CAPITOLO
XX - LA NUOVA LETTERATURA
L' uomo
che rappresenta lo stato di transizione tra la vecchia e la nuova letteratura è
Metastasio. L'antica letteratura, non essendo oramai più che forma cantabile e
musicabile, ha come ultima espressione il dramma in musica, dove non è più
fine, ma mezzo: è melodia, e serve alla musica. Ma non vi si rassegna, e vuol
conservare la sua importanza, rimanere letteratura. Quest'ultima forma della
vecchia letteratura è Metastasio.
La sua vita si stende dal 1698 al 1782. Vincenzo
Gravina che l'educò, a quel modo che richiamava lo studio delle leggi alle
fonti romane illustrandole, e tentando una prima filosofia del dritto, voleva
ritirare l'arte alla greca semplicità, purgandola della corruzione
seicentistica, e scrisse tragedie a modo di Sofocle, e tentò una teoria
dell'arte che chiamò Ragion poetica. Il buon uomo vedea il male, ma non le sue
cause e non i suoi rimedi. La semplicità è la forma della vera grandezza, di
una grandezza inconscia e divenuta natura. Niente era più contrario al secolo,
manierato e pretensioso al di fuori, vacuo al di dentro. Per combattere il
manierismo, Gravina soppresse il colorito e vi supplì con la copia delle
sentenze morali e filosofiche. L'intenzione era buona; parea volesse dire: -
Cose e non parole -. Nè altra è la tendenza della sua Ragion poetica, dove il
vero è rappresentato come sostanza dell'arte, e il vero ignudo, non
"condito in molli versi". Così, volendo esser semplice, riuscì arido.
La teoria non era nuova, anzi era la vecchia teoria di Dante ringiovanita dal
Tasso; ma parve nuova in un tempo che lo sforzo dell'ingegno era tutto intorno
alla frase. Metastasio fu educato secondo queste idee. Il severo pedagogo gli
proibì la lettura del Tasso e de' poeti posteriori, lo ammaestrò di buon'ora
nel greco e nel latino, e lo volse allo studio delle leggi, vagheggiando se
stesso redivivo in un Metastasio giureconsulto e letterato. Ma il giovine era
poeta nato. E morto il Gravina, si gettò avidamente sul frutto proibito, e la
Gerusalemme Liberata, l'Aminta, il Pastorfido, soprattutto l'Adone, furono il
suo cibo. Quella prima educazione classica non gli fu inutile, perchè lo
avvezzò alla naturalezza e alla semplicità, e lo nutrì di buoni esempi e di
solida dottrina. Ma, lasciato a sè medesimo, si sviluppò in lui, come in tutti
quelli che hanno ingegno, il senso della vita contemporanea. Il maestro volea
farne un tragico a uso greco, o piuttosto a uso suo. Ma la tragedia non era la
sua vocazione, e l'autore del Giustino preferì Ovidio a Sofocle, e, come era
moda, fece la sua comparsa trionfale in Arcadia con sonetti, canzonette,
idilli, i cui eroi d'obbligo erano Cloe, Nice, Fille, Tirsi, Irene e Titiro. Il
Sogno della gloria è l'ultimo lavoro a uso Gravina, ammassato di sentenze che
sono luoghi comuni, e pieno di reminiscenze classiche e dantesche. Il Ritorno
della primavera, scritto l'anno appresso, 1719, ti mostra già i vestigi
dell'Aminta e dell'Adone, facilmente impressi in quell'anima ricca di armonie e
d'immagini. L'ideale del tempo era l'idillio, il riposo e l'innocenza della
vita campestre, in antitesi alla vita sociale, così come l'avevano sviluppato
il Tasso, il Guarini e il Marino. L'idillio era un certo equilibrio interiore,
uno stato di pace e di soddisfazione a cui il dolore serviva come di salsa.
L'Arcadia, volendo riformare il gusto, avea tolto all'idillio quella tensione
intellettuale che si chiamava il "seicentismo", sì che la forma era
rimasta una pura effusione musicale dell'anima beatamente oziosa, cullata da
molli cadenze tra l'elegiaco e il voluttuoso: ciò che dicevasi
"melodia". La musica penetrava già in questa forma così apparecchiata
a riceverla, e la canzone diveniva la canzonetta la cantata e l'arietta, e il
dramma pastorale diveniva il dramma in musica. Le canzonette del Rolli erano in
molta voga, ma già si disputava quale ne facesse di migliori, o il Metastasio o
il Rolli. Sciupata l'eredità del Gravina, il nostro Metastasio, visto che
l'Arcadia non gli dava pane, ricordò i consigli del maestro, e andò a Napoli
col proposito di far l'avvocato. Ma Napoli era già il paese della musica e del
canto. E le sue arringhe furono cantate ed epitalami. In occasione di nozze
prima si scrivevano sonetti e canzoni:
allora erano in voga epitalami, cantate e feste teatrali. Il Metastasio
fu poeta di nozze, e restano di lui tre epitalami, storie mitologiche e
idilliche, dove è visibile l'imitazione del Tasso e del Marino. Canta le nozze
di Antonio Pignatelli e Anna de' Sangro, evocando gli amori di Venere e Marte,
a' quali intreccia gli amori degli sposi, e naturalmente Anna è Venere, e
Antonio è Marte. Vi trovi il monte dell'Amore, che ricorda il giardino di
Armida, e tutto il vecchio repertorio mitologico, immagini e concetti. Ecco
come descrive Anna:
Se in giro in liete danze il passo mena,
se tace o ride, o se favella o canta,
porta in ogni suo moto Amore accolto,
Pallade in seno e Citerea nel volto.
Vicino al lato suo siedono al paro
con la dolce consorte il genitore,
coppia gentil d'illustre sangue e chiaro,
vivi esempli di senno e di valore:
alme che prima in ciel si vagheggiaro,
e poi quaggiù le ricongiunse Amore:
e dier tal frutto, che non vede il sole
più nobil pianta e più leggiadra prole.
Sono
ottave mediocrissime e poco limate, ma dove già trovi facilità di verso e di
rima e molta chiarezza. Un'ottava, dove descrive Anna che canta, rivela
nell'evidenza e nel brio del colorito una certa genialità:
La voce pria nel molle petto accolta,
con maestra ragion spigne o sospende;
ora in rapide fughe e in groppi avvolta,
velocissimamente in alto ascende;
ora in placido corso e più disciolta,
soavissimamente in giù discende;
i momenti misura, annoda e parte,
e talor sembra fallo, ed è tutt'arte.
Qui
lascia le solite generalità, entra nel vivo de' particolari, e vi mostra la
forza di chi sa già tutto dire e nel modo più felice. Gli epitalami non sono in
fondo che idilli, col solito macchinismo, Amore, Venere, Marte, Diana, Minerva,
Vulcano. Nè altro sono le prime sue azioni teatrali, rappresentate in Napoli,
come la Galatea, l'Endimione, gli Orti Esperidi, l'Angelica. Diamo un'occhiata
all'Angelica. Di rincontro a' protagonisti, Angelica e Orlando, stanno Licori e
Tirsi. C'è il solito antagonismo tra la città e la campagna, la scaltrezza di
Angelica e l'ingenuità di Licori: onde nasce un intrighetto che riesce nel più
schietto comico. Le furie di Orlando non possono turbare la pace idillica
diffusa su tutto il quadro, e lo stesso Orlando finisce idillicamente:
Torna, torna ad amarmi e ti perdono.
Aurette leggiere
che intorno volate,
tacete, fermate,
chè torna il mio ben.
Angelica
lascia per sempre quegli ameni soggiorni con quest'arietta:
Io dico all'antro - Addio! -
ma quello al pianto mio
sento che, mormorando:
- Addio! - risponde.
Sospiro, e i miei sospiri
ne' replicati giri
Zeffiro rende a me
da quelle fronde.
La
canzonetta di Licori, penetrata di una malinconia dolce e molle, è già canto e
musica, una pura esalazione melodica, una espressione sentimentale rigirata in
se stessa, come un ritornello:
Ombre amene,
amiche piante,
il mio bene,
il caro amante
chi mi dice ove ne andò?
Zeffiretto lusinghiero
a lui vola messaggiero.
di' che torni e che mi renda
quella pace che non ho.
Concetti
e immagini oramai comunissime, senza più alcun valore letterario, e rimaste
interessanti solo come combinazioni melodiche. L'effetto non è nelle idee, ma
in quel canto di due amanti a una certa lontananza e nascosti tra le fronde;
perchè, mentre Licori cerca Tirsi, Tirsi cerca Licori con la stessa melodia:
La mia bella
pastorella,
chi mi dice ove ne andò?
È
notabile che in questa cheta atmosfera idillica penetra una cert'aria di buffo,
un certo movimento vivace e allegro, come è la dichiarazione amorosa di Licori
a Orlando, ascoltatore non visto Tirsi.
La Bulgarelli, celebre cantante, che negli
Orti Esperidi rappresentava la parte di Venere, prese interesse al giovane
autore, e lo addestrò in tutt'i misteri del teatro. Il maestro Porpora
gl'insegnò la musica. Questa fu la seconda educazione di Metastasio,
corrispondente alla sua vocazione. Roma ne avea fatto un arcade. Napoli ne fece
un poeta. La Didone abbandonata, scritta sotto l'ispirazione e la guida della
Bulgarelli, fissò l'opinione, e Metastasio prese posto d'un tratto accanto ad
Apostolo Zeno, che tenea il primato, poeta cesareo alla corte di Vienna. Più
tardi, a proposta dello stesso Zeno, occupò egli quell'ufficio, e menò a Vienna
vita pacifica e agiata, universalmente stimato, e tenuto senza contrasto
principe della poesia melodrammatica. La sua vita fu un idillio, e se questo è
felicità, visse felicissimo sino alla tarda età di ottantaquattro anni. Vivo
ancora, fu divinizzato. Lo chiamarono il "divino Metastasio".
Se guardiamo al meccanismo, il suo dramma
è congegnato a quel modo che avea già mostrato Apostolo Zeno. Ma il meccanismo
non è che la semplice ossatura. Metastasio spirò in quello scheletro le grazie
e le veneri di una vita lieta e armoniosa. E fu il poeta del melodramma, di cui
lo Zeno era stato l'architetto.
La sua idea fissa fu di costruire il
melodramma come una tragedia, tale cioè che anche senz'accompagnamento musicale
avesse il suo effetto. E la sua ambizione fu di lasciare le basse regioni
dell'idillio e del buffo, e tentare i più alti e nobili argomenti del
"genere tragico", come se la nobiltà fosse nell'argomento. Questo si
vede già nella Didone e nel Catone in Utica. Più tardi volle gareggiare co'
grandi poeti francesi, e il Cinna di Corneille ebbe il suo riscontro nella
Clemenza di Tito, e l'Atalia di Racine nel Gioas. Su questa via porse il fianco
alla critica, e sorsero dispute se e fino a qual punto i suoi drammi fossero
tragedie. Ed ecco in mezzo l'inevitabile Aristotele e le famose quistioni delle
unità drammatiche. Metastasio si mescolò nella contesa, e nell'Estratto
dell'"Arte poetica" di Aristotile addusse indirettamente argomenti in
suo favore. La critica era ancora così impastoiata nell'esterno meccanismo, che
molti seriamente domandarono come potesse esser tragedia un dramma, che aveva
soli tre atti. A Metastasio pareva quasi una degradazione scendere dall'alto
seggio di poeta tragico, ed essere rilegato fra' melodrammatici. Pregiudizio
instillatogli dal Gravina, che non vedea di là dalla tragedia classica. La
Merope del Maffei, che allora levava molto rumore, l'offuscava, e nol lasciava
dormire la gloria di Corneille e di Racine. Ranieri de' Calsabigi, celebre per
la polemica ch'ebbe poi con Alfieri intorno al Filippo, sosteneva che quei
drammi fossero proprie e vere tragedie. E nella medaglia, che dopo la sua morte
i Martinez fecero incidere in suo onore, si leggeva questo motto:
"Sophocli Italo". Ma il pubblico, che lo idolatrava, si ostinò a
chiamare le sue opere teatrali non tragedie, e neppur melodrammi, ma drammi,
come quelli che avevano un valore in sè, anche fuori della musica. E il
pubblico avea ragione. Sono una poesia già penetrata e trasformata dalla
musica, ma che si fa ancora valere come poesia. Stato di transizione, che dà
una fisonomia al nostro "Sofocle". Più tardi, quei drammi, come
letteratura paiono troppo musicali, e ne nasce la reazione di Alfieri; come
musica paiono troppo letterari, e ne nasce la reazione del melodramma in due
atti. Si potrebbe conchiudere che perciò appunto quei drammi sono cosa
imperfetta, troppo musicali come poesia, e troppo poetici come musica: perciò
abbandonati dalla musica, e offuscati dalla nuova letteratura. Il che avviene
facilmente a chi sta tra due e non ha chiara coscienza di quello che vuol fare.
Pure è certo che quei drammi ebbero al lor
tempo un successo maraviglioso, e che anche oggi, in una società così
profondamente mutata, producono il loro effetto. È noto l'entusiasmo di
Rousseau e l'ammirazione di Voltaire per questo poeta. In Italia i critici,
dopo un breve armeggiare, gli s'inchinarono, tratti dall'onda popolare. Certi
luoghi, che fanno sorridere il critico, movono oggi ancora il popolo, gli
tirano applausi. Nessun poeta è stato così popolare, come il Metastasio,
nessuno è penetrato così intimamente nello spirito delle moltitudini. Ci è
dunque ne' suoi drammi un valore assoluto, superiore alle occasioni, resistente
alla stessa critica dissolvente del secolo decimonono.
Gli è che quella sua oscura coscienza,
quel distacco tra quello che vuol fare e quello che fa, quella poesia che non è
ancora musica e non è più poesia, è non capriccio, pregiudizio o pedanteria
individuale, ma la forma stessa del suo genio e del suo tempo. Perciò non è
costruzione artificiosa, come la tragedia del Gravina o il poema del Trissino,
ma è composizione piena di vita, che nella sua spontaneità produce risultati
superiori alle intenzioni del compositore. Ciò ch'egli vi mette con intenzione
e con coscienza, non è il pregio, ma il difetto del lavoro. E intorno a questo
difetto arzigogolavano lui e i critici.
Se vogliamo gustarlo, facciamo come il
popolo. Non domandiamo cosa ha voluto fare, ma cosa ha fatto, e abbandoniamoci
alla schiettezza delle nostre impressioni. Anche il critico, se vuol ben
giudicare, dee abbandonarsi alla sua spontaneità, come l'artista.
Prendiamo il primo suo dramma, la Didone.
Volea fare una tragedia. Studiò l'argomento in Virgilio, e più in Ovidio. Ma
andate a fare una tragedia con quell'uomo e con quella società. Non capiva che
a quella società e a lui stesso mancava la stoffa da cui può uscire una
tragedia. Fare una tragedia con la Bulgarelli consigliera, con maestro Porpora
direttore, con quel Sarro compositore, e col pubblico dell'Angelica e degli
Orti Esperidi, e in presenza della sua anima elegiaca, idillica, melodica,
impressionabile e superficiale, come il suo pubblico! Ne uscì non una tragedia,
che sarebbe stata una pedanteria nata morta, ma un capolavoro, tutto caldo
della vita che era in lui e intorno a lui, e che anche oggi si legge con
avidità da un capo all'altro. La Didone virgiliana è sfumata. Le reminiscenze
classiche sono soverchiate da impressioni fresche e contemporanee. Sotto nome
di "Didone" qui vedi l'Armida del Tasso, messa in musica. La donna
olimpica o paradisiaca cede il posto alla donna terrena, come l'ha abbozzata il
Tasso in questa tra le sue creature la più popolare, dalla quale scappan fuori
i più vari e concitati moti della passione femminile, le sue smanie e le sue
furie. Ma è un'Armida col comento della Bulgarelli, alla cui ispirazione
appartengono i movimenti comici penetrati in questa natura appassionata, com'è
nella scena della gelosia, applauditissima alla rappresentazione. Una Didone
così fatta non ha niente di classico, qui non ci è Virgilio, e non Sofocle:
tutto è vivo, tutto è contemporaneo. La passione non ha semplicità e non ha
misura, e nella sua violenza rompe ogni freno, perde ogni decoro. Se in Didone
fosse eminente il patriottismo, il pudore, la dignità di regina, l'amore de'
suoi, la pietà verso gl'iddii, se in lei fosse più accentuata l'eroina, il
contrasto sarebbe drammatico, altamente tragico. Ma l'eroina c'è a parole, e la
donna è tutto: la passione, unica dominatrice, diviene come una pazzia del
cuore, cinica e sfrontata sino al grottesco, e scende dritta la scala della
vita sino alle più basse regioni della commedia. Al buon Pindemonte danno
fastidio alcuni tratti comici, e non vede che sotto forme tragiche la
situazione è sostanzialmente comica sicchè, se in ultimo Enea si potesse
rappattumare con l'amata, sarebbe il dramma, con lievi mutazioni, una vera
commedia. E non già una commedia costruita artificialmente, ma colta dal vero,
perchè è la donna come poteva essere concepita in quel tempo, ispirata dalla
Bulgarelli e da quel pubblico nell'anima conforme del poeta, e contro le sue
intenzioni, e senza sua coscienza.
A
Metastasio, che voleva fare una tragedia, dire che aveva partorito una commedia
in forma tragica, sarebbe stato come dire una bestemmia. Il comico è in quei sì
e no della passione, in quei movimenti subitanei, irrefrenabili, che scoppiano
improvvisi e contro l'aspettazione, nell'irragionevole, spinto sino
all'assurdo, negl'intrighi e nelle scaltrezze, di bassa lega, più da donnetta
che da regina, e tutto così a proposito, così naturale, con tanta vivacità, che
il pubblico ride e applaude, come volesse dire: - È vero. - Fu per il poeta un
trionfo. Alcuni motti rimasero proverbiali, come:
Temerario! Ch'ei venga!
Quando
allora allora avea detto:
mai più non mi vedrà quell'alma rea.
O come:
Passato è il tempo, Enea,
che Dido a te pensò.
La sua
sortita contro Arbace, quasi nello stesso punto che gli aveva promessa la sua
mano, quel cacciar via da sè Osmida e Selene nella cecità del suo furore, le
sue credulità, le sue dissimulazioni, le sue astuzie, tutto ciò è tanto più
comico, quanto è meno intenzionale, contemperato co' moti più variati di
un'anima impressionabile e subitanea: sdegni che son tenerezze, e minacce che
sono carezze. C'è della Lisetta e della Colombina sotto quel regio manto. E
tutto il quadro è conforme. Iarba con le sue vanterie e le sue pose rasenta il
bravo della commedia popolare; Selene, ch'è l'"Anna, soror mea",
rappresenta la parte della "patita", con molta insipidezza; e il pio
Enea nella sua parte di amoroso attinge il più alto comico, massime quando
Didone lo costringe a tenerle la candela. Il nodo stesso dell'azione ha l'aria
di un intrigo di bassa commedia, co' suoi equivoci e i suoi incontri fortuiti.
La Didone fece il giro de' teatri
italiani. E dappertutto piacque. Metastasio indovinava il suo pubblico, e
trovava se stesso. Quel suo dramma, a superficie tragica, a fondo comico,
coglieva la vita italiana nel più intimo, quel suo contrasto tra il grandioso
del di fuori e la vacuità del di dentro. Il tragico non era elevazione
dell'anima, ma una semplice fonte del maraviglioso, così piacevole alla plebe,
come incendii, duelli, suicidii. Il comico riconduceva quelle magnifiche apparenze
di una vita fantastica nella prosaica e volgare realtà, piccoli intrighi, amori
pettegoli, stizze, braverie. Concordare elementi così disparati, fondere
insieme fantastico e reale, tragico e comico, sembra poco meno che impossibile:
pure qui è fatto con una facilità piena di brio e senz'alcuna coscienza, com'è
la vita nella sua spontaneità. L'illusione è perfetta. Una vita così fatta pare
un'assurdità: pure è là, fresca, giovane, vivace, armonica, e t'investe e ti
trascina. Il povero Metastasio, inconscio del grande miracolo, si difendeva con
Aristotile e con Orazio; alle vecchie critiche si aggiunsero le nuove. Oggi la
ragione e l'estetica condannano quella vita, come convenzionale e incoerente.
Ma essa è là, nella sua giovanezza immortale, e le basta rispondere: - Io vivo.
- E, se l'estetica non l'intende, tanto peggio per l'estetica.
Metastasio aveva tutte le qualità per
produrre quella vita. Brav'uomo, buon cristiano, nel suo mondo interiore ci
erano tutte le virtù, ma in quel modo tradizionale e abituale ch'era possibile
allora, senza fede, senza energia, senza elevatezza d'animo, perciò senza
musica e senza poesia. Così erano Vico e Muratori, bonissima gente, ma senza
quella fiamma interiore, dove si scalda il genio del filosofo e del poeta. Erano
personaggi idillici, veneranda immagine di una società tranquilla e prosaica.
Vico agitava i più grandi problemi sociali con la calma di un erudito. E si
comprende come la poesia si cercasse in quel tempo fuori della società,
nell'età dell'oro e nella vita pastorale. Ma nessuno può fuggire alla vita che
lo circonda. Patria, religione, onore, amore, libertà operavano in quella vita
posticcia, come in quella pacifica società, con perfetto riposo ed equilibrio
dell'anima. Metastasio, che cercava la tragedia con la testa, era per il
carattere un arcade, tutto Nice e Tirsi, tutto sospiri e tenerezze. Da questa
natura idillica poteva uscire l'elegia, non la tragedia. Aveva, come il Tasso,
grande sensibilità, molta facilità di lacrime, ma superficiale sensibilità, che
poteva increspare, non turbare il suo mondo sereno. Non si può dir che la sua
sensibilità fosse malinconia, la quale richiede una certa durata e consistenza:
era emozione nata da subitanei moti interni, e che passava con quella stessa
facilità che veniva. Questo difetto di analisi e di profondità nel sentimento
manteneva al suo mondo il carattere idillico, non lo trasformava, ma lo
accentuava e lo coloriva nel suo movimento; perchè l'idillio senza elegia è
insipido. Una immaginazione non penetrata dalla serietà di un mondo interiore,
appena ventilata dal sentimento, scorre leggiera su questo mondo idillico, e vi
annoda e snoda una folla di accidenti, che gli danno varietà e vivacità.
Sembrano sogni che svaniscono appena formati, ma con tale chiarezza plastica
ne' sentimenti e nelle immagini, che vi prendi la più viva partecipazione. Il
poeta vi s'intenerisce, vi si trastulla, vi si dimentica:
Sogni e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole e sogni orno e disegno,
in lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi
sdegno.
Di sogni e favole ce n'era tutto un
arsenale nelle nostre infinite commedie e novelle, dove attingevano anche i
forestieri, e dove attinge Metastasio. Ciò a cui mira è sorprendere, fare un
colpo di scena, guidato dalla sua grand'esperienza del teatro e del pubblico.
Ingegno svegliato e rapido, non perde mai di vista lo scopo, non s'indugia per
via, divora lo spazio, sopprime, aggruppa, combina, producendo effetti
subitanei e perciò irresistibili. Combinazioni drammatiche, che appunto perchè
mirano a uno scopo meramente teatrale, mancano di serietà interiore, e spesso
hanno aria d'intrighi comici, con que' viluppi, con quegli equivoci, con quei
parallelismi. Nè solo il comico è nella logica stessa di quelle combinazioni,
ma nella natura de' fatti, che spesso sono episodi della vita comune nella sua
forma più pettegola e civettuola. Così un eroico puramente idillico andava a
finire ne' bassi fondi della commedia. Cesare sonava il violino e faceva
all'amore. Tale era Metastasio, e tale era il suo tempo, idillico, elegiaco e
comico, vita volgare in abito eroico, vellicata dalle emozioni dell'elegia e
idealizzata nell'idillio.
Si può ora comprendere il meccanismo del
dramma metastasiano. Sta in cima l'eroe o l'eroina, Zenobia o Issipile,
Temistocle o Tito. L'eroe ha tutte le perfezioni che la poesia ha collocate
nell'età dell'oro, e sveglia l'eroismo intorno a sè, rende eroici anche i
personaggi secondari. Più l'età è prosaica, più esagerato è l'eroismo,
abbandonato a una immaginazione libera, che ingrandisce le proporzioni a
arbitrio, con non altro scopo che di eccitare la maraviglia. Il maraviglioso è
in questo, che l'eroe è un'antitesi accentuata e romorosa alla vita comune,
offrendo in olocausto alla virtù tutt'i sentimenti umani, come Abramo pronto a
uccidere il figlio. Così Enea abbandona Didone per seguire la gloria,
Temistocle e Regolo vanno incontro a morte per amor della patria, Catone si
uccide per la libertà, Megacle offre la vita per l'amico, e Argene per l'amato.
Questa forza di soffocare i sentimenti umani e naturali, che regolano la vita
comune, era detta "generosità" o "magnanimità",
"forza" o "grandezza di animo", com'è il perdono delle offese,
il sacrificio dell'amore, o della vita. Situazione tragica se mai ce ne fu,
anzi il fondamento della tragedia. Ma qui rimane per lo più elegiaca, feconda
di emozioni superficiali, momentanee e variate, che in ultimo sgombrano a un
tratto e lasciano il cielo sereno. La generosità degli uni provoca la
generosità degli altri, l'eroismo opera come corrente elettrica, guadagna
tutt'i personaggi, e tutto si accomoda come nel migliore de' mondi, tutti eroi
e tutti contenti. Di questa superficialità che resta ne' confini dell'idillio e
dell'elegia, e di rado si alza alla commozione tragica, la ragione è questa,
che la virtù vi è rappresentata non come il sentimento di un dovere preciso e
obbligatorio per tutti, corrispondente alla vita pratica, ma come un fatto
maraviglioso, che per la sua straordinarietà tolga il pubblico alla
contemplazione della vita comune. Perciò è una virtù da teatro, un eroismo da
scena. Più le combinazioni sono straordinarie, più le proporzioni sono
ingrandite, e più cresce l'effetto. I personaggi posano, si mettono in vista,
sentenziano, si atteggiano, come volessero dire: - Attenti! Ora viene il
miracolo. - Temistocle dice:
... ... Sentimi, o Serse;
Lisimaco, m'ascolta; udite, o voi,
popoli spettatori,
di Temistocle i sensi; e ognun ne sia
testimonio e custode.
In
questo meccanismo trovi sempre la collisione, il contrasto tra l'eroismo e la
natura. L'eroismo ha la sua sublimità nello splendore delle sentenze. La natura
ha il suo patetico nelle tenere effusioni dei sentimenti. Ne nasce un urto
vivace di sentimenti e di sentenze, con alterna vittoria e con crescente
sospensione, come nel soliloquio di Tito; insino a che natura ed eroismo fanno
la loro riconciliazione in un modo così inaspettato e straordinario, com'è
tutto l'intrigo. Tito fa condurre Sesto all'arena, deliberato già di
perdonargli: non basta la virtù, vuole lo spettacolo e la sorpresa. Questa, che
a noi pare una moralità da scena, era a quel tempo una moralità convenuta,
ammessa in teoria, ammirata, applaudita, a quel modo che le romane battevano le
mani ai gladiatori che morivano per i loro begli occhi. Si direbbe che Tito
facesse il possibile per meritarsi gli applausi del pubblico. Appunto perchè
questo eroismo non aveva una vera serietà di motivi interni e non veniva dalla
coscienza, quel mondo atteggiato all'eroica aveva del comico, ed era possibile
che vi penetrasse senza stonatura la società contemporanea nelle sue parti
anche buffe e volgari. Prendiamo l'Adriano. Vincitore de' Parti, proclamato
imperatore, Adriano si trova in una delle situazioni più strazianti, promesso
sposo di Sabina, amante di Emirena figlia del suo nemico, e rivale di Farnaspe,
l'amato di Emirena. Situazione molto avviluppata, e che diviene intricatissima
per opera di un quarto personaggio, Aquilio, confidente di Adriano, amante
secreto di Sabina, e che perciò fomenta la passione del suo padrone. Emirena
per salvare il padre offre la mano ad Adriano. La generosità di Emirena eccita
la generosità di Sabina, che scioglie Adriano dalla data fede. La generosità di
Sabina eccita la generosità di Adriano, che libera il padre di Emirena, rende
costei al suo amato, e sposa Sabina. E tutti felici, e il coro intuona le lodi
di Adriano. Ma guardiamo in fondo a questi personaggi eroici. Adriano è una
buona natura d'uomo, tutt'altro che eroica, voltato in qua e in là dalle
impressioni, mobile, superficiale, credulo, in somma un buon uomo che rasenta
l'imbecille. Non è lui che opera: egli è il paziente, anzi che l'agente del
melodramma, e come colui che dà ragione a chi ultimo parla, dà sempre ragione
all'ultima impressione. Si trova eroe per occasione, un eroe così equivoco, che
impedisce ad Emirena di baciargli la mano, tremando di una nuova impressione.
Maggiori pretensioni all'eroismo ha Osroa, il re de' Parti, reminiscenza di Iarba.
Un patriota, che appicca l'incendio alla reggia, che uccide un creduto Adriano,
che è condannato a morte, che supplica la figlia di ucciderlo, sarebbe un
carattere interessantissimo, se nel pubblico e nel poeta ci fosse il senso del
patriottismo. Ma Osroa ha più dell'avventuriere che dell'eroe, e di un
avventuriere sciocco e avventato, che non sa proporzionare i mezzi allo scopo,
e nelle situazioni più appassionate della vita discute, sentenzia. A Emirena,
la sua figlia, che ricusa di ucciderlo, risponde:
Non è ver che sia la morte
il peggior di tutt'i mali:
è il sollievo de' mortali
che son stanchi di soffrir.
È una
caricatura di Iago, un basso e sciocco intrigante da commedia. Sabina, Emirena,
Farnaspe sono nature superficialissime, incalzate dagli avvenimenti, senza
intima energia negli affetti, e tratte ad atti generosi per impeti subitanei.
Se dunque ci approfondiamo in questo mondo eroico, vediamo con quanta facilità
si sdrucciola nel comico e come, sotto un contrasto apparente, in verità questa
vita eroica è in se stessa di quella mezzanità, che può accogliere nel suo seno
il volgare e il buffo della società contemporanea. Di tal natura è la scena in
cui Emirena finge di non riconoscere il suo innamorato, che rimane lì stupido e
col naso allungato; o l'altra in cui Aquilio insegna ad Emirena l'arte della
cortigiana, ed Emirena, botta e risposta, gli fa il ritratto del cortigiano; o
quando Adriano si fa menare pel naso da Osroa, o l'arrivo improvviso di Sabina
da Roma, e l'imbarazzo di Adriano, o quando Adriano giura di non vedere più
Emirena, e gli si annunzia: - Vieni Emirena. - Tutto questo, che in fondo è
comico, non è sviluppato comicamente, nè c'è l'intenzione comica; perciò non
c'è stonatura: è la società contemporanea nel suo spirito, nella sua volgarità
e mezzanità, vestita di apparenze eroiche. Se Metastasio avesse il senso
dell'eroico, e lo rappresentasse seriamente e profondamente, la mescolanza
sarebbe insopportabile, anzi mescolanza non ci sarebbe; ma concepisce l'eroico
come era concepito e sentito in quella volgarità contemporanea. Il poeta è in
perfetta buona fede; non sente ciò che di basso e di triviale è sotto
quell'apparato eroico, uno di spirito e di carattere col suo pubblico. Ben ne
ha una coscienza confusa, e non è proprio contento, e tenta talora alcun che di
più elevato, come nel Regolo e nel Gioas, senza riuscirvi: si scopre l'antico
Adamo. E fu ventura, perchè così non ci die' costruzioni artificiose e
imitazioni aliene dalla sua natura, ma riuscì artista originale e geniale,
l'artista indimenticabile di quella società.
Questa vita così assurda nella sua
profondità ha tutta l'illusione del vero nella sua superficie. Approfondire i
sentimenti, sviluppare i caratteri, graduare le situazioni sarebbe una falsificazione.
La superficialità è la sua condizione di esistenza. È una vita, di cui vedi le
punte e ignori tutto il processo di formazione, una specie di vita a vapore,
che nella rapida corsa divora spazi infiniti e non ti mostra che i punti di
arrivo. Sbucciano sentimenti e situazioni così di un tratto, e spesso ti trovi
di un balzo da un estremo all'altro. Sei in un continuo flutto d'impressioni
variatissime, di poca durata e consistenza, libate appena, con sentimenti
vivacissimi, penetranti gli uni negli altri, come onde tempestose. Scusano
questa superficialità con la musica, quasi che la musica potesse o compiere, o
sviluppare, o approfondire i sentimenti; ma la musica metastasiana non era se
non il prolungamento e l'eco del sentimento, il semplice trillo della poesia,
il suo accompagnamento, perchè quella poesia è già in sè musica e canto. Una
vita così superficiale non può essere che esteriore. È vita per lo più
descritta, come già si vede nel Guarini e nel Marino. I personaggi nella
maggior violenza de' loro sentimenti si descrivono, si analizzano, com'è
proprio di una società adulta, in cui la riflessione e la critica ti segue nel
momento stesso dell'azione. Ti trovi nel più acuto della concitazione; e quando
alla fine ti aspetti quasi un delirio, ti sopraggiunge un'analisi, una
sentenza, un paragone, una descrizione psicologica. Licida snuda il brando;
vuole uccidere il suo offensore; poi lo volge in sè, e si arresta, e fa la sua
analisi:
Rabbia, vendetta,
tenerezza, amicizia,
pentimento, pietà, vergogna, amore
mi trafiggono a gara. Ah chi mai vide
anima lacerata
da tanti affetti e sì contrari. Io stesso
non so come si possa
minacciando tremare, arder gelando,
piangere in mezzo all'ire,
bramar la morte e non saper morire.
Il
drammatico va a riuscire in un sonetto petrarchesco. Aristea così si descrive a
Megacle:
Caro, son tua così,
che per virtù d'amor
i moti del tuo cor
risento anch'io.
Mi dolgo al tuo dolor,
gioisco al tuo gioir,
ed ogni tuo desir
diventa il mio.
E
Megacle, seguendo l'amico Licida nella sua sventura, esce in questo bel
paragone:
Come dell'oro il fuoco
scopre le masse impure,
scoprono le sventure
de' falsi amici il cor.
Questi
riposi musicali sono come l'arpa di David, che calmava le furie di Saul:
rinfrescano l'anima e la tengono in equilibrio fra passioni così concitate. E
sono sopportabili, appunto perchè mescolati co' moti più vivaci, con la più
impetuosa spontaneità del sentimento, offrendoti lo spettacolo della vita nelle
sue più varie apparenze. Argene che sfida la morte per salvare l'amato, e si
sente alzare su di sè, come invasata da un iddio, è sublime:
Fiamma ignota nell'alma mi scende;
sento il nume; m'inspira, mi accende,
di me stessa mi rende maggior.
Ferri, bende, bipenni, ritorte,
pallid 'ombre, compagne di morte,
già vi guardo, ma senza terror.
Commovente
è la gioia quasi delirante di Aristea nel rivedere l'amato. Di un elegiaco
ineffabile è il cànto di Timante, quando la madre gli presenta il suo bambino:
Misero pargoletto,
il tuo destin non sai.
Ah! Non gli dite mai
qual era il genitor.
Come in un punto, o Dio,
tutto cambiò d'aspetto!
Voi foste il mio diletto,
voi siete il mio terror.
Alcuni
motti tenerissimi sono rimasti proverbiali, come:
Ne' giorni tuoi felici ricordati di me.
Questa
vita nei suoi moti alterni di spontaneità e di riflessione così equilibrata,
essendo superficiale ed esteriore, ha per suo carattere la chiarezza, è
visibile e plastica. Le gradazioni più fine, i concetti più difficili sono resi
con una estrema precisione di contorni, e perciò non hanno riverbero: appagano
e saziano lo sguardo, lo tengono sulla superficie, non lo gittano nel profondo.
Questa chiarezza metastasiana, tanto vantata e così popolare perchè il popolo è
tutto superficie, è la forma nell'ultimo stadio della sua vita, quando a forza
di precisione diviene massiccia e densa come il marmo. La vecchia letteratura
vi raggiunge l'ultima perfezione; l'espressione perde ogni trasparenza, e non è
che se stessa e sola, e vi si appaga, come un infinito. Stato di
petrificazione, che oggi dicesi "letteratura popolare", come se la
letteratura debba scendere al popolo, e non il popolo debba salire a lei. Metastasio
vi spiega un talento miracoloso. Quella vecchia forma prima di morire manda gli
ultimi splendori. La chiarezza non è in lui superficie morta, ma è la vita
nella sua superficie, paga e contenta della sua esteriorità, con una facilità e
una rapidità, con un giuoco pieno di grazia e di brio. Il periodo perde i suoi
giri, la parola perde le sue sinuosità, liscia, scorrevole, misurata come una
danza, accentuata come un canto, melodiosa come una musica. Le impressioni che
te ne vengono, sono vivaci, ma labili, e ti lasciano contento, ma vuoto, come
dopo una festa brillante che ti ha divertito, e a cui non pensi più.
Il mondo metastasiano può parere assurdo
innanzi alla filosofia, come innanzi alla filosofia pareva assurda la società
ch'esso rappresentava. Come arte, niente è più vero per coerenza, per armonia,
per interna vivacità. È il ritratto più finito di una società vicina a
sciogliersi, le cui istituzioni erano ancora eroiche e feudali, materia vuota
dello spirito che un tempo l'animò, e che sotto quelle apparenze eroiche era
assonnata, spensierata, infemminita, idillica, elegiaca e plebea. Guardatela.
Essa è tutta profumata, incipriata, col suo codino, col suo spadino, cascante,
vezzosa, sensitiva come una donna, tutta "idolo mio", "mio
bene", e "vita mia". La poesia di Metastasio l'accompagna con la
sua declamazione, con la sua cantilena; la parola non ha più niente a dirle;
essa è il luogo comune, che acquista valore trasformata in trillo, con le sue
fughe e le sue volate, co' suoi bassi e i suoi acuti; non è più un'idea, è un
suono raddolcito dagli accenti, dondolato dalle rime, attenuato in quei
versetti, ridotto un sospiro. Una poesia che cerca i suoi mezzi fuori di sè,
che cerca i motivi e i suoi pensieri nella musica, abdica già, pronunzia la sua
morte. Ben presto Metastasio sembra troppo poeta al maestro di musica, nè il
pubblico sa più che farsi della parola, e non domanda cosa dice, ma come suona.
La parola, dopo di avere tanto abusato di sè, non val più nulla, e la stessa
parola metastasiana, così leggiera, così rapida, non può essere sopportata. La
parola è la nota, e i nuovi poeti si chiamano Pergolese, Cimarosa, Paisiello.
Così terminava il periodo musicale della vecchia letteratura, iniziato nel
Tasso, sviluppato nel Guarini e nel Marino, giunto alla sua crisi in Pietro
Metastasio. Oramai si viene a questo, che prima si fa la musica, e poi Giuseppe
secondo dice al suo nuovo poeta cesareo, all'abate Casti: - Ora fatemi le
parole. -
In seno a questa società in dissoluzione
si formava laboriosamente la nuova società. E che ce ne fosse la forza, si
vedeva da questo: che non teneva più gran conto della forma letteraria, stata
suo idolo, e che cercava nuove impressioni nel canto e nella musica. Il
letterato, che aveva rappresentata una parte così importante, cade in
discredito. I nuovi astri sono Farinello e Caffarello, Piccinni, Leo, Iommelli.
La musica ha un'azione benefica sulla forma letteraria, costringendola ad
abbreviare i suoi periodi, a sopprimere il suo cerimoniale e la sua solennità,
i suoi aggettivi, i suoi ripieni, le sue perifrasi, i suoi sinonimi, i suoi
parallelismi, le sue trasposizioni, tutte le sue dotte inutilità, e a prendere
un'aria più spedita e andante. Gli orecchi, avvezzi alla rapidità musicale non
possono più sopportare i periodi accademici e le tirate rettoriche. E se
Metastasio è chiamato "divino", è per la musicalità della sua poesia,
per la chiarezza, il brio e la rapidità dell'espressione. Il pubblico
abbandonando la letteratura, la letteratura è costretta a seguire il pubblico.
E il pubblico non è più l'accademia, ancorchè di accademie fosse ancora grande
il numero, prima l'Arcadia. E non è più la corte, ancorchè i principi avessero
ancora intorno istrioni e giullari sotto nome di "poeti". La coltura
si è distesa, i godimenti dello spirito sono più variati: i periodi e le frasi
non bastano più. Compariscono sulla scena filosofi e filantropi, giureconsulti,
avvocati e scienziati, musici e cantanti. La parola acquista valore nell'ugola
e nella nota, ed è più interessante nelle pagine di Beccaria, o di Galiani, che
ne' libri letterari. Oramai non si dice più "letterato", si dice
"bell'ingegno" o "bello spirito". Il "letterato"
diviene sinonimo di parolaio, e la parola come parola è merce scadente. La
parola non può ricuperare la sua importanza, se non rifacendosi il sangue,
ricostituendo in sè l'idea, la serietà di un contenuto. E questo volea dire il
motto che era già in tutte le labbra: "Cose e non parole".
Già nella critica vedi i segni di questa
grande rigenerazione. Rimasta fino allora nel vuoto meccanismo e tra regole
convenzionali, la critica si mette in istato di ribellione, spezza audacemente
i suoi idoli. Mentre ferveva la lotta giurisdizionale tra papa e principi, e i
filosofi combattevano il passato nelle sue idee e nelle sue istituzioni, essa
apre il fuoco contro la vecchia letteratura, battezzandola senz'altro
"pedanteria". L'obbiettivo de' filosofi e de' critici era comune.
Combattevano entrambi la forma vacua, gli uni nelle istituzioni, gli altri
nell'espressione letteraria, ancorchè senza intesa.
E come i filosofi, così i critici erano
avvalorati e riscaldati nella loro lotta dagli esempi francesi e inglesi. Il
Baretti veniva da Londra tutto Shakespeare; l'Algarotti, il Bettinelli, il
Cesarotti, il Beccaria, il Verri erano in comunione intima con Voltaire e con
gli enciclopedisti. Locke, Condillac, Dumarsais avevano allargate le idee, e
introdotto il gusto delle grammatiche ragionate e delle rettoriche filosofiche.
Si vede la loro influenza nella Filosofia delle lingue del Cesarotti e nello
Stile del Beccaria. Cosa dovea parere il Crescimbeni, o il Mazzuchelli, o il
Quadrio, cosa lo stesso Tiraboschi, il Muratori della nostra letteratura,
dirimpetto a questi uomini, che pretendevano ridurre a scienza ciò che fino
allora era sembrato non altro che uso e regola? E non si contentarono i critici
de' trattati e de' ragionamenti, ma vollero accostarsi un po' più al pubblico,
usando forme spigliate e correnti, che preludevano ai nostri giornali. Tali
erano le Lettere virgiliane del Bettinelli, la Difesa del Gozzi, la Frusta
letteraria, il Caffè, l'Osservatore. Così la nuova critica dava a un tempo
l'esempio di una nuova letteratura, gittando in circolazione molte idee nuove
in una forma rapida, nutrita, spiritosa, vicina alla conversazione, in una
forma che prendea dalla logica il suo organismo e dal popolo il suo tuono.
Certo questi critici non si accordavano fra loro, anzi si combattevano, come
facevano anche i filosofi; ma erano tutti animati dalla stessa tendenza, uno
era lo spirito. E lo spirito era l'emancipazione dalle regole o dall'autorità,
la reazione contro il grammaticale, il rettorico, l'arcadico e l'accademico, e,
come in tutte le altre cose, così anche qui non ammettere altro giudice che la
logica e la natura. Secondo il solito la critica passò il segno, e nella sua
foga contro le superstizioni letterarie toccò anche il sacro Dante: onde venne
la bella Difesa che ne scrisse Gaspare Gozzi. Ma la critica veniva dalla testa,
e non aveva radice nell'educazione letteraria ch'era stata anzi tutto
l'opposto. Il che spiega come i critici, giudici ingegnosi de' vivi e de'
morti, volendo essere scrittori, facevano mala prova, dando un po' di ragione
a' retori e a' grammatici, i quali, chiamati da loro "pedanti", chiamavano
loro "barbari". Posti tra il vecchio, che censuravano, ed un nuovo
modo di scrivere, chiaro nella loro testa, ma affatto personale, estraneo allo
spirito nazionale, e non preparato, anzi contraddetto nella loro istruzione, si
gittarono alla maniera francese, sconvolsero frasi, costrutti, vocaboli, e,
come fu detto poi, "imbarbarirono la lingua". Gaspare Gozzi tenne una
via mezzana, e facendo buona accoglienza in gran parte alle nuove idee, non
accettò sotto nome di libertà la licenza, e si studiò di tenersi in bilico tra
quella pedanteria e quella barbarie, usando un modo di scrivere corretto, puro,
classico, e insieme disinvolto. Ma il buon Gozzi, misurato, elegante, savio,
rimase solo, come avviene a' troppo savi nel fervore della lotta, quando la via
di mezzo non è ancora possibile, standosi di fronte avversari appassionati,
confidenti nella loro forza e disposti a nessuna concessione. Stavano nell'un
campo i puristi, che non potendo invocare l'uso toscano, intorbidato anch'esso
dall'imitazione straniera, invocavano la Crusca e i classici, e, come non era
potuta più tollerare la prolissità vacua del Cinquecento, rimettevano in moda
il Trecento, quale esempio di scrivere semplice, conciso e succoso; onde venne
quel motto felice: "Il Trecento diceva, il Cinquecento
chiacchierava". Costoro erano, il maggior numero, cruscanti, arcadi,
accademici, puri letterati, tutti brava gente, che avevano in sospetto ogni
novità, e non volevano essere turbati nelle loro abitudini. Nell'altro campo
erano i filosofi, che non riconoscevano autorità di sorta e tanto meno quella
della Crusca; che invocavano la loro ragione, e vagheggiavano una nuova Italia
così in letteratura, come nelle istituzioni e in tutti gli ordini sociali. I
critici rappresentavano la parte della filosofia nelle lettere, senza occuparsi
di politica; anzi spesso la loro insolenza letteraria era mantello alla loro
servilità politica, come fu del gesuita Bettinelli e del Cesarotti. In prima
fila tra' contendenti erano l'abate Cesari e l'abate Cesarotti. Il Cesari nella
sua superstizione verso i classici cancellò in sè ogni vestigio dell'uomo
moderno. Il Cesarotti, di molto più spirito e coltura, nella sua irreligione
verso gli antichi andò così oltre, che volle fare il pedagogo a Omero e
Demostene, e andò in cerca di una nuova mitologia nelle selve calidonie. Quando
comparve l'Ossian, girò la testa a tutti: tanto eran sazii di classicismo. Il
bardo scozzese fu per qualche tempo in moda, e Omero stesso si vide minacciato
nel suo trono. Si sentiva che il vecchio contenuto se ne andava insieme con la
vecchia società, e in quel vuoto ogni novità era la benvenuta. Quei versi
armoniosi e liquidi in tanto cozzo di spade scintillanti tra le nebbie fecero
dimenticare i Frugoni, gli Algarotti e i Bettinelli. Cominciava una reazione
contro l'idillio, espressione di una società sonnolenta e annoiata in grembo a
Galatea e a Clori, e piacevano quei figli della spada, quelle nebbie e quelle
selve, e quei signori de' brandi, e quelle vergini della neve. Gli arcadi si scandalizzavano;
ma il pubblico applaudiva. Per vincere Cesarotti non bastava gridargli la
croce: bisognava fare e piacere al pubblico. Ora l'attività intellettuale era
tutta dal canto de' novatori: chi aveva un po' d'ingegno, "si gittava al
moderno", come si diceva, nelle dottrine e nel modo di scrivere, e si
acquistava nome di "bello spirito", dispregiando i classici, come di
"spirito forte", dispregiando le credenze. La vecchia letteratura,
come la vecchia credenza, era detta pregiudizio, e combattere il pregiudizio
era la divisa del secolo illuminato, del secolo della filosofia e della
coltura. Chi ricorda l'entusiasmo letterario del Rinascimento, può avere un
giusto concetto di questo entusiasmo filosofico del secolo decimottavo. I
fenomeni erano i medesimi. Allora si chiamava "barbarie" il medio
evo; ora si chiama "barbarie" medio evo e Rinascimento. Lo stesso
impeto negativo e polemico è ne' due movimenti, foriero di guerre e di
rivoluzioni. E ci erano le stesse idee, maturate e sviluppate oltralpe, strozzate
presso di noi e rivenuteci dal di fuori. Anzi il movimento non è che un solo,
prolungatosi per due secoli con diverse vicissitudini nelle varie nazioni,
procedente sempre attraverso alle più sanguinose resistenze, e ora accentrato e
condensato sotto nome di "filosofia", fatto della letteratura suo
istrumento. Questo volea dire il motto: "Cose e non parole". Volea
dire che la letteratura, stata trastullo d'immaginazione, senza alcuna serietà
di contenuto, e divenuta perfino un semplice giuoco di frasi, dovea acquistare
un contenuto, essere l'espressione diretta e naturale del pensiero e del
sentimento, della mente e del cuore: onde nacque più tardi il barbaro vocabolo
"cormentalismo". Messa la sostanza nel contenuto, quell'ideale della
forma perfetta, gloria del Rinascimento, e rimasto visibile nelle stesse opere
della decadenza, come nel Pastor fido, nell'Adone, nel dramma di Metastasio,
cesse il posto alla forma naturale, non convenzionale, non manifatturata, non
tradizionale, non classica, ma nata col pensiero e sua espressione immediata.
Perciò il Cesarotti, rispondendo al libro del conte Napione Sull'uso e su'
pregi della lingua italiana, sostenea nel suo Saggio sulla filosofia delle
lingue che la lingua non è un fatto arbitrario, e regolato unicamente dall'uso
e dall'autorità, ma che ha in sè la sua ragion d'essere; che la sua ragion
d'essere è nel pensiero, e quella parola è migliore che meglio renda il
pensiero, ancorchè non sia toscana e non classica, e sia del dialetto, o
addirittura forestiera con inflessione italiana. Cosa era quel Saggio? Era
l'emancipazione della lingua dall'autorità e dall'uso in nome della filosofia e
della ragione, come si volea in tutte le istituzioni sociali; era la ragione,
il senso logico, che penetrava nella grammatica e nel vocabolario; era lo
spirito moderno, che violava quelle forme consacrate e fossili, logore per
lungo uso, e dava loro un'aria cosmopolitica, l'aria filosofica, a scapito del
colore locale e nazionale. Aggiungendo l'esempio al precetto, il Cesarotti pigliò
tutte le parole che gli venivano innanzi, senza domandar loro onde venivano, e,
come era uomo d'ingegno, e avea mente chiara e spirito vivace, formò di tutti
gli elementi stranieri e indigeni della conversazione italiana una lingua
animata, armonica, vicina al linguaggio parlato, intelligibile dall'un capo
all'altro d'Italia. Gli scrittori, intenti più alle cose che alle parole, e
stufi di quella forma in gran parte latina che si chiamava
"letteraria", screditata per la sua vacuità e insipidezza, si attennero
senza più all'italiano corrente e locale, così com'era, mescolato di dialetto e
avvivato da vocaboli e frasi e costruzioni francesi: lingua corrispondente allo
stato della coltura. Così si scriveva nelle parti settentrionali e meridionali
d'Italia, a Venezia, a Padova, a Milano, a Torino, a Napoli: così scrivevano
Baretti, Beccaria, Verri, Gioia, Galiani, Galanti, Filangieri, Delfico, Mario
Pagano. Resistenza ci era, massime a Firenze, patria della Crusca, e a Roma,
patria dell'Arcadia: schiamazzi di letterati e di accademici abbandonati dal
pubblico. Lo stesso era per lo stile. Si cercavano le qualità opposte a quelle
che costituivano la forma letteraria. Si voleva rapidità, naturalezza e brio.
Tutto ciò che era finimento, ornamento, riempitura, eleganza, fu tagliato via
come un ingombro. Non si mirò più ad una perfezione ideale della forma, ma
all'effetto, a produrre impressioni sul lettore, tenendo deste e in moto le sue
facoltà intellettive. I secreti dello stile furono chiesti alla psicologia, a
uno studio de' sentimenti e delle impressioni, base del Trattato dello stile
del Beccaria. Al vuoto meccanismo, dottamente artificioso, solletico
dell'orecchio, detto "stile classico", e ridotto oramai un frasario
pesante e noioso, succedeva un modo di scrivere alla buona e al naturale,
vispo, rotto, ineguale, pieno di movimenti, imitazione del linguaggio parlato.
Tipo dell'uno era il trattato; tipo dell'altro era la gazzetta. Il principio da
cui derivava quella rivoluzione letteraria, era l'imitazione della natura, o,
come si direbbe, il realismo nella sua verità e nella sua semplicità, reazione
alla declamazione e alla rettorica, a quella maniera convenzionale, che si
decorava col nome d'"ideale" o di "forma perfetta". La
vecchia letteratura era assalita non solo nella sua lingua e nel suo stile, ma
ancora nel suo contenuto. L'eroico, l'idillico, l'elegiaco, che ancora animava
quelle liriche, quelle prediche, quelle orazioni, quelle tragedie, non
attecchiva più, se n'era sazii sino al disgusto. L'eroico era esagerazione;
l'idillio era noia; l'elegia era insipidezza; pastori e pastorelle, eroi romani
e greci, erano giudicati un mondo convenzionale, già consumato come
letteratura, buono al più a esser messo in musica, come facea Metastasio. Si
volea rinnovare l'aria, rinfrescare le impressioni, si cercava un nuovo
contenuto, un'altra società, un altro uomo, altri costumi. Vennero in moda i
turchi, i cinesi, i persiani. Si divoravano le Lettere persiane di Montesquieu.
L'Ossian era preferito all'Iliade. Comparve l'uomo naturale, l'uomo selvaggio,
l'uomo di Hobbes e di Grozio, l'uomo che fa da sè, Robinson Crusoè. Il
cavaliere errante divenne il borghese avventuriere, tipo Gil Blas. E ci fu
anche la donna errante, la filosofessa, la "lionne" di oggi, che
stimava pregiudizio ogni costume e decoro femminile. Ci fu l'uomo collocato in
società, in lotta con essa in nome delle leggi naturali, e spesso sua vittima,
come donne maritate o monacate a forza o sedotte, figli naturali calpestati da'
legittimi, poveri oppressi dai ricchi, scienza soverchiata da ciarlatani, le
Clarisse, le Pamele, gli Emilii, i Chatterton. Questo nuovo contenuto, conforme
al pensiero filosofico che allora investiva la vecchia società in tutte le sue
direzioni, veniva fuori in romanzi, novelle, lettere, tragedie, commedie, una
specie di repertorio francese, che faceva il giro d'Italia. Il concetto
fondamentale era la legge di natura in contrasto con la legge scritta, la
proclamazione sotto tutte le forme de' dritti dell'uomo dirimpetto la società
che li violava. I capiscuola erano Rousseau, Voltaire, Diderot. Seguiva la
turba. Tra questi Mercier ebbe molto séguito in Italia, e vi furono
rappresentati i suoi drammi: il Disertore, l'Amor Familiare, il Jevenal,
l'Indigente. Nel Disertore hai un giovine virtuoso e amabile, che per
soccorrere il padre e per amore lascia il suo reggimento, ed è dannato a morte:
è il grido della natura contro la legge scritta. Nell'Amor familiare è
descritta con vivi colori l'oppressione degli eretici ne' paesi cattolici.
Jeneval è il contrario della Clarissa: è un don Giovanni femmina, una Rosalia,
che seduce il giovine e inesperto Jeneval fino al delitto. Nell'Indigente è
vivo il contrasto tra il ricco ozioso, libidinoso, corteggiato e potente, che
fa mercato di tutto, anche del matrimonio; e il povero operoso e virtuoso,
disprezzato e oppresso. A contenuto nuovo nomi nuovi. Commedia e tragedia parve
l'uomo mutilato e ingrandito, veduto da un punto solo ed oltre il naturale. La
critica da' bassi fondi della lingua e dello stile si alzava al concetto
dell'arte, alla sua materia e alla sua forma, al suo scopo e a' suoi mezzi.
Iniziatore di quest'alta critica, che fu detta "estetica", era
Diderot. Da lui usciva l'affermazione dell'ideale nella piena realtà della natura,
che è il concetto fondamentale della filosofia dell'arte. L'ideale scendeva dal
suo piedistallo olimpico, e non era più un di là, si mescolava tra gli uomini,
partecipava alle grandezze e alle miserie della vita; non era un iddio sotto
nome di uomo, era l'uomo; non era tragedia e non commedia, era il dramma. La
poesia era storia, come la storia era poesia. L'ideale era la stessa realtà,
non mutilata, non ingrandita, non trasformata, non scelta; ma piena, concreta,
naturale, in tutte le sue varietà, la realtà vivente. La tragedia ammetteva il
riso, e la commedia ammetteva la lacrima; s'inventò la "commedia
lacrimosa", e la "tragedia borghese". Il nuovo ideale non era
l'idillio o l'eroe de' tempi feudali: era il semplice borghese in lotta con la
vita e con la società, e che sente della lotta tutt'i dolori e le passioni.
Come il bambino entra nel mondo tra le lacrime, così l'ideale uscendo dalla sua
astrazione serena entrava nella vita lacrimoso, era patetico e sentimentale. Le
Notti di Young ispiravano ad Alessandro Verri le Notti romane. Rousseau col suo
sentimentalismo rettorico faceva una impressione così profonda, come col suo
naturalismo filosofico. Questi concetti e questi lavori, frutto di una lunga
elaborazione presso i francesi, giungevano a noi tutt'in una volta, come una
inondazione, destando l'entusiasmo degli uni, le collere degli altri. Le
quistioni di lingua e di stile si elevavano, divenivano quistioni intorno allo
stesso contenuto dell'arte: in breve tempo la critica meccanica diveniva
psicologica, e la critica psicologica si alzava all'estetica. La vecchia
letteratura, combattuta ne' suoi mezzi tecnici, era ancora contraddetta nella
sua sostanza, nel suo contenuto. Ritrarre dal vero era la demolizione
dell'eroico, com'era concepito e praticato fra noi: cosa divenivano gli eroi di
Metastasio? Il patetico e il sentimentale era la condanna di quegl'ideali
oziosi, sereni, noiosi, che costituivano l'idillio: cosa diveniva l'Arcadia? Il
teatro, si diceva, non è un passatempo, è una scuola di nobili sentimenti e di
forti passioni: cosa divenivano le commedie a soggetto? Tutto era riforma.
L'abate Genovesi, Verri, Galiani davano addosso al vecchio sistema economico;
la vecchia legislazione era combattuta da Beccaria; tutti gli ordini sociali
erano in quistione; Filangieri, andando alla base, proponeva la riforma
dell'istruzione e dell'educazione nazionale; principi e ministri, sospinti
dalla opinione, iniziavano riforme in tutt'i rami dell'azienda pubblica. La
vecchia letteratura non poteva durare così: ci voleva anche per lei la riforma.
Già non produceva più, non destava più l'attenzione: tutto era canto e musica,
tutto era filosofia. Si concepisce in questo stato degli spiriti il
maraviglioso successo de' romanzi e delle commedie dell'abate Chiari, che per sostentare
la vita adulava il pubblico e gli offriva quell'imbandigione che più
desiderava. Sarebbe interessante un'analisi delle infinite opere, già tutte
dimenticate, del Chiari, perchè mostrerebbe qual era il genio del tempo. Donne
erranti, filosofesse, gigantesse, figli naturali, ratti di monache, scontri
notturni, finestre scalate, avvenimenti mostruosi, caratteri impossibili, un
eroico patetico e un patetico sdolcinato, una filosofia messa in rettorica, un
impasto di vecchio e di nuovo, di ciò che il nuovo avea di più stravagante, e
di ciò che il vecchio avea di più volgare: questo era il cibo imbandito dal
Chiari. Il Martelli aveva inventato il verso alla francese, come prima si era
inventato il verso alla latina. Parve cosa stupenda al Chiari, e ne fece molto
uso, e fino la Genesi voltò in versi martelliani. Questo impiastricciatore del
Chiari è l'immagine di un tempo, che la vecchia letteratura se ne andava, e la
nuova fermentava appena in quella prima confusione delle menti; sicchè egli ha
tutt'i difetti del vecchio e tutte le stranezze del nuovo. Ben presto si trovò
fra' piedi Carlo Goldoni, costretto dalle stesse necessità della vita a servire
e compiacere al pubblico. Per qualche tempo si accapigliarono i partigiani del
Chiari e del Goldoni. E tra' due contendenti sorse un terzo, che die' addosso
all'uno e all'altro: dico Carlo Gozzi, fratello di Gaspare. Uscì a Parigi la
Tartana degl'influssi, caricatura di due comici:
Il primo si chiamava
"Originale",
ed il secondo "Saccheggio"
s'appella...
I partigiani ogni giorno crescevano,
chi vuole Originale e chi Saccheggio;
tutto il paese a romore mettevano...
Il parlar mozzo e lo stare intra due
niente vale per trarsi di tedio:...
dir bisognava: - Saccheggio è migliore, -
ovvero: - Originale è più dottore. -
Gozzi
avea maggior coltura del Chiari e del Goldoni, era d'ingegno svegliatissimo,
avea fatto buoni studi, come il fratello, apparteneva all'accademia de'
Granelleschi, che si proponeva di ristaurare la buona lingua, della quale quei
due si mostravano ignorantissimi. Tutto quel mondo nuovo letterario, predicato
con tanta iattanza e venuto fuori con tanta stravaganza, non gli parea una
riforma, gli parea una corruzione, e non solo letteraria, ma religiosa,
politica e civile:
Usciti son certi autorevol dotti,
con un tremuoto di nuova scienza,
che han tutti gli scrittori mal condotti.
Tratto il lor, di saper non ci è semenza,
dicono che gli autor morti fur cotti,
e condannano i vivi all'astinenza...
Leggonsi certe nuove "Marianne",
certi "baron", certe
"marchese" impresse,
certe fraschette buse come canne,
e le battezzan poi
"filosofesse",
che il mal costume introducono a spanne:
credo il dimonio al torchio le mettesse.
Chi dice: - Egli è un comporre alla
francese. -
Certo è peggior del mal di quel paese.
La sua
Marfisa è una caricatura de' nuovi romanzi, alla maniera del Chiari. Carlo
magno e i paladini diventano oziosi e vagabondi; Bradamante una spigolistra
casalinga; Marfisa, l'eroina, guasta da' libri nuovi, vaporosa, sentimentale,
isterica, bizzarra, e finisce tisica e pinzochera. La mira era alle donne del
Chiari e de' romanzi in voga. Gli parea che quel predicar continuo "dritti
naturali", "leggi naturali", "religione naturale",
"uguaglianza", "fratellanza", dovesse render gli uomini
cattivi sudditi, ammaestrandoli di troppe cose, e avvezzandoli a guardare con
invidia al di sopra della loro condizione. Questo pericolo era più grave,
quando massime tali fossero predicate in teatro, che non era una scola, ma un
passatempo; e invocava contro i predicatori di così nuova morale la severità
dei governi. Il povero Chiari non ci capiva nulla. Goldoni, che era un puro
artista, come il Metastasio, buon uomo e pacifico, e che di tutto quel
movimento del secolo non vedeva che la parte letteraria, dovea trasecolare a
sentirsi dipingere poco meno che un ribelle, un nemico della società. Vi si
mescolarono gl'interessi delle compagnie comiche, che si disputavano
furiosamente gli scarsi guadagni. Gozzi difendeva la compagnia Sacchi, tornata
di Vienna, e trovato il suo posto preso dalle compagnie Chiari e Goldoni. Il
Sacchi era l'ultimo di quei valenti improvvisatori comici, che giravano
l'Europa e mantenevano la riputazione della commedia italiana a Vienna, a
Parigi, a Londra. Musici, cantanti e improvvisatori erano la merce italiana che
ancora avea corso di là dalle Alpi. La commedia a soggetto, alzatasi sulle
rovine delle commedie letterarie, accademiche e noiose, era padrona del campo a
Roma, a Napoli, a Bologna, a Milano, a Venezia. Era della vecchia letteratura
il solo genere vivo ancora, considerato gloria speciale d'Italia, e solo che
ricordasse ancora in Europa l'arte italiana. Gli attori venuti in qualche fama
andavano a Parigi, dov'erano meglio retribuiti. Ma, come a Parigi Molière
fondava la commedia francese, combattendo le commedie a soggetto italiane; così
a Venezia Goldoni, vagheggiando a sua volta una riforma della commedia, l'avea
forte con le maschere e con le commedie a soggetto. Questo pareva al Gozzi
quasi un delitto di lesa-nazione, un attentato ad una gloria italiana. La
contesa oggi sembra ridicola, e pare che potevano vivere in buon'amicizia l'uno
e l'altro genere. Ma ci era la passione, e ci era l'interesse, e i sangui si scaldarono,
e molte furono le dispute, insino a che Goldoni, cedendo il campo, andò a
Parigi. La sua fama s'ingrandì, e impose silenzio al Baretti e rispetto al
Gozzi, soprattutto quando Voltaire lo ebbe messo accanto a Molière. Da tutto
quell'arruffio non uscì alcun progresso notabile di critica, essendo i
Ragionamenti del Gozzi pieni più di bile che di giudizio, e vuote e confuse
generalità, come di uomo che non conosca con precisione il valore de' vocaboli
e delle quistioni. Ma ne uscirono i primi tentativi della nuova letteratura, le
commedie del Goldoni e le fiabe del Gozzi, la commedia borghese e la commedia
popolana.
Carlo Goldoni era, come Metastasio,
artista nato. Di tutti e due se ne volea fare degli avvocati. Anzi Goldoni fece
l'avvocato con qualche successo. Ma alla prima occasione correva appresso agli
attori, insino a che il natural genio vinse. Tentò parecchi generi, prima di
trovare se stesso. Zeno e Metastasio erano le due celebrità del tempo; il
dramma in musica era alla moda. Scrisse l'Amalasunta, il Gustavo, l'Oronte, più
tardi il Festino e qualche altro melodramma buffo; scrisse anche tragedie, la
Rosmonda, la Griselda, l'Enrico, e tragicommedie, come il Rinaldo. Poeta
stipendiato di compagnie comiche, costretto in ciascuna stagione teatrale di
dare parecchie opere nuove, e in una stagione ne die' sedici, saccheggiò,
raffazzonò, tolse di qua e di là ne' repertori italiani e francesi, e anche ne'
romanzi. Non ci era ancora il poeta, ci era il mestierante; ci era Chiari, non
ci era ancora Goldoni. Trattava ogni maniera di argomento secondo il gusto
pubblico, commedie sentimentali, commedie romanzesche, come la Pamela, Zelinda
e Lindoro, la Peruviana, la Bella selvaggia, la Bella georgiana, la Dalmatina,
la Scozzese, l'Incognita, l'Ircana, raffazzonamenti la più parte e imitazioni
francesi. Scrisse anche commedie a soggetto, come il Figlio di Arlecchino
perduto e ritrovato, le Trentadue disgrazie di Arlecchino. Si rivelò a se
stesso e al pubblico nella Vedova scaltra. Cominciarono le critiche, e cominciò
lui ad avere una coscienza d'artista. La vecchia letteratura ondeggiava tra il
seicentismo e l'arcadico, il gonfio e il volgare. Goldoni nelle sue Memorie
dice:
"I miei compatriotti erano
accostumati da lungo tempo alle farse triviali e agli spettacoli giganteschi.
La mia versificazione non è mai stata di stil sublime; ma ecco appunto quel che
bisognava per ridurre a poco a poco nella ragione un pubblico accostumato alle
iperboli, alle antitesi, ed al ridicolo del gigantesco e romanzesco."
Per sua ventura gli capitò una buona
compagnia.
"- Ora, - diceva io a me medesimo -
ora sto bene, e posso lasciare il campo libero alla mia fantasia. Ho lavorato
quanto basta sopra vecchi soggetti. Avendo presentemente attori che promettono
molto, convien creare, conviene inventare. Ecco forse il momento di tentare
quella riforma, che ho in vista da così lungo tempo. Convien trattare soggetti
di carattere: essi sono la sorgente della buona commedia; ed è appunto con
questi che il gran Molière diede principio alla sua carriera, e pervenne a quel
grado di perfezione, che gli antichi ci avevano soltanto indicato, e che i
moderni non hanno ancor potuto eguagliare. -"
Goldoni conosceva pochissimo Plauto e
Terenzio; faceva di cappello a Orazio e Aristotile; rispettava per tradizione
le regole; ma dice: "Non ho mai sacrificata una commedia che poteva esser
buona ad un pregiudizio che la poteva render cattiva". Ciò che chiama
"pregiudizio" è l'unità di luogo. La sua scarsa coltura classica avea
questo di buono: che tenea il suo spirito sgombro da ogni elemento che non
fosse moderno e contemporaneo. Ciò ch'egli vagheggia non è la commedia dotta,
regolata, letteraria, alla latina o alla toscana, di cui ultimo esempio dava il
Fagiuoli; ma la buona commedia, com'egli la concepiva: "La commedia
essendo stata la mia tendenza, la buona commedia dee esser la mia meta." E
il suo concetto della buona commedia è questo: "Tutta l'applicazione che
ho messa nella costruzione delle mie commedie, è stata quella di non guastar la
natura". Carattere idillico, superiore a' pettegolezzi e alle invidiuzze
provinciali del letterato italiano, pigliandosi la buona e la cattiva fortuna
con eguaglianza d'animo, quest'uomo che visse i suoi bravi ottantasei anni e
morì a Parigi pochi anni dopo il Metastasio, morto a Vienna, dice di sè:
"Il morale da me è analogo al fisico;
non temo nè il freddo nè il caldo e non mi lascio infiammar dalla collera, nè
ubbriacar dalla gioia."
Con questo temperamento più di spettatore
che di attore, mentre gli altri operavano, Goldoni osservava e li coglieva sul
fatto. La natura bene osservata gli pareva più ricca che tutte le combinazioni
della fantasia. L'arte per lui era natura, era ritrarre dal vero. E riuscì il
Galileo della nuova letteratura. Il suo telescopio fu l'intuizione netta e
pronta del reale, guidata dal buon senso. Come Galileo proscrisse dalla scienza
le forze occulte, l'ipotetico, il congetturale, il soprannaturale, così egli
volea proscrivere dall'arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il
rettorico. Ciò che Molière avea fatto in Francia, lui voleva tentare in Italia,
la terra classica dell'accademia e della rettorica. La riforma era più
importante che non apparisse; perchè, riguardando specialmente la commedia,
avea a base un principio universale dell'arte, cioè il naturale nell'arte, in
opposizione alla maniera e al convenzionale. Goldoni avea da natura tutte le
qualità che si richiedevano al difficile assunto: finezza di osservazione e
spirito inventivo, misura e giustezza nella concezione, calore e brio nella
esecuzione. La Mandragola, capitatagli ch'era giovanissimo, gli avea fatta
molta impressione. Il Misantropo, l'Avaro, il Tartufo, le Preziose, e simili
commedie di Molière compirono la sua educazione. Il fondamento della commedia
italiana era l'intreccio; la buona commedia, come la concepiva lui, dovea avere
a fondamento il carattere. - Voi avete la commedia d'intreccio; io voglio darvi
la commedia di carattere - diceva Goldoni. E commedia di carattere era tirare l'effetto
non dalla moltiplicità di avvenimenti straordinari, ma dallo svolgimento di un
carattere nelle situazioni anche più ordinarie della vita. Era tutt'un altro
sistema, e non solo nella commedia, ma nello scopo e ne' mezzi dell'arte. Il
protagonista nel primo sistema è il caso o l'accidente, le cui bizzarre
combinazioni generano il maraviglioso. Gli uomini ci stanno come figure o
comparse, appena schizzati, avvolti nel turbine degli avvenimenti. La vita è
nella superficie: l'interno è occulto. In questa superficialità ottusa si era
consunta la vecchia letteratura, ed, esaurite tutte le forme del maraviglioso,
non bastava più a conseguire l'effetto con mezzi propri, senza il sussidio del
canto, della musica, del ballo, della mimica, della declamazione. La parola non
era più il principale: era l'accessorio, il semplice tema, l'occasione. Anche
la commedia si credea inetta a conseguire il suo effetto senza il sussidio
delle maschere, senza quell'improvviso de' lazzi degli Arlecchini, de'
Truffaldini, de' Brighella e de' Pantaloni. Ora l'idea fissa di Goldoni era che
la commedia potea per sè sola interessare il pubblico, e che non le era
necessario a ciò lo spettacoloso, il gigantesco, il maraviglioso in maschera e
senza maschera. La sua riforma era in fondo la restaurazione della parola, la
restituzione della letteratura nel suo posto e nella sua importanza, la nuova
letteratura. E vide chiaramente che a ristaurare la parola bisognava non
lavorare intorno alla parola, ma intorno al suo contenuto, rifare il mondo
organico o interiore dell'espressione. Questo vide nella commedia, e mirò a
instaurarvi non gli elementi formali e meccanici, ma l'interno organismo, sopra
questo concetto, che la vita non è il gioco del caso o di un potere occulto, ma
è quale ce la facciamo noi, l'opera della nostra mente e della nostra volontà.
Concetto del Machiavelli, dal quale usciva la Mandragola. Perciò il
protagonista è l'uomo, con le sue virtù e le sue debolezze, che crea o regola
gli avvenimenti, o cede in balìa di quelli. Manca a Goldoni non la chiarezza,
ma l'audacia della riforma, obbligato spesso a concessioni e a mezzi termini
per contentare il pubblico, la compagnia e gli avversari. E, come era il suo
carattere, vinse talora più con la pazienza o la destrezza, che con la risoluta
tenacità de' propositi. Di queste concessioni trovi i vestigi nelle sue
migliori commedie, dove non rifiuta certi mezzi volgari e grossolani di
ottenere gli applausi della platea. E mi spiego come insino all'ultimo continuò
nel romanzesco, nel sentimentale e nell'arlecchinesco: le necessità del
mestiere contrastavano alle aspirazioni dell'artista. D'altra parte, intento
all'interno organismo della commedia, neglesse troppo l'espressione, e per
volerla naturale la fece volgare, sì che le sue concezioni si staccano vigorose
da una forma più simile a pietra grezza che a marmo. Ciò che in lui rimane è
quel mondo interno della commedia, tolto dal vero e perfettamente sviluppato
nelle situazioni e nel dialogo. Il centro del suo mondo comico è il carattere.
E questo non è concepito da lui come un aggregato di qualità astratte, ma è
còlto nella pienezza della vita reale, con tutti gli accessorii. Base è la
società veneziana nella sua mezzanità, più vicina al popolo che alle classi
elevate: ciò che dà più presa al comico per quei moti improvvisi, ineducati,
indisciplinati, che son propri della classe popolana, alla quale si accostava
molto la borghesia veneta, non giunta ancora a quel raffinamento e delicatezza
di forme, che sono come l'aria della civiltà. I caratteri, come il maldicente,
il bugiardo, l'avaro, l'adulatore, il cavalier servente, inviluppati in
quest'atmosfera, escono fuori vivi, coloriti, originali, nuovi, vi contraggono
la forma della loro esistenza. Ci è nel loro impasto del grossolano e dell'improvviso;
anzi qui è la fonte del comico. Cadendo in nature di uomini non disciplinate
dall'educazione, paion fuori in modo subitaneo, e senza freno o ritegno o
riguardo, in tutta la loro forza primigenia, e producono con quella loro
improvvisa grossolanità la più schietta allegria, tipo il Burbero benefico. Non
essendo concezioni subbiettive e astratte, ma studiate dal vero e colte nel
movimento della vita, il comico non si sviluppa per via di motti, riflessioni e
descrizioni (ciò che dicesi propriamente "spirito", e appartiene a
una società più colta e raffinata) ma erompe nella brusca vivacità delle
situazioni e dei contrasti. Il Goldoni è felicissimo a trovare situazioni tali
che il carattere vi possa sviluppare tutte le sue forze. La situazione è per lo
più unica, semplice, naturalissima, sobriamente variata, messa in rilievo da
qualche contrasto, di rado complicata o inviluppata, graduata con un crescendo
di movimenti drammatici, e ti porta rapidamente alla fine tra la più viva
allegria. Indi viene la superiorità del suo dialogo, che è azione parlata, di
rado interrotta o raffreddata per soverchio uso di riflessioni e di sentenze.
La situazione non è mai perduta di vista, non digressioni, non deviazioni, rari
intermezzi o episodi; nessuna parte troppo accarezzata o rilevata; onde è che
l'interesse è nell'insieme, e di rado se ne stacca un personaggio, una scena,
un motto. Tutto è collegato saldamente con tutto: la situazione è il carattere
stesso in posizione, nelle sue determinazioni; l'azione è la stessa situazione
nel suo sviluppo; il dialogo è la stessa azione ne' suoi movimenti. Questo
mondo poetico ha il difetto delle sue qualità: nella sua grossolanità è
superficiale, e nella sua naturalezza è volgare. In quel suo correre diritto e
rapido il poeta non medita, non si raccoglie, non approfondisce; sta tutto al
di fuori, gioioso e spensierato, indifferente al suo contenuto, e intento a
caricarlo quasi per suo passatempo, e con l'aria più ingenua, senza ombra di
malizia e di mordacità: onde la forma del suo comico è caricatura allegra e
smaliziata, che di rado giunge all'ironia. Nel suo studio del naturale e del
vero trascura troppo il rilievo, e, se ha il brio del linguaggio parlato, ne ha
pure la negligenza; per fuggire la rettorica, casca nel volgare. Gli manca
quella divina malinconia, che è l'idealità del poeta comico e lo tiene al di
sopra del suo mondo, come fosse la sua creatura che accarezza con lo sguardo e
non la lascia che non le abbia data l'ultima finitezza. Attribuiscono il
difetto alla sua ignoranza della lingua ed alla soverchia fretta; il che, se
vale a scusare le sue scorrezioni, non è bastante a spiegare il crudo e lo
sciacquo del suo colorito.
La nuova letteratura fa la sua prima
apparizione nella commedia del Goldoni, annunziandosi come una ristaurazione
del vero e del naturale nell'arte. Se la vecchia letteratura cercava ottenere i
suoi effetti, scostandosi possibilmente dal reale, e correndo appresso allo
straordinario o al maraviglioso nel contenuto e nella forma, la nuova cerca nel
reale la sua base, e studia dal vero la natura e l'uomo. La maniera, il
convenzionale, il rettorico, l'accademico, l'arcadico, il meccanismo
mitologico, il meccanismo classico, l'imitazione, la reminiscenza, la
citazione, tutto ciò che costituiva la forma letteraria, è sbandito da questo
mondo poetico, il cui centro è l'uomo, studiato come un fenomeno psicologico,
ridotto alle sue proporzioni naturali, e calato in tutte le particolarità della
vita reale. Vero è che la realtà è appena lambita, e le sue profondità
rimangono occulte. Ma la via era quella, e in capo alla via trovi Goldoni.
A Carlo Gozzi parea che quel vero e quel
naturale fosse la tomba della poesia; e quando il successo del Goldoni
gl'impose rispetto, parlando pure con riguardo dell'avversario, non potè
risolversi ad accettare per buona la sua riforma. Il romanzesco, il gigantesco,
l'arlecchinesco, o, in altri termini, il mirabile e il fantastico, gli parevano
elementi essenziali della poesia; quel ritrarre dal reale gli pareva una volgarità.
D'altra parte non vedea senza rincrescimento assalita da ogni parte la commedia
a soggetto, che gli sembrava una gloria italiana. Dicevano che l'era oramai un
vecchio repertorio, che l'era ridotta a mero meccanismo, che l'era una scuola
d'immoralità, di scurrilità, roba da trivio, "goffe buffonate, fracidumi
indecenti in un secolo illuminato". C'era esagerazione nelle accuse, ma un
fondamento di verità c'era. La commedia improvvisa, dell'arte o a soggetto, era
isterilita, come tutt'i generi della vecchia letteratura, e tutti quei lazzi
che tanto divertivano erano con poca varietà un vecchiume trasmesso da una
generazione all'altra: si viveva sul passato, i nuovi attori riproducevano gli
antichi; la parte improvvisata era così poco nuova e improvvisa, come la parte
scritta. Piaceva più che la commedia letteraria, perchè ci era sempre maggior
comunione col pubblico; ma oramai quel Dottor bolognese e Truffaldino
stancavano, come un professore che ripeta ogni anno lo stesso corso. I
letterati e i fautori delle commedie regolate ne pigliavano argomento per
dichiarar guerra alle maschere e volevano proscrivere addirittura quel genere
di commedia, "indecente in un secolo illuminato". Gozzi che l'avea
contro quei lumi, e vedea di mal occhio tutte quelle novità che ci venivano
d'oltralpe, se ne fece paladino, e scese in campo co' ragionamenti e
coll'esempio, scrivendo sotto nome di "fiabe" commedie con le
maschere, e perciò con una parte improvvisata, le quali ebbero successo
grandissimo, e oggi sono quasi dimenticate. Gozzi parea a quel tempo un
retrivo, e Goldoni era il riformatore; pure avrei desiderato a Goldoni un po'
di quella fibra rivoluzionaria ch'era in quel retrivo: chè così sarebbe
proceduto più ardito e conseguente nella sua riforma. Il "taciturno solitario"
Gozzi, come lo chiamavano, era uomo d'ingegno; e perciò penetrato della vita
contemporanea, e trasformato senza saperlo da quelle stesse idee nuove, che gli
movevano la bile. Volendo ristaurare il vecchio, si chiarì novatore e
riformatore, e correndo dietro alla commedia a soggetto, s'incontrò nella
commedia popolana, e ne fissò la base. Grande confusione era nella sua testa,
come si vede da' suoi ragionamenti; indi la sua debolezza. Goldoni sa quello
che vuole, ha la chiarezza dello scopo e dei mezzi, e va diritto e sicuro:
perciò la sua influenza rimase grandissima. Ma Gozzi non ha chiaro lo scopo, e
vuole una cosa e fa un'altra, e procede a balzi, tirato da varie correnti.
Vuole favorire le maschere; vuole parodiare gli avversari; vuole rifare Pulci e
Ariosto, ristaurando il fantastico; vuole toscaneggiare, e vuole insieme essere
popolare e corrente; vuol ricostruire il vecchio e comparir nuovo. Fini
transitorii, i quali poterono interessare i contemporanei, dargli vinta la
causa nella polemica e nel teatro, e che oggi sono la parte morta del suo
lavoro. Queste intenzioni penetrano in tutta la composizione, come elementi
perturbatori, e rimasti inconciliati. Ciò che resta di lui è il concetto della
commedia popolana, in opposizione alla commedia borghese. Le maschere, cioè
certi caratteri o caricature tipiche del popolo, come Tartaglia, Pantalone,
Truffaldino, Brighella, Smeraldina, rimangono nella sua composizione come
elementi di obbligo e convenzionali, accessorii spesso grotteschi e insipidi
per rispetto al contenuto, innestati e soprapposti. Il contenuto è il mondo
poetico com'è concepito dal popolo, avido del maraviglioso e del misterioso,
impressionabile, facile al riso e al pianto. La sua base è il soprannaturale,
nelle sue forme, miracolo, stregoneria, magia. Questo mondo dell'immaginazione
tanto più vivo, quanto meno l'intelletto è sviluppato, è la base naturale della
poesia popolana sotto le sue diverse forme, conti, novelle, romanzi, storie,
commedie, farse. La vecchia letteratura se n'era impadronita; ma per demolirlo,
per gittarvi entro il sorriso incredulo della colta borghesia. Rifare questo
mondo nella sua ingenuità, drammatizzare la fiaba o la fola, cercare ivi il
sangue giovine e nuovo della commedia a soggetto, questo osò Gozzi in presenza
di una borghesia scettica e nel secolo de' lumi, nel secolo degli "spiriti
forti" e de' "belli spiriti". E riuscì a interessarvi il
pubblico, perchè quel mondo ha un valore assoluto, e risponde a certe corde
che, maneggiate da abile mano d'artista, suonano sempre nell'animo: ciascuno ha
entro di sè più o meno del fanciullo e del popolo. E poichè il pubblico
s'interessava ancora alla commedia del Goldoni, se ne doveva conchiudere, se le
conclusioni ragionevoli fossero possibili in mezzo alla disputa, che tutti e
due i generi erano conformi al vero, l'uno rappresentando la società borghese
nella sua mezza coltura, e l'altro il popolo nelle sue credulità e ne' suoi
stupori. E tutti e due erano una riforma della commedia ne' due suoi aspetti,
la commedia dotta e la commedia improvvisa: era l'apparizione della nuova
letteratura. Ma questo che fece Gozzi non era precisamente quello che credeva
di fare. Ci si messe per picca e per occasione, disprezzava il pubblico che
l'applaudiva, non prendeva sul serio la sua opera, e perchè Goldoni imitava dal
vero, s'innamorò lui del romanzesco e del fantastico. Ora l'arte non è un
capriccio individuale, e perchè Shakespeare ti piace, non ne viene che tu possa
rifare Shakespeare, quando anche avessi forza da ciò. L'arte, come religione e
filosofia, come istituzioni politiche ed amministrative, è un fatto sociale, un
risultato della coltura e della vita nazionale. Gozzi volea rifare un mondo
dell'immaginazione, quando egli medesimo segnava la dissoluzione di quel mondo
nella Marfisa, quando la parte colta e intelligente della nazione era mossa da
impulsi affatto contrari, e quando il popolo, ebete nella sua miseria, stava
come una massa inerte, e non dava segno di vita letteraria. Se Gozzi fosse
sceso in mezzo al popolo, e vi avesse attinte le sue ispirazioni, potea forse
fare opera viva. Ma Gozzi era aristocratico, odiava tutte quelle novità, che
sentivano troppo di democrazia, e viveva co' suoi Granelleschi in un ambiente
puramente letterario. Rimase perciò un letterato, non divenne un poeta. Oltre a
ciò, un fatto letterario in quel tempo non potea sorgere di mezzo al popolo,
divenuto acqua stagnante; un movimento c'era, e veniva dalla borghesia, e con
quelle tendenze si sviluppava la vita nazionale in tutt'i suoi indirizzi. Creare
un mondo d'immaginazione, quando la guerra era appunto contro l'immaginazione
in nome della scienza e della filosofia, era un andare a ritroso. Gozzi nacque
troppo presto. Venne il tempo che la borghesia, spaventata da quelle
esagerazioni che stomacavano Gozzi, si riafferrò a quel mondo soprannaturale,
come a tavola di salute. Quello era il tempo di Gozzi; e Gozzi ci fu, e si
chiamò Manzoni. Al suo tempo Gozzi fu un elemento contraddittorio e perciò
inconcludente; e la sua idea, altamente estetica in astratto, riuscì un fatto
letterario e artificiale. Volea ristorare l'antico, odiava le novità, e senza
saperlo le portava nel suo seno: ond'è che tratta quel suo mondo
dell'immaginazione a quello stesso modo che il forense Goldoni rappresenta la
sua società borghese. Gli manca il chiaroscuro, gli manca l'impressione e il
sentimento del soprannaturale, anzi il suo studio è di rappresentarlo con tutte
le apparenze della naturalezza, come fosse un fatto vulgare e ordinario, a quel
modo che andava predicando Goldoni. Perciò il suo stile non ha rilievo, il suo
colorito non ha trasparenza, le sue tinte non sono fuse, e volendo esser
naturale spesso ti casca nell'insipido e nel volgare. La naturalezza di questo
mondo è nella ingenuità delle sue impressioni, curiosità, maraviglia,
sospensione, terrore, collera, pianti, riso, com'è ne' racconti delle società
primitive. Questa ingenuità è perduta, la naturalezza di Gozzi è negligenza e
volgarità.
Quelle apparizioni non hanno per lui
serietà, sono giochi e passatempi; perciò scherzi abborracciati, e senza alcun
valore proprio, che, aiutati dalla mimica, da' lazzi, dallo scenario, potevano
produrre effetto nella rappresentazione, e alla lettura piacciono, senza che ti
lascino nell'animo alcun vestigio. Il Baretti predicava in lui un nuovo
Shakespeare, e quando gli fallì alla prova, se la prese con lui furiosamente,
come l'avesse tradito, e dovea prendersela con sè medesimo, che andava sognando
un Shakespeare nel secolo decimottavo. Che avvenne? La commedia popolana ritornò
nel suo pantano, con le sue maschere, le sue indecenze e le sue volgarità, e di
Gozzi rimase una bella idea, presto dimenticata. La società prendeva altra via,
e seguiva Goldoni.
Il
movimento a Venezia rimase puramente letterario. C'era un centro toscaneggiante
nell'accademia de' Granelleschi, divenuta presto ridicola, della quale erano
anima i fratelli Gozzi; e c'era dall'altra parte Goldoni con intenzioni più
alte, che attingevano l'organismo dell'arte. Il solo Carlo Gozzi presentì il
significato politico del movimento, e sonò la campana a stormo; ma nessuno
rispose, perchè il nemico non si trovò. Goldoni anche a Parigi non ci capiva
nulla in quel vertiginoso rimescolio d'idee, e Rousseau non era per lui che un
fenomeno curioso, un magnifico carattere da commedia, qualche cosa come il
"burbero benefico". Questa sua concentrazione in un punto solo e la
sua perfetta innocenza in tutto l'altro fu la sua forza e la sua debolezza. La
sua idea fissa, ch'era rappresentare dal vivo e dal vero e non guastar la
natura, era il principio rinnovatore della letteratura, negazione dell'Arcadia,
ricostituzione del contenuto e della forma, incarnato in alcune commedie di
esecuzione più o meno perfetta, ma tutte indimenticabili per la chiarezza e la
verità della concezione, delle situazioni e de' caratteri: qui fu la sua forza.
E la sua debolezza fu il carattere meramente letterario della sua riforma, che
lo tiene nella superficie e gli fa produrre un mondo locale e particolare, a
cui la sua indifferenza religiosa, filosofica, politica, morale, sociale, la
sua poca coltura, la scarsezza de' suoi motivi interni toglie rilievo e vigore,
toglie quella idealità, che viene da un significato generale e permanente. Cosa
manca a Goldoni? Non lo spirito, non la forza comica, non l'abilità tecnica:
era nato artista. Mancò a lui quello che a Metastasio: gli mancò un mondo
interiore della coscienza, operoso, espansivo, appassionato, animato dalla fede
e dal sentimento. Mancò a lui quello che mancava da più secoli a tutti gl'italiani,
e che rendeva insanabile la loro decadenza: la sincerità e la forza delle
convinzioni. Ciò che attestava una possibile rigenerazione, era la
riapparizione di quel mondo interiore negli spiriti più eletti, che rimetteva
in moto il cervello, e svegliava il sentimento. Il maggiore impulso veniva dal
di fuori. Ma l'entusiasmo pubblico mostrava che ci era la materia atta a
riceverlo, e che l'Italia dopo lungo riposo si rimetteva in via. Nel mezzodì
l'attività speculativa da Telesio a Coco non mancò mai, e vi si era formata una
scuola liberale, che avea per materia la quistione giurisdizionale, e si andava
allargando a tutte le utili riforme nell'assetto dello Stato: quando le nuove
idee vi si affacciarono, trovarono gli spiriti educati e pronti a riceverle, e
se ne fecero interpreti eloquenti ed efficaci Filangieri, Pagano e Galiani. Vi
si andava così elaborando un nuovo contenuto in una forma piena di spirito e di
movimento, spesso ingegnosa e appassionata, filosofia volgarizzata, col
linguaggio vivo e spiritoso della gazzetta. Farse, tragedie, commedie,
orazioni, dissertazioni, prediche, trattati, sonetti, tutt'i generi della
vecchia letteratura continuavano la loro vita solita e meccanica, senza alcun
segno di movimento nel loro interno organismo, imitazioni, raffazzonamenti,
contraffazioni, un mondo di convenzione accolto con applausi di convenzione.
Già Salvator Rosa aveva a suon di tromba mosso guerra alla declamazione e alla
rettorica, senz'accorgersi che faceva della rettorica anche lui. Un po' di rettorica
c'era pure in alcuno di quegli scrittori, massime in Filangieri, ma vivificata
dalla novità e importanza delle cose, e da quello spirito moderno e
contemporaneo che desta sempre la più viva partecipazione. Il sentimento
puramente letterario, errante in quelle provincie tra il voluttuoso,
l'ingegnoso e il sentimentale, ciò che vi rendea così popolari il Tasso e il
Marino, stagnato il movimento letterario, s'era trasformato nel sentimento
musicale, e vi educava Metastasio, e vi apparecchiava quella scuola immortale
di maestri di musica, che furono i veri padri di un'arte serbata a così grandi
destini. La musica sorgeva animata da quegli stessi impulsi che non trovavano
più soddisfazione nella imputridita forma letteraria, sorgeva tutta melodia,
piena di voluttà, di spirito e di sentimento. Mentre l'attività speculativa e
il sentimento musicale si andava sviluppando nel mezzogiorno d'Italia, e
Goldoni tentava a Venezia la sua riforma della commedia, Milano diveniva il
centro intellettuale e politico della vita nuova, principali motori Pietro
Verri e Cesare Beccaria. A Venezia c'era l'accademia de' Granelleschi, a Milano
c'era l'accademia de' Trasformati. Lì si concepiva la riforma, come una
restaurazione degli studi classici, e si combatteva il Goldoni, ch'era il vero
riformatore. Qui dominava sotto tutti gli aspetti lo spirito nuovo,
l'Enciclopedia vi era penetrata con tutto il corteggio degli scrittori
francesi, vi si elaboravano non frasi, ma idee, e per maggior libertà si usava
non di rado il dialetto e non la lingua. Ci erano i due Verri, il Beccaria, il
Baretti, il Balestrieri, il Passeroni; ci era il fiore dell'intelligenza
milanese. Si chiamavano i Trasformati, e si può dire che filosofia,
legislazione, economia, politica, morale, tutto lo scibile era già trasformato
nelle loro menti, con più o meno di chiarezza e di coscienza. La letteratura
non potea sfuggire a questa trasformazione, e alla solennità classica succedeva
una forma svelta e naturale, e ne' più briosa e sentimentale alla francese. Si
rideva a spese di Alessandro Bandiera, che voleva insegnar lingua e stile al
padre Segneri, da lui tenuto non abbastanza boccaccevole, e di padre Branda,
che levava a cielo l'idioma toscano e scriveva vitupèri del dialetto. Il
Passeroni metteva in canzone quella vecchia società nella Vita di Cicerone e
nelle Favole esopiane, e alla vuota turgidezza del Frugoni, ai lambicchi
dell'Algarotti, a' lezii del Bettinelli, che erano i tre poeti alla moda,
opponeva quel suo scrivere andante, alla buona, tutto buon senso e naturalezza.
Bravissimo uomo, senza fiele, senza iniziativa, rideva saporitamente della
società, in mezzo alla quale viveva povero e contento. Metastasio, Goldoni e
Passeroni erano della stessa pasta, idillici e puri letterati. Sono i tre poeti
della transizione. Vedi in loro già i segni di una nuova letteratura, una forma
popolare, disinvolta, rapida, liquida, chiara, disposta più alla negligenza che
all'artificio. Ma è sempre un giuoco di forma, alla quale manca altezza e
serietà di motivi; ci è il letterato, manca l'uomo. Senti in questi riformatori
il vecchio uomo italiano, di cui era espressione letteraria l'arcade e
l'accademico. Combattevano l'Arcadia, ed erano più o meno arcadi.
In questi tempi di nuove idee e di vecchi
uomini nacque Giuseppe Parini, il 22 maggio del 1729. Venuto dal contado in
Milano, cominciò i soliti studi classici sotto i barnabiti, e il padre Branda
fu suo maestro di rettorica. Il babbo volle farne un prete per nobilitare il
casato; ma sul più bello fu costretto per le strettezze domestiche a troncare i
suoi studi e a ingegnarsi per trarre innanzi la vita. Fece il copista e il
pedagogo, e ne' dispregi e nella miseria si temprò il suo carattere. Come
Metastasio e come tutt'i poeti di quel tempo cominciò arcade, e le sue prime rime
le leggi in una raccolta di poesie a cura di quegli accademici. Rivelò la sua
personalità, combattendo il padre Bandiera e il padre Branda, di cui era stato
un cattivo scolare. Pare che nella scuola facesse poco profitto, impaziente
soprattutto di quei giuochi di memoria, che erano allora la sostanza degli
studi. Padrone di sè, ne' ritagli di tempo obbliava la sua miseria, conversando
con Virgilio, Orazio, Dante, Ariosto e Berni. E che cosa dovea parergli il
padre Branda col suo toscano, o il padre Bandiera co' suoi periodi? Ma, se
aveva a dispetto quella pedanteria, non gli rincresceva meno quel francesizzare
de' più, divenuto moda nelle alte e basse classi. Usando per il suo mestiere in
case signorili, potè studiare dappresso questa strana mescolanza di vecchio e
di nuovo, che costituiva allora la società italiana. Già questo pigliar subito
posizione, questo soprastare alla lotta e schivarne tutte le esagerazioni
mostra una spiccata personalità. Hai innanzi un carattere.
Parini era uomo più di meditazione che di
azione. Non aveva il gusto de' piaceri, aveva pochi bisogni, e nessuna
cupidigia di onori e di ricchezze. La società non avea presa su di lui: rimase
indipendente e solitario, inaccessibile alle tentazioni e a' compromessi, e,
come Dante, fece parte da sè. Quel mondo nuovo, che fermentava negli spiriti,
fondato sulla natura e sulla ragione, e in opposizione al fattizio e al
convenzionale del secolo, giuntogli attraverso Plutarco e Dante più che per
influssi francesi, rimase in lui inalterato, puro di quelle macchie e ombre che
vi sovrappongono le vanità e le passioni e gl'interessi mondani, perciò puro di
esagerazioni e ostentazioni. Era in lui una interna misura, quell'equilibrio
delle facoltà, che è la sanità dell'anima, quella compiuta possessione di se
stesso, che è l'ideale del savio, quella mente rettrice, che sta sopra alle
passioni e alle immaginazioni, e le tiene nel giusto limite. La sua forza è più
morale che intellettuale; perchè la sua intelligenza si alza poco più su del
luogo comune, ed è notabile più per giustezza e misura che per novità e
profondità di concetti. Lo alza su' contemporanei la sincerità e vivacità del
suo senso morale, che gli dà un carattere quasi religioso, ed è la sua fede e
la sua ispirazione. Rinasce in lui quella concordia dell'intendere e dell'atto
mediante l'amore, che Dante chiamava sapienza: rinasce l'uomo.
E l'uomo educa l'artista. Perchè Parini
concepisce l'arte allo stesso modo. Non è il puro letterato, chiuso nella
forma, indifferente al contenuto; anzi la sostanza dell'arte è il contenuto, e
l'artista è per lui l'uomo nella sua integrità, che esprime tutto se stesso, il
patriota, il credente, il filosofo, l'amante, l'amico. La poesia ripiglia il
suo antico significato, ed è voce del mondo interiore, chè non è poesia dove
non è coscienza, la fede in un mondo religioso, politico, morale, sociale.
Perciò base del poeta è l'uomo.
La poesia riacquista la serietà di un
contenuto vivente nella coscienza. E la forma si rimpolpa, si realizza, diviene
essa medesima l'idea, armonia tra l'idea e l'espressione.
La base del contenuto è morale e politica,
è la libertà, l'uguaglianza, la patria, la dignità, cioè la corrispondenza tra
il pensiero e l'azione. È il vecchio programma di Machiavelli, divenuto europeo
e tornato in Italia. La base della forma è la verità dell'espressione, la sua
comunione diretta col contenuto, risecata ogni mediazione. È la forma di Dante
e di Machiavelli riverginata con esso il contenuto.Il contenuto è lirico e
satirico. È l'uomo nuovo in vecchia società.
L'uomo nuovo non è un concetto o un tipo
d'immaginazione; ha tutte le condizioni della realtà, è esso medesimo il poeta.
Protagonista di questo mondo lirico è Giuseppe Parini, che canta se stesso,
esprime le sue impressioni, si effonde, così com'è, nella ingenuità della sua
natura. Spariscono i temi astratti e fattizi di religione, di amore, di
moralità. Tutto è contemporaneo e vivo e concreto, prodotto in mezzo al
movimento de' fatti e delle impressioni. Il poeta, ritirato nella pace della
natura e nella calma della mente, sta al di sopra del suo mondo, e sente le sue
agitazioni, i suoi piaceri e le sue punture, ma non sì che giungano a turbare
l'eguaglianza e la serenità del suo animo. Ci è in questo uomo nuovo una vena
d'idillio e di filosofia, come di uomo solitario, più spettatore che attore,
avvezzo a vivere tranquillo con sè, a conservare l'occhio puro e spassionato
nel giudizio delle cose. Ci è nel poeta un po' del pedagogo, ammaestrando,
librando con giusta misura i fatti umani. Ma il pedagogo è trasfigurato nel
poeta, e vi perde ogni lato pedantesco e pretensioso. Il suo amore per la vita
campestre non è misantropia, anzi è accompagnato con la più tenera
sollecitudine per l'umanità. La sua rigidità pel decoro e l'onestà femminile è raddolcita
da un vivo sentimento della bellezza. La sua dignità è scevra di orgoglio, la
sua severità è amabile, la sua virtù è pudica, piena di grazia e di modestia.
Ne' suoi concetti e ne' suoi sentimenti ci è sempre il limite, un'armonica
temperanza, dov'è la sua perfezione intellettuale e morale di uomo e di poeta.
Quando leggi la Vita rustica, la Salubrità dell'aria, il Pericolo, la Musa, la
Caduta e la sua Nice e la sua Silvia, provi una soddisfazione più che estetica,
senti in te appagate tutte le tue facoltà.
La vecchia società è colta non nelle sue
generalità rettoriche, come nel Rosa, nel Menzini e in altri satirici, ma nella
forma sostanziale della sua vecchiezza, che è la pompa delle forme nella
insipidezza del contenuto. Quelle forme così magnifiche, alle quali si dà una
importanza così capitale, sono un'ironia, messe allato al contenuto. La
Batracomiomachia è l'ironia dell'lliade, la Moscheide è l'ironia dell'Orlando:
sono forme epiche applicate a un mondo plebeo. L'ironia è la forma delle vecchie
società, non ancora conscie della loro dissoluzione. È il vecchio che vuol
farla da giovine, con tanta più ostentazione nelle apparenze quanto più
meschina è la sostanza. Questo è il concetto fondamentale del Giorno, fondato
su di un'ironia che è nelle cose stesse, perciò profonda e trista. Parini non
vi aggiunge di suo che il rilievo, una solennità di esposizione che fa più vivo
il contrasto. E perchè sente in quelle mentite forme negato se stesso, la sua
semplicità, la sua serietà, il suo senso morale, non ha forza di riderne e non
gli esce dalla penna uno scherzo o un capriccio. Ride di mala grazia, e sotto
ci senti il disgusto e il disprezzo. L'Italia avea riso abbastanza, e rideva
ancora ne' versi di Passeroni e di Goldoni. Qui il riso è alla superficie,
sotto alla quale giace repressa e contenuta l'indignazione dell'uomo offeso. La
sua interna misura e pacatezza, la sua mente rettrice gli dà la forza della
repressione, sì che il sentimento di rado erompe sulla superficie, e l'ironia
di rado piglia la forma del sarcasmo. L'ironia de' nostri padri del
Risorgimento era allegra e scettica, come nel Boccaccio e nell'Ariosto, perchè
era rivendicazione intellettuale dirimpetto alle assurdità teologiche e
feudali, rivendicazione accompagnata con la dissoluzione morale: era l'ironia
della scienza a spese dell'ignoranza, e l'ignoranza fa ridere. Ma qui l'ironia
è il risveglio della coscienza dirimpetto a una società destituita di ogni vita
interiore; lì era l'ironia del buon senso, qui è l'ironia del senso morale.
Senti che rinasce l'uomo, e con esso la vita interiore.
La parola di quella vecchia società era a
sua immagine, cascante, leziosa, vuota sonorità, travolta e seppellita sotto la
musica. Qui risuscita la parola. E vien fuori faticosa, martellata, ardua,
pregna di sensi e di sottintesi. La parola scopre l'ironia, perchè è in
antitesi con quella società molle ed evirata che il poeta finge di celebrare.
Togliete ora l'ironia, fate salire sulla
superficie in modo scoperto e provocante l'ira, il disgusto, il disprezzo,
tutti quei sentimenti che Parini con tanto sforzo dissimula sotto il suo riso,
e avete Vittorio Alfieri. È l'uomo nuovo che si pone in atto di sfida in mezzo
a' contemporanei, statua gigantesca e solitaria col dito minaccioso.
Alfieri si rivelò tardi a se stesso, e per
proprio impulso, e in opposizione alla società. Fino a ventisei anni avea
menata la vita solita di un signorotto italiano, tra dissipazioni, viaggi,
amori, cavalli, che non gli empivano però la vita. De' primi studi non gli era
rimasto che l'odio allo studio. Ricco, nobile, non ambiva nè onori, nè
ricchezze, nè uffici: viveva senz'altro scopo che di vivere. Vita vuota de'
ricchi signori, che se ne contentano, e a cui guardano con invidia i men
favoriti dalla fortuna. Ma non se ne contentava Alfieri, e spesso era tristo, e
fra tanto inutile affaccendarsi sentiva la noia. Era malattia italiana, propria
di tutt'i popoli in decadenza, l'ozio interno, la vacuità di ogni mondo
interiore. Alfieri aveva il sentimento di quel vuoto, e quella sua vita
puramente esteriore era per lui noia mal dissimulata sotto il mondano rumore.
Coloro che questa vita esteriore debbono conquistarsela col sudore della fronte
possono nel loro travaglio trovare un certo lenitivo di quella noia. Ma natura
e fortuna aveano data ad Alfieri tutta fatta quella vita; i suoi padri aveano
lavorato per lui. Nato non a lavorare, ma a godere, le sue forze interne
poderosissime, soprattutto quella tenace energia di carattere, atta a vincere
ogni resistenza, rimanevano inoperose, perchè tutto piegava innanzi a lui,
tutto gli era facile. Corse parecchie volte tutta Europa; e non vi trovò altro
piacere che il correre, simulacro dell'interna irrequietezza non soddisfatta.
Questo è ciò che dicesi "dissipazione", una vita senza scopo e a
caso, dove fra tanto moto rimangono immobili le due forze proprie dell'uomo, il
pensiero e l'affetto. Se Alfieri fosse stato un cavallo, quel suo correre
l'avrebbe contentato, come contenta moltissimi, che pur si chiamano uomini. Ma
si sentiva uomo, e stava tristo e annoiato, e non sapeva perchè. Il perchè era
questo, che, nato gagliardissimo di pensiero e di affetto, non aveva trovato
ancora un centro, intorno a cui raccogliere ed esercitare quelle sue facoltà.
Una passione si piglia facilmente in quell'ozio, e Alfieri ebbe i suoi amori e
i suoi disinganni, e gli parve allora di vivere. Ne' momenti più feroci della
noia si gittò a' libri. Di latino non intendeva più nulla, e pochissimo
d'italiano; parlava francese da dieci anni. Leggendo per passatempo, tutto
natura e niente educazione, lo stile classico lo annoiava; Racine lo faceva
dormire, e gittò per la finestra un Galateo del Casa, intoppato in quel primo
"conciossiachè". Si die' a' romanzi come i giovanetti alle Mille e
una notte. Tutto il suo piacere era di seguire il racconto e vederne la fine, e
gli dispiacque l'Ariosto per le sue interruzioni, e lesse Metastasio saltando
le ariette, e non potè leggere l'Henriade e l'Emilio per quel rettoricume, che
gli toglieva la vista del racconto. Aspettando i cavalli in Savona, gli capitò
un Plutarco. Qui sentì qualche cosa di più che il racconto, gli battè il cuore,
quelle immagini colossali non lo sbigottivano, anzi suscitarono la sua
emulazione: - Non potrei essere anch'io come loro? - E il potere c'era, perchè
le sue forze non erano da meno. Una notte, assistendo l'amata nella sua
infermità, sceneggiò una tragedia, la quale rappresentata poi a Torino ebbe
grandi applausi. - Perchè non potrei io essere scrittore tragico? - Venutogli
questo pensiero, ci si fermò. Secondo le opinioni di quel tempo, l'Italia era
innanzi a tutte le nazioni in ogni genere di scrivere; ma le mancava la
tragedia. Quest'era l'idea fissa di Gravina, e l'ambizione di Metastasio; a
questo lavorarono il Trissino, il Tasso, il Maffei. Ma la tragedia non c'era
ancora, per sentenza di tutti. E dare all'Italia la tragedia gli pareva il più
alto scopo a cui un italiano potesse tendere. Da' suoi viaggi avea portata
ingrandita l'immagine dell'Italia, non trovato nulla comparabile a Roma, a
Firenze, a Venezia, a Genova. Aggiungi la maestà dell'antica Roma, le memorie
di una grandezza non superata mai. E quantunque l'Italia a quei dì fosse tanto
degenere, avea fermissima fede in una Italia futura, che vagheggiava nel
pensiero simile all'antica. Di questa nuova Italia fondamento era il rifarvi la
pianta "uomo", e gli parea che la tragedia, rappresentazione
dell'eroico, fosse acconcia a ritrarvi questo nuovo uomo, che gli ferveva nella
mente, ed era lui stesso. Questi concetti erano del secolo, penetrati qua e là
nelle menti, e da lui bevuti insieme con gli altri. Ma divennero in lui
passione, scopo unico e ultimo della vita, e vi pose tutte le sue forze. Volle
essere redentore d'Italia, il grande precursore di una nuova era, e, non
potendo con l'opera, co' versi. Così trovò alla vita un degno scopo, che gli
prometteva gloria, lo ingrandiva nella stima degli uomini e di se stesso. Lo
scopo era difficilissimo, perchè tutto gli mancava ad ottenerlo. E la
difficoltà gli fu sprone, e glielo rese più caro. Vi spiegò quella sua energia
indomabile, esercitata fino allora ne' cavalli e ne' viaggi. Per
"disfrancesizzarsi" e "intoscanirsi" visse il più in
Toscana, ristudiò il latino, si pose in capo i trecentisti, contento di "spensare
per pensare", fece suoi compagni indivisibili Dante, Petrarca, Ariosto e
Tasso. Copiò, postillò, tradusse, "s'inabissò nel vortice
grammaticale", e, non guasto dalla scuola, e tutto lui, si fece uno stile
suo. Scrisse come viaggiava, correndo e in linea retta: stava al principio e
l'animo era già alla fine, divorando tutto lo spazio di mezzo. La parola gli
sembra non via, ma impedimento alla corsa, e sopprime, scorcia, traspone,
abbrevia; una parola di più gli è una scottatura. Fugge le frasi, le
circonlocuzioni, le descrizioni, gli ornamenti, i trilli e le cantilene: fa
antitesi a Metastasio. Tratta la parola come non fosse suono, e si diletta di
lacerare i ben costrutti orecchi italiani, e a quelli che strillano dà la baia:
Mi trovan duro?
Anch'io lo so:
pensar li fo.
Taccia ho d'oscuro?
Mi schiarirà poi libertà.
All'Italia
del Frugoni e del Metastasio dice ironicamente:
Io canterò d'amor soavemente:
molle udirete il flauticello mio
l'aure agitare armoniosamente
per lusingare il vostro eterno oblio.
Ciò che
parevano i suoi versi e ciò che ne pare a lui, si vede da questo epigramma
contro i pedanti:
Vi paion strani?
"Saran toscani."
Son duri duri,
disaccentati...
"Non son cantati."
Stentati, oscuri,
irti, intralciati.. .
"Saran pensati."
Pure
Alfieri, discepolo di sè, non era ben sicuro del fatto suo, e consultò
Cesarotti, Parini, tutti quelli che andavano per la maggiore. Voleva un modello
di verso tragico, e un barlume ne vedeva nell'Ossian. Ma voleva l'impossibile,
e in ultimo prese il miglior partito, fece da sè. "Osa, contendi",
gli diceva in un bel sonetto Parini. E lui a sudare intorno a' suoi versi,
tormentandoli in mille guise; ma
"Gira,
volta, ei son francesi"
Gira,
volta, ei son versi di Alfieri, energicamente individuali, "carme più
aguzzo assai, che tondo". Questo ei chiamava "stile tragico". La
forma letteraria era vuota e sonora cantilena. Lui, vi oppone questo stile,
"pensato e non cantato", energico sino alla durezza e pieno di senso.
E non gli venne già da un preconcetto filosofico intorno all'arte, gli venne
dalla sua natura: perciò in quelle sue asprezze è vivo e originale.
I critici biasimavano lo stile e lodavano
tutto il resto, quasi lo stile fosse un fenomeno arbitrario e isolato. Non
vedevano l'intima connessione che è tra quello stile e tutto il congegno della
composizione. Perchè Alfieri, come sopprime periodi, ornamenti e frasi, con lo
stesso impeto sopprime confidenti, personaggi, episodi. Nasce una forma
nervosa, tesa, spesso convulsa, che risponde al suo modo di concepire e di
sentire: perciò non pedantesca, anzi viva, interessante, sincera e calda
espressione dell'anima. Se vogliamo conoscere il segreto di questa forma,
vediamo non com'è fatta, ma come è nata.
Alfieri cercò la tragedia non nel mondo
vivo, ma nelle tragedie apparse. Trovò definizioni e regole, e le accettò per
buone senza esame. Questo fu non il suo problema, ma il dato o l'antecedente.
Poste quelle definizioni e quelle regole, il suo problema fu di recare a
perfezione la tragedia. Conosceva poco la tragedia greca; avea letto Seneca;
gli erano familiari le tragedie italiane e francesi. Ma di queste appunto facea
poca stima, come prolisse e rettoriche, e confidava di far meglio. Posto che la
tragedia sia rappresentazione dell'eroico, la concepì come un conflitto di
forze individuali, dove l'eroe soggiace alla forza maggiore. In Metastasio la
forza maggiore è essa eroica, essa clemente e benefattrice: il mondo prodotto
dalla sua immaginazione musicale è un riso, un canto, un inno, il mondo della
misura e dell'armonia glorificato e divinizzato. Qui la forza maggiore è la
tirannide, o l'oppressione, e la sua vittima è l'eroismo o la libertà; è il
mondo della violenza e della barbarie condannato e marchiato a fuoco.
Metastasio compiva un ciclo, Alfieri ne cominciava un altro. I contemporanei
disputavano sullo stile dell'uno e dell'altro, e volevano somiglianza di stile
in tanta opposizione di concetto.
Ponendo la tragedia come conflitto di
forze individuali, Alfieri rimaneva nel quadro delle tragedie francesi. Il
secolo decimosettimo e decimottavo, come reazione al soprannaturale, cercavano
di spiegare la storia con mezzi umani e naturali, e rappresentavano come azione
de' caratteri e delle passioni individuali quello che gli antichi chiamavano il
"destino", e Dante con tutto il mondo cristiano chiamava "ordine
provvidenziale". Un concetto scientifico della storia era nato in Italia,
dove il destino e l'"ordine provvidenziale" si era trasformato nella
"natura delle cose" di Machiavelli, nello "spirito" di
Bruno, nella "ragione" di Campanella, nel "fato" di Vico.
Ma il concetto era rimasto nelle alte sfere dell'intelligenza, e appena
avvertito, e fuori dell'arte. Shakespeare con la profonda genialità del suo
spirito avea colto queste forze collettive e superiori che sono il fato della
storia. Ma lo spirito di Alfieri era superficiale, più operativo che
meditativo, più inteso alla rapidità e al calore del racconto, che a scrutarne
le profondità. Rimase dunque ne' cancelli del secolo decimottavo. La tragedia
fu per lui lotta d'individui, e il fato storico fu la forza maggiore o la
tirannide, e la chiave della storia fu il tiranno. Più tardi, ispirato dalla
Bibbia, gli lampeggiò innanzi il Saul e intravvide un ordine di cose superiore.
Ma il suo Dio inesorabile ci sta per figura rettorica ed esiste più
nell'opinione e nelle parole degli attori, che nel nesso degli avvenimenti,
tutti spiegati naturalmente. E come un tiranno ci ha da essere, Dio è il
tiranno, e tutto l'interesse è per Saul, i cui moti sono inconsci, e
determinati più dalla malizia di Abner, che da malizia sua propria. Il suo Saul
è la Bibbia al rovescio, la riabilitazione di Saul, e i sacerdoti tinti di
colore oscuro.
Or questo concetto era la negazione dell'Arcadia,
anzi la sua aperta ed esagerata contraddizione. Al mondo di Tasso, di Guarini,
di Marino, di Metastasio succedeva la tragedia, non accademica e letteraria,
com'erano le tragedie francesi e italiane, ma politica e sociale, fondata su di
una idea maneggiata allora in tutti gli aspetti dagli scrittori; ed era questa,
che la società apparteneva al più forte, e che giustizia, virtù, verità,
libertà giacevano sotto l'oppressione di un doppio potere assoluto e
irresponsabile, la tirannide regia e la tirannide papale, il trono e l'altare.
Più tardi Alfieri vi aggiunse la tirannide popolare. Or questa era tragedia
viva, la tragedia del secolo sotto nomi antichi, la lotta di un pensiero adulto
e civile contro un assetto sociale ancor barbaro, fondato sulla forza. Ma è
tragedia di puro pensiero, rimasta in regioni meramente speculative, non
divenuta storia. Anzi la società tra quelle agitazioni speculative era ancora
idillica e rettorica, confidente in un progresso pacifico, concordi principi e
popoli. A quello stato sociale corrispondea la tragedia filosofica e
accademica, com'era quella di Voltaire. Alfieri vi aggiunse di suo se stesso.
La tragedia è lo sfogo lirico de' suoi furori, de' suoi odii, della tempesta
che gli ruggìa dentro. In mezzo alla società imparruccata e incipriata, che
gioiosamente declamava tirannide e libertà, egli prende sul serio la vita e non
si rassegna a vivere senza scopo, prende sul serio la morale, e vi conforma
rigidamente i suoi atti, prende sul serio la tirannide, e freme e si dibatte
sotto alle sue strette, imprecando e minacciando, prende sul serio l'arte e
vagheggia la perfezione. Le sue idee sono i suoi sentimenti; i suoi princìpi
sono le sue azioni. L'uomo nuovo che sente in sè ha la coscienza orgogliosa
della sua solitaria grandezza, e della solitudine si fa piedistallo, e vi si
drizza sopra col petto e colla fronte come statua ideale del futuro italiano,
come di "liber uomo esempio".
Giorno verrà, tornerà il giorno, in cui
redivivi omai gl'Itali staranno
in campo audaci...
Al forte fianco sproni ardenti dui,
lor virtù prisca ed i miei carmi, avranno;
Onde in membrar ch'essi già fur, ch'io
fui,
d 'irresistibil fiamma avvamperanno.
Gli odo già dirmi: - O vate nostro, in
pravi
secoli nato, eppur create hai queste
sublimi età che profetando andavi.
Ci è
dunque nella tragedia alfieriana uno spirito di vita, che scolpisce le
situazioni, infoca i sentimenti, fonde le idee, empie del suo calore tutto il
mondo circostante. Ci è lì dentro l'uomo nuovo, solitario, sdegnoso verso i
contemporanei, e che pure s'impone a' contemporanei, sveglia l'attenzione e la
simpatia. Gli è che, se quest'uomo nuovo non era ancora entrato ne' costumi e
ne' caratteri, informava di sè tutta la cultura, era vivo negl'intelletti: una
parentela c'era fra lo spirito di Alfieri e lo spirito del secolo. Perchè
dunque Alfieri si sente solo? Perchè guarda con occhio di nemico il suo secolo?
Gli è per questo, che il nuovo uomo era in lui un modello puro, concretato
nella sua potente individualità, divenuto non solo la sua idea, ma la sua
anima, tutta la vita, e che lo vede nella pratica manomesso e contraddetto da
quelli stessi, che pur con le parole lo glorificavano. Perciò sente uno sdegno
più vivo forse verso i democratici "facitori di libertà", che verso
re e papi e preti, e fugge la loro compagnia, "vergine di lingua, di
orecchi e di occhi persino":
Non l'opra lor, ma il dir consuona al mio.
E muore
tristo, maledicendo il secolo, e confidando nella posterità:
Ma non inulta l'ombra mia, nè muta
starassi, no: fia de' tiranni scempio
la sempre viva mia voce temuta.
Nè lunge molto al mio cessar, d'ogni empio
veggio la vil possanza al suol caduta,
me forse altrui di liber uomo esempio.
Tutta
la sua compassione è per Luigi XVI, e tutta la sua indegnazione è per
l'Assemblea nazionale, per quei "profumati barbari", balbettanti
"una qualche non lor libera idea", per quei ribaldi fortunati, contro
i quali gitta l'ultimo strale nel Misogallo:
Tiene 'l Ciel dai ribaldi, Alfier dai
buoni.
Eccolo
dunque quest'Alfieri solitario, che serba in sè inviolato e indiviso il suo
modello, e se il cielo gli dà torto, lui dà torto al cielo. Taciturno e
malinconico per natura, risospinto dalla società ancora più in se stesso, solo
col suo modello, rimane nel mondo vago e illimitato de' sentimenti e de'
fantasmi, dove non ci è di concreto e di compiuto che il suo individuo. Perciò
i suoi fantasmi sono più simili a concetti logici che a cose effettuali, più a
generi e specie che ad individui. Non sono astrazioni, come le chiamano.
Potrebbero vuote astrazioni destare un interesse così vivo? Anzi sono fantasmi
appassionati, ribollenti, sanguigni: non ci è vacuità, ci è congestione di un
sangue non ingenito e proprio, ma trasfuso e comunicato. Senti nella tragedia
la solitudine dell'uomo, che armeggia con se stesso e produce la sua propria
sostanza. Non ama ciò che gli è estrinseco, la natura, la località, la
personalità, e non l'intende e non la tollera, e la stupra, lasciandovi le sue
orme impresse. Il calore di una potentissima individualità non gli basta a
infonder la vita, e resta impotente alla generazione, perchè gli manca l'amore,
quel sentirsi due e cercar l'altro e obbliarsi in quello. Impotenza per
soverchio di attività, che gli toglie la facoltà di ricevere le impressioni e
riprodurle. L'occhio torbido della passione non guarda intorno, non si assimila
gli oggetti esterni. Alfieri è tutto passione, diresti quasi che voglia con un
solo impeto mandar fuori il vulcano che gli arde nel petto, non ha la pazienza
e il riposo dell'artista, quel divino riso, col quale segue in tutti i suoi
movimenti la sua creatura. Quel suo furore, del quale si vanta, è il furore di
Oreste, che gl'intorbida l'occhio, sì che investendo il drudo uccide la madre;
e gli fa scambiare i colori, abbozzare le immagini, appuntare i sentimenti,
dare al tutto un aspetto teso e nervoso. Indi quella sceneggiatura e quello
stile, quel sopprimere gradazioni, chiaroscuri, quel soverchio rilievo, quel
dir molto in poco, come si vanta, quella mutilazione e congestione,
quell'abbreviazione tumultuosa della vita, quel fondo oscuro e incolore della
natura, quelle situazioni strozzate, que' personaggi in abbozzo, che più
fremono, e meno li comprendi. Di che aveva Alfieri un sentore confuso, quando
scriveva:
Nulla di quanto l'uom scienza chiama
per gli orecchi mai giunto erami al core:
ira, vendetta, libertade, amore
sonava io sol, come chi freme ed ama.
E così
è. La sua tragedia freme ira, vendetta, libertà, amore. Ma non basta fremere, o
sonare, e l'attica dea, che gli dice: - O dormi o crea -, ha torto: non chi
dorme, ma chi studia e medita, è buono a creare. Non vale cuore pieno, e
"mente ignuda". Manca a lui la scienza della vita, quello sguardo
pacato e profondo, che t'inizia nelle sue ombre e ne' suoi misteri, e te ne
porge tutte le armonie. Perciò dalla concitata immaginazione escon fuori punte
arditissime, un certo addensamento di cose e d'immagini, che par folgore, ma in
cielo scarno e povero, com'è il "Pace" di Nerone, il celebre -
Scegliesti? - Ho scelto -, e il "Vivi, Emon, tel comando", e il
"Fui padre", e il "Ribelli tutti. - E ubbidiran pur tutti":
uno stile a fazione di Tacito e di Machiavelli, con una ostentazione che scopre
l'artificio, una vita a lampi e salti, più dialogo che azione, e sotto forme
brevi spesso prolissa e stagnante. Si succedono sentimenti crudi, aguzzi, senza
riposi o passaggi, e accumulati con una tensione intellettuale di poca durata e
che finisce nello scarno e nell'insipido. E si comprende perchè fra tanto
calore la composizione riesce nel suo insieme fredda e monotona, perchè in
quell'esaltazione fittizia del discorso ti senti nel vuoto, e perchè fra tanti
motti e sentenze memorabili non ricordi un solo personaggio, uomo o donna che
sia. Non uno è rimasto vivo. E il difetto è maggiore negli eroi, soprattutto
ne' rari casi che la forza è con loro e sono essi i vincitori. Le loro qualità
eroiche, religione, patria, libertà, amore, si esalano in frasi generiche, e
non puoi mai coglierli nella loro intimità e nella loro attività. Ci è il
patriottismo, e non la patria; ci è l'amore, e non l'amante; ci è la libertà, e
manca l'uomo: sembrano personificazioni più che persone ne' contrasti, nelle
gradazioni, nella ricchezza della loro natura. Tali sono Carlo e Isabella,
Davide e Gionata, Icilio e Virginio, e i Bruti, gli Agidi, i Timoleoni. Manca
alla virtù ogni semplicità e modestia, e nella concitata espressione senti la
povertà del contenuto. Maggior vita è ne' personaggi tirannici o colpevoli,
dove Alfieri ha condensata tutta la sua bile, e l'odio lo rende profondo. Uno
de' personaggi da lui meno stimati e più interessanti per ricchezza e
profondità di esecuzione è il suo Egisto nell'Agamennone; e la scena dove l'iniquo
con tanta abilità fa sorgere nella mente di Clitennestra l'idea
dell'assassinio, è degna di Shakespeare.
Alfieri è l'uomo nuovo in veste classica.
Il patriottismo, la libertà, la dignità, l'inflessibilità, la morale, la
coscienza del dritto, il sentimento del dovere, tutto questo mondo interiore
oscurato nella vita e nell'arte italiana gli viene non da una viva coscienza
del mondo moderno, ma dallo studio dell'antico, congiunto col suo ferreo
carattere personale. La sua Italia futura è l'antica Italia, nella sua potenza
e nella sua gloria, o, com'egli dice, "il 'sarà' è l''è stato'".
Risvegliare negl'italiani la "virtù prisca", rendere i suoi carmi
"sproni acuti" alle nuove generazioni, sì che ritornino degne di
Roma, è il suo motivo lirico, che ha comune con Dante e col Petrarca. L'alto
motivo che ispirò il patriottismo de' due antichi toscani, divenuto a poco a
poco un vecchiume rettorico e messo in musica da Metastasio, ripiglia la sua
serietà nell'uomo nuovo che si andava formando in Italia, e di cui Alfieri era
l'espressione esagerata, a proporzioni epiche. Perchè Alfieri, realizzando in
sè il tipo di Machiavelli, si avea formata un'anima politica: la patria era la
sua legge, la nazione il suo dio, la libertà la sua virtù; ed erano idee povere
di contenuto, forme libere e illimitate, colossali come sono tutte le
aspirazioni non ancora determinate e concretate nel loro urto con la vita
pratica. Se avesse rappresentato il cozzo fatalmente tragico delle aspirazioni
con la realtà, ne sarebbe uscito un alto pathos, il vero motivo della tragedia
moderna. Ma un concetto così elevato del mondo era prematuro, e d'accordo col
suo secolo Alfieri non vede di tutta quella realtà che il fenomeno più
grossolano, la forza maggiore o il tiranno; e non lo studia e non lo comprende,
ma l'odia, come la vittima il carnefice; l'odia di quell'odio feroce da
giacobino, che non potendo spiegarsi e assimilarsi l'ostacolo taglia il nodo
con la spada. Alfieri odiava i giacobini; ma egli era un Robespierre poetico, e
se i giacobini avessero lette le sue tragedie, potevano dirgli: - Maestro, da
voi abbiamo imparato l'arte. - L'uomo che glorificava il primo Bruto, uccisore
de' figli, e l'altro Bruto, uccisore di Cesare padre suo, l'uomo che non avea
che parole di dispregio per Carlo primo, vittima de' repubblicani inglesi, non
aveva nulla a dire a coloro che tagliarono la testa al decimosesto Luigi.
Ridotte le forze collettive e sociali a forza e arbitrio di un solo individuo,
era naturale che l'individuo prendesse grandezza epica e colossale sotto il
nome di tiranno, e che l'odio contro di quello fosse proporzionato a quella
grandezza. Ma in questo caso, divenuta la tragedia un gioco di forze
individuali, eliminato ogni elemento collettivo e superiore, essa non può avere
per base che la formazione artistica dell'individuo. Se non che il nostro
tragico è più preoccupato delle idee che mette in bocca a' suoi eroi, che della
loro anima e della loro personalità. Il contenuto politico e morale non è qui
semplice stimolo e occasione alla formazione artistica, ma è la sostanza, e
invade e guasta il lavoro dell'arte. Il qual fenomeno ho già notato come
caratteristico della nuova letteratura. Il contenuto esce dalla sua secolare
indifferenza, e si pone come esteriore e superiore all'arte, maneggiandola
quasi suo istrumento, un mezzo di divulgarlo e infiammarne la coscienza, per
modo che i carmi sieno "sproni acuti". Il sentimento politico è
troppo violento e impedisce l'ingenua e serena contemplazione. Più è vivo in
Alfieri, e meno gli concede il godimento estetico. Perciò le sue concezioni, i
suoi sentimenti, i suoi colori sono crudi e disarmonici, e per dar troppo al
contenuto toglie troppo alla forma. Egli è la nuova letteratura nella più alta
esagerazione delle sue qualità, più simile a violenta reazione contro il
passato, che a quella tranquilla affermazione di sè, paga di un'ironia senza
fiele, così nobile in Parini. Nell'ironia pariniana senti un nuovo mondo
affacciarsi nel sicuro possesso di se stesso. Nel sarcasmo alfieriano senti il
ruggito di non lontane rivoluzioni. Nè ci volea meno che quella esagerazione e
quella violenza per colpire le torpide e vuote immaginazioni.
Gli effetti della tragedia alfieriana
furono corrispondenti alle sue intenzioni. Essa infiammò il sentimento politico
e patriottico, accelerò la formazione di una coscienza nazionale, ristabilì la
serietà di un mondo interiore nella vita e nell'arte. I suoi epigrammi, le sue
sentenze, i suoi motti, le sue tirate divennero proverbiali, fecero parte della
pubblica educazione. Declamare tirannide e libertà venne in moda, spasso
innocente allora, e più tardi, quando i tempi ingrossarono, dimostrazione
politica piena di allusione a' casi presenti. I contemporanei, applaudendo in
teatro alle sue tirate, non credevano che quelle massime dovessero impegnar la
coscienza, e trovavano lui che ci credeva selvatico ed eccentrico. Nè si
maravigliavano della esagerazione; perchè l'esagerazione era da un pezzo la
malattia dello spirito italiano, smarrito il senso della realtà e della misura.
Ma nelle nuove generazioni, travagliate da' disinganni e impedite nella loro
espansione, quegl'ideali tragici così vaghi e insieme così appassionati
rispondevano allo stato della coscienza, e quei versi aguzzi e vibrati come un
pugnale, quei motti condensati come un catechismo, ebbero non poca parte a
formare la mente ed il carattere. La sua fama andò crescendo con la sua
influenza, e ben presto parve all'Italia di avere infine il suo gran tragico
pari a' sommi. Ci era la tragedia, ma non c'era ancora il verso tragico, a
sentenza de' letterati. Chiedevano qualche cosa di mezzo tra la durezza di
Alfieri e la cantilena di Metastasio. E quando fu rappresentato l'Aristodemo,
il problema parve sciolto. Vedevano in quella tragedia la fierezza dantesca e
la dolcezza virgiliana, "di Dante il core e del suo duca il canto". E
in verità di Dante e di Virgilio qualche cosa era in Vincenzo Monti. Avea Dante
nell'immaginazione e Virgilio nell'orecchio.
L'abate Monti, nato fra tanto fermento
d'idee, ne ricevè l'impressione, come tutti gli uomini colti. Ma furono in lui
più il portato della moda, che il frutto di ardente convinzione. Fu liberale
sempre. E come non esser liberale a quel tempo, quando anche i retrivi
gridavano "libertà", bene inteso la "vera libertà", come la
chiamavano? E in nome della libertà glorificò tutt'i governi. Quando era moda
innocente declamare contro il tiranno, gittò sul teatro l'Aristodemo, che fece
furore sotto gli occhi del papa. Quando la rivoluzione francese s'insanguinò,
in nome della libertà combattè la licenza, e scrisse la Basvilliana. Ma il
canto gli fu troncato nella gola dalle vittorie di Napoleone, e allora in nome
della libertà cantò Napoleone, e in nome anche della libertà cantò poi il
governo austriaco. Le massime eran sempre quelle, applicate a tutt'i casi dal
duttile ingegno. Il poeta faceva quello che i diplomatici. Erano le idee del
tempo e si torcevano a tutti gli avvenimenti. I suoi versi suonano sempre
"libertà", "giustizia", "patria", "virtù",
"Italia". E non è tutto ipocrisia. Dotato di una ricca immaginazione,
ivi le idee pigliano calore e forma, sì che facciano illusione a lui stesso e
simulino realtà. Non aveva l'indipendenza sociale di Alfieri, e non la virile
moralità di Parini: era un buon uomo che avrebbe voluto conciliare insieme idee
vecchie e nuove, tutte le opinioni, e dovendo pur scegliere, si tenea stretto
alla maggioranza, e non gli piacea di fare il martire. Fu dunque il segretario
dell'opinione dominante, il poeta del buon successo. Benefico, tollerante, sincero,
buono amico, cortigiano più per bisogno e per fiacchezza d'animo, che per
malignità o perversità d'indole, se si fosse ritratto nella verità della sua
natura, potea da lui uscire un poeta. Orazio è interessante perchè si dipinge
qual è, scettico, cinico, poltrone, patriota senza pericolo, epicureo. Monti
raffredda perchè sotto la magnificenza di Achille senti la meschinità di
Tersite, e più alza la voce, e più piglia aria dantesca, più ti lascia freddo.
Ci è quel falso eroico, tutto di frase e d'immagine, qualità tradizionale della
letteratura, e caro ad un popolo fiacco e immaginoso, che aveva grandi le idee
e piccolo il carattere. Monti era la sua personificazione, e nessuno fu più
applaudito. La natura gli aveva largito le più alte qualità dell'artista,
forza, grazia, affetto, armonia, facilità e brio di produzione. Aggiungi la più
consumata abilità tecnica, un'assoluta padronanza della lingua e
dell'elocuzione poetica. Ma erano forze vuote, macchine potenti prive
d'impulso. Mancava la serietà di un contenuto profondamente meditato e sentito,
mancava il carattere, che è l'impulso morale. Pure i suoi lavori, massime
l'Iliade, saranno sempre utili a studiarvi i misteri dell'arte e le finezze
dell'elocuzione. E la conclusione dello studio sarà, che non basta l'artista
quando manchi il poeta.
Monti, come Metastasio, fu divinizzato in
vita. Ebbe onori, titoli, forza, molto seguito. Un popolo così artistico, come
l'italiano, ammirava quel suo magistero a freddo, quella facilità e quella
felicità di armonie. Dopo la sua morte ebbe gli elogi di Alessandro Manzoni e
di Pietro Giordani. E l'esagerazione delle accuse rese cari quegli elogi, quasi
pio ufficio alla memoria di un uomo, in cui era più da compatire che da
biasimare.
Fondata la repubblica cisalpina, in quel
primo fervore di libertà Monti fu censurato per la sua Basvilliana con lo
stesso furore che l'avevano applaudito.Un giovane scrisse la sua apologia.
L'atto ardito piacque. E il giovane entrava nella vita tra la stima e la
benevolenza pubblica. Parlo di Ugo Foscolo, formatosi alla scuola di Plutarco,
di Dante e di Alfieri.
L'Italia, secondo il solito, se la
contendevano francesi e tedeschi. Ritornava la storia, ma con altri impulsi.
Non si trattava più di dritti territoriali. La sete del dominio e
dell'influenza era dissimulata da motivi più nobili. Venivano in nome delle
idee moderne. Gli uni gridavano "libertà e indipendenza nazionale":
dietro alle loro baionette ci era Voltaire e Rousseau. Gli altri, proclamatisi
prima difensori del papa e ristoratori del vecchio, finivano promettitori di
vera libertà e di vera indipendenza. Le idee marciavano appresso a' soldati e
penetravano ne' più umili strati della società. Propaganda a suon di cannoni,
che compì in pochi anni quello che avrebbe chiesto un secolo. Il popolo
italiano ne fu agitato ne' suoi più intimi recessi: sorsero nuovi interessi,
nuovi bisogni, altri costumi. E quando dopo il 1815 parve tutto ritornato nel
primo assetto, sotto a quella vecchia superficie fermentava un popolo profondamente
trasformato da uno spirito nuovo, che ebbe, come il vulcano, le sue periodiche
eruzioni, finchè non fu soddisfatto.
Quei grandi avvenimenti colsero l'Italia
immatura e impreparata. Non ancora vi si era formato uno spirito nazionale, non
aveva ancora una nuova personalità, un consapevole possesso di se stessa. Il
sole irradiava appena gli alti monti. Nella stessa borghesia, ch'era la classe
colta, trovavi una confusione d'idee vecchie e nuove, niente di chiaro e ben
definito, audacie ed utopie mescolate con pregiudizi e barbarie. Non erano
sorti avvenimenti atti a stimolare le passioni, a formare i caratteri. Privi
d'iniziativa propria, aspettavano prima tutto da' principi, poi tutto da'
forestieri. Fatti liberi e repubblicani senza merito loro, rimasero al sèguito
de' loro liberatori, come clientela messa lì per batter le mani e far la corte
al padrone magnanimo. E quando, passata la luna di miele, il padrone ebbe i
suoi capricci e prese aria di conquistatore e d'invasore, gittarono le alte
grida, e cominciò il disinganno.
I centri più attivi di questi avvenimenti
furono Napoli e Milano, colà dove le idee nuove si erano mostrate più vive.
Napoli, fatta repubblica e abbandonata poco poi a se stessa, ebbe in pochi mesi
la sua epopea. Felici voi, Pagano, Cirillo, Conforti, Manthoné, cui il patibolo
cinse d'immortale aureola! La loro morte valse più che i libri, e lasciò nel
regno memorie e desidèri non potuti più sradicare. Sfuggirono alla strage
alcuni patrioti, che ripararono a Milano, e tra gli altri il Cuoco, che narrò
gli errori e le glorie della breve repubblica con una sagacia aguzzata
dall'esperienza politica. Milano divenne il convegno de' più illustri patrioti.
Metastasio e Goldoni, Filangieri e Beccaria erano morti da pochi anni.
Bettinelli, il Nestore, sopravviveva a se stesso. Alfieri, che ne' primi
entusiasmi avea cantata la liberazione dell'America e la presa della Bastiglia,
vedute le esorbitanze della rivoluzione, sdegnoso e vendicativo sfogava nel
Misogallo, nelle Satire l'acre umore, e contraddetto dagli avvenimenti, si
seppelliva, come Parini, nel mondo antico, e studiando il greco, finiva la vita
nel riso sarcastico di commedie triste. Cesarotti, addormentato sugli allori,
recitava dalla cattedra lodi ufficiali e scriveva in verso panegirici insipidi.
Pietro Verri, salito in ufficio, maturava con poca speranza progetti e riforme.
La vecchia generazione se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo
Monti, professore, cavaliere, poeta di corte. I repubblicani a Napoli e a
Milano venivano gallonati nelle anticamere regie. E non si sentì più una voce
fiera, che ricordasse i dolori e gli sdegni e le vergogne fra tanta pompa di
feste e tanto strepito di armi.
Comparve Iacopo Ortis. Era il primo grido
del disinganno, uscito dal fondo della laguna veneta, come funebre preludio di
più vasta tragedia. Il giovane autore aveva cominciato come Alfieri: si era
abbandonato al lirismo di una insperata libertà. Ma quasi nel tempo stesso lui
cantava l'eroe liberatore di Venezia, e l'eroe mutatosi in traditore vendeva
Venezia all'Austria. Da un dì all'altro Ugo Foscolo si trovò senza patria,
senza famiglia, senza le sue illusioni, ramingo. Sfogò il pieno dell'anima nel
suo Iacopo Ortis. La sostanza del libro è il grido di Bruto: "O virtù, tu
non sei che un nome vano". Le sue illusioni, come foglie di autunno,
cadono ad una ad una, e la loro morte è la sua morte, è il suicidio. A breve
distanza hai l'ideale illimitato di Alfieri con tanta fede, e l'ideale morto di
Foscolo con tanta disperazione. Siamo ancora nella gioventù, non ci è il
limite. Illimitate le speranze, illimitate le disperazioni. Patria, libertà,
Italia, virtù, giustizia, gloria, scienza, amore, tutto questo mondo interiore
dopo sì lunga e dolorosa gestazione appena è fiorito, e già appassisce. La
verità è illusione, il progresso è menzogna. Al primo riso della fortuna ci era
la follia delle speranze, al primo disinganno ci è la follia delle
disperazioni. Questo subitaneo trapasso di sentimenti illimitati al primo urto
della realtà rivela quella agitazione d'idee astratte ch'era in Italia, venuta
da' libri e rimasta nel cervello, scompagnata dall'esperienza, e non giunta
ancora a temprare i caratteri. Trovi in questo Iacopo un sentimento morboso,
una esplosione giovanile e superficiale, più che l'espressione matura di un
mondo lungamente covato e meditato, una tendenza più alla riflessione astratta,
che alla formazione artistica, una immaginazione povera e monotona in tanta
esagerazione de' sentimenti.
Il grido di Iacopo rimase sperduto fra il
rumore degli avvenimenti. Sorsero nuove speranze, si fabbricarono nuove
illusioni. Il romanzo, uscito anonimo, mutilato e interpolato, pura
speculazione libraria, destò curiosità, fu il libro delle donne e de' giovani,
che vi pescavano un frasario amoroso. Ma non vi si die' importanza politica nè
letteraria, anzi molti, tratti da somiglianze superficiali, lo dissero
imitazione del Werther. Il fatto è che non rispondeva allo stato della pubblica
opinione distratta da così rapida vicenda di cose e di uomini, e quelle
disperazioni erano contraddette dalle nuove speranze.
Foscolo si mescolò alla vita italiana e si
sentì fiero della sua nuova patria, della patria di Dante e di Alfieri. Le
necessità della vita lo incalzavano. E ancora più, uno spirito guerriero che
gli ruggìa dentro e non trovava espansione, una forza inquieta in ozio.
Giovane, pieno d'illusioni, appassionato, con tanto "furore di
gloria", con tanto orgoglio al di dentro, con un grande desiderio di fare,
e di fare grandi cose, lui, educato da Plutarco, stimolato da Alfieri,
quell'ozio forzato lo gitta violentemente in sè, gli rode l'anima. È la
malattia ch'egli chiama nel suo Ortis con una energia piena di verità
"consunzione dell'anima". Lo vedi a Milano vagante, scontento, fremente,
ora rinselvarsi, fantasticare, scrivere se stesso in verso, ora giocare,
donneare, contendere, far baccano. Gli balena innanzi il suicidio, ed ha appena
venti anni:
Non son chi fui, perì di noi gran parte:
questo che avanza è sol languore e pianto.
In
questa malattia di languore s'intenerisce, pensa alla madre, al fratello, alla
sua lontana Zacinto, non senza certi ribollimenti, che annunziano la vigoria di
una forza ròsa, non doma. Alfieri a venti anni si sfogava correndo Europa,
Foscolo si sfogava verseggiando. Le sue effusioni liriche sono la sua storia
da' sedici a' venti anni. Ricomparisce in quei versi una intimità dolce e
malinconica, di cui l'Italia avea perduta la memoria. E gli veniva non solo dal
Petrarca, ma dalla terra materna, dal suo sentire greco, dalle "corde
eolie maritate alla grave itala cetra". Ecco versi, preludio di Giacomo
Leopardi:
Tu non altro che il canto avrai del
figlio,
o materna mia terra: a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
L'esercizio
della vita guarì Foscolo. Soldato della repubblica, combattè a Cento, alla
Trebbia, a Novi, a Genova. La vita militare gli ritornò il sapore della vita.
Nelle odi A Luigia Pallavicini e All 'amica risanata trovi un mondo musicale e
voluttuoso, dove l'anima guarita e gioiosa si espande nella varietà della vita.
La sua fama gli dà il gusto delle lettere e della poesia; traduce la Chioma di
Berenice e vi appone un comento, dove fa sfoggio di una erudizione peregrina;
tenta una traduzione dell'Iliade, emulo di Monti; scrive un'orazione pei comizi
di Lione, con pomposo artificio di stile e con gravità e arditezza d'idee.
I Sepolcri stabilirono la sua riputazione
e lo alzarono accanto a' sommi. Fu chiamato per antonomasia "l'autore de'
Sepolcri". E in verità, questo carme è la prima voce lirica della nuova
letteratura, l'affermazione della coscienza rifatta, dell'uomo nuovo.
Una legge della repubblica prescriveva
l'uguaglianza de' sepolcri, l'uguaglianza degli uomini innanzi alla morte. Quel
fasto de' sepolcri sembrava privilegio de' nobili e de' ricchi, e combattevano
il privilegio, la distinzione delle classi, anche in quella forma. - Parini
dunque giacerà nella fossa comune accanto al ladro, - pensava Foscolo. Questa
logica rivoluzionaria spinta fino agli ultimi corollari gli offuscava la poesia
della vita, lo riconduceva nel mondo naturale e ferino, non ancora abitato
dall'uomo. Nè gli entrava quel trattar l'uomo come un puro animale. Sentiva in
sè offeso il poeta e l'uomo. Mancava l'idea religiosa che abbellisce la morte e
mostra il paradiso sotto le oscure volte dell'obblio. Ma vivo era il senso
dell'umanità nel suo progresso e ne' suoi fini, collegata con la famiglia, con
la patria, con la libertà, con la gloria Di là cava Foscolo le sue armonie, una
nuova religione de' sepolcri: il sublime di un mondo naturale e ferino della
morte è trasformato da' sentimenti più delicati dell'umanità in un pantheon
vivente, perchè opera ancora su' vivi, desta ricordanze e illusioni, accende a
nobili fatti. Sono illusioni, senza dubbio; ma sono le illusioni dell'umanità,
eterne quanto essa, parte della sua storia. Il carme è una storia dell'umanità
da un punto di vista nuovo, una storia de' vivi costruita da' morti. Senti
un'ispirazione vichiana in questo mondo, che dagli oscuri formidabili inizi
naturali e ferini la religione de' sepolcri alza a stato umano e civile,
educatrice di Grecia e d'Italia; il doppio mondo caro a Foscolo, che unisce in
una sola contemplazione Ilio e Santa Croce. La storia è antica, ma il prospetto
è nuovo, e ne nasce originalità di forme e di colori. Ci è qui fuso inferno e
paradiso, la vasta ombra gotica del nulla e dell'infinito, e i sentimenti
teneri e delicati di un cuore d'uomo, il tutto in una forma solenne e quasi
religiosa come di un inno alla divinità.
La Rivoluzione sotto l'orrore de' suoi
eccessi rifaceva già la sua via. Sopravvenivano idee più temperate; si sentiva
il bisogno di una restaurazione religiosa e morale. Il carme di Foscolo facea
vibrare queste nuove corde. La Musa non è più Alfieri. Si accostavano i tempi
di Vico.
Declamare contro i preti e contro la
superstizione era il tono del secolo. Aggiungi i tiranni, i nobili, i
privilegi, i monopoli. Si combatteva in nome della filosofia, della libertà,
dell'economia pubblica. Qui il tono è altro.
Non può credere il poeta all'immortalità
dell'anima; pure vorrebbe crederci. Sarà una illusione, ma è crudeltà togliere
illusioni che ci rendono felici, che ci abbelliscono la vita. Così la via è
aperta ad un ritorno delle idee religiose, non in nome della verità, ma in nome
dell'umanità e della poesia. Senti già Châteaubriand.
Ma se "purtroppo" è vero che il
tempo traveste ogni cosa, che la materia solo è immortale, e le forme
periscono, non è vero che la morte dell'uomo sia il nulla. Il poeta gli
fabbrica una nuova immortalità. Restano di lui gli scritti, le idee, le geste,
la memoria; la Musa anima il silenzio delle urne, e i viventi vi cercano
ispirazioni e conforti. La pietà de' defunti è la religione dell'umanità, ove
non si voglia che ricaschi nello stato ferino. Non vogliamo credere a un essere
superiore, dispensatore del premio e della pena: sia pure, anzi pur troppo è
così: "vero è ben, Pindemonte!". Ma, uomini, possiamo noi rifiutar
fede all'umanità? e vogliamo proprio togliere alla vita tutte le sue illusioni,
tutta la sua poesia? Foscolo protesta come uomo e come poeta. È in lui sempre
il secolo decimottavo, ma il secolo andato troppo innanzi nel suo lavoro di
demolizione, e che si arretra, cercando un punto di fermata ne' sentimenti
umani, via a' sentimenti religiosi.
Queste cose Foscolo non le pensa solo, le
sente. Ci era già il patriota, il liber uomo: qui apparisce l'uomo nella sua
intimità, ne' delicati sentimenti della sua natura civile. L'uomo nuovo
s'integra, il mondo interiore della coscienza si aggiunge nuovi elementi. Ed è
da questa profondità di sentire che sono uscite le più belle ispirazioni della
lirica italiana, il lamento di Cassandra, le impressioni di Maratona,
l'apoteosi di Santa Croce. Il punto di vista è così elevato che lo spettacolo
d'Italia caduta così giù, materia di tanta rettorica, lo trova rassegnato e
meditativo sulle alterne vicende delle umane sorti. Ci è vista di filosofo,
cuore d'uomo e ispirazione di poeta.
Quando comparvero i Sepolcri, fu come si
fosse tócca una corda che vibrava in tutt'i cuori. E non fu minore
l'impressione su' letterati.
La nuova letteratura si era annunziata con
la soppressione della rima. Alla terzina e all'ottava succedeva il verso
sciolto. Era una reazione contro la cadenza e la cantilena. La nuova parola,
confidente nella serietà del suo contenuto, non pur sopprimeva la musica, ma la
rima: bastava ella sola a se stessa. Foscolo qui sopprime anche la strofa, e
non era già una tragedia o un poema, era una composizione lirica, alla quale
egli osa togliere tutt'i mezzi cantabili e musicali della metrica. Qui è
pensiero nudo, acceso nella immaginazione, e prorompente, caldo di se stesso,
con le sue consonanze e le sue armonie interne. Il verso, domato da tenace
lavoro, rotte le forme tradizionali e meccaniche, vien fuori spezzato in sè,
con nuove tessiture e nuovi suoni, e non è artificio, è voce di dentro, è la
musica delle cose, la grande maniera di Dante. Anche il genere parve nuovo. Al
sonetto e alla canzone succedeva il carme, forma libera di ogni esterno
meccanismo. Era il poema lirico del mondo morale e religioso, l'elevazione
dell'anima nelle alte sfere dell'umanità e della storia, una ricostruzione
della coscienza o dell'uomo interiore al di sopra delle passioni contemporanee,
era l'uomo intero, nella esteriorità della sua vita di patriota e di cittadino
e nella intimità de' suoi affetti privati, era l'aurora di un nuovo secolo. Il
carme preludeva all'inno. Foscolo batteva alle porte del secolo decimonono.
Entrato in questa via, mette mano ad altri
carmi, l'Alceo, la Sventura, l'Oceano. Ma non trova più la prima ispirazione:
compone a freddo, letterariamente, gli escono frammenti, niente giunge a
maturità. Comparvero ultime le Grazie. Lavoro finissimo di artista, ma il poeta
quasi non ci è più.
Rimane un Foscolo in prosa. Hai innanzi la
sua Prolusione, le sue lezioni, i suoi scritti critici. Non è prosa francese e
non toscana, voglio dire che vi desideri la grazia e la vivezza toscana, e la
logica e il brio francese. È una prosa personale, ancora in formazione, piena
di reminiscenze latine e oratorie, con una tendenza alla maestà e alla forza.
Mostra più calore d'immaginazione che vigore d'intelletto.
Il concetto dominante di questa prosa è
l'uomo soprapposto al letterato. Foscolo ti dà la formola della nuova
letteratura. La sua forza non è al di fuori, ma al di dentro, nella coscienza
dello scrittore, nel suo mondo interiore. Dante e Petrarca visti da questo
aspetto risplendono di nuova luce. Lo stile si scioglie dall'elocuzione e da
ogni artificio tecnico, e s'interna nel pensiero e nel sentimento. Lo stesso
Beccaria è oltrepassato. Ci avviciniamo all'estetica. Non ci è ancora la
scienza, ma ce n'è il gusto e la tendenza.
E ci è ancora di più. Vi rinasce il gusto
delle investigazioni filologiche e storiche, tenute in tanto disprezzo da un
secolo che faceva tavola di tutto il passato. L'Italia vi ripiglia le sue
tradizioni, e si ricongiunge a Vico e Muratori.
Foscolo apriva la via al nuovo secolo. E
non è dubbio che se il progresso umano avvenisse non in modo tumultuario, ma in
modo logico e pacifico, l'ultimo scrittore del secolo decimottavo sarebbe stato
anche il primo scrittore del secolo decimonono, il capo della nuova scuola. Ma
quel progresso vestiva aspetto di reazione, e in quella sua forma negativa e
violenta offendeva le idee e le forme di un secolo, del quale Foscolo si
sentiva complice. Gli spiaceva soprattutto la guerra mossa alle forme
mitologiche. Sentiva in quelle negazioni negato se stesso. E quando avea già
moderate molte sue opinioni religiose e politiche, e s'era fatto della vita un
concetto più reale, e s'era spogliata gran parte delle sue illusioni, quando
stava già con l'un piè nel nuovo secolo; calunniato, disconosciuto,
dimenticato, nel continuo flutto delle sue contraddizioni finì tristo,
lanciando al nuovo secolo, come una sfida le sue Grazie, l'ultimo fiore del
classicismo italiano.
Foscolo morì nel 1827. E già si erano
levati sull'orizzonte Pellico, Manzoni, Grossi, Berchet. Comparsa era la scuola
romantica l'audace scuola boreale.
Il 1815 è una data memorabile, come quella
del Concilio di Trento. Segna la manifestazione officiale di una reazione non
solo politica, ma filosofica e letteraria, iniziata già negli spiriti, come se
ne veggono le orme anche ne' Sepolcri, e consacrata nel 18 brumaio. La reazione
fu così rapida e violenta come la rivoluzione. Invano Bonaparte tentò di
arrestarla, facendo delle concessioni, e cercando nelle idee medie una
conciliazione. Il movimento impresso giunse a tale, che tutti gli attori della
rivoluzione furono mescolati in una comune condanna, giacobini e girondini,
Robespierre e Danton, Marat e Napoleone. Il "terrore bianco" successe
al "rosso".
Venne in moda un nuovo vocabolario
filosofico, letterario, politico. I due nemici erano il materialismo e lo
scetticismo, e vi sorse contro lo spiritualismo portato sino all'idealismo e al
misticismo. Al dritto di natura si oppose il dritto divino, alla sovranità
popolare la legittimità, a' dritti individuali lo Stato, alla libertà
l'autorità o l'ordine. Il medio evo ritornò a galla, glorificato come la culla
dello spirito moderno, e fu corso e ricorso dal pensiero in tutt'i suoi
indirizzi. Il cristianesimo, bersaglio fino a quel punto di tutti gli strali,
divenne il centro di ogni investigazione filosofica e la bandiera di ogni
progresso sociale e civile; i classici furono per istrazio chiamati
"pagani", e le dottrine liberali furono qualificate senz'altro pretto
paganesimo; gli ordini monastici furono dichiarati benefattori della civiltà, e
il papato potente fattore di libertà e di progresso. Mutarono i criteri
dell'arte. Ci fu un'arte pagana, e un'arte cristiana, di cui fu cercata la più
alta espressione nel gotico, nelle ombre, ne' misteri, nel vago e
nell'indefinito, in un di là che fu chiamato "l'ideale", in
un'aspirazione all'infinito, non capace di soddisfazione, perciò malinconica:
la malinconia fu battezzata, e detta qualità "cristiana", il
sensualismo, il materialismo, il plastico divenne il carattere dell'arte
"pagana": sorse il genere cristiano "romantico" in
opposizione al genere "classico". "Religione",
"fede", "cristianesimo", "l'ideale",
"l'infinito", lo "spirito", "il trono e
l'altare", "la pace e l'ordine" furono le prime parole del nuovo
secolo. La contraddizione era spiccata. A Voltaire e Rousseau succedeva
Châteaubriand, Staël, Lamartine, Victor Hugo, Lamennais. E proprio nel 1815
uscivano in luce gl'Inni sacri del giovane Manzoni. Storia, letteratura,
filosofia, critica, arte, giurisprudenza, medicina, tutto prese quel colore.
Avevamo un neoguelfismo, il medio evo si drizzava minaccioso e vendicativo
contro tutto il Rinascimento.
Il movimento non era già fittizio e
artificiale, sostenuto da penne salariate, promosso dalle polizie, suscitato da
passioni e interessi temporanei. Era un serio movimento dello spirito, secondo
le eterne leggi della storia, al quale partecipavano gl'ingegni più eminenti e
liberi del nuovo secolo. Movimento esagerato senza dubbio ne' suoi inizi,
perchè mirava non solo a spiegare, ma a glorificare il passato, a cancellare
dalla storia i secoli, a proporre come modello il medio evo. Ma l'una
esagerazione chiamava l'altra. La dea Ragione e la comunione de' beni avea per
risposta l'apoteosi del carnefice e la legittimità dell'Inquisizione.
Ma l'esagerazione fu di corta durata, e la
reazione fallì ne' suoi tentativi di ricomposizione radicale alla medio evo.
Avea contro di sè infiniti nuovi interessi venuti su con la Rivoluzione,
interessi materiali, morali, intellettuali. D'altra parte il nuovo ordine di
cose favoriva in gran parte la monarchia, che avea pure contribuito a
promuoverlo. Non era interesse de' principi restaurare le maestranze, le
libertà municipali, le classi privilegiate, tutte quelle forze collettive
sparite nella valanga rivoluzionaria, nelle quali essi vedevano un freno al
loro potere assoluto. Rimase dunque in piedi quasi dappertutto e quasi intero
l'assetto economico-sociale consacrato da' nuovi codici, e la monarchia
assoluta uscì più forte dalla burrasca. Perchè il clero e la nobiltà, un giorno
suoi rivali, divennero i suoi protetti e i suoi servitori sotto titoli pomposi,
e scomparse le forze collettive naturali, potè con facilità riordinare la
società sopra aggregazioni artificiali necessariamente sottomesse alla volontà
sovrana, burocrazia, esercito e clero. La burocrazia interessava alla
conservazione dello Stato la borghesia, che si dava alla caccia degl'impieghi,
e centralizzando gli affari sopprimeva ogni libertà e movimento locale, e teneva
nella sua dipendenza provincie e comuni. Una moltitudine d'impiegati invasero
lo Stato come cavallette, ciascuno esercitando per suo conto una parte del
potere assoluto, di cui era istrumento. L'esercito, divenuto permanente, anzi
una istituzione dello Stato, fu ordinato a modo di casta, contrapposto ai
cittadini, evirato dall'ubbidienza passiva, e avvezzo a ufficio più di gendarme
che di soldato. Il clero, stretta l'alleanza fra il trono e l'altare, si recò
in mano l'educazione pubblica, vigilò scuole, libri, teatri, accademie,
osteggiò tutte le idee nuove, mantenne l'ignoranza nelle moltitudini, trattò la
coltura come sua nemica. Motrice della gran mole era la polizia, penetrata in
tutte queste aggregazioni governative, divenuto spia l'impiegato, il soldato e
il prete. Ne uscì una corruzione organizzata, chiamata "governo", o
in forma assoluta, o in maschera costituzionale.
Una reazione così fatta era in una
contraddizione violenta con tutte le idee moderne, e non potea durare.
Sopravvennero i moti di Spagna, di Napoli, di Torino, di Parigi, delle Romagne;
Grecia e Belgio conquistavano la loro autonomia. Il sentimento nazionale si
svegliava insieme col sentimento liberale. E il secolo decimottavo ripigliava
il suo cammino co' suoi dritti individuali, co' suoi princìpi d'eguaglianza,
con la sua "carta" dell'Ottantanove. I principi legittimi caddero. La
monarchia per vivere si trasformò, si ammodernò, prese abiti borghesi, divise
il suo potere con le classi colte. E soddisfatta la borghesia, soddisfatti
tutti. Il terzo stato era niente; il terzo stato fu tutto.
Su questo compromesso visse l'Europa
lunghi anni. Le istituzioni costituzionali si allargarono. Il censo e la
capacità apersero la via a' più alti uffici, rotte tutte le barriere
artificiali. Continuò la guerra più aspra al feudalismo, alla manomorta, a'
privilegi. La borghesia trovò largo pascolo alla sua attività e alla sua
ambizione ne' parlamenti, ne' consigli comunali e provinciali, nella guardia
nazionale, nel giurì, nelle accademie, nelle scuole sottratte al clero. Le
industrie e i commerci si svilupparono; si apersero altre fonti alla ricchezza.
Un nuovo nome segnava la nuova potenza venuta su. Non si diceva più
"aristocrazia", si diceva "bancocrazia", alimentata dalla
libera concorrenza. Chi aveva più forza, vinceva e dominava, forza di censo,
d'ingegno e di lavoro. L'attività intellettuale, stimolata in tutti i versi,
fra tanta pubblica prosperità faceva miracoli. All'ombra della pace e della
libertà fiorivano le scienze e le lettere. Anche dove gli ordini costituzionali
non poterono vincere, come in Italia, la reazione allentò i suoi freni, la
borghesia ebbe una parte più larga alle pubbliche faccende, e vi s'introdusse
un modo di vivere meno incivile. A poco a poco il vecchio si accostumava a
vivere accanto al nuovo; il dritto divino e la volontà del popolo si
associavano nelle leggi e negli scritti, formola del compromesso sul quale
riposava il nuovo edificio; e venne tempo che una conciliazione parve possibile
non solo fra il monarcato e il popolo, ma fra il papato e la libertà.
Adunque, sedati i primi bollori, quel
movimento che aveva aria di reazione, era in fondo la stessa Rivoluzione, che
ammaestrata dalla esperienza moderava e disciplinava se stessa. I disinganni,
le rovine, tanti eccessi, un ideale così puro, così lusinghiero, profanato al
suo primo contatto col reale, tutto questo dovea fare una grande impressione
sugli spiriti e renderli meditativi. La reazione era il passato ancora vivo
nelle moltitudini, assalito con una violenza, che tirava in suo favore anche
gl'indifferenti, e che ora rialzava il capo con superbia di vincitore.
L'esperienza ammaestrò che il passato non si distrugge con un decreto, e che si
richiedono secoli per cancellare dalla storia l'opera de' secoli. E ammaestrò
pure che la forza allora edifica solidamente quando sia preceduta dalla
persuasione, secondo quel motto di Campanella che "le lingue precedono le
spade". Evidentemente la Rivoluzione aveva errato, esagerato le sue idee e
le sue forze, ed ora si rimetteva in via con minor passione, ma con maggior
senso del reale, confidando più nella scienza che nell'entusiasmo. Che cosa fu
dunque il movimento del secolo decimonono, sbolliti i primi furori di reazione?
Fu lo stesso spirito del secolo decimottavo, che dallo stato spontaneo e
istintivo passava nello stadio della riflessione, e rettificava le posizioni,
riduceva le esagerazioni, acquistava il senso della misura e della realtà,
creava la scienza della rivoluzione. Fu lo spirito nuovo che giungeva alla
coscienza di sè e prendeva il suo posto nella storia. Châteaubriand, Lamartine,
Victor Hugo Lamennais, Manzoni, Grossi, Pellico erano liberali non meno di
Voltaire e Rousseau, di Alfieri e Foscolo. Sono anch'essi figli del secolo
decimosettimo e decimottavo, il loro programma è sempre la "carta"
dell'Ottantanove, il "credo" è sempre "libertà, patria,
uguaglianza, dritti dell'uomo". Il sentimento religioso, troppo offeso si
vendica, offende a sua volta; pure non può sottrarsi alle strette della
Rivoluzione. Risorge, ma impressionato dello spirito nuovo, col programma del
secolo decimottavo. Ciò a cui mirano i neo-cattolici non è di negare quel
programma, come fanno i puri reazionari, co' gesuiti in testa, ma è di
conciliarlo col sentimento religioso, di dimostrare anzi che quello è appunto
il programma del cristianesimo nella purezza delle sue origini. È la vecchia
tesi di Paolo Sarpi, ripigliata e sostenuta con maggior splendore di parola e
di scienza. La Rivoluzione è costretta a rispettare il sentimento religioso, a
discutere il cristianesimo, a riconoscere la sua importanza e la sua missione
nella storia; ma d'altra parte il cristianesimo ha bisogno per suo passaporto
del secolo decimottavo, e prende quel linguaggio e quelle idee, e odi parlare
di una "democrazia cristiana" e di un "Cristo democratico",
a quel modo che i liberali trasferiscono a significato politico parole
scritturali, come l'"apostolato delle idee", il "martirio
patriottico", la "missione sociale", la "religione del
dovere". La rivoluzione, scettica e materialista, prende per sua bandiera:
"Dio e popolo", e la religione, dommatica e ascetica, si fa valere
come poesia e come morale, e lascia le altezze del soprannaturale e s'impregna
di umanismo e di naturalismo, si avvicina alla scienza prende una forma
filosofica. Lo spirito nuovo raccoglie in sè gli elementi vecchi, ma
trasformandoli, assimilandoli a sè, e in quel lavoro trasforma anche se stesso,
si realizza ancora più. Questo è il senso del gran movimento uscito dalla
reazione del secolo decimonono, di una reazione mutata subito in conciliazione.
E la sua forma politica è la monarchia per la grazia di Dio e per la volontà
del popolo.
La base teorica di questa conciliazione è
un nuovo concetto della verità, rappresentata non come un assoluto immobile a
priori, ma come un divenire ideale, cioè a dire secondo le leggi
dell'intelligenza e dello spirito. Onde nasceva l'identità dell'ideale e del
reale, dello spirito e della natura, o, come disse Vico, la "conversione
del vero col certo". Il qual concetto da una parte ridonava ai fatti una
importanza che era contrastata da Cartesio in qua, li allogava, li legittimava,
li spiritualizzava, dava a quelli un significato e uno scopo, creava la
filosofia della storia; d'altra parte realizzava il divino, togliendolo alle
strettezze mistiche e ascetiche del soprannaturale, e umanizzandolo. Il
concetto adunque era in fondo radicalmente rivoluzionario, in opposizione
ricisa col medio evo, e con lo scolasticismo, quantunque apparisca una reazione
a tutto ciò che di troppo esclusivo e assoluto era nel secolo decimottavo.
Sicchè quel movimento in apparenza reazionario dovea condurre a un nuovo
sviluppo della Rivoluzione su di una base più solida e razionale.
Il primo periodo del movimento fu detto
"romantico", in opposizione al classicismo. Ebbe per contenuto il
cristianesimo e il medio evo, come le vere fonti della vita moderna, il suo
tempo eroico, mitico e poetico. Il Rinascimento fu chiamato
"paganesimo", e quell'età che il Rinascimento chiamava "barbarie",
risorse cinta di nuova aureola. Parve agli uomini rivedere dopo lunga assenza
Dio e i santi e la Vergine e quei cavalieri vestiti di ferro e i tempi e le
torri e i crociati. Le forme bibliche oscurarono i colori classici: il gotico,
il vaporoso, l'indefinito, il sentimentale liquefecero le immagini, riempirono
di ombre e di visioni le fantasie. Ne uscì nuovo contenuto e nuova forma. Il
papato divenne centro di questo antico poema ringiovanito, il cui storico era
Carlo Troya, e l'artista Luigi Tosti: Bonifacio ottavo e Gregorio settimo
ebbero ragione contro Dante e Federico secondo. Cronisti e trovatori furono
disseppelliti; l'Europa ricostruiva pietosamente le sue memorie, e vi
s'internava, vi s'immedesimava, ricreava quelle immagini e quei sentimenti. Ciascun
popolo si riannodava alle sue tradizioni, vi cercava i titoli della sua
esistenza e del suo posto nel mondo, la legittimità delle sue aspirazioni. Alle
antichità greche e romane successero le antichità nazionali, penetrate e
collegate da uno spirito superiore e unificatore, dallo spirito cattolico. Si
svegliava l'immaginazione, animata dall'orgoglio nazionale e da un entusiasmo
religioso spinto sino al misticismo; e dal lungo torpore usciva più vivace il
senso metafisico e il senso poetico. Risorge l'alta filosofia e l'alta poesia.
Lirica e musica, poemi filosofici e storici sono le voci di questo ricorso.
Ma il romanticismo, come il classicismo,
erano forme sotto alle quali si manifestava lo spirito moderno. Foscolo e
Parini nel loro classicismo erano moderni, e moderni erano nel loro
romanticismo Manzoni e Pellico. Invano cerchi il candore e la semplicità dello
spirito religioso: è un passato rifatto e trasformato da immaginazione moderna,
nella quale ha lasciato i suoi vestigi il secolo decimottavo. Non ci sono più
le passioni ardenti e astiose di quel secolo, ma ci sono le sue idee, la
tolleranza, la libertà, la fraternità umana, consacrata da una religione di
pace e di amore, purificata e restituita nella sua verginità, nella purezza
delle sue origini e de' suoi motivi. Una reazione così fatta già non è più
reazione, è conciliazione, è la rivoluzione stessa vinta, che non minaccia più,
e lascia il sarcasmo, l'ironia, l'ingiuria, e trasformatasi in apostolato
evangelico prende abito umile e supplichevole dirimpetto agli oppressori, e fa
suo il pergamo, fa suo Dio e Cristo, e la Bibbia diviene l'"ultima parola
di un credente". Lo spirito non rimane nelle vette del soprannaturale e
nelle generalità del dogma. Oramai conscio di sè, plasma il divino a sua
immagine, lo colloca e lo accompagna nella storia. La "divina
Commedia" è capovolta: non è l'umano che s'india, è il divino che si
umanizza. Il divino rinasce, ma senti che già innanzi è nato Bruno, Campanella
e Vico.
La
stella di Monti scintillava ancora cinta di astri minori; Foscolo solitario
meditava le Grazie; Romagnosi tramandava alla nuova generazione il pensiero del
gran secolo vinto. E proprio nel 1815, tra il rumore de' grandi avvenimenti,
usciva in luce un libriccino, intitolato Inni, al quale nessuno badò. Foscolo
chiudeva il suo secolo co' Carmi; Manzoni apriva il suo con gl'Inni. Il Natale,
la Passione, la Risurrezione, la Pentecoste erano le prime voci del secolo
decimonono. Natali, Marie e Gesù ce n'erano infiniti nella vecchia letteratura,
materia insipida di canzoni e sonetti, tutti dimenticati. Mancata era
l'ispirazione, da cui uscirono gl'inni de' santi padri e i canti religiosi di
Dante e del Petrarca e i quadri e le statue e i templi de' nostri antichi
artisti. Su quella sacra materia era passato il Seicento e l'Arcadia, insino a
che disparve sotto il riso motteggiatore del secolo decimottavo. Ora la poesia
faceva anche lei il suo "concordato". Ricompariva quella vecchia
materia, ringiovanita da una nuova ispirazione.
Ciò che move il poeta non è la santità e
il misterioso del dogma. Non riceve il soprannaturale con raccoglimento, con
semplicità di credente. Mira a trasportarlo nell'immaginazione, e, se posso dir
così, a naturalizzarlo. Non è più un "credo", è un motivo artistico. Diresti
che innanzi al giovine poeta ci sia il ghigno di Alfieri e di Foscolo, e che
non si attenti di presentare a' contemporanei le disusate immagini, se non
pomposamente decorate. Non gli basta che sieno sante; vuole che sieno belle.
L'idea cristiana ritorna innanzi tutto come arte, anzi come la sostanza
dell'arte moderna, chiamata "romantica". La critica entrava già per
questa via, e fin d'allora sentivi parlare di "classico" e di
"romantico", di "plastico" e di "sentimentale" di
"finito" e d'"infinito". L'inno era poesia essenzialmente
religiosa, la poesia dell'infinito e del soprannaturale. Sorgea come sfida a'
classici per la materia e per la forma. Pure il poeta, volendo esser romantico,
rimane classico. Invano si arrampica tra le nubi del Sinai; non ci regge, ha
bisogno di toccar terra; il suo spirito non riceve se non ciò che è chiaro,
plastico, determinato, armonioso; le sue forme sono descrittive, rettoriche e
letterarie, pur vigorose e piene di effetto, perchè animate da immaginazione
fresca in materia nuova. Vi senti lo spirito nuovo, che in quel ritorno delle
idee religiose non abdica, e penetra in quelle idee e se le assimila, e vi
cerca e vi trova se stesso. Perchè la base ideale di quegl'Inni è
sostanzialmente democratica, è l'idea del secolo battezzata e consacrata sotto
il nome d'"idea cristiana", l'eguaglianza degli uomini tutti fratelli
in Cristo la riprovazione degli oppressori e la glorificazione degli oppressi;
è la famosa triade, "libertà, uguaglianza, fratellanza",
vangelizzata; è il cristianesimo ricondotto alla sua idealità e penetrato dallo
spirito moderno. Onde nasce una rappresentazione pacata e soddisfatta,
pittoresca nelle sue visioni, semplice e commovente ne' suoi sentimenti, come
di un mondo ideale riconciliato e concorde, ove si armonizzano e si acquietano
le dissonanze del reale e i dolori della terra. Ivi è il Signore, che nel suo
dolore pensò a tutt'i figli d'Eva; ivi è Maria, nel cui seno regale la
femminetta depone la sua spregiata lacrima; ivi è lo Spirito, che scende, aura
consolatrice ne' languidi pensieri dell'infelice; ivi è il regno della pace,
che il mondo irride, ma che non può rapire; il povero, sollevando le ciglia al
cielo "che è suo", volge i lamenti in giubilo, pensando a cui
somiglia.
In questa ricostruzione di un mondo
celeste accanto a una lirica di pace e di perdono, alta sulle collere e sulle
cupidigie mondane, si sviluppa l'epica, quel veder le cose umane dal di sopra
con l'occhio dell'altro mondo. Questa novità di contenuto, di forma e di
sentimento rende altamente originale il Cinque maggio, composizione epica in
forme liriche. L'individuo, grande ch'ei sia, non è che un'"orma del
Creatore", un istrumento "fatale". La gloria terrena, posto pure
che sia vera gloria, non è in cielo che "silenzio e tenebre". Sul
mondano rumore sta la pace di Dio. È lui che atterra e suscita, che affanna e
consola. La sua mano toglie l'uomo alla disperazione, e lo avvia pe' floridi
sentieri della speranza. Risorge il "Deus ex machina", il concetto
biblico dell'uomo e dell'umanità. La storia è la volontà imperscrutabile di
Dio. Così vuole. A noi non resta che adorare il mistero o il miracolo,
"chinar la fronte". Meno comprendiamo gli avvenimenti, e più siamo
percossi di maraviglia, più sentiamo Dio, l'incomprensibile. La storia anche di
ieri si muta in leggenda, diviene poesia epica. Napoleone è un gran miracolo,
un'orma più vasta di Dio. A che fine? Per quale missione? L'ignoriamo. È il
secreto di Dio. Così volle. Rimane della storia la parte popolare o
leggendaria, quella che più colpisce le immaginazioni; le battaglie, le vicende
assidue, gli avvenimenti straordinari, le grandi catastrofi, le miracolose
conversioni. Il motivo epico nasce non dall'altezza e moralità de' fini, ma
dalla grandezza e potenza del genio, dallo sviluppo di una forza che arieggia
il soprannaturale. Sono nove strofe, di cui ciascuna per la vastità della
prospettiva è quasi un piccolo mondo, e te ne viene una impressione, come da
una piramide. A ciascuna strofa la statua muta di prospetto, ed è sempre
colossale. L'occhio profondo e rapido dell'ispirazione divora gli spazi,
aggruppa gli anni, fonde gli avvenimenti, ti dà l'illusione dell'infinito. Le
proporzioni sono ingrandite da un lavoro tutto di prospettiva nella maggior
chiarezza e semplicità dell'espressione. Le immagini, le impressioni, i
sentimenti, le forme tra quella vastità di orizzonti ingrandiscono anche loro,
acquistano audacia di colori e di dimensioni. Trovi condensata la vita del
grande uomo nelle sue geste, nella sua intimità, nella sua azione storica, ne'
suoi effetti su' contemporanei, nella sua solitudine pensosa: immensa sintesi,
dove precipitano gli avvenimenti e i secoli, come incalzati e attratti da una
forza superiore in quegli sdruccioli accavallantisi, appena frenati dalle rime.
Questo è il primo movimento, epico-lirico,
del secolo decimonono. Al macchinismo classico succede il macchinismo
teologico. Ma non è mero macchinismo, semplice colorito o abbellimento. È un
contenuto redivivo nell'immaginazione che ricostruisce a sua immagine la storia
dell'umanità e il cuore dell'uomo. È Cristo smarrito e ritrovato al di dentro
di noi. Ritorna la provvidenza nel mondo, ricomparisce il miracolo nella
storia, rifioriscono la speranza e la preghiera, il cuore si raddolcisce, si
apre a sentimenti miti: su' disinganni e sulle discordie mondane spira un alito
di perdono e di pace. Ciò che intravedeva Foscolo, disegnò Manzoni con un
entusiasmo giovanile, riflesso di quell'entusiasmo religioso, che accompagnava
a Roma il papa reduce, ispirava ad Alessandro la federazione cristiana,
prometteva agli uomini stanchi un'era novella di pace e riposo. La nuova
generazione sorgeva tra queste illusioni, e mentre il vecchio Foscolo
fantasticava un paradiso delle Grazie, allegorizzando con colori antichi cose
moderne, Manzoni ricostruiva l'ideale del paradiso cristiano e lo riconciliava
con lo spirito moderno. La mitologia se ne va, e resta il classicismo; il
secolo decimottavo è rinnegato, e restano le sue idee. Mutata è la cornice, il
quadro è lo stesso. Guardate il Cinque maggio. La cornice è una illuminazione
artistica, una bell'opera d'immaginazione, da cui non esce alcuna seria
impressione religiosa. Il quadro è la storia di un genio rifatta dal genio.
L'interesse non è nella cornice è nel quadro.
Ben presto il movimento teologico diviene
prettamente filosofico. Dio è l'assoluto, l'idea; Cristo è l'idea in quanto è
realizzata, l'idea naturalizzata; lo Spirito è l'idea riflessa e consapevole il
Verbo; la trinità teologica diviene la base di una trinità filosofica. Il Dio
teologico è l'essere nel suo immediato, il nulla, un Dio astratto e formale,
vuoto di contenuto. Dio nella sua verità è lo spirito che riconosce se stesso
nella natura. Logica, natura, spirito, sono i tre momenti della sua esistenza, la
sua storia, una storia dove niente è incomprensibile e arbitrario, tutto è
ragionevole e fatale. Ciò che è stato, dovea essere. La schiavitù, la guerra,
la conquista, le rivoluzioni, i colpi di Stato non sono fatti arbitrari, sono
fenomeni necessari dello spirito nella sua esplicazione. Lo spirito ha le sue
leggi, come la natura; la storia del mondo è la sua storia, è logica viva, e si
può determinare a priori. Religione, arte, filosofia, dritto, sono
manifestazioni dello spirito, momenti della sua esplicazione. Niente si ripete,
niente muore: tutto si trasforma in un progresso assiduo, che è lo
spiritualizzarsi dell'idea, una coscienza sempre più chiara di sè, una maggiore
realtà.
In queste idee codificate da Hegel ricordi
Machiavelli, Bruno, Campanella, soprattutto Vico. Ma è un Vico a priori. Quelle
leggi, che egli traeva da' fatti sociali, ora si cercano a priori nella natura
stessa dello spirito. Nasce un'appendice della Scienza nuova, la sua metafisica
sotto nome di "logica", compariscono vere teogonie, o epopee
filosofiche, con le loro ramificazioni. Hai la filosofia delle religioni, la
storia della filosofia, la filosofia dell'arte, la filosofia del dritto, la
filosofia della storia, illuminate dall'astro maggiore, la logica, o, come dice
Vico, la "metafisica". Tutto il contenuto scientifico è rinnovato. E
non solo nell'ordine morale, ma nell'ordine fisico. Hai una filosofia della
natura, come una filosofia dello spirito. Anzi non sono che una sola e medesima
filosofia, momenti dell'Idea nella sua manifestazione.
Il misticismo, fondato
sull'imperscrutabile arbitrio di Dio e alimentato dal sentimento, dà luogo a
questo idealismo panteistico. Il sistema piace alla colta borghesia, perchè da
una parte, rigettando il misticismo, prende un aspetto laicale e scientifico, e
dall'altra, rigettando il materialismo, condanna i moti rivoluzionari, come
esplosioni plebee di forze brute. Piace il concetto di un progresso
inoppugnabile, fondato sullo sviluppo pacifico della coltura: alla parola
"rivoluzione" succede la parola "evoluzione". Non si dice
più "libertà", si dice "civiltà", "progresso",
"coltura". Sembra trovato oramai il punto, ove s'accordano autorità e
libertà, Stato e individuo, religione e filosofia, passato e avvenire. Anche le
idee fanno la loro pace, come le nazioni. E il sistema diviene ufficiale sotto
nome di "ecletismo". La rivoluzione gitta via il suo abito rosso, e
si fa cristiana e moderata sotto il vessillo tricolore, vagheggiando, come
ultimo punto di fermata, le forme costituzionali, e tenendo a pari distanza i
clericali col loro misticismo, e i rivoluzionari col loro materialismo. Queste
idee facevano il giro di Europa e divennero il "credo" delle classi
colte. La parte liberale si costituì come un centro tra una dritta clericale e
una sinistra rivoluzionaria, che essa chiamava i "partiti estremi".
Luigi Filippo realizzò questo ideale della borghesia, e l'ecletismo lo
consacrò. Sembrò dopo lunga gestazione creato il mondo. Il problema era
sciolto, il bandolo era trovato. Dio si poteva riposare. Chiusa oramai era la
porta alla reazione e alla rivoluzione. Regnava il progresso pacifico e legale,
governava la borghesia sotto nome di "partito liberale-moderato".
Teneva in iscacco la dritta, perchè, se combatteva i gesuiti e gli oltramontani,
onorava il cristianesimo, divenuto nel nuovo sistema l'idea rifiessa e
consapevole, lo spirito che riconosce se stesso. Non credeva al soprannaturale,
ma lo spiegava e lo rispettava; non credeva a un Cristo divino, ma alzava alle
stelle il Cristo umano; e della religione parlava con unzione, e con riverenza
de' ministri di Dio. Così tirava dalla sua i cristiani liberali e patrioti, e
non urtava le plebi. E teneva a un tempo in iscacco la sinistra rivoluzionaria,
perchè se respingeva i suoi metodi, se condannava le sue impazienze e le sue
violenze, accettava in astratto le sue idee, confidando più nell'opera lenta,
ma sicura, dell'istruzione e dell'educazione, che nella forza brutale. Per
queste vie la rivoluzione sotto aspetto di conciliazione si rendeva accettabile
a' più, e si rimetteva in cammino.
Tra queste idee si formò la nuova critica
letteraria. Rimasta fra le vuote forme rettoriche empirica e tradizionale,
anch'ella gridò "libertà" nel secolo scorso, e, perduto il rispetto
alle regole e all'autorità, acquistò una certa indipendenza di giudizio,
illuminata ne' migliori dal buon senso e dal buon gusto. L'attenzione
dall'esterno meccanismo si volse alla forza produttiva, cercando i motivi e il
significato della composizione nelle qualità dello scrittore; l'arte ebbe il
suo "cogito" e trovò la sua formola nel motto: "Lo stile è
l'uomo". Ma era una critica d'impressioni più che di giudizi, di
osservazioni più che di princìpi. Con la nuova filosofia il bello prese posto
accanto al vero e al buono, acquistò una base scientifica nella logica, divenne
una manifestazione dell'idea, come la religione, il dritto, la storia: avemmo
una filosofia dell'arte, l'estetica. Stabilito un corso ideale della umanità,
l'arte entrò nel sistema allo stesso modo che tutte le altre manifestazioni
dello spirito, e prese dalla qualità dell'idea la sua essenza e il suo
carattere. Materia principale della critica fu l'idea col suo contenuto: le
qualità formali ebbero il secondo luogo. Avemmo l'idea "orientale",
l'idea "pagana" o "classica", l'idea "cristiana"
o "romantica" nella religione, nella filosofia, nello Stato,
nell'arte, in tutte le forme dell'attività sociale, uno sviluppo storico a
priori, secondo la logica o le leggi dello spirito. La filosofia dell'idea
divenne un antecedente obbligato di ogni trattato di estetica, come di ogni
ramo dello scibile; e il problema fondamentale dell'arte fu cercare l'idea in
ogni lavoro dell'immaginazione, e misurarlo secondo quella. Rivenne su il
concetto cristiano-platonico dell'arte, espresso da Dante, ristaurato dal
Tasso. La poesia fu il vero "sotto il velo della favola ascoso", o il
"vero condito in molli versi". Divenuta la favola un velo dell'idea,
ritornavano in onore le forme mitiche e allegoriche, e le concezioni artistiche
si trasformavano in costruzioni ideali: la Divina Commedia, materia d'infiniti
comenti filosofici, aveva il suo riscontro nel Faust. Venne in moda un certo
filosofismo nell'arte anche presso i migliori, anche presso Schiller. E non
solo la filosofia, ma anche la storia divenne il frontispizio obbligato della
critica, trattandosi di coglier l'idea non nella sua astrattezza, ma nel suo
contenuto, nelle sue apparizioni storiche. Sorsero investigazioni accuratissime
sulle idee, sulle istituzioni, su' costumi, sulle tendenze dei secoli a cui si
riferivano le opere d'arte, sulla formazione successiva della materia
artistica; al motto antico: "Lo stile è l'uomo", successe
quest'altro: "La letteratura è l'espressione della società". Ne uscì
un doppio impulso: sintetico e analitico. Posto che la storia non sia una
successione empirica e arbitraria di fatti, ma la manifestazione progressiva e
razionale dell'idea, una dialettica vivente, gli spiriti si affrettarono alla
sintesi, e costruirono vere epopee storiche secondo una logica preordinata. La
storia del mondo fu rifatta, la via aperta da Vico fu corsa e ricorsa dal genio
metafisico, e in tutte le direzioni: religioni, arti, filosofie, istituzioni
politiche, leggi, la vita intellettuale, morale e materiale de' popoli. Questo
fu il momento epico di tutte le scienze; nessuna potè sottrarsi al bagliore
dell'idea; il mondo naturale fu costruito allo stesso modo che il mondo morale.
Ma queste sintesi frettolose, queste soluzioni spesso arrischiate de' problemi
più delicati urtavano alcuna volta co' dati positivi della storia e delle
singole scienze, ed erano troppo visibili le lacune, i raccozzamenti disparati,
le interpretazioni forzate, gli artifici involontari. Accanto a quelle vaste
costruzioni ideali sorse la paziente analisi; il metodo di Vico parve più lungo
e più arduo, ma più sicuro, e si ricominciò il lavoro a posteriori,
ingolfandosi lo spirito nelle più minute ricerche in tutt'i rami dello scibile.
Il movimento di erudizione e d'investigazione, interrotto in Italia dalla
invasione delle teorie cartesiane e da' sistemi assoluti del secolo
decimottavo, tutti di un pezzo, tutti ragionamento, con superbo disdegno di
citazioni, di esempli, di ogni autorità dottrinale, quasi avanzo della
scolastica, ora ripigliava con maggior forza in tutta la colta Europa, massime
in Germania: ritornavano i Galilei, i Muratori e i Vico, si sviluppava lo
spirito di osservazione e il senso storico, si aggrandiva il campo delle
scienze, e dal gran tronco del sapere uscivano nuovi rami, soprattutto nelle
scienze naturali, nelle scienze sociali e nelle discipline filologiche. La
materia della coltura, stata prima poco più che greco-romana, guadagnò di
estensione e di profondità. Abbracciò l'Oriente, il medio evo, il Rinascimento.
È con tale attività di ricerca e di scoperta, che lo scibile ne fu rinnovato.
Stavano dunque di fronte due tendenze:
l'una ideale, l'altra storica. Gli uni procedevano per via di categorie e di
costruzioni; gli altri per via di osservazioni e d'induzioni. E spesso s'incontravano.
La scuola ontologica teneva molto conto dei fatti, e proclamava che il vero
ideale è storia, è l'idea realizzata. Non rimaneva perciò al di sopra della
storia nel regno de' princìpi assoluti e immobili; anzi la sua metafisica non è
altro che un progressivo divenire, la storia. Parimente la scuola storica era
tutt'altro che empirica, ed usciva dalla cerchia de' fatti, ed aveva anch'essa
i suoi preconcetti e le sue conietture. La più audace speculazione si maritava
con la più paziente investigazione. Le due forze unite, ora parallele, ora in
urto, ora di conserva, posero in moto tutte le facoltà dello spirito, e
produssero miracoli nelle teorie e nelle applicazioni. Al secolo de' lumi
succedette il secolo del progresso. Il genio di Vico fu il genio del secolo. E
accanto a lui risorsero con fama europea Bruno e Campanella. Il secolo riverì
ne' tre grandi italiani i suoi padri, il suo presentimento. E la Scienza nuova
fu la sua Bibbia, la sua leva intellettuale e morale. Ivi trovavano condensate
tutte le forze del secolo: la speculazione, l'immaginazione, l'erudizione. Di
là partiva quell'alta imparzialità di filosofo e di storico, quella giustizia
distributiva ne' giudizi, che fu la virtù del secolo. Passato e presente si
riconciliarono, pigliando ciascuno il suo posto nel corso fatale della storia.
E contro al fato non val collera, non giova dar di cozzo. Il dommatismo con la
sua infallibilità e lo scetticismo con la sua ironia cessero il posto alla
critica, quella vista superiore dello spirito consapevole, che riconosce se
stesso nel mondo, e non si adira contro se stesso.
La letteratura non potea sottrarsi a
questo movimento. Filosofia e storia diventano l'antecedente della critica
letteraria. L'opera d'arte non è considerata più come il prodotto arbitrario e
subiettivo dell'ingegno nell'immutabilità delle regole e degli esempi, ma come
un prodotto più o meno inconscio dello spirito del mondo in un dato momento
della sua esistenza. L'ingegno è l'espressione condensata e sublimata delle
forze collettive, il cui complesso costituisce l'individualità di una società o
di un secolo. L'idea gli è data con esso il contenuto; la trova intorno a sè,
nella società dove è nato, dove ha ricevuto la sua istruzione e la sua
educazione. Vive della vita comune contemporanea, salvo che di quella è in lui
più sviluppata l'intelligenza e il sentimento. La sua forza è di unirvisi in
ispirito, e questa unione spirituale dello scrittore e della sua materia è lo
stile. La materia o il contenuto non gli può dunque essere indifferente; anzi è
ivi che dee cercare le sue ispirazioni e le sue regole. Mutato il punto di
vista, mutati i criteri. La letteratura del Rinascimento fu condannata come
classica e convenzionale, e l'uso della mitologia fu messo in ridicolo.
Quegl'ideali tutti di un pezzo, ch'erano decorati col nome di
"classici", furono giudicati una contraffazione dell'ideale, l'idea
nella sua vuota astrazione, non nelle sue condizioni storiche, non nella
varietà della sua esistenza. Cadde la rettorica con le sue vuote forme, cadde
la poetica con le sue regole meccaniche e arbitrarie, rivenne su il vecchio
motto di Goldoni: "Ritrarre dal vero, non guastar la natura." Il più
vivo sentimento dell'ideale si accompagnò con la più paziente sollecitudine
della verità storica. L'epopea cesse il luogo al romanzo, la tragedia al
dramma. E nella lirica brillarono in nuovi metri le ballate, le romanze, le
fantasie e gl'inni. La naturalezza, la semplicità, la forza, la profondità,
l'affetto furono qualità stimate assai più che ogni dignità ed eleganza, come
quelle che sono intimamente connesse col contenuto. Dante, Shakespeare,
Calderon, Ariosto, reputati i più lontani dal classicismo, divennero gli astri
maggiori. Omero e la Bibbia, i poemi primitivi e spontanei, teologici o
nazionali, furono i prediletti. E spesso il rozzo cronista fu preferito
all'elegante storico, e il canto popolare alla poesia solenne. Il contenuto
nella sua nativa integrità valse più che ogni artificiosa trasformazione di
tempi posteriori. Furono sbanditi dalla storia tutti gli elementi fantastici e
poetici, tutte quelle pompe fattizie, che l'imitazione classica vi aveva
introdotto. E la poesia si accostò alla prosa, imitò il linguaggio parlato e le
forme popolari.
"Tutto questo fu detto
"romanticismo", "letteratura de' popoli moderni". La nuova
parola fece fortuna. La reazione ci vedeva un ritorno del medio evo e delle
idee religiose, una condanna dell'aborrito Rinascimento, soprattutto del più
aborrito secolo decimottavo. I liberali, non potendo pigliarsela co' governi,
se la pigliavano con Aristotele e co' classici e con la mitologia: piaceva
essere almeno in letteratura rivoluzionario e ribelle alle regole. Il sistema
era così vasto e vi si mescolavano idee e tendenze così diverse, che ciascuno
potea vederlo con la sua lente e pigliarvi ciò che gli era più comodo. I
governi lasciavan fare, contenti che le guerricciuole letterarie distraessero
le menti dalla cosa pubblica. In Italia ricomparivano i soliti fenomeni della
servitù: battaglie in favore e contro la Crusca, quistioni di lingua, diverbii
letterari, che finivano talora in denunzie politiche. La Proposta e il Sermone
all'Antonietta Costa erano i grandi avvenimenti che succedevano alla battaglia
di Waterloo. L'Italia risonò di puristi e lassisti, di classici e romantici. Il
giornalismo, mancata la materia politica, vi cercò il suo alimento. Il centro
più vivace di quei moti letterari era sempre Milano, dove erano più vicini e
più potenti gl'influssi francesi e germanici. Là s'inaugurava nel Caffè il
secolo decimottavo. E là s'inaugurava ora nel Conciliatore il secolo
decimonono. Manzoni ricordava Beccaria, e i Verri e i Baretti del nuovo secolo
si chiamavano Silvio Pellico, Giovanni Berchet e gli ospiti di casa Manzoni,
Tommaso Grossi e Massimo d'Azeglio, divenuto sposo di Giulia Manzoni, e anello
fra la Lombardia e il Piemonte, dove sorgevano nello stesso giro d'idee Cesare
Balbo e Vincenzo Gioberti. La vecchia generazione s'intrecciava con la nuova.
Vivevano ancora, memorie del regno d'Italia, Foscolo, Monti, Giovanni e
Ippolito Pindemonte, Pietro Giordani. Dirimpetto a Melchiorre Gioia vedevi
Sismondi, italiano di mente e di cuore; e mentre il vecchio Romagnosi scrivea
la Scienza della Costituzione, il giovane Antonio Rosmini pubblicava il
trattato Della origine delle idee. Spuntavano Camillo Ugoni, Felice Bellotti,
Andrea Maffei, il traduttore di Klopstock e di Schiller. Dirimpetto a' poeti
vedevi i critici, dilettanti pure di poesia, Giovanni Torti, Ermes Visconti,
Giovanni De Cristoforis, Samuele Biava. Nelle stesse file militavano Carlo
Porta, Niccolò Tommaseo, i fratelli Cesare e Ignazio Cantù, e Maroncelli, e
Confalonieri, e altri minori.
Cosa volevano i romantici, che levavano
così alto la voce nel Conciliatore? Parlavano con audacia giovanile della vecchia
generazione, s'inchinavano appena al gran padre Alighieri, vantavano gli
scrittori stranieri soprattutto inglesi e tedeschi, non volevano mitologia, si
beffavano delle tre unità, e delle regole si curavano poco, e non curvavano il
capo che innanzi alla ragione. Era il razionalismo o il libero pensiero
applicato alla letteratura da uomini che in religione predicavano fede e
autorità. I classici, al contrario, miscredenti e scettici nelle cose della
religione, erano qualificati superstiziosi in fatto di letteratura. Nè parea
ragionevole che Aristotele, detronizzato in filosofia, dovesse in letteratura
rimanere sul suo trono. La lotta fu viva tra il Conciliatore e la Biblioteca
italiana, a cui tenea bordone la Gazzetta di Milano. Vi si mescolavano ingenui
e furfanti, scrittori coscienziosi e mestieranti. E dopo molto contendere, fra
tante esagerazioni di offese e di difese, si venne in tale confusione di
giudizi, che oggi stesso non si sa cosa era il romanticismo, e in che si
distingueva sostanzialmente dal classicismo. Molti sostenevano che il Monti era
un ingegno romantico sotto apparenze classiche, e altri che Manzoni con
pretensioni romantiche era in verità un classico. Si cominciò a vedere chiaro,
quando fu posta da parte la parola "romanticismo", materia del
litigio, e si badò alla qualità della merce e non al suo nome. Al romanticismo,
importazione tedesca, si sostituì a poco a poco un altro nome, letteratura
nazionale e moderna. E su questo convennero tutti, romantici e classici. Il
romanticismo rimase in Italia legato con le idee della prima origine germanica,
diffuse dagli Schlegel e da' Tieck, in quella forma esagerata che prese in
Francia, capo Victor Hugo. Respingevano il paganesimo, e riabilitavano il medio
evo. Rifiutavano la mitologia classica, e preconizzavano una mitologia nordica.
Volevano la libertà dell'arte, e negavano la libertà di coscienza. Rigettavano
il plastico e il semplice dell'ideale classico, e vi sostituivano il gotico, il
fantastico, l'indefinito e il lugubre. Surrogavano il fattizio e il
convenzionale dell'imitazione classica con imitazioni fattizie e convenzionali
di peggior gusto. E per fastidio del bello classico idolatravano il brutto. Una
superstizione cacciava l'altra. Ciò che era legittimo e naturale in Shakespeare
e in Calderon, diveniva strano, grossolano, artificiale in tanta distanza di
tempi, in tanta differenza di concepire e di sentire. Il romanticismo in questa
sua esagerazione tedesca e francese non attecchì in Italia, e giunse appena a
scalfire la superficie. I pochi tentativi non valsero che a meglio accentuare
la ripugnanza del genio italiano. E i romantici furono lieti, quando poterono
gittar via quel nome d'imprestito, fonte di tanti equivoci e litigi, e prendere
un nome accettato da tutti. Anche in Germania il romanticismo fu presto
attirato nelle alte regioni della filosofia, e, spogliatosi quelle forme
fantastiche e quel contenuto reazionario, riuscì sotto nome di
"letteratura moderna" nell'ecletismo, nella conciliazione di tutti
gli elementi e di tutte le forme sotto i princìpi superiori dell'estetica, o
della filosofia dell'arte.
Pigliando il romanticismo in quel suo
primo stadio, quando si affermava come distinto, anzi in contraddizione col
secolo scorso, e movea guerra ad Alfieri e proclamava una nuova riforma
letteraria, il suo torto fu di non accorgersi che esso era in sostanza non la
contraddizione, ma la conseguenza di quel secolo appunto, contro il quale
armeggiava. In Germania l'idea romantica sorse in opposizione all'imitazione
francese così alla moda sotto il gran Federico. Era una esagerazione, ma in
quell'esagerazione si costituivano le prime basi di una letteratura nazionale,
dalla quale uscivano Schiller e Goethe. E fu lavoro del secolo decimottavo.
Schiller fu contemporaneo di Alfieri. Quando l'idea romantica s'affacciò in
Italia, già in Germania era scaduta, trasformatasi in un concetto dell'arte
filosofico e universale. Goethe era già alla sua terza maniera, a quel suo
spiritualismo panteistico, che produceva il Faust. Il romanticismo veniva
dunque in Italia troppo tardi, come fu poi dell'eghelismo. parve a noi un
progresso ciò che in Germania la coltura aveva già oltrepassato e assorbito. La
riforma letteraria in Italia, tanto strombazzata, non cominciava, ma
continuava. Essa era cominciata nel secolo scorso. Era appunto la nuova
letteratura, inaugurata da Goldoni e Parini, al tempo stesso che in Germania si
gittavano le fondamenta della coltura tedesca. La differenza era questa, che la
Germania reagiva contro l'imitazione francese e acquistava coscienza della sua
autonomia intellettuale; dove l'Italia, associandosi alla coltura europea,
reagiva contro la sua solitudine e la sua stagnazione intellettuale. L'Italia
entrava nel grembo della coltura europea, e vi prendea il suo posto, cacciando
via da sè una parte di sè, il seicentismo, l'Arcadia e l'accademia; la Germania
al contrario iniziava la sua riforma intellettuale, rimovendo da sè la coltura
francese, e riannodandosi alle sue tradizioni. L'influenza francese non fu che
una breve deviazione nel movimento di continuità della vita tedesca, movimento
fortificato nella lotta d'indipendenza, e che portò quel popolo nel secolo
decimonono ad una chiara coscienza della sua autonomia nazionale e della sua
superiorità intellettuale. Perciò la riforma tedesca procedette armonica e
pacata con passaggi chiari, con progresso rapido, con intima consonanza in
tutt'i rami dello scibile, non ricevendo ma dando l'impulso alla coltura
europea. Esclusiva ed esagerata nel principio sotto nome di "romanticismo",
la sua coltura in breve tempo abbracciò tutti gli orizzonti, e conciliò tutti
gli elementi della storia in una vasta unità, della quale rimane monumento
colossale la Divina Commedia della coltura moderna, il Faust. Ivi tutte le
religioni e tutte le colture, tutti gli elementi e tutte le forme, si danno la
mano e si riconoscono partecipi del redivivo Pane, sottoposte alle stesse
leggi, spirito o natura, espressioni di una sola idea, già inconsapevoli e
nemiche, ora unificate dall'occhio ironico della coscienza. Indi quella suprema
indifferenza verso le forme, che fu detto lo "scetticismo" di Goethe,
ed era la serenità olimpica di una intelligenza superiore, la tolleranza di
tutte le differenze riconciliate e armonizzate nel mondo superiore della
filosofia e dell'arte. Così il misticismo romantico si trasformava
nell'idealismo panteistico, l'idea cristiana nell'idea filosofica, il Cristo
del Vangelo nel Cristo di Strauss, la teologia s'inabissava nella filosofia, il
domma e il dubbio si fondevano nella critica, e il famoso "cogito"
trovava il suo punto di arrivo e di fermata nella coscienza di sè, come spirito
del mondo morale e naturale: punto d'arrivo divenuto stagnante nel superficiale
ecletismo francese.
Quando Manzoni, tutto ancora pieno di
Alfieri, fu a Parigi, ebbe le sue prime impressioni da quei circoli letterari
che facevano opposizione all'Impero, e dove abitava lo spirito di Châteaubriand
e madama di Staël. Di là gli venne un riflesso della Germania, e si diede alla
storia di quella letteratura. Strinse relazioni con uomini illustri delle due
grandi nazioni; Cousin lo chiamava il suo "amico", Fauriel e Goethe
mettevano su il giovine poeta. Il suo orizzonte si allargò, vide nuovi mondi, e
reagì contro la sua educazione letteraria, contro le sue adorazioni giovanili,
contro Alfieri e Monti. A Milano, caduto il regno d'Italia, le nuove idee
raccolsero intorno a sè i giovani, e Manzoni divenne il capo della scuola
romantica. Così, mentre la Germania, percorso il ciclo filosofico e ideale
della sua coltura, si travagliava intorno all'applicazione in tutte le sue
scienze sociali o naturali, in Italia si disputava ancora de' princìpi.
Naturalmente, nè Manzoni nè altri poteva assimilarsi tutto il movimento
germanico, lavoro di un secolo, e non lo vedevano che nella sua parte iniziale
e superficiale. Ammiravano Schiller, Goethe, Herder, Kant, Fichte, Schelling,
ma conoscevano assai meglio i nostri filosofi e letterati, e di quelli veniva
loro come un'eco, spesso per studi e giudizi di seconda mano, spesso per
intramessa di scrittori francesi. Rimasero essi dunque nella loro spontaneità,
ponendo le quistioni come le si ponevano in Italia, con argomenti e metodi
propri; e ne uscì un romanticismo locale, puro di stravaganze ed esagerazioni
forestiere, accomodato allo stato della coltura, timido nelle innovazioni, e
tenuto in freno dalle tradizioni letterarie e dal carattere nazionale. Un
romanticismo così fatto non era che lo sviluppo della nuova letteratura sorta
col Parini, e rimaneva nelle sue forme e ne' suoi colori prettamente italiano.
In effetti, i punti sostanziali di questo
romanticismo concordano col movimento iniziato nel secolo scorso, e non è
maraviglia che la lotta continuata con tanto furore e con tanta confusione finì
nella piena indifferenza del popolo italiano, che riconosceva se stesso nelle
due schiere. Volevano i romantici che l'Italia lasciasse i temi classici? E già
n'era venuto il fastidio, e avevi l'Ossian, il Saul, la Ricciarda, il Bardo
della selva nera. Volevano che i personaggi fossero presi dal vero? E che le
forme fossero semplici e naturali? Ed ecco là Goldoni, che predicava il
medesimo. Spregiavano la vuota forma? E sotto questa bandiera avevano militato
Parini, Alfieri e Foscolo, e appunto la risurrezione del contenuto, la ristorazione
della coscienza era il carattere della nuova letteratura. Cosa erano le tre
unità e la mitologia, pomo della discordia, se non quistioni accessorie nella
stessa famiglia? Fino un concetto del mondo meno assoluto e rigido, umano e
anco religioso, intravedevi ne' Sepolcri di Foscolo e d'Ippolito Pindemonte.
Adunque la scuola romantica, se per il suo nome, per le sue relazioni, pe' suoi
studi, e per le sue impressioni si legava a tradizioni tedesche e a mode
francesi, rimase nel fondo scuola italiana per il suo accento, le sue
aspirazioni, le sue forme, i suoi motivi; anzi fu la stessa scuola del secolo
andato, che dopo le grandi illusioni e i grandi disinganni ritornava a' suoi
princìpi, alla naturalezza di Goldoni e alla temperanza di Parini. Erano di quella
scuola più i romantici, i quali avevano aria di combatterla, che i classici,
suoi eredi di nome, ma eredi degeneri, appo i quali la sua vitalità si mostrava
esaurita nella pomposa vacuità di Monti e nel purismo rettorico di Pietro
Giordani. La scuola andava visibilmente declinando sotto il regno d'Italia, e
non avendo più novità di contenuto, si girava in se stessa, divenuta sotto nome
di "purismo" un gioco di frasi, intenta alla purità del Trecento e
all'eleganza del Cinquecento. Ritornavano in voga i grammatici, i linguisti e i
retori; ripullulava sotto altro nome l'Arcadia e l'accademia. Così fu possibile
la Storia americana di Carlo Botta, uscita a Parigi quando appunto uscirono
gl'Inni; e fu tal cosa che gli stessi accademici della Crusca si sentirono
oltrepassati e domandavano che lingua era quella. Furono i romantici che,
insorgendo contro la scuola, la rinsanguarono, e in aria di nemici furono i
suoi veri eredi. Essi le apersero nuovo contenuto e nuovo ideale, le
spogliarono la sua vernice classica e mitologica, l'accostarono a forme
semplici, naturali, popolari, sincere, libere da ogni involucro artificiale e
convenzionale, dalle esagerazioni rettoriche e accademiche, dalle vecchie
abitudini letterarie non ancor dome, di cui vedi le orme anche tra gli sdegni
di Alfieri e di Foscolo. Come, sotto forma di reazione, essi erano la stessa
rivoluzione, che moderandosi e disciplinandosi ripigliava le sue forze, tirando
anche Dio al progresso e alla democrazia; così, sotto forma di opposizione,
essi erano la nuova letteratura di Goldoni e di Parini che si spogliava gli
ultimi avanzi del vecchio, acquistava una coscienza più chiara delle sue
tendenze, e, lasciando gl'ideali rigidi e assoluti, prendeva terra, si
accostava al reale.
Questo sentimento più vivo del reale era
anche penetrato nel popolo italiano. Non era più il popolo accademico, che
batteva le mani in teatro alla Virginia e all'Aristodemo e applaudiva
all'Italia ne' sonetti e nelle canzoni. Vide la libertà sotto tutte le sue
forme, nelle sue illusioni, nelle sue promesse, ne' suoi disinganni, nelle sue
esagerazioni. Il regno d'Italia, la spedizione di Murat, le promesse degli
alleati, la lotta d'indipendenza della Spagna e della Germania, l'insorgere
della Grecia e del Belgio aguzzavano il sentimento nazionale: l'unità d'Italia
non era più un tema rettorico, era uno scopo serio, a cui si drizzavano le
menti e le volontà. I più arditi e impazienti cospiravano nelle società
secrete, contro le quali si ordinavano anche secretamente i sanfedisti. Fatto
vecchio era questo. Ma il fatto nuovo era, che nella grande maggioranza della
gente istrutta si andava formando una coscienza politica, il senso del limite e
del possibile: la rettorica e la declamazione non avea più presa sugli animi.
La grandezza degli ostacoli rendea modesti i desidèri, e tirava gli spiriti
dalle astrazioni alla misura dello scopo e alla convenienza de' mezzi. La
libertà trovava il suo limite nelle forme costituzionali, e il sentimento
nazionale nel concetto di una maggiore indipendenza verso gli stranieri. Una
nuova parola venne su: non si disse più rivoluzione, si disse
"progresso". E fu il maestoso cammino dell'idea nello spazio e nel
tempo verso un miglioramento indefinito della specie, morale e naturale. Il
progresso divenne la fede, la religione del secolo. Ed avea il suo
lasciapassare, perchè cacciava quella maledetta parola che era la
"rivoluzione", e significava la naturale evoluzione della storia, e
condannava le violente mutazioni. Il progresso raccomandava pazienza a' popoli,
dimostrava compatibile ogni miglioramento con ogni forma di governo, e si
accordava con la filosofia cristiana, che predicava fiducia in Dio, preghiera e
rassegnazione. Oltre a ciò, "libertà", "rivoluzione"
indicavano scopi immediati e non tollerabili ai governi, dove progresso nel suo
senso vago abbracciava ogni miglioramento, e dava agio a' principi di
acquistarsi lode a buon mercato, promovendo, non fosse altro, miglioramenti
speciali, che parevano innocui, com'erano le strade ferrate, l'illuminazione a
gas, i telegrafi, la libertà del commercio, gli asili d'infanzia, i congressi
scientifici, i comizi agrarii. A poco a poco i liberali tornarono là ond'erano
partiti, e non potendo vincere i governi, li lusingarono, sperarono riforme di
principi, anche del papa, rifacevano i tempi di Tanucci, di Leopoldo, di
Giuseppe, e rifacevano anche un po' quell'arcadia. Certo, una teoria del
progresso, che se ne rimetteva a Dio e all'Idea, dovea condurre a un fatalismo
musulmano, e rendendo i popoli troppo facilmente appagabili, potea sfibrare i
caratteri, trasformare il liberalismo in una nuova arcadia, come temea Giuseppe
Mazzini, che vi contrapponeva la Giovine Italia. Pure i moti repressi del
Ventuno e del Trentuno, i vari tentativi mazziniani mal riusciti, la politica
del non intervento delle nazioni liberali, la potenza riputata insuperabile
dell'Austria, la forza e la severità de' governi, le fila spesso riannodate e
spesso rotte, disponevano gli animi ad uno studio più attento de' mezzi, li
piegavano a' compromessi, fortificavano il senso politico, rendevano impopolare
la dottrina del "tutto o niente". Lo stesso Mazzini, ch'era
all'avanguardia, avea nel suo linguaggio e nelle sue formole quell'accento di
misticismo e di vaporoso idealismo che era penetrato nella filosofia e nelle
lettere, e che lo chiariva uomo del secolo, e mostravasi anche lui disposto a
tener conto delle condizioni reali della pubblica opinione, e a sacrificarvi
una parte del suo ideale. Così, rammorbidite le passioni, confidenti nel progresso
naturale delle cose, e persuasi che anche sotto i cattivi governi si può
promuovere la coltura e la pubblica educazione, i più smessero l'azione diretta
e si diedero agli studi: fiorirono le scienze, si sviluppò il senso artistico e
il genio della musica e del canto; la Taglioni e la Malibran, la Rachel e la
Ristori, Rossini e Bellini, le dispute scientifiche e letterarie, i romanzi
francesi e italiani occupavano nella vita quel posto che la politica lasciava
vuoto. In breve spazio uscivano in luce il Carmagnola, l'Adelchi e i Promessi
sposi, la Pia del Sestini; la Fuggitiva, l'Ildegonda, i Crociati e il Marco
Visconti del Grossi, la Francesca da Rimini del Pellico, la Margherita Pusterla
del Cantù, l'Ettore Fieramosca e più tardi il Niccolò de' Lapi di Massimo
d'Azeglio. Ultime venivano con più solenne impressione le Mie prigioni. Ciclo
letterario che fu detto romantico, un romanticismo italiano, che facea vibrare
le corde più soavi dell'uomo e del patriota, con quella misura, con
quell'ideale internato nella storia, con quella storia fremente d'intenzioni
patriottiche, con quella intimità malinconica di sentimento, con quella finezza
di analisi nella maggiore semplicità de' motivi, che rivelava uno spirito
venuto a maturità e ne' suoi ideali studioso del reale. Con tinte più crude e
con intenzioni più ardite comparivano l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di
Firenze.
Ciascuno sentiva sotto la scorza del medio
evo palpitare le nostre aspirazioni: le minime allusioni, le più lontane
somiglianze erano còlte a volo da un pubblico che si sentiva uno con gli
scrittori. Il romanticismo perdette la serietà del suo contenuto; la parola
stessa usciva di moda. Il medio evo non fu più materia trattata con intenzioni
storiche e positive. Fu l'involucro de' nostri ideali, l'espressione abbastanza
trasparente delle nostre speranze. Si sceglievano argomenti, che meglio
rappresentassero il pensiero o il sentimento pubblico, come era la Lega
lombarda, trasformata in lotta italiana contro la Germania. Massimo d'Azeglio,
che segna il passaggio dalla maniera principalmente artistica de' romantici ad
una rappresentazione più svelatamente politica, volgeva in mente un terzo
romanzo, che dovea avere per materia la Lega lombarda. Il pittore arieggiava
allo scrittore. Uscivano dal suo pennello la Sfida di Barletta, il Brindisi di
Francesco Ferruccio, la Battaglia di Gavinana, la Difesa di Nizza, la Battaglia
di Torino. Il medesimo era del misticismo. L'ispirazione artistica, da cui
erano usciti gl'Inni e il Cinque maggio e l'Ermengarda, non fu più il quadro,
fu l'accessorio, un semplice colore attaccaticcio sopra un fondo estraneo,
filosofico e politico. Vennero gl'inni alle scienze, alle arti, gl'inni di
guerra. Rimasero madonne, angioli, santi e paradiso, a quel medesimo modo che
prima Pallade, Venere e Cupido, semplici ornamenti e macchine poetiche,
estranee all'intimo spirito della composizione, o puramente arcadiche. Dove la
poesia gitta via ogni involucro romantico e classico, è ne' versi del Berchet.
E non poco vi contribuì lord Byron, vivuto lungo tempo in Venezia, di cui si
sentono i fieri accenti nell'Esule di Parga. Se Giovanni Berchet fosse rimasto
in Italia, probabilmente il suo genio sarebbe rimasto inviluppato nelle
allusioni e nelle ombre del romanticismo. Ma esule portava a Londra i dolori e
i furori della patria tradita e vinta. Fu l'accento della collera nazionale in
una lirica, che, lasciate le generalità de' sonetti e delle canzoni, s'innestò
al dramma, e colse la vita nelle più patetiche situazioni.
La voce
possente di questa lirica drammatica giunse solitaria in un'Italia, dove i
secondi fini della prudenza politica avevano rintuzzata la verità e virilità
dell'espressione. Si era trovata una specie di modus vivendi, come si direbbe
oggi, una conciliazione provvisoria tra principi e popoli. I freni si
allentavano, ci era una maggiore libertà di scrivere, di parlare, di riunirsi,
sempre in nome del progresso, della coltura, della civiltà: gli avversari erano
detti "oscurantisti". I principi facevano bocca da ridere; promettevano
riforme; e sino il più restio, Ferdinando II, chiamava alle cattedre, alla
magistratura, a' ministeri uomini colti, e per bocca di monsignor Mazzetti
annunziava un largo riordinamento degli studi. Che si voleva più? I liberali,
con quel senso squisito dell'opportunità che ha ciascuno nell'interesse
proprio, inneggiavano a' principi, stringevano la mano a' preti, fino ridevano
a' gesuiti. Fu allora che apparve in Italia un'opera stranissima, il Primato di
Vincenzo Gioberti. Ivi con molta facilità di eloquio, con grande apparato di
erudizione, con superbia e ricercatezza di formole si proclamava il primato
della civiltà italiana riannodata attraverso le glorie romane alle tradizioni
italo-pelasgiche, fondata sul papato restitutore della religione nella sua
purità, riconciliato con le idee moderne, e tendente all'autocrazia
dell'ingegno e al riscatto delle plebi. La creazione sostituita al divenire
egheliano rimetteva le gambe al soprannaturale e alla rivelazione, tutto il
Risorgimento era dichiarato eterodosso o acattolico, e il presente si
ricongiungeva immediatamente col medio evo. Era la conciliazione politica
sublimata a filosofia, era la filosofia costruita ad uso del popolo italiano.
Frate Campanella pareva uscito dalla sua tomba. L'impressione fu immensa.
Sembrò che ci fosse alfine una filosofia italiana. Vi si vedevano conciliate
tutte le opposizioni, il papa a braccetto co' principi, i principi riamicati a'
popoli, Il misticismo internato nel socialismo, Dio e progresso, gerarchia e
democrazia, un bilanciere universale. Il movimento era visibilmente politico,
non religioso e non filosofico. E ciò che ne uscì, non fu già nè una riforma
religiosa nè un movimento intellettuale, ma un moto politico, tenuto in piede
dall'equivoco, e crollato al primo urto de' fatti. Questa era la faccia della
società italiana. Era un ambiente, nel quale anche i più fieri si accomodavano,
non scontenti del presente, fiduciosi nell'avvenire: i liberali biascicavano
"paternostri", e i gesuiti biascicavano "progresso e riforme".
La situazione in fondo era comica, e il poeta che seppe coglierne tutt'i
segreti fu Giuseppe Giusti. La Toscana, dopo una prodigiosa produzione di tre
secoli, non aveva più in mano l'indirizzo letterario d'Italia. Si era
addormentata col riso del Berni sul labbro. La Crusca l'aveva inventariata e
imbalsamata. Resistè più che potè nel suo sonno, respingendo da sè gl'impulsi
del secolo decimottavo. Quando si sentì il bisogno di una lingua meno
accademica, prossima per naturalezza e brio al linguaggio parlato, molti si
diedero al dialetto locale, altri si gittarono alle forme francesi, altri col
padre Cesari a capo l'andavano pescando nel Trecento. Non veniva innanzi la
soluzione più naturale: cercarla colà dove era parlata, cercarla in Toscana. La
rivoluzione avea ravvicinati gl'italiani, suscitati interessi, idee, speranze
comuni. Firenze, la città prediletta di Alfieri e di Foscolo, dopo il Ventuno
vide nelle sue mura accolti esuli illustri di altre parti d'Italia. Grazie al
Vieusseux, vi sorgeva un centro letterario in gara con quello di Milano.
Manzoni e D'Azeglio andavano pe' colli di Pistoia raccattando voci e proverbi
della lingua viva. Gl'italiani si studiavano di comparire toscani; i toscani,
come Niccolini e Guerrazzi, si studiavano di assimilarsi lo spirito italiano.
Risorgeva in Firenze una vita letteraria, dove l'elemento locale prima timido e
come sopraffatto ripigliava la sua forza con la coscienza della sua vitalità.
Firenze riacquistava il suo posto nella coltura italiana per opera di Giuseppe
Giusti. Sembrava un contemporaneo di Lorenzo de' Medici che gittasse una
occhiata ironica sulla società quale l'aveva fatta il secolo decimonono. Quelle
finezze politiche, quelle ipocrisie dottrinali, quella mascherata universale,
sotto la quale ammiccavano le idee liberali gli "Arlecchini", i
"Girella", gli "eroi da poltrona", furono materia di un
riso non privo di tristezza. Era Parini tradotto dal popolino di Firenze, con
una grazia e una vivezza che dava l'ultimo contorno alle immagini e le fissava
nella memoria. Ciascun sistema d'idee medie nel suo studio di contentare e
conciliare gli estremi va a finire irreparabilmente nel comico. Tutto
quell'equilibrio dottrinale così laboriosamente formato del secolo decimonono,
tutta quella vasta sistemazione e conciliazione dello scibile in costruzioni
ideali, quel misticismo impregnato di metafisica, quella metafisica del divino
e dell'assoluto declinante in teologia, quel volterianismo inverniciato d'acqua
benedetta, tutto si dissolveva innanzi al ghigno di Giuseppe Giusti.
Giacomo Leopardi segna il termine di
questo periodo. La metafisica in lotta con la teologia si era esaurita in
questo tentativo di conciliazione. La moltiplicità de' sistemi avea tolto
credito alla stessa scienza. Sorgeva un nuovo scetticismo che non colpiva più
solo la religione o il soprannaturale, colpiva la stessa ragione. La metafisica
era tenuta come una succursale della teologia. L'idea sembrava un sostituto
della provvidenza. Quelle filosofie della storia, delle religioni, dell'umanità,
del dritto avevano aria di costruzioni poetiche. La teoria del progresso o del
fato storico nelle sue evoluzioni sembrava una fantasmagoria. L'abuso degli
elementi provvidenziali e collettivi conduceva diritto all'onnipotenza dello
Stato, al centralismo governativo. L'ecletismo pareva una stagnazione
intellettuale, un mare morto. L'apoteosi del successo rintuzzava il senso
morale, incoraggiava tutte le violenze. Quella conciliazione tra il vecchio ed
il nuovo, tollerata pure come temporanea necessità politica, sembrava in fondo
una profanazione della scienza, una fiacchezza morale. Il sistema non
attecchiva più: cominciava la ribellione. Mancata era la fede nella
rivelazione: mancava ora la fede nella stessa filosofia. Ricompariva ii
mistero. Il filosofo sapeva quanto il pastore. Di questo mistero fu l'eco
Giacomo Leopardi nella solitudine del suo pensiero e del suo dolore. Il suo
scetticismo annunzia la dissoluzione di questo mondo teologico-metafisico, e
inaugura il regno dell'arido vero, del reale. I suoi Canti sono le più profonde
e occulte voci di quella transizione laboriosa che si chiamava "secolo
decimonono". Ci si vede la vita interiore sviluppatissima. Ciò che ha
importanza, non è la brillante esteriorità di quel secolo del progresso, e non
senza ironia vi si parla delle "sorti progressive" dell'umanità. Ciò
che ha importanza è l'esplorazione del proprio petto, il mondo interno, virtù,
libertà, amore, tutti gl'ideali della religione, della scienza e della poesia,
ombre e illusioni innanzi alla sua ragione e che pur gli scaldano il cuore, e
non vogliono morire. Il mistero distrugge il suo mondo intellettuale, lascia
inviolato il suo mondo morale. Questa vita tenace di un mondo interno, malgrado
la caduta di ogni mondo teologico e metafisico, è l'originalità di Leopardi, e
dà al suo scetticismo una impronta religiosa. Anzi è lo scetticismo di un
quarto d'ora quello in cui vibra un così energico sentimento del mondo morale.
Ciascuno sente lì dentro una nuova formazione.
L'istrumento di questa rinnovazione è la
critica, covata e cresciuta nel seno stesso dell'ecletismo. Il secolo sorto con
tendenze ontologiche e ideali avea posto esso medesimo il principio della sua
dissoluzione: l'idea vivente, calata nel reale. Nel suo cammino il senso del reale
si va sempre più sviluppando, e le scienze positive prendono il di sopra,
cacciando di nido tutte le costruzioni ideali e sistematiche. I nuovi dogmi
perdono il credito. Rimane intatta la critica. Ricomincia il lavoro paziente
dell'analisi. Ritorna a splendere sull'orizzonte intellettuale Galileo
accompagnato con Vico. La rivoluzione, arrestata e sistemata in organismi
provvisori ripiglia la sua libertà, si riannoda all'Ottantanove, tira le
conseguenze. Comparisce il socialismo nell'ordine politico, il positivismo
nell'ordine intellettuale. Il verbo non è più solo "libertà", ma
"giustizia", la parte fatta a tutti gli elementi reali
dell'esistenza, la democrazia non solo giuridica ma effettiva. La letteratura
si va anche essa trasformando. Rigetta le classi, le distinzioni, i privilegi.
Il brutto sta accanto al bello, o, per dir meglio, non c'è più nè bello, nè
brutto, non ideale, e non reale, non infinito, e non finito. L'idea non si
stacca, non soprastà al contenuto. Il contenuto non si spicca dalla forma. Non
ci è che una cosa, il vivente. Dal seno dell'idealismo comparisce il realismo
nella scienza, nell'arte, nella storia. È un'ultima eliminazione di elementi
fantastici, mistici, metafisici e rettorici. La nuova letteratura, rifatta la
coscienza, acquistata una vita interiore, emancipata da involucri classici e
romantici, eco della vita contemporanea universale e nazionale, come filosofia,
come storia, come arte, come critica, intenta a realizzare sempre più il suo
contenuto, si chiama oggi ed è la "letteratura moderna".
L'Italia, costretta a lottare tutto un
secolo per acquistare l'indipendenza e le istituzioni liberali, rimasta in un
cerchio d'idee e di sentimenti troppo uniforme e generale, subordinato a' suoi
fini politici, assiste ora al disfacimento di tutto quel sistema
teologico-metafisico-politico, che ha dato quello che le potea dare.
L'ontologia con le sue brillanti sintesi avea soverchiate le tendenze positive
del secolo. Ora è visibilmente esaurita, ripete se stessa, diviene accademica,
perchè accademia e arcadia è la forma ultima delle dottrine stazionarie. Vedete
Cousin col suo ecletismo dottrinario. Vedete il Prati in Satana e le Grazie e
nell'Armando. Vedete la Storia universale di Cesare Cantù. Erede dell'ontologia
è la critica, nata con essa, non ancor libera di elementi fantastici e
dommatici attinti nel suo seno, come si vede in Proudhon, in Renan, in Ferrari,
ma con visibile tendenza meno a porre e a dimostrare che a investigare. La
paziente e modesta monografia prende il posto delle sintesi filosofiche e
letterarie. I sistemi sono sospetti, le leggi sono accolte con diffidenza, i
princìpi più inconcussi sono messi nel crogiuolo, niente si ammette più, che
non esca da una serie di fatti accertati. Accertare un fatto desta più interesse
che stabilire una legge. Le idee, i motti, le formole, che un giorno destavano
tante lotte e tante passioni, sono un repertorio di convenzione, non
rispondenti più allo stato reale dello spirito. C'è passato sopra Giacomo
Leopardi. Diresti che proprio appunto, quando s'è formata l'Italia, si sia
sformato il mondo intellettuale e politico da cui è nata. Parrebbe una
dissoluzione, se non si disegnasse in modo vago ancora ma visibile un nuovo
orizzonte. Una forza instancabile ci sospinge, e, appena quietate certe
aspirazioni, si affacciano le altre.
L'Italia è stata finora avviluppata come
di una sfera brillante, la sfera della libertà e della nazionalità, e ne è nata
una filosofia e una letteratura, la quale ha la sua leva fuori di lei, ancorchè
intorno a lei. Ora si dee guardare in seno, dee cercare se stessa: la sfera dee
svilupparsi e concretarsi come sua vita interiore. L'ipocrisia religiosa, la
prevalenza delle necessità politiche, le abitudini accademiche, i lunghi ozi,
le reminiscenze d'una servitù e abbiezione di parecchi secoli, gl'impulsi
estranei soprapposti al suo libero sviluppo, hanno creata una coscienza
artificiale e vacillante, le tolgono ogni raccoglimento, ogn'intimità. La sua
vita è ancora esteriore e superficiale. Dee cercare se stessa, con vista
chiara, sgombra da ogni velo e da ogni involucro, guardando alla cosa
effettuale, con lo spirito di Galileo, di Machiavelli. In questa ricerca degli
elementi reali della sua esistenza, lo spirito italiano rifarà la sua coltura,
ristaurerà il suo mondo morale, rinfrescherà le sue impressioni, troverà nella
sua intimità nuove fonti d'ispirazione, la donna, la famiglia, la natura,
l'amore, la libertà, la patria, la scienza, la virtù, non come idee brillanti,
viste nello spazio, che gli girino intorno, ma come oggetti concreti e
familiari, divenuti il suo contenuto.
Una letteratura simile suppone una seria
preparazione di studi originali e diretti in tutt'i rami dello scibile, guidati
da una critica libera da preconcetti e paziente esploratrice, e suppone pure
una vita nazionale, pubblica e privata, lungamente sviluppata. Guardare in noi,
ne' nostri costumi, nelle nostre idee, ne' nostri pregiudizi, nelle nostre
qualità buone e cattive, convertire il mondo moderno in mondo nostro,
studiandolo, assimilandocelo e trasformandolo, "esplorare il proprio
petto" secondo il motto testamentario di Giacomo Leopardi: questa è la
propedeutica alla letteratura nazionale moderna, della quale compariscono
presso di noi piccoli indizi con vaste ombre. Abbiamo il romanzo storico, ci
manca la storia e il romanzo. E ci manca il dramma. Da Giuseppe Giusti non è
uscita ancora la commedia. E da Leopardi non è uscita ancora la lirica.
C'incalza ancora l'accademia, l'arcadia, il classicismo e il romanticismo.
Continua l'enfasi e la rettorica, argomento di poca serietà di studi e di vita.
Viviamo molto sul nostro passato e del lavoro altrui. Non ci è vita nostra e
lavoro nostro. E da' nostri vanti s'intravede la coscienza della nostra
inferiorità. Il grande lavoro del secolo decimonono è al suo termine.
Assistiamo ad una nuova fermentazione d'idee, nunzia di una nuova formazione.
Già vediamo in questo secolo disegnarsi il nuovo secolo. E questa volta non
dobbiamo trovarci alla coda, non a' secondi posti.