degli antichi iddii ed eroi. E
se sogna, cerca in Ovidio la spiegazione de' sogni. Vuol dire che sente
vergogna di palesare i suoi godimenti amorosi? E ti definisce la vergogna e
ragiona lungamente de' suoi effetti sulle donne. Vuol esprimere gioia,
speranza, timore, dolore, ira, gelosia? E analizza ciascuno di questi
sentimenti, facendo tesoro di tutti i luoghi topici registrati da Aristotile.
Bisogna vedere con che diligenza il Sansovino nota tutti i luoghi etici e
patetici, e le imitazioni e le erudizioni della Fiammetta, a guida de' maestri
e degli scolari. Dante, Minerva oscura, potè spesso tra le nebbie delle sue
allegorie attingere il mondo reale, perchè era artista, e se è scolastico, non
è mai rettorico: il Boccaccio non può distrigarsi da quel mondo artificiale e
coglier la natura, perchè gli manca ogni serietà di vita interiore nel pensiero
e nel sentimento, e vi supplisce con le esagerazioni e le amplificazioni. Che
dirò delle sue descrizioni così minute, come le sue analisi, e tutte di seconda
mano, non ispirate dall'impressione immediata della natura? Veggasi il suo
inverno e la primavera e l'autunno, e tutte le sue descrizioni della bellezza
virile e femminile, fatte con la squadra e col compasso. Così gli è venuto
scritto un romanzo prolisso, noioso, in guisa che, a sentir quegli eterni
lamenti della Fiammetta che aspetta Panfilo, siamo tentati di dire: - Panfilo,
torna presto! Che non la sentiamo più. -
Più conforme al suo genio è il Corbaccio,
satira delle donne. Ma come il burlato è lui, le risa sono a sue spese,
specialmente quando si lamenta che una donna abbia potuto farla a lui, che pure
è un letterato. Vi mostra egli così poco spirito come nella lettera a Nicolò
Acciaioli, che il Petrarca grecizzando chiamava Simonide, dove leva le alte
strida perchè, invitato alla corte di Napoli, gli sia toccata quella cameraccia
e quel lettaccio, ed esce in vitupèri, in minacce, in pettegolezzi, resi ancora
più ridicoli da quella forma ciceroniana. Come qui minaccia e vitupera e
inveisce alla latina, così nel Corbaccio satireggia con la storia, co' luoghi
comuni degli antichi poeti, narrando fatti o allegorie e ammassando noiosi
ragionamenti. L'ordito è semplicissimo. Il Boccaccio, beffato da una donna, si
vuole uccidere, ma il timore dell'inferno ne lo tiene, e pensa più saviamente a
vivere e a vendicarsi, non col ferro, ma, come i letterati fanno, con
"concordare di rime" o "distender di prose". Fra questi
pensieri si addormenta e si trova in sogno nel "laberinto d'amore", o
valle incantata, una specie di selva dantesca, dove gli appare un'ombra, ed è
il marito della donna, che nel purgatorio espia la troppa pazienza avuta con
lei. Costui gli espone tutte le cattive qualità delle donne, a cominciare dalla
sua. E quando si è bene sfogato, lo conduce sopra di un monte altissimo, onde
vede il laberinto metter capo nell'inferno. Questa vista guarisce il Boccaccio
del mal concetto amore. Come si vede, la satira non è rappresentazione
artistica, ma esposizione, in forma di un trattato di morale, de' vizi
femminili. Nondimeno trovi qua e là di bei motti, e novellette graziose e
descrizioni vivaci dei costumi delle donne, con l'uso felicissimo del dialetto
fiorentino, com'è la donna in chiesa, che "incomincia una dolente filza di
paternostri, dall'una mano nell'altra e dall'altra nell'una trasmutandogli
senza mai dirne niuno", o la donna che con le sue gelosie non dà tregua al
marito, e "di ciarlare mai non resta, mai non molla, mai non fina: dàlle,
dàlle, dàlle, dalla mattina infino alla sera, e la notte ancora non sa
restare". Nelle sue gelose querele si rivela il vero genio del Boccaccio,
una forza comica accompagnata con rara felicità di espressione, attinta in un
dialetto così vivace e già maturo, pieno di scorciatoie, di frizzi, di motti,
di grazie. Citiamo alcuni brani:
"Credi tu ch'i' sia abbagliata, e
ch'i' non sappia a cui tu vai dietro? A cui tu vogli bene? E con cui tutto il
dì favelli? Misera me, che è cotanto tempo ch'io ci venni, e pur una volta
ancora non mi dicesti - Amor mio, ben sia venuta. - Ma alla croce di Dio, io
farò di quelle a te che tu fai a me. Or son io così sparuta? Non son io così
bella, come la cotale? Ma sai che ti dico? Chi due bocche bacia, l'una convien
che gli puta. Fàtti costà, se Iddio m'aiuti, tu non mi toccherai: va' dietro a
quelle di cui tu se' degno, chè certo tu non eri degno d'aver me, e fai bene
ritratto di quello che tu sei, ma a fare a far sia.
Questa è lingua già degna di Plauto, e il
Corbaccio è sparso di cotali scene, degne di colui che aveva già scritto il
Decamerone. Fra' tanti peccati che il marito tradito e l'amante burlato
attribuiscono alla donna c'è pur questo, che "le sue orazioni e i suoi
paternostri sono i romanzi franceschi", e "tutta si stritola quando
legge Lancillotto o Tristano nelle camere segretamente". E anche
"legge la canzone dello indovinello, e quella di Florio e di Biancefiore,
e simili altre cose assai". Sono preziose rivelazioni sulla letteratura
profana e proibita, allora in voga. Ma se peccato c'è, il maggior peccatore era
il Boccaccio per l'appunto, che per piacere alle donne scrivea romanzi. Pure è
lecito credere ch'elle leggevano con più gusto la nuda storia francesca di
Florio e Biancefiore, che l'imitazione letteraria fatta dal Boccaccio, detta
Filocolo, dove Biancefiore (Blanchefleur) è chiamata all'italiana
"Biancofiore". Alle donne caleva poco di mitologia e storia antica, e
se tanta erudizione e artificio rettorico potea parere cosa mirabile al suo
maestro di greco, Pilato, e a' latinisti e grecisti che erano allora i
letterati, le donne, che cercavano ne' libri il piacer loro, facevano de' suoi
scritti poca stima, e, "ciò che peggio era, per lui, Aristotile, Tullio,
Virgilio e Tito Livio e molti altri illustri uomini creduti suoi amici e
domestici, come fango scalpitavano e schernivano". In verità, le donne col
loro senso naturale erano migliori giudici in letteratura che Leonzio Pilato e
tutti i dotti.
Quelli che chiamarono
"tranquillo" il nostro Giovanni espressero un concetto più profondo
che non pensavano. La tranquillità è appunto il carattere del nuovo contenuto
che egli cercava sotto forme pagane. La letteratura del medio evo è tutt'altro
che tranquilla; anzi il suo genio è l'inquietudine, un cercare continuo, il di
là senza speranza di attingerlo. Il suo uomo è sospeso da terra, con gli occhi
in alto, accesi di desiderio. L'uomo del Boccaccio è, al contrario, assiso, in
ozio idillico, con gli occhi volti alla madre terra, alla quale domanda e dalla
quale ottiene l'appagamento. Ma al Boccaccio non piace esser chiamato
"tranquillo", inconsapevole che la sua forza è lì dov'è la sua
natura. E si prova nel genere eroico e cavalleresco, e nelle confessioni della
Fiammetta tenta un genere lirico-tragico. Tentativi infelici di uomo che non
trova ancora la sua via. L'indefinito è negato a lui, che descrive la natura
con tanta minutezza di analisi. Il sospiro è negato a lui, che numera ad uno ad
uno i fenomeni del sentimento. L'eroico e il tragico non può allignare in un'anima
idillica e sensuale. E quando vi si prova, riesce falso e rettorico. Perciò non
gli riesce ancora di produrre un mondo, cioè una totalità organica, armonica e
concorde. Nel suo mondo epico-tragico-cavalleresco penetra uno spirito
eterogeneo e dissolvente, che rende impossibile ogni formazione artistica, il
naturalismo pagano: spirito invitto, perchè è il solo che vive al di dentro di
lui, il solo che si possa dire il suo mondo interiore. E quando gli riesce di
coglierlo nella sua semplicità e verità, come gli si move al di dentro, allora
trova se stesso e diviene artista. Questo mondo, gittato come frammento
discorde e caotico ne' suoi romanzi epici e tragici, par fuori in tutta la sua
purezza nel Ninfale fiesolano e nel Ninfale d'Ameto.
Qui l'autore, volgendo le spalle alla
cavalleria e a' tempi eroici, rifà con l'immaginazione i tempi idillici delle
antiche favole e dell'età dell'oro, quando le deità scendevano amicamente nella
terra popolata di ninfe, di pastori, di fauni e di satiri. La mitologia non è
qui elemento errante fuori di posto in mondo non suo, è lei tutto il mondo.
Questo mondo mitologico primitivo è un
inno alla natura. Nel Ninfale fiesolano la ninfa sacra a Diana, vinta dalla
natura, manca al suo voto ed è trasmutata in fonte. L'anima del racconto è il
dolce peccato, nel quale cadono Africo e Mensola non per corruzione o
depravazione di cuore, ma per l'irresistibile forza della natura nella piena
semplicità ed innocenza della vita; sì che, saputo il fatto, ne viene
compassione alla stessa Diana. Indi a poco sopraggiunge Atalante, e con la
guida del figlio della colpa, nato da Mensola, distrugge gli asili sacri a
Diana, e marita le ninfe per forza, ed edifica Fiesole, ed introduce la civiltà
e la coltura. Così il mondo mitologico perisce con le sue selvatiche
istituzioni, e comincia il viver civile conforme alle leggi della natura e
dell'amore.
Il racconto è diviso in sette parti o
canti ed è in ottava rima. L'autore, non costretto a gonfiare le gote nè a
raffinare i sentimenti, si fa cullare dolcemente dalla sua immaginazione in
questo mondo idillico, e descrive paesaggi e scene di famiglia e costumi
pastorali con una facilità che spesso è negligenza, non è mai affettazione o
esagerazione. La tromba è mutata nella zampogna, suono più umile, ma uguale e
armonioso: l'ottava procede piana e naturale, talora troppo rimessa; e non
mancano di bei versi imitativi. Africo e Mensola debbono dividersi, chè l'ora è
tarda; e il poeta dice:
Partir non si sanno,
ma or si partono, or tornano, or vanno.
Altrove
dice:
sempre mirandosi avanti ed intorno,
se Mensola vedea, poneva mente.
Frequente
è in lui l'uso dello sdrucciolo in mezzo al verso, e quell'entrare de' versi
l'uno nell'altro, che slega e intoppa le sue ottave eroiche, ma dà a queste
ottave idilliche un aspetto di naturalezza e di grazia. Il suo periodo poetico,
saltellante e imbrogliato nella Teseide, qui è corrente e spedito, assai
prossimo al linguaggio naturale e familiare:
Ella lo vide prima che lui lei,
perchè' a fuggir del campo ella prendea:
Africo la sentì gridare - Omei! -
e poi guardando fuggir la vedea:
e infra se disse: - Per certo costei
è Mensola -, e poi dietro le correa;
e sì la prega e per nome la chiama,
dicendo: - Aspetta quel che tanto t'ama. -
Africo
dorme; e il padre dice alla moglie, Alimena:
O cara sposa,
nostro figliuol mi pare addormentato,
e molto ad agio in sul letto si posa,
sì che a destarlo mi parria peccato,
e forse gli saria cosa gravosa
se io l'avessi del sonno svegliato.
-
E tu di' vero, - diceva Alimena -
lascial posare e non gli dar più pena. -
Manca
il rilievo: per soverchia naturalezza si casca nel triviale e nel volgare. Più
tardi verrà il grande artista, che calerà in questo mondo della natura e
dell'amore appena sbozzato e pur ora uscito alla luce, e gli darà l'ultima e
perfetta forma.
Simile di disegno, ma in più larghe
proporzioni, è il Ninfale d'Ameto. È il trionfo della natura e dell'amore sulla
barbarie de' tempi primitivi. E il barbaro qui non è la ninfa, sacrata a Diana,
che per violenza di natura rompe il voto, ma è il pastore, abitatore della
foresta co' fauni e le driadi, che scendendo al piano lascia l'alpina ferita e
prende abito civile. Il luogo della scena comincia in Fiesole, negli
antichissimi tempi detta Corito, quando vi abitavano le ninfe e non era venuto
ancora Atalante a cacciarle via e introdurvi costumi umani. Così l'Ameto si
collega col Ninfale fiesolano. Il pastore Ameto erra e caccia su pel monte e
per la selva, quando un dì affaticato giunge co' suoi cani al piano, presso il
Mugnone; e riposando e trastullandosi co' cani, gli giunge all'orecchio un
dolce canto, e guidato dalla melodia scopre più giovanette intorno alla
bellissima Lia. Sono ninfe, non sacrate a Diana, ma a Venere. Lia racconta
nella sua canzone la storia di Narciso, "bellissimo e crudo
cacciatore", che, rifiutando il caro amore delle donne e innamorato della
sua immagine, fu convertito in fiore. Ameto parte pensoso, recando seco l'immagine
di Lia. Venuta la primavera, torna al piano, e cerca e chiama Lia, descrivendo
la sua bellezza e offrendole doni:
Tu se' lucente e chiara più che il vetro
ed assai dolce più ch'uva matura;
nel cuor ti sento, ov'io sempre t'impetro
E siccome la palma in ver l'altura
si stende, così tu, viepiù vezzosa
che 'l giovanetto agnel ne la pastura;
e sei più cara assai e grazïosa
che le fredde acque a' corpi faticati,
o che le fiamme a' freddi, e ch'altra
cosa.
E i tuoi capei più volte ho simigliati
di Cerere a le paglie secche e bionde,
dintorno crespi al tuo capo legati...
Vieni, ch'io serbo a te giocondo dono,
che io ho còlti fiori in abbondanza
agli occhi bei, d'odor soave e buono.
E siccome suol esser mia usanza,
le ciriege ti serbo, e già per poco
non si riscaldan per la tua distanza.
Con queste, bianche e rosse come fuoco
ti serbo gelse, mandorle e susine,
fravole e bozzacchioni in questo loco.
Belle peruzze e fichi senza fine,
e di tortole ho presa una nidiata,
le più belle del mondo, e piccoline...
Si
avvicinano i giorni sacri a Venere, e nel suo tempio traggono pastori e fauni e
satiri e ninfe, e Ameto trova la sua Lia fra bellissime ninfe, delle quali
contempla le bellezze parte a parte, fatto giudice esperto e amoroso. E tutti
fan cerchio a un pastore che canta le lodi di Venere e di Amore. Sopravvengono
altre ninfe, le quali "non umane pensava, ma dèe", e contempla rapito
celesti bellezze, e di pastore si sente divenuto amante, dicendo: "Io,
usato di seguire bestie, amore poco avanti da me non saputo seguendo, non so
come mi convertirò in amante seguendo donne". Le belle ninfe gli siedono
intorno, ed egli scioglie un inno a Giove e canta la sua conversione. Questi
sono gli antecedenti del romanzo, sparsi di vaghissime descrizioni di bellezze
femminili in quella forma minuta e stancante che è il vezzo dell'autore. Lia
propone che ciascuna ninfa canti la sua storia e canti la deità reverita da
lei, acciocchè "oziose, come le misere fanno, non passino il chiaro
giorno". Sedute in cerchio e posto in mezzo Ameto, come loro presidente o
antistite, cominciano i loro racconti. Sono sette ninfe: Mopsa, Emilia, Adiona,
Acrimonia, Agapes, Fiammetta e Lia, ciascuna consacrata a una divinità,
Pallade, Diana, Pomena, Bellona, Venere, delle quali si cantano le lodi. Ne'
racconti delle ninfe vedi la vittoria dell'amore e della natura sulla ferina
salvatichezza degli uomini, e all'ozio bestiale tener dietro le arti di
Pallade, di Diana, di Astrea, di Pomena e di Bellona, la cultura e l'umanità.
Ti vedi innanzi svilupparsi tutto il mondo della cultura, e cominciare da Atene
ed in ultimo posare in Etruria, dove l'autore con giusto orgoglio pone il
principio della nuova cultura. Da ultimo apparisce una luce una e trina, entro
la quale guardando Ameto, Mopsa gli occhi asciugandoli, da quelli levò l'oscura
caligine, sì che nella luce triforme ravvisa la celeste e santa Venere, madre
di amore puro e intellettuale. Tuffato nella fonte da Lia, gittati i panni
selvaggi e lavato di ogni lordura, si sente "di bruto fatto uomo", e
"vede chi sieno le ninfe, le quali più all'occhio che all'intelletto erano
piaciute, e ora all'intelletto piacciono più che all'occhio; discerne quali
sieno i templi, quali le dee di cui cantano e chenti sieno i loro amori, e non
poco in sè si vergogna de' concupiscevoli pensieri avuti". Le ninfe, le
quali non sono altro che le scienze e le arti della vita civile, tornano alla
celeste patria, e Ameto canta la sua redenzione dallo stato selvaggio.
Questo disegno evidentemente è uscito da
una testa giovanile, ancora sotto l'azione di tutti i diversi elementi di
quella cultura. Palpabili sono le reminiscenze della Divina Commedia. Lia e
Fiammetta ricordano Matilde e Beatrice. Il concetto nella sua sostanza è
dantesco: è l'emancipazione dell'uomo, il quale, percorse le vie del senso e
dell'amore sensuale, è dalla scienza innalzato all'amore di Dio. Anche la forma
allegorica è dantesca, non essendo quelle apparizioni che simboli di concetti e
figure di quelle separate intelligenze che presiedono alle stelle e regolano i
moti dell'animo. Tutto questo si trova inviluppato in un mondo mitologico, che
è la sua negazione, animato da un naturalismo spinto sino alla licenza: Apuleio
e Longo contendono con Dante nel cervello dello scrittore. Il romanzo, che
nell'intenzione dovrebbe essere spirituale, è nel fatto soverchiato da un vivo
sentimento della bella natura e de' piaceri amorosi. Si vede il giovane, che
sta con Dante in astratto, ma ha pieno il capo di mitologia, di romanzi greci e
franceschi, di avventure licenziose, e fa di tutto una mescolanza. Se qualche
cosa in questa noiosa lettura ti alletta, è dove lo scrittore si abbandona alla
sua natura, com'è la comica descrizione che Acrimonia fa del suo vecchio
marito, nel quale intravvedi già il povero dottore a cui Paganino rubò la
moglie, e com'è qua e là qualche pittura e sentimento idillico. Pure, in un
mondo così dissonante e scordato si sviluppa chiaramente un entusiasmo
giovanile per la coltura e l'umanità. Ci si sente il secolo, che scuote da sè
la rozza barbarie, e s'incammina fidente verso un mondo più colto e polito.
Ameto si spoglia il ruvido abito del medio evo, e guidato dalle muse prende
aspetto gentile e umano. Le ombre del misticismo si diradano nel tempio di
Venere. Dante canta la redenzione dell'anima nell'altro mondo. Il Boccaccio
canta la fine della barbarie e il regno della coltura. È lo spirito nuovo, da
cui più tardi uscirà Lorenzo de' Medici e Poliziano.
Gittando ora un solo sguardo su questi
lavori, si possono raccogliere con chiarezza i caratteri della nuova cultura.
Le teorie in astratto rimangono le stesse, e il Boccaccio pensa come Dante. Ma
nel fatto lo spirito abbandona il cielo e si raccoglie in terra: perde la sua
idealità e la sua inquietudine, e diviene tranquillo, calato tutto e
soddisfatto nella materia della sua contemplazione. A un mondo lirico di
aspirazioni indefinite, espresso nella visione e nell'estasi, succede un mondo
epico, che ha ne' fatti umani e naturali il suo principio e il suo termine. Il
poeta in luogo d'idealizzare realizza, cioè a dire fugge le forme sintetiche e
comprensive che gittano lo spirito in un di là da esse, e cerca una forma nella
quale l'immaginazione si trovi tutta e si riposi. Non ci è più il
"forse" e il "parere", non una forma appena abbozzata,
quasi velo di qualcos'altro, ma una forma terminata e chiusa in sè e
corpulenta, nella quale l'oggetto è minutamente analizzato nelle singole parti:
alla terzina succede l'analitica ottava. Rimangono ancora le terzine, e le
visioni e le allegorie, i sonetti e le canzoni, ma come forme prettamente
convenzionali e d'imitazione, sciolte dallo spirito che le ha generate: il
passato per lungo tempo si continua come morta forma in un mondo mutato.
Succedono forme giovani e nuove, più conformi a un contenuto epico. Sul mondo
inquieto delle allegorie e delle visioni si alza il sereno e tranquillo mondo
pagano, con le sue deità umanizzate, con la sua natura animata, col suo vivo
sentimento della bellezza, con la sua disinteressata contemplazione artistica.
Queste tendenze non trovano soddisfazione in un contenuto eroico e
cavalleresco, perchè la serietà di una vita eroica e cavalleresca è ita via
insieme col medio evo, e non è più nella coscienza, e non può essere altro che
imitazione letteraria e artificio rettorico. Più conveniente a quelle forme è
la vita idillica, ne' cui tranquilli ozi, nella cui semplicità e chiarezza
l'anima, agitata dalle lotte politiche e turbata dalle ombre di un mondo trascendente,
si raccoglie come in un porto e si riposa. L'idillio è la prima forma nella
quale si manifesta questa nuova generazione, fiacca e stanca, pur colta ed
erudita, che chiama barbara la generazione passata, e celebra i nuovi tempi
della coltura e dell'umanità, invocando Venere e Amore.
Specchio di questa società nelle sue
fluttuazioni, nelle sue imitazioni, nelle sue tendenze, è il Boccaccio. I suoi
tentennamenti e le sue dissonanze provengono dalla coesistenza nel suo spirito
d'elementi vecchi e nuovi, vivi e morti, mescolati. Un doppio involucro,
mistico e mitologico, circonda come una nebbia questo mondo della natura.
Fra questi tentennamenti si andò formando
il Decamerone. Il Boccaccio lascia qui cavalleria, mitologia, allegoria, e
tutto il suo mondo classico, tutte le sue reminiscenze dantesche, e si chiude
nella sua società, e ci vive e ci gode, perchè ivi trova se stesso, perchè vive
anche lui di quella vita comune. Par così facile attingere la società in questa
forma diretta e immediata: pur si vede quanto laboriosa gestazione è
necessaria, perchè esca alla luce il mondo del tuo spirito.
Quel mondo esisteva prima del Decamerone.
In Italia abbondavano romanzi e novelle e "canzoni latine", canti
licenziosi. Le donne, come abbiam visto, leggevano secretamente tra loro questi
libri profani, e i novellatori intrattenevano le liete brigate con racconti
piacevoli e licenziosi. Il fondo comune de' romanzi erano le avventure de'
cavalieri della Tavola rotonda e di Carlomagno Nell'Amorosa visione il
Boccaccio cita un gran numero di questi eroi ed eroine, Artù, Lancillotto,
Galeotto, Isotta la bionda, Chedino, Palamides, Lionello, Tristano, Orlando,
Uliviero, Rinaldo, Guttifré, Roberto Guiscardo, Federico Barbarossa, Federico
secondo. Egli medesimo scrisse romanzi per far piacere alle donne, e rifatto il
romanzo di Florio e Biancofiore, cercò un teatro più conforme a' suoi studi
classici ne' tempi eroici e primitivi delle greche tradizioni. Pure, le novelle
doveano riuscire più popolari e più gradite, perchè più conformi a' tempi e a'
costumi. E se ne raffazzonavano o inventavano di ogni sorta, serie e comiche,
morali e oscene, variate e abbellite da' novellatori secondo i gusti
dell'uditorio. La novella era dunque un genere vivente di letteratura, lasciato
in balia dell'immaginazione, e come materia profana e frivola, trascurata dagli
uomini colti. Rivale della novella era la leggenda co' suoi miracoli e le sue
visioni. Gli uomini colti si tenevano alto in una regione loro propria, e
lasciavano a' frati i Fioretti di san Francesco e la Vita del beato Colombino,
e a' buontemponi la semplicità di Calandrino e le avventure galanti di Alatiel.
In questo mondo profano e frivolo entrò il
Boccaccio, con non altro fine che di scrivere cose piacevoli e far cosa grata
alla donna che gliene avea data commissione. E raccolse tutta quella materia
informe e rozza, trattata da illetterati, e ne fece il mondo armonico
dell'arte.
Dotte ricerche sonosi fatte sulle fonti
dalle quali il Boccaccio ha attinte le sue novelle. E molti credono si tolga
qualche cosa alla sua gloria, quando sia dimostrato che la più parte de' suoi
racconti non sono sua invenzione, quasi che il merito dell'artista fosse
nell'inventare, e non piuttosto nel formare la materia. Fatto è che la materia,
così nella Commedia e nel Canzoniere come nel Decamerone, non uscì dal cervello
di un uomo, anzi fu il prodotto di una elaborazione collettiva, passata per
diverse forme, insino a che il genio non l'ebbe fissata e fatta eterna.
Ci erano in tutti i popoli latini novelle
sotto diversi nomi, ma non c'era la novella, e tanto meno il novelliere, in cui
i singoli racconti fossero composti ad unità e divenissero un mondo organico.
Questo organismo vi spirò dentro il Boccaccio, e di racconti diversi di tempi,
di costumi e di tendenze fece il mondo vivente del suo tempo, la società
contemporanea, della quale egli aveva tutte le tendenze nel bene e nel male.
Non è il Boccaccio uno spirito superiore
che vede la società da un punto elevato e ne scopre le buone e cattive parti
con perfetta e severa coscienza. È un artista che si sente uno con la società
in mezzo a cui vive, e la dipinge con quella mezza coscienza che hanno gli
uomini fluttuanti fra le mobili impressioni della vita, senza darsi la cura di
raccogliersi e analizzarle. Qualità che lo distingue sostanzialmente da Dante e
dal Petrarca, spiriti raccolti ed estatici. Il Boccaccio è tutto nel mondo di
fuori tra' diletti e gli ozi e le vicissitudini della vita, e vi è occupato e
soddisfatto, e non gli avviene mai di piegarsi in sè, di chinare il capo
pensoso. Le rughe del pensiero non hanno mai traversata quella fronte, e
nessun'ombra è calata sulla sua coscienza. Non a caso fu detto "Giovanni
della tranquillità". Sparisce con lui dalla nostra letteratura l'intimità,
il raccoglimento, l'estasi, la inquieta profondità del pensiero, quel vivere
dello spirito in sè, nutrito di fantasmi e di misteri. La vita sale sulle
superficie e vi si liscia e vi si abbellisce. Il mondo dello spirito se ne va:
viene il mondo della natura.