GERUSALEMME LIBERATA

POEMA DEL SIGNOR TORQUATO TASSO AL SERENISSIMO SIGNORE IL SIGNOR DONNO ALFONSO II D'ESTE DUCA DI FERRARA

 

CANTO PRIMO

1 Canto l'arme pietose e 'l capitano

che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.

Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,

molto soffrí nel glorioso acquisto;

e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano

s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.

Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi

segni ridusse i suoi compagni erranti.

2 O Musa, tu che di caduchi allori

non circondi la fronte in Elicona,

ma su nel cielo infra i beati cori

hai di stelle immortali aurea corona,

tu spira al petto mio celesti ardori,

tu rischiara il mio canto, e tu perdona

s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte

d'altri diletti, che de' tuoi, le carte.

3 Sai che là corre il mondo ove piú versi

di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,

e che 'l vero, condito in molli versi,

i piú schivi allettando ha persuaso.

Cosí a l'egro fanciul porgiamo aspersi

di soavi licor gli orli del vaso:

succhi amari ingannato intanto ei beve,

e da l'inganno suo vita riceve.

4 Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli

al furor di fortuna e guidi in porto

me peregrino errante, e fra gli scogli

e fra l'onde agitato e quasi absorto,

queste mie carte in lieta fronte accogli,

che quasi in voto a te sacrate i' porto.

Forse un dí fia che la presaga penna

osi scriver di te quel ch'or n'accenna.

5 È ben ragion, s'egli averrà ch'in pace

il buon popol di Cristo unqua si veda,

e con navi e cavalli al fero Trace

cerchi ritòr la grande ingiusta preda,

ch'a te lo scettro in terra o, se ti piace,

l'alto imperio de' mari a te conceda.

Emulo di Goffredo, i nostri carmi

intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.

6 Già 'l sesto anno volgea, ch'in oriente

passò il campo cristiano a l'alta impresa;

e Nicea per assalto, e la potente

Antiochia con arte avea già presa.

L'avea poscia in battaglia incontra gente

di Persia innumerabile difesa,

e Tortosa espugnata; indi a la rea

stagion diè loco, e 'l novo anno attendea.

7 E 'l fine omai di quel piovoso inverno,

che fea l'arme cessar, lunge non era;

quando da l'alto soglio il Padre eterno,

ch'è ne la parte piú del ciel sincera,

e quanto è da le stelle al basso inferno,

tanto è piú in su de la stellata spera,

gli occhi in giú volse, e in un sol punto e in una

vista mirò ciò ch'in sé il mondo aduna.

8 Mirò tutte le cose, ed in Soria

s'affisò poi ne' principi cristiani;

e con quel guardo suo ch'a dentro spia

nel piú secreto lor gli affetti umani,

vide Goffredo che scacciar desia

de la santa città gli empi pagani,

e pien di fé, di zelo, ogni mortale

gloria, imperio, tesor mette in non cale.

9 Ma vede in Baldovin cupido ingegno,

ch'a l'umane grandezze intento aspira:

vede Tancredi aver la vita a sdegno,

tanto un suo vano amor l'ange e martira:

e fondar Boemondo al novo regno

suo d'Antiochia alti princípi mira,

e leggi imporre, ed introdur costume

ed arti e culto di verace nume;

10 e cotanto internarsi in tal pensiero,

ch'altra impresa non par che piú rammenti:

scorge in Rinaldo e animo guerriero

e spirti di riposo impazienti;

non cupidigia in lui d'oro o d'impero,

ma d'onor brame immoderate, ardenti:

scorge che da la bocca intento pende

di Guelfo, e i chiari antichi essempi apprende.

11 Ma poi ch'ebbe di questi e d'altri cori

scòrti gl'intimi sensi il Re del mondo,

chiama a sé da gli angelici splendori

Gabriel, che ne' primi era secondo.

È tra Dio questi e l'anime migliori

interprete fedel, nunzio giocondo:

giú i decreti del Ciel porta, ed al Cielo

riporta de' mortali i preghi e 'l zelo.

12 Disse al suo nunzio Dio: "Goffredo trova,

e in mio nome di' lui: perché si cessa?

perché la guerra omai non si rinova

a liberar Gierusalemme oppressa?

Chiami i duci a consiglio, e i tardi mova

a l'alta impresa: ei capitan fia d'essa.

Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra,

già suoi compagni, or suoi ministri in guerra."

13 Cosí parlogli, e Gabriel s'accinse

veloce ad esseguir l'imposte cose:

la sua forma invisibil d'aria cinse

ed al senso mortal la sottopose.

Umane membra, aspetto uman si finse,

ma di celeste maestà il compose;

tra giovene e fanciullo età confine

prese, ed ornò di raggi il biondo crine.

14 Ali bianche vestí, c'han d'or le cime,

infaticabilmente agili e preste.

Fende i venti e le nubi, e va sublime

sovra la terra e sovra il mar con queste.

Cosí vestito, indirizzossi a l'ime

parti del mondo il messaggier celeste:

pria sul Libano monte ei si ritenne,

e si librò su l'adeguate penne;

15 e vèr le piagge di Tortosa poi

drizzò precipitando il volo in giuso.

Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,

parte già fuor, ma 'l piú ne l'onde chiuso;

e porgea matutini i preghi suoi

Goffredo a Dio, come egli avea per uso;

quando a paro co 'l sol, ma piú lucente,

l'angelo gli apparí da l'oriente;

16 e gli disse: "Goffredo, ecco opportuna

già la stagion ch'al guerreggiar s'aspetta;

perché dunque trapor dimora alcuna

a liberar Gierusalem soggetta?

Tu i principi a consiglio omai raguna,

tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.

Dio per lor duce già t'elegge, ed essi

sopporran volontari a te se stessi.

17 Dio messaggier mi manda: io ti rivelo

la sua mente in suo nome. Oh quanta spene

aver d'alta vittoria, oh quanto zelo

de l'oste a te commessa or ti conviene!"

Tacque; e, sparito, rivolò del cielo

a le parti piú eccelse e piú serene.

Resta Goffredo a i detti, a lo splendore,

d'occhi abbagliato, attonito di core.

18 Ma poi che si riscote, e che discorre

chi venne, chi mandò, che gli fu detto,

se già bramava, or tutto arde d'imporre

fine a la guerra ond'egli è duce eletto.

Non che 'l vedersi a gli altri in Ciel preporre

d'aura d'ambizion gli gonfi il petto,

ma il suo voler piú nel voler s'infiamma

del suo Signor, come favilla in fiamma.

19 Dunque gli eroi compagni, i quai non lunge

erano sparsi, a ragunarsi invita;

lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,

sempre al consiglio è la preghiera unita;

ciò ch'alma generosa alletta e punge,

ciò che può risvegliar virtù sopita,

tutto par che ritrovi, e in efficace

modo l'adorna sí che sforza e piace.

20 Vennero i duci, e gli altri anco seguiro,

e Boemondo sol qui non convenne.

Parte fuor s'attendò, parte nel giro

e tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.

I grandi de l'essercito s'uniro

(glorioso senato) in dí solenne.

Qui il pio Goffredo incominciò tra loro,

augusto in volto ed in sermon sonoro:

21 "Guerrier di Dio, ch'a ristorar i danni

de la sua fede il Re del Cielo elesse,

e securi fra l'arme e fra gl'inganni

de la terra e del mar vi scòrse e resse,

sí ch'abbiam tante e tante in sí pochi anni

ribellanti provincie a lui sommesse,

e fra le genti debellate e dome

stese l'insegne sue vittrici e 'l nome,

22 già non lasciammo i dolci pegni e 'l nido

nativo noi (se 'l creder mio non erra),

né la vita esponemmo al mare infido

ed a i perigli di lontana guerra,

per acquistar di breve suono un grido

vulgare e posseder barbara terra,

ché proposto ci avremmo angusto e scarso

premio, e in danno de l'alme il sangue sparso.

23 Ma fu de' pensier nostri ultimo segno

espugnar di Sion le nobil mura,

e sottrarre i cristiani al giogo indegno

di servitù cosí spiacente e dura,

fondando in Palestina un novo regno,

ov'abbia la pietà sede secura;

né sia chi neghi al peregrin devoto

d'adorar la gran tomba e sciòrre il voto.

24 Dunque il fatto sin ora al rischio è molto,

piú che molto al travaglio, a l'onor poco,

nulla al disegno, ove o si fermi o vòlto

sia l'impeto de l'armi in altro loco.

Che gioverà l'aver d'Europa accolto

sí grande sforzo, e posto in Asia il foco,

quando sia poi di sí gran moti il fine

non fabbriche di regni, ma ruine?

25 Non edifica quei che vuol gl'imperi

su fondamenti fabricar mondani,

ove ha pochi di patria e fé stranieri

fra gl'infiniti popoli pagani,

ove ne' Greci non conven che speri,

e i favor d'Occidente ha sí lontani;

ma ben move ruine, ond'egli oppresso

sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.

26 Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono

e di nome magnifico e di cose)

opre nostre non già, ma del Ciel dono

furo, e vittorie fur meravigliose.

Or se da noi rivolte e torte sono

contra quel fin che 'l donator dispose,

temo ce 'n privi, e favola a le genti

quel sí chiaro rimbombo al fin diventi.

27 Ah non sia alcun, per Dio, che sí graditi

doni in uso sí reo perda e diffonda!

A quei che sono alti princípi orditi

di tutta l'opra il filo e 'l fin risponda.

Ora che i passi liberi e spediti,

ora che la stagione abbiam seconda,

ché non corriamo a la città ch'è mèta

d'ogni nostra vittoria? e che piú 'l vieta?

28 Principi, io vi protesto (i miei protesti

udrà il mondo presente, udrà il futuro,

l'odono or su nel Cielo anco i Celesti):

il tempo de l'impresa è già maturo;

men diviene opportun piú che si resti,

incertissimo fia quel ch'è securo.

Presago son, s'è lento il nostro corso,

avrà d'Egitto il Palestin soccorso."

29 Disse, e a i detti seguí breve bisbiglio;

ma sorse poscia il solitario Piero,

che privato fra' principi a consiglio

sedea, del gran passaggio autor primiero:

"Ciò ch'essorta Goffredo, ed io consiglio,

né loco a dubbio v'ha, sí certo è il vero

e per sé noto: ei dimostrollo a lungo,

voi l'approvate, io questo sol v'aggiungo:

30 se ben raccolgo le discordie e l'onte

quasi a prova da voi fatte e patite,

i ritrosi pareri, e le non pronte

e in mezzo a l'esseguire opre impedite,

reco ad un'altra originaria fonte

la cagion d'ogni indugio e d'ogni lite,

a quella autorità che, in molti e vari

d'opinion quasi librata, è pari.

31 Ove un sol non impera, onde i giudíci

pendano poi de' premi e de le pene,

onde sian compartite opre ed uffici,

ivi errante il governo esser conviene.

Deh! fate un corpo sol de' membri amici,

fate un capo che gli altri indrizzi e frene,

date ad un sol lo scettro e la possanza,

e sostenga di re vece e sembianza."

32 Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti

son chiusi a te, sant'Aura e divo Ardore?

Inspiri tu de l'Eremita i detti,

e tu gl'imprimi a i cavalier nel core;

sgombri gl'inserti, anzi gl'innati affetti

di sovrastar, di libertà, d'onore,

sí che Guglielmo e Guelfo, i piú sublimi,

chiamàr Goffredo per lor duce i primi.

33 L'approvàr gli altri: esser sue parti denno

deliberare e comandar altrui.

Imponga a i vinti legge egli a suo senno,

porti la guerra e quando vòle e a cui;

gli altri, già pari, ubidienti al cenno

siano or ministri de gl'imperii sui.

Concluso ciò, fama ne vola, e grande

per le lingue de gli uomini si spande.

34 Ei si mostra a i soldati, e ben lor pare

degno de l'alto grado ove l'han posto,

e riceve i saluti e 'l militare

applauso, in volto placido e composto.

Poi ch'a le dimostranze umili e care

d'amor, d'ubidienza ebbe risposto,

impon che 'l dí seguente in un gran campo

tutto si mostri a lui schierato il campo.

35 Facea ne l'oriente il sol ritorno,

sereno e luminoso oltre l'usato,

quando co' raggi uscí del novo giorno

sotto l'insegne ogni guerriero armato,

e si mostrò quanto poté piú adorno

al pio Buglion, girando il largo prato.

S'era egli fermo, e si vedea davanti

passar distinti i cavalieri e i fanti.

36 Mente, de gli anni e de l'oblio nemica,

de le cose custode e dispensiera,

vagliami tua ragion, sí ch'io ridica

di quel campo ogni duce ed ogni schiera:

suoni e risplenda la lor fama antica,

fatta da gli anni omai tacita e nera;

tolto da' tuoi tesori, orni mia lingua

ciò ch'ascolti ogni età, nulla l'estingua.

37 Prima i Franchi mostràrsi: il duce loro

Ugone esser solea, del re fratello.

Ne l'Isola di Francia eletti foro,

fra quattro fiumi, ampio paese e bello.

Poscia ch'Ugon morí, de' gigli d'oro

seguí l'usata insegna il fer drapello

sotto Clotareo, capitano egregio,

a cui, se nulla manca, è il nome regio.

38 Mille son di gravissima armatura,

sono altrettanti i cavalier seguenti,

di disciplina a i primi e di natura

e d'arme e di sembianza indifferenti;

normandi tutti, e gli ha Roberto in cura,

che principe nativo è de le genti.

Poi duo pastor de' popoli spiegaro

le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro.

39 L'uno e l'altro di lor, che ne' divini

uffici già trattò pio ministero,

sotto l'elmo premendo i lunghi crini,

essercita de l'arme or l'uso fero.

Da la città d'Orange e da i confini

quattrocento guerrier scelse il primiero;

ma guida quei di Poggio in guerra l'altro,

numero egual, né men ne l'arme scaltro.

40 Baldovin poscia in mostra addur si vede

co' Bolognesi suoi quei del germano,

ché le sue genti il pio fratel gli cede

or ch'ei de' capitani è capitano.

Il conte di Carnuti indi succede,

potente di consiglio e pro' di mano;

van con lui quattrocento, e triplicati

conduce Baldovino in sella armati.

41 Occupa Guelfo il campo a lor vicino,

uom ch'a l'alta fortuna agguaglia il merto:

conta costui per genitor latino

de gli avi Estensi un lungo ordine e certo.

Ma german di cognome e di domino,

ne la gran casa de' Guelfoni è inserto:

regge Carinzia, e presso l'Istro e 'l Reno

ciò che i prischi Suevi e i Reti avièno.

42 A questo, che retaggio era materno,

acquisti ei giunse gloriosi e grandi.

Quindi gente traea che prende a scherno

d'andar contra la morte, ov'ei comandi:

usa a temprar ne' caldi alberghi il verno,

e celebrar con lieti inviti i prandi.

Fur cinquemila a la partenza, e a pena

(de' Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.

43 Seguia la gente poi candida e bionda

che tra i Franchi e i Germani e 'l mar si giace,

ove la Mosa ed ove il Reno inonda,

terra di biade e d'animai ferace;

e gl'insulani lor, che d'alta sponda

riparo fansi a l'ocean vorace:

l'ocean che non pur le merci e i legni,

ma intere inghiotte le cittadi e i regni.

44 Gli uni e gli altri son mille, e tutti vanno

sotto un altro Roberto insieme a stuolo.

Maggior alquanto è lo squadron britanno;

Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.

Sono gl'Inglesi sagittari, ed hanno

gente con lor ch'è piú vicina al polo:

questi da l'alte selve irsuti manda

la divisa dal mondo ultima Irlanda.

45 Vien poi Tancredi, e non è alcun fra tanti

(tranne Rinaldo) o feritor maggiore,

o piú bel di maniere e di sembianti,

o piú eccelso ed intrepido di core.

S'alcun'ombra di colpa i suoi gran vanti

rende men chiari, è sol follia d'amore:

nato fra l'arme, amor di breve vista,

che si nutre d'affanni, e forza acquista.

46 È fama che quel dí che glorioso

fe' la rotta de' Persi il popol franco,

poi che Tancredi al fin vittorioso

i fuggitivi di seguir fu stanco,

cercò di refrigerio e di riposo

a l'arse labbia, al travagliato fianco,

e trasse ove invitollo al rezzo estivo

cinto di verdi seggi un fonte vivo.

47 Quivi a lui d'improviso una donzella

tutta, fuor che la fronte, armata apparse:

era pagana, e là venuta anch'ella

per l'istessa cagion di ristorarse.

Egli mirolla, ed ammirò la bella

sembianza, e d'essa si compiacque, e n'arse.

Oh meraviglia! Amor, ch'a pena è nato,

già grande vola, e già trionfa armato.

48 Ella d'elmo coprissi, e se non era

ch'altri quivi arrivàr, ben l'assaliva.

Partí dal vinto suo la donna altera,

ch'è per necessità sol fuggitiva;

ma l'imagine sua bella e guerriera

tale ei serbò nel cor, qual essa è viva;

e sempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco

in che la vide, esca continua al foco.

49 E ben nel volto suo la gente accorta

legger potria: "Questi arde, e fuor di spene";

cosí vien sospiroso, e cosí porta

basse le ciglia e di mestizia piene.

Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta,

lasciàr le piaggie di Campagna amene,

pompa maggior de la natura, e i colli

che vagheggia il Tirren fertili e molli.

50 Venian dietro ducento in Grecia nati,

che son quasi di ferro in tutto scarchi:

pendon spade ritorte a l'un de' lati,

suonano al tergo lor faretre ed archi;

asciutti hanno i cavalli, al corso usati,

a la fatica invitti, al cibo parchi:

ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi,

e combatton fuggendo erranti e sparsi.

51 Tatin regge la schiera, e sol fu questi

che, greco, accompagnò l'arme latine.

Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti

tu, Grecia, quelle guerre a te vicine?

E pur quasi a spettacolo sedesti,

lenta aspettando de' grand'atti il fine.

Or, se tu se' vil serva, è il tuo servaggio

(non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio.

52 Squadra d'ordine estrema ecco vien poi

ma d'onor prima e di valor e d'arte.

Son qui gli aventurieri, invitti eroi,

terror de l'Asia e folgori di Marte.

Taccia Argo i Mini, e taccia Artù que' suoi

erranti, che di sogni empion le carte;

ch'ogni antica memoria appo costoro

perde: or qual duce fia degno di loro?

53 Dudon di Consa è il duce; e perché duro

fu il giudicar di sangue e di virtute,

gli altri sopporsi a lui concordi furo,

ch'avea piú cose fatte e piú vedute.

Ei di virilità grave e maturo,

mostra in fresco vigor chiome canute;

mostra, quasi d'onor vestigi degni,

di non brutte ferite impressi segni.

54 Eustazio è poi fra i primi; e i propri pregi

illustre il fanno, e piú il fratel Buglione.

Gernando v'è, nato di re norvegi,

che scettri vanta e titoli e corone.

Ruggier di Balnavilla infra gli egregi

la vecchia fama ed Engerlan ripone;

e celebrati son fra' piú gagliardi

un Gentonio, un Rambaldo e due Gherardi.

55 Son fra' lodati Ubaldo anco, e Rosmondo

del gran ducato di Lincastro erede;

non fia ch'Obizzo il Tosco aggravi al fondo

chi fa de le memorie avare prede,

né i tre frati lombardi al chiaro mondo

involi, Achille, Sforza e Palamede,

o 'l forte Otton, che conquistò lo scudo

in cui da l'angue esce il fanciullo ignudo.

56 Né Guasco né Ridolfo a dietro lasso,

né l'un né l'altro Guido, ambo famosi,

non Eberardo e non Gernier trapasso

sotto silenzio ingratamente ascosi.

Ove voi me, di numerar già lasso,

Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,

rapite? o ne la guerra anco consorti,

non sarete disgiunti ancor che morti!

57 Ne le scole d'Amor che non s'apprende?

Ivi si fe' costei guerriera ardita:

va sempre affissa al caro fianco, e pende

da un fato solo l'una e l'altra vita.

Colpo che ad un sol noccia unqua non scende,

ma indiviso è il dolor d'ogni ferita;

e spesso è l'un ferito, e l'altro langue,

e versa l'alma quel, se questa il sangue.

58 Ma il fanciullo Rinaldo, e sovra questi

e sovra quanti in mostra eran condutti,

dolcemente feroce alzar vedresti

la regal fronte, e in lui mirar sol tutti.

L'età precorse e la speranza, e presti

pareano i fior quando n'usciro i frutti;

se 'l miri fulminar ne l'arme avolto,

Marte lo stimi; Amor, se scopre il volto.

59 Lui ne la riva d'Adige produsse

a Bertoldo Sofia, Sofia la bella

a Bertoldo il possente; e pria che fusse

tolto quasi il bambin da la mammella,

Matilda il volse, e nutricollo, e instrusse

ne l'arti regie; e sempre ei fu con ella,

sin ch'invaghí la giovanetta mente

la tromba che s'udia da l'oriente.

60 Allor (né pur tre lustri avea forniti)

fuggí soletto, e corse strade ignote;

varcò l'Egeo, passò di Grecia i liti,

giunse nel campo in region remote.

Nobilissima fuga, e che l'imíti

ben degna alcun magnanimo nepote.

Tre anni son che è in guerra, e intempestiva

molle piuma del mento a pena usciva.

61 Passati i cavalieri, in mostra viene

la gente a piede, ed è Raimondo inanti.

Regea Tolosa, e scelse infra Pirene

e fra Garona e l'ocean suoi fanti.

Son quattromila, e ben armati e bene

instrutti, usi al disagio e toleranti;

buona è la gente, e non può da piú dotta

o da piú forte guida esser condotta.

62 Ma cinquemila Stefano d'Ambuosa

e di Blesse e di Turs in guerra adduce.

Non è gente robusta o faticosa,

se ben tutta di ferro ella riluce.

La terra molle, lieta e dilettosa,

simili a sé gli abitator produce.

Impeto fan ne le battaglie prime,

ma di leggier poi langue, e si reprime.

63 Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe

già Capaneo, con minaccioso volto:

seimila Elvezi, audace e fera plebe,

da gli alpini castelli avea raccolto,

che 'l ferro uso a far solchi, a franger glebe,

in nove forme e in piú degne opre ha vòlto;

e con la man, che guardò rozzi armenti,

par ch'i regni sfidar nulla paventi.

64 Vedi appresso spiegar l'alto vessillo

co 'l diadema di Piero e con le chiavi.

Qui settemila aduna il buon Camillo

pedoni, d'arme rilucenti e gravi,

lieto ch'a tanta impresa il Ciel sortillo,

ove rinovi il prisco onor de gli avi,

o mostri almen ch'a la virtú latina

o nulla manca, o sol la disciplina.

65 Ma già tutte le squadre eran con bella

mostra passate, e l'ultima fu questa,

quando Goffredo i maggior duci appella,

e la sua mente a lor fa manifesta:

"Come appaia diman l'alba novella

vuo' che l'oste s'invii leggiera e presta,

sí ch'ella giunga a la città sacrata,

quanto è possibil piú, meno aspettata.

66 Preparatevi dunque ed al viaggio

ed a la pugna e a la vittoria ancora."

Questo ardito parlar d'uom cosí saggio

sollecita ciascuno e l'avvalora.

Tutti d'andar son pronti al novo raggio,

e impazienti in aspettar l'aurora.

Ma 'l provido Buglion senza ogni tema

non è però, benché nel cor la prema.

67 Perch'egli avea certe novelle intese

che s'è d'Egitto il re già posto in via

inverso Gaza, bello e forte arnese

da fronteggiare i regni di Soria.

Né creder può che l'uomo a fere imprese

avezzo sempre, or lento in ozio stia;

ma, d'averlo aspettando aspro nemico,

parla al fedel suo messeggiero Enrico:

68 "Sovra una lieve saettia tragitto

vuo' che tu faccia ne la greca terra.

Ivi giunger dovea (cosí m'ha scritto

chi mai per uso in avisar non erra)

un giovene regal, d'animo invitto,

ch'a farsi vien nostro compagno in guerra:

prence è de' Dani, e mena un grande stuolo

sin da i paesi sottoposti al polo.

69 Ma perché 'l greco imperator fallace

seco forse userà le solite arti,

per far ch'o torni indietro o 'l corso audace

torca in altre da noi lontane parti,

tu, nunzio mio, tu, consiglier verace,

in mio nome il disponi a ciò che parti

nostro e suo bene, e di' che tosto vegna,

ché di lui fòra ogni tardanza indegna.

70 Non venir seco tu, ma resta appresso

al re de' Greci a procurar l'aiuto,

che già piú d'una volta a noi promesso

e per ragion di patto anco è dovuto."

Cosí parla e l'informa, e poi che 'l messo

le lettre ha di credenza e di saluto,

toglie, affrettando il suo partir, congedo,

e tregua fa co' suoi pensier Goffredo.

71 Il dí seguente, allor ch'aperte sono

del lucido oriente al sol le porte,

di trombe udissi e di tamburi un suono,

ond'al camino ogni guerrier s'essorte.

Non è sí grato a i caldi giorni il tuono

che speranza di pioggia al mondo apporte,

come fu caro a le feroci genti

l'altero suon de' bellici instrumenti.

72 Tosto ciascun, da gran desio compunto,

veste le membra de l'usate spoglie,

e tosto appar di tutte l'arme in punto,

tosto sotto i suoi duci ogn'uom s'accoglie,

e l'ordinato essercito congiunto

tutte le sue bandiere al vento scioglie:

e nel vessillo imperiale e grande

la trionfante Croce al ciel si spande.

73 Intanto il sol, che de' celesti campi

va piú sempre avanzando e in alto ascende,

l'arme percote e ne trae fiamme e lampi

tremuli e chiari, onde le viste offende.

L'aria par di faville intorno avampi,

e quasi d'alto incendio in forma splende,

e co' feri nitriti il suono accorda

del ferro scosso e le campagne assorda.

74 Il capitan, che da' nemici aguati

le schiere sue d'assecurar desia,

molti a cavallo leggiermente armati

a scoprire il paese intorno invia;

e inanzi i guastatori avea mandati,

da cui si debbe agevolar la via,

e i vòti luoghi empire e spianar gli erti,

e da cui siano i chiusi passi aperti.

75 Non è gente pagana insieme accolta,

non muro cinto di profondo fossa,

non gran torrente, o monte alpestre, o folta

selva, che 'l lor viaggio arrestar possa.

Cosí de gli altri fiumi il re tal volta,

quando superbo oltra misura ingrossa,

sovra le sponde ruinoso scorre,

né cosa è mai che gli s'ardisca opporre.

76 Sol di Tripoli il re, che 'n ben guardate

mura, genti, tesori ed arme serra,

forse le schiere franche avria tardate,

ma non osò di provocarle in guerra.

Lor con messi e con doni anco placate

ricettò volontario entro la terra,

e ricevé condizion di pace,

sí come imporle al pio Goffredo piace.

77 Qui del monte Seir, ch'alto e sovrano

da l'oriente a la cittade è presso,

gran turba scese de' fedeli al piano

d'ogni età mescolata e d'ogni sesso:

portò suoi doni al vincitor cristiano,

godea in mirarlo e in ragionar con esso,

stupia de l'arme pellegrine; e guida

ebbe da lor Goffredo amica e fida.

78 Conduce ei sempre a le maritime onde

vicino il campo per diritte strade,

sapendo ben che le propinque sponde

l'amica armata costeggiando rade,

la qual può far che tutto il campo abonde

de' necessari arnesi e che le biade

ogni isola de' Greci a lui sol mieta,

e Scio pietrosa gli vendemmi e Creta.

79 Geme il vicino mar sotto l'incarco

de l'alte navi e de' piú levi pini,

sí che non s'apre omai securo varco

nel mar Mediterraneo a i saracini;

ch'oltra quei c'ha Georgio armati e Marco

ne' veneziani e liguri confini,

altri Inghilterra e Francia ed altri Olanda,

e la fertil Sicilia altri ne manda.

80 E questi, che son tutti insieme uniti

con saldissimi lacci in un volere,

s'eran carchi e provisti in vari liti

di ciò ch'è d'uopo a le terrestri schiere,

le quai, trovando liberi e sforniti

i passi de' nemici a le frontiere,

in corso velocissimo se 'n vanno

là 've Cristo soffrí mortale affanno.

81 Ma precorsa è la fama, apportatrice

de' veraci romori e de' bugiardi,

ch'unito è il campo vincitor felice,

che già s'è mosso e che non è chi 'l tardi;

quante e qual sian le squadre ella ridice,

narra il nome e 'l valor de' piú gagliardi,

narra i lor vanti, e con terribil faccia

gli usurpatori di Sion minaccia.

82 E l'aspettar del male è mal peggiore,

forse, che non parrebbe il mal presente;

pende ad ogn'aura incerta di romore

ogni orecchia sospesa ed ogni mente;

e un confuso bisbiglio entro e di fore

trascorre i campi e la città dolente.

Ma il vecchio re ne' già vicin perigli

volge nel dubbio cor feri consigli.

83 Aladin detto è il re, che, di quel regno

novo signor, vive in continua cura:

uom già crudel, ma 'l suo feroce ingegno

pur mitigato avea l'età matura.

Egli, che de' Latini udí il disegno

c'han d'assalir di sua città le mura,

giunge al vecchio timor novi sospetti,

e de' nemici pave e de' soggetti.

84 Però che dentro a una città commisto

popolo alberga di contraria fede:

la debil parte e la minore in Cristo,

la grande e forte in Macometto crede.

Ma quando il re fe' di Sion l'acquisto,

e vi cercò di stabilir la sede,

scemò i publici pesi a' suoi pagani,

ma piú gravonne i miseri cristiani.

85 Questo pensier la ferità nativa,

che da gli anni sopita e fredda langue,

irritando inasprisce, e la ravviva

sí ch'assetata è piú che mai di sangue.

Tal fero torna a la stagione estiva

quel che parve nel gel piacevol angue,

cosí leon domestico riprende

l'innato suo furor, s'altri l'offende.

86 "Veggio" dicea "de la letizia nova

veraci segni in questa turba infida;

il danno universal solo a lei giova,

sol nel pianto comun par ch'ella rida;

e forse insidie e tradimenti or cova,

rivolgendo fra sé come m'uccida,

o come al mio nemico, e suo consorte

popolo, occultamente apra le porte.

87 Ma no 'l farà: prevenirò questi empi

disegni loro, e sfogherommi a pieno.

Gli ucciderò, faronne acerbi scempi,

svenerò i figli a le lor madri in seno,

arderò loro alberghi e insieme i tèmpi,

questi i debiti roghi a i morti fièno;

e su quel lor sepolcro in mezzo a i voti

vittime pria farò de' sacerdoti."

88 Cosí l'iniquo fra suo cor ragiona,

pur non segue pensier sí mal concetto;

ma s'a quegli innocenti egli perdona,

è di viltà, non di pietade effetto,

ché s'un timor a incrudelir lo sprona,

il ritien piú potente altro sospetto:

troncar le vie d'accordo, e de' nemici

troppo teme irritar l'arme vittrici.

89 Tempra dunque il fellon la rabbia insana,

anzi altrove pur cerca ove la sfoghi;

i rustici edifici abbatte e spiana,

e dà in preda a le fiamme i culti luoghi;

parte alcuna non lascia integra o sana

ove il Franco si pasca, ove s'alloghi;

turba le fonti e i rivi, e le pure onde

di veneni mortiferi confonde.

90 Spietatamente è cauto, e non oblia

di rinforzar Gierusalem fra tanto.

Da tre lati fortissima era pria,

sol verso Borea è men secura alquanto;

ma da' primi sospetti ei le munia

d'alti ripari il suo men forte canto,

e v'accogliea gran quantitade in fretta

di gente mercenaria e di soggetta.

 

 

CANTO SECONDO

1 Mentre il tiranno s'apparecchia a l'armi,

soletto Ismeno un dí gli s'appresenta,

Ismen che trar di sotto a i chiusi marmi

può corpo estinto, e far che spiri e senta,

Ismen che al suon de' mormoranti carmi

sin ne la reggia sua Pluton spaventa,

e i suoi demon ne gli empi uffici impiega

pur come servi, e gli discioglie e lega.

2 Questi or Macone adora, e fu cristiano,

ma i primi riti anco lasciar non pote;

anzi sovente in uso empio e profano

confonde le due leggi a sé mal note,

ed or da le spelonche, ove lontano

dal vulgo essercitar suol l'arti ignote,

vien nel publico rischio al suo signore:

a re malvagio consiglier peggiore.

3 "Signor," dicea "senza tardar se 'n viene

il vincitor essercito temuto,

ma facciam noi ciò che a noi far conviene:

darà il Ciel, darà il mondo a i forti aiuto.

Ben tu di re, di duce hai tutte piene

le parti, e lunge hai visto e proveduto.

S'empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici,

tomba fia questa terra a' tuoi nemici.

4 Io, quanto a me, ne vegno, e del periglio

e de l'opre compagno, ad aiutarte:

ciò che può dar di vecchia età consiglio,

tutto prometto, e ciò che magica arte.

Gli angeli che dal Cielo ebbero essiglio

constringerò de le fatiche a parte.

Ma dond'io voglia incominciar gl'incanti

e con quai modi, or narrerotti avanti.

5 Nel tempio de' cristiani occulto giace

un sotterraneo altare, e quivi è il volto

di Colei che sua diva e madre face

quel vulgo del suo Dio nato e sepolto.

Dinanzi al simulacro accesa face

continua splende; egli è in un velo avolto.

Pendono intorno in lungo ordine i voti

che vi portano i creduli devoti.

6 Or questa effigie lor, di là rapita,

voglio che tu di propria man trasporte

e la riponga entro la tua meschita:

io poscia incanto adoprerò sí forte

ch'ognor, mentre ella qui fia custodita,

sarà fatal custodia a queste porte;

tra mura inespugnabili il tuo impero

securo fia per novo alto mistero."

7 Sí disse, e 'l persuase; e impaziente

il re se 'n corse a la magion di Dio,

e sforzò i sacerdoti, e irreverente

il casto simulacro indi rapio;

e portollo a quel tempio ove sovente

s'irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.

Nel profan loco e su la sacra imago

susurrò poi le sue bestemmie il mago.

8 Ma come apparse in ciel l'alba novella,

quel cui l'immondo tempio in guardia è dato

non rivide l'imagine dov'ella

fu posta, e invan cerconne in altro lato.

Tosto n'avisa il re, ch'a la novella

di lui si mostra feramente irato,

ed imagina ben ch'alcun fedele

abbia fatto quel furto, e che se 'l cele.

9 O fu di man fedele opra furtiva,

o pur il Ciel qui sua potenza adopra,

che di Colei ch'è sua regina e diva

sdegna che loco vil l'imagin copra:

ch'incerta fama è ancor se ciò s'ascriva

ad arte umana od a mirabil opra;

ben è pietà che, la pietade e 'l zelo

uman cedendo, autor se 'n creda il Cielo.

10 Il re ne fa con importuna inchiesta

ricercar ogni chiesa, ogni magione,

ed a chi gli nasconde o manifesta

il furto o il reo, gran pene e premi impone.

Il mago di spiarne anco non resta

con tutte l'arti il ver; ma non s'appone,

ché 'l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui,

celolla ad onta de gl'incanti a lui.

11 Ma poi che 'l re crudel vide occultarse

quel che peccato de' fedeli ei pensa,

tutto in lor d'odio infellonissi, ed arse

d'ira e di rabbia immoderata immensa.

Ogni rispetto oblia, vuol vendicarse,

segua che pote, e sfogar l'alma accensa.

"Morrà," dicea "non andrà l'ira a vòto,

ne la strage comune il ladro ignoto.

12 Pur che 'l reo non si salvi, il giusto pèra

e l'innocente; ma qual giusto io dico?

è colpevol ciascun, né in loro schiera

uom fu giamai del nostro nome amico.

S'anima v'è nel novo error sincera,

basti a novella pena un fallo antico.

Su su, fedeli miei, su via prendete

le fiamme e 'l ferro, ardete ed uccidete."

13 Cosí parla a le turbe, e se n'intese

la fama tra' fedeli immantinente,

ch'attoniti restàr, sí gli sorprese

il timor de la morte omai presente;

e non è chi la fuga o le difese,

lo scusar o 'l pregare ardisca o tente.

Ma le timide genti e irrisolute

donde meno speraro ebber salute.

14 Vergine era fra lor di già matura

verginità, d'alti pensieri e regi,

d'alta beltà; ma sua beltà non cura,

o tanto sol quant'onestà se 'n fregi.

È il suo pregio maggior che tra le mura

d'angusta casa asconde i suoi gran pregi,

e de' vagheggiatori ella s'invola

a le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.

15 Pur guardia esser non può ch'in tutto celi

beltà degna ch'appaia e che s'ammiri;

né tu il consenti, Amor, ma la riveli

d'un giovenetto a i cupidi desiri.

Amor, ch'or cieco, or Argo, ora ne veli

di benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,

tu per mille custodie entro a i piú casti

verginei alberghi il guardo altrui portasti.

16 Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,

d'una cittade entrambi e d'una fede.

Ei che modesto è sí com'essa è bella,

brama assai, poco spera, e nulla chiede;

né sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella

o lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avede.

Cosí fin ora il misero ha servito

o non visto, o mal noto, o mal gradito.

17 S'ode l'annunzio intanto, e che s'appresta

miserabile strage al popol loro.

A lei, che generosa è quanto onesta,

viene in pensier come salvar costoro.

Move fortezza il gran pensier, l'arresta

poi la vergogna e 'l verginal decoro;

vince fortezza, anzi s'accorda e face

sé vergognosa e la vergogna audace.

18 La vergine tra 'l vulgo uscí soletta,

non coprí sue bellezze, e non l'espose,

raccolse gli occhi, andò nel vel ristretta,

con ischive maniere e generose.

Non sai ben dir s'adorna o se negletta,

se caso od arte il bel volto compose.

Di natura, d'Amor, de' cieli amici

le negligenze sue sono artifici.

19 Mirata da ciascun passa, e non mira

l'altera donna, e innanzi al re se 'n viene.

Né, perché irato il veggia, il piè ritira,

ma il fero aspetto intrepida sostiene.

"Vengo, signor," gli disse "e 'ntanto l'ira

prego sospenda e 'l tuo popolo affrene:

vengo a scoprirti, e vengo a darti preso

quel reo che cerchi, onde sei tanto offeso."

20 A l'onesta baldanza, a l'improviso

folgorar di bellezze altere e sante,

quasi confuso il re, quasi conquiso,

frenò lo sdegno, e placò il fer sembiante.

S'egli era d'alma o se costei di viso

severa manco, ei diveniane amante;

ma ritrosa beltà ritroso core

non prende, e sono i vezzi esca d'Amore.

21 Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,

s'amor non fu, che mosse il cor villano.

"Narra" ei le dice "il tutto; ecco, io commetto

che non s'offenda il popol tuo cristiano."

Ed ella: "Il reo si trova al tuo cospetto:

opra è il furto, signor, di questa mano;

io l'imagine tolsi, io son colei

che tu ricerchi, e me punir tu déi."

22 Cosí al publico fato il capo altero

offerse, e 'l volse in sé sola raccòrre.

Magnanima menzogna, or quand'è il vero

sí bello che si possa a te preporre?

Riman sospeso, e non sí tosto il fero

tiranno a l'ira, come suol, trascorre.

Poi la richiede: "I' vuo' che tu mi scopra

chi diè consiglio, e chi fu insieme a l'opra."

23 "Non volsi far de la mia gloria altrui

né pur minima parte"; ella gli dice

"sol di me stessa io consapevol fui,

sol consigliera, e sola essecutrice."

"Dunque in te sola" ripigliò colui

"caderà l'ira mia vendicatrice."

Diss'ella: "È giusto: esser a me conviene,

se fui sola a l'onor, sola a le pene."

24 Qui comincia il tiranno a risdegnarsi;

poi le dimanda: "Ov'hai l'imago ascosa?"

"Non la nascosi," a lui risponde "io l'arsi,

e l'arderla stimai laudabil cosa;

cosí almen non potrà piú violarsi

per man di miscredenti ingiuriosa.

Signore, o chiedi il furto, o 'l ladro chiedi:

quel no 'l vedrai in eterno, e questo il vedi.

25 Benché né furto è il mio, né ladra i' sono:

giust'è ritòr ciò ch'a gran torto è tolto."

Or, quest'udendo, in minaccievol suono

freme il tiranno, e 'l fren de l'ira è sciolto.

Non speri piú di ritrovar perdono

cor pudico, alta mente e nobil volto;

e 'ndarno Amor contr'a lo sdegno crudo

di sua vaga bellezza a lei fa scudo.

26 Presa è la bella donna, e 'ncrudelito

il re la danna entr'un incendio a morte.

Già 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,

stringon le molli braccia aspre ritorte.

Ella si tace, e in lei non sbigottito,

ma pur commosso alquanto è il petto forte;

e smarrisce il bel volto in un colore

che non è pallidezza, ma candore.

27 Divulgossi il gran caso, e quivi tratto

già 'l popol s'era: Olindo anco v'accorse.

Dubbia era la persona e certo il fatto;

venia, che fosse la sua donna in forse.

Come la bella prigionera in atto

non pur di rea, ma di dannata ei scorse,

come i ministri al duro ufficio intenti

vide, precipitoso urtò le genti.

28 Al re gridò: "Non è, non è già rea

costei del furto, e per follia se 'n vanta.

Non pensò, non ardí, né far potea

donna sola e inesperta opra cotanta.

Come ingannò i custodi? e de la Dea

con qual arti involò l'imagin santa?

Se 'l fece, il narri. Io l'ho, signor, furata."

Ahi! tanto amò la non amante amata.

29 Soggiunse poscia: "Io là, donde riceve

l'alta vostra meschita e l'aura e 'l die,

di notte ascesi, e trapassai per breve

fòro tentando inaccessibil vie.

A me l'onor, la morte a me si deve:

non usurpi costei le pene mie.

Mie son quelle catene, e per me questa

fiamma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta."

30 Alza Sofronia il viso, e umanamente

con occhi di pietade in lui rimira.

"A che ne vieni, o misero innocente?

qual consiglio o furor ti guida o tira?

Non son io dunque senza te possente

a sostener ciò che d'un uom può l'ira?

Ho petto anch'io, ch'ad una morte crede

di bastar solo, e compagnia non chiede."

31 Cosí parla a l'amante; e no 'l dispone

sí ch'egli si disdica, e pensier mute.

Oh spettacolo grande, ove a tenzone

sono Amore e magnanima virtute!

ove la morte al vincitor si pone

in premio, e 'l mai del vinto è la salute!

Ma piú s'irrita il re quant'ella ed esso

è piú costante in incolpar se stesso.

32 Pargli che vilipeso egli ne resti,

e ch'in disprezzo suo sprezzin le pene.

"Credasi" dice "ad ambo; e quella e questi

vinca, e la palma sia qual si conviene."

Indi accenna a i sergenti, i quai son presti

a legar il garzon di lor catene.

Sono ambo stretti al palo stesso; e vòlto

è il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto.

33 Composto è lor d'intorno il rogo omai,

e già le fiamme il mantice v'incita,

quand'il fanciullo in dolorosi lai

proruppe, e disse a lei ch'è seco unita:

"Quest'è dunque quel laccio ond'io sperai

teco accoppiarmi in compagnia di vita?

questo è quel foco ch'io credea ch'i cori

ne dovesse infiammar d'eguali ardori?

34 Altre fiamme, altri nodi Amor promise,

altri ce n'apparecchia iniqua sorte.

Troppo, ahi! ben troppo, ella già noi divise,

ma duramente or ne congiunge in morte.

Piacemi almen, poich'in sí strane guise

morir pur déi, del rogo esser consorte,

se del letto non fui; duolmi il tuo fato,

il mio non già, poich'io ti moro a lato.

35 Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!

oh fortunati miei dolci martíri!

s'impetrarò che, giunto seno a seno,

l'anima mia ne la tua bocca io spiri;

e venendo tu meco a un tempo meno,

in me fuor mandi gli ultimi sospiri."

Cosí dice piangendo. Ella il ripiglia

soavemente, e 'n tai detti il consiglia:

36 "Amico, altri pensieri, altri lamenti,

per piú alta cagione il tempo chiede.

Ché non pensi a tue colpe? e non rammenti

qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?

Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,

e lieto aspira a la superna sede.

Mira 'l ciel com'è bello, e mira il sole

ch'a sé par che n'inviti e ne console."

37 Qui il vulgo de' pagani il pianto estolle:

piange il fedel, ma in voci assai piú basse.

Un non so che d'inusitato e molle

par che nel duro petto al re trapasse.

Ei presentillo, e si sdegnò; né volle

piegarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.

Tu sola il duol comun non accompagni,

Sofronia; e pianta da ciascun, non piagni.

38 Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero

(ché tal parea) d'alta sembianza e degna;

e mostra, d'arme e d'abito straniero,

che di lontan peregrinando vegna.

La tigre, che su l'elmo ha per cimiero,

tutti gli occhi a sé trae, famosa insegna.

insegna usata da Clorinda in guerra;

onde la credon lei, né 'l creder erra.

39 Costei gl'ingegni feminili e gli usi

tutti sprezzò sin da l'età piú acerba:

a i lavori d'Aracne, a l'ago, a i fusi

inchinar non degnò la man superba.

Fuggí gli abiti molli e i lochi chiusi,

ché ne' campi onestate anco si serba;

armò d'orgoglio il volto, e si compiacque

rigido farlo, e pur rigido piacque.

40 Tenera ancor con pargoletta destra

strinse e lentò d'un corridore il morso;

trattò l'asta e la spada, ed in palestra

indurò i membri ed allenogli al corso.

Poscia o per via montana o per silvestra

l'orme seguí di fer leone e d'orso;

seguí le guerre, e 'n esse e fra le selve

fèra a gli uomini parve, uomo a le belve.

41 Viene or costei da le contrade perse

perch'a i cristiani a suo poter resista,

bench'altre volte ha di lor membra asperse

le piaggie, e l'onda di lor sangue ha mista.

Or quivi in arrivando a lei s'offerse

l'apparato di morte a prima vista.

Di mirar vaga e di saper qual fallo

condanni i rei, sospinge oltre il cavallo.

42 Cedon le turbe, e i duo legati insieme

ella si ferma a riguardar da presso.

Mira che l'una tace e l'altro geme,

e piú vigor mostra il men forte sesso.

Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme

pietà, non doglia, o duol non di se stesso;

e tacer lei con gli occhi ai ciel sí fisa

ch'anzi 'l morir par di qua giú divisa.

43 Clorinda intenerissi, e si condolse

d'ambeduo loro e lagrimonne alquanto.

Pur maggior sente il duol per chi non duolse,

piú la move il silenzio e meno il pianto.

Senza troppo indugiare ella si volse

ad un uom che canuto avea da canto:

"Deh! dimmi: chi son questi? ed al martoro

qual gli conduce o sorte o colpa loro?"

44 Cosí pregollo, e da colui risposto

breve ma pieno a le dimande fue.

Stupissi udendo, e imaginò ben tosto

ch'egualmente innocenti eran que' due.

Già di vietar lor morte ha in sé proposto,

quanto potranno i preghi o l'armi sue.

Pronta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,

che già s'appressa, ed a i ministri parla:

45 "Alcun non sia di voi che 'n questo duro

ufficio oltra seguire abbia baldanza,

sin ch'io non parli al re: ben v'assecuro

ch'ei non v'accuserà de la tardanza."

Ubidiro i sergenti, e mossi furo

da quella grande sua regal sembianza.

Poi verso il re si mosse, e lui tra via

ella trovò che 'ncontra lei venia.

46 "Io son Clorinda:" disse "hai forse intesa

talor nomarmi; e qui, signor, ne vegno

per ritrovarmi teco a la difesa

de la fede comune e del tuo regno.

Son pronta, imponi pure, ad ogni impresa:

l'alte non temo, e l'umili non sdegno;

voglimi in campo aperto, o pur tra 'l chiuso

de le mura impiegar, nulla ricuso."

47 Tacque; e rispose il re: "Qual sí disgiunta

terra è da l'Asia, o dal camin del sole,

vergine gloriosa, ove non giunta

sia la tua fama, e l'onor tuo non vòle?

Or che s'è la tua spada a me congiunta,

d'ogni timor m'affidi e mi console:

non, s'essercito grande unito insieme

fosse in mio scampo, avrei piú certa speme.

48 Già già mi par ch'a giunger qui Goffredo

oltra il dover indugi; or tu dimandi

ch'impieghi io te: sol di te degne credo

l'imprese malagevoli e le grandi.

Sovr'a i nostri guerrieri a te concedo

lo scettro, e legge sia quel che comandi."

Cosí parlava. Ella rendea cortese

grazie per lodi, indi il parlar riprese:

49 "Nova cosa parer dovrà per certo

che preceda a i servigi il guiderdone;

ma tua bontà m'affida: i' vuo' ch'in merto

del futuro servir que' rei mi done.

In don gli chieggio: e pur, se 'l fallo è incerto

gli danna inclementissima ragione;

ma taccio questo, e taccio i segni espressi

onde argomento l'innocenza in essi.

50 E dirò sol ch'è qui comun sentenza

che i cristiani togliessero l'imago;

ma discordo io da voi, né però senza

alta ragion del mio parer m'appago.

Fu de le nostre leggi irriverenza

quell'opra far che persuase il mago:

ché non convien ne' nostri tèmpi a nui

gl'idoli avere, e men gl'idoli altrui.

51 Dunque suso a Macon recar mi giova

il miracol de l'opra, ed ei la fece

per dimostrar ch'i tèmpi suoi con nova

religion contaminar non lece.

Faccia Ismeno incantando ogni sua prova,

egli a cui le malie son d'arme in vece;

trattiamo il ferro pur noi cavalieri:

quest'arte è nostra, e 'n questa sol si speri."

52 Tacque, ciò detto; e 'l re, bench'a pietade

l'irato cor difficilmente pieghi,

pur compiacer la volle; e 'l persuade

ragione, e 'l move autorità di preghi.

"Abbian vita" rispose "e libertade,

e nulla a tanto intercessor si neghi.

Siasi questa o giustizia over perdono,

innocenti gli assolvo, e rei gli dono."

53 Cosí furon disciolti. Aventuroso

ben veramente fu d'Olindo il fato,

ch'atto poté mostrar che 'n generoso

petto al fine ha d'amore amor destato.

Va dal rogo a le nozze; ed è già sposo

fatto di reo, non pur d'amante amato.

Volse con lei morire: ella non schiva,

poi che seco non muor, che seco viva.

54 Ma il sospettoso re stimò periglio

tanta virtú congiunta aver vicina;

onde, com'egli volse, ambo in essiglio

oltra i termini andàr di Palestina.

Ei, pur seguendo il suo crudel consiglio,

bandisce altri fedeli, altri confina.

Oh come lascian mesti i pargoletti

figli, e gli antichi padri e i dolci letti!

55 Dura division! scaccia sol quelli

di forte corpo e di feroce ingegno;

ma il mansueto sesso, e gli anni imbelli

seco ritien, sí come ostaggi, in pegno.

Molti n'andaro errando, altri rubelli

fèrsi, e piú che 'l timor poté lo sdegno.

Questi unírsi co' Franchi, e gl'incontraro

a punto il dí che 'n Emaús entraro.

56 Emaús è città cui breve strada

da la regal Gierusalem disgiunge,

ed uom che lento a suo diporto vada,

se parte matutino, a nona giunge.

Oh quant'intender questo a i Franchi aggrada!

Oh quanto piú 'l desio gli affretta e punge!

Ma perch'oltra il meriggio il sol già scende,

qui fa spiegare il capitan le tende.

57 L'avean già tese, e poco era remota

l'alma luce del sol da l'oceano,

quando duo gran baroni in veste ignota

venir son visti, e 'n portamento estrano.

Ogni atto lor pacifico dinota

che vengon come amici al capitano.

Del gran re de l'Egitto eran messaggi,

e molti intorno avean scudieri e paggi.

58 Alete è l'un, che da principio indegno

tra le brutture de la plebe è sorto;

ma l'inalzaro a i primi onor del regno

parlar facondo e lusinghiero e scòrto,

pieghevoli costumi e vario ingegno

al finger pronto, a l'ingannare accorto:

gran fabro di calunnie, adorne in modi

novi, che sono accuse, e paion lodi.

59 L'altro è il circasso Argante, uom che straniero

se 'n venne a la regal corte d'Egitto;

ma de' satrapi fatto è de l'impero,

e in sommi gradi a la milizia ascritto:

impaziente, inessorabil, fero,

ne l'arme infaticabile ed invitto,

d'ogni dio sprezzatore, e che ripone

ne la spada sua legge e sua ragione.

60 Chieser questi udienza ed al cospetto

del famoso Goffredo ammessi entraro,

e in umil seggio e in un vestire schietto

fra' suoi duci sedendo il ritrovaro;

ma verace valor, benché negletto,

è di se stesso a sé fregio assai chiaro.

Picciol segno d'onor gli fece Argante,

in guisa pur d'uom grande e non curante.

61 Ma la destra si pose Alete al seno,

e chinò il capo, e piegò a terra i lumi,

e l'onorò con ogni modo a pieno

che di sua gente portino i costumi.

Cominciò poscia, e di sua bocca uscièno

piú che mèl dolci d'eloquenza i fiumi;

e perché i Franchi han già il sermone appreso

de la Soria, fu ciò ch'ei disse inteso.

62 "O degno sol cui d'ubidire or degni

questa adunanza di famosi eroi,

che per l'adietro ancor le palme e i regni

da te conobbe e da i consigli tuoi,

il nome tuo, che non riman tra i segni

d'Alcide, omai risuona anco fra noi,

e la fama d'Egitto in ogni parte

del tuo valor chiare novelle ha sparte.

63 Né v'è fra tanti alcun che non le ascolte

come egli suol le meraviglie estreme,

ma dal mio re con istupore accolte

sono non sol, ma con diletto insieme;

e s'appaga in narrarle anco e le volte,

amando in te ciò ch'altri invidia e teme:

ama il valore, e volontario elegge

teco unirsi d'amor, se non di legge.

64 Da sí bella cagion dunque sospinto,

l'amicizia e la pace a te richiede,

e l' mezzo onde l'un resti a l'altro avinto

sia la virtú s'esser non può la fede.

Ma perché inteso avea che t'eri accinto

per iscacciar l'amico suo di sede,

volse, pria ch'altro male indi seguisse,

ch'a te la mente sua per noi s'aprisse.

65 E la sua mente è tal, che s'appagarti

vorrai di quanto hai fatto in guerra tuo,

né Giudea molestar, né l'altre parti

che ricopre il favor del regno suo,

ei promette a l'incontro assecurarti

il non ben fermo stato. E se voi duo

sarete uniti, or quando i Turchi e i Persi

potranno unqua sperar di riaversi?

66 Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte

che lunga età porre in oblio non pote:

esserciti, città, vinti, disfatte,

superati disagi e strade ignote,

sí ch'al grido o smarrite o stupefatte

son le provincie intorno e le remote;

e se ben acquistar puoi novi imperi,

acquistar nova gloria indarno speri.

67 Giunta è tua gloria al sommo, e per l'inanzi

fuggir le dubbie guerre a te conviene,

ch'ove tu vinca, sol di stato avanzi,

né tua gloria maggior quinci diviene;

ma l'imperio acquistato e preso inanzi

e l'onor perdi, se 'l contrario aviene.

Ben gioco è di fortuna audace e stolto

por contra il poco e incerto il certo e 'l molto.

68 Ma il consiglio di tal cui forse pesa

ch'altri gli acquisti a lungo ancor conserve,

e l'aver sempre vinto in ogni impresa,

e quella voglia natural, che ferve

e sempre è piú ne' cor piú grandi accesa,

d'aver le genti tributarie e serve,

faran per aventura a te la pace

fuggir, piú che la guerra altri non face.

69 T'essorteranno a seguitar la strada

che t'è dal fato largamente aperta,

a non depor questa famosa spada,

al cui valore ogni vittoria è certa,

sin che la legge di Macon non cada,

sin che l'Asia per te non sia deserta:

dolci cose ad udir e dolci inganni

ond'escon poi sovente estremi danni.

70 Ma s'animosità gli occhi non benda,

né il lume oscura in te de la ragione,

scorgerai, ch'ove tu la guerra prenda,

hai di temer, non di sperar cagione,

ché fortuna qua giú varia a vicenda

mandandoci venture or triste or buone,

ed ai voli troppo alti e repentini

sogliono i precipizi esser vicini.

71 Dimmi: s'a' danni tuoi l'Egitto move,

d'oro e d'arme potente e di consiglio,

e s'avien che la guerra anco rinove

il Perso e 'l Turco e di Cassano il figlio,

quai forzi opporre a sí gran furia o dove

ritrovar potrai scampo al tuo periglio?

T'affida forse il re malvagio greco

il qual da i sacri patti unito è teco?

72 La fede greca a chi non è palese?

Tu da un sol tradimento ogni altro impara,

anzi da mille, perché mille ha tese

insidie a voi la gente infida, avara.

Dunque chi dianzi il passo a voi contese,

per voi la vita esporre or si prepara?

chi le vie che comuni a tutti sono

negò, del proprio sangue or farà dono?

73 Ma forse hai tu riposta ogni tua speme

in queste squadre ond'ora cinto siedi.

Quei che sparsi vincesti, uniti insieme

di vincer anco agevolmente credi,

se ben son le tue schiere or molto sceme

tra le guerre e i disagi, e tu te 'l vedi;

se ben novo nemico a te s'accresce

e co' Persi e co' Turchi Egizi mesce.

74 Or quando pure estimi esser fatale

che non ti possa il ferro vincer mai,

siati concesso, e siati a punto tale

il decreto del Ciel qual tu te l' fai;

vinceratti la fame: a questo male

che rifugio, per Dio, che schermo avrai?

Vibra contra costei la lancia, e stringi

la spada, e la vittoria anco ti fingi.

75 Ogni campo d'intorno arso e distrutto

ha la provida man de gli abitanti,

e 'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto

riposto, al tuo venir piú giorni inanti.

Tu ch'ardito sin qui ti sei condutto,

onde speri nutrir cavalli e fanti?

Dirai: `L'armata in mar cura ne prende.'

Da i venti dunque il viver tuo dipende?

76 Comanda forse tua fortuna a i venti,

e gli avince a sua voglia e gli dislega?

e 'l mar ch'a i preghi è sordo ed a i lamenti,

te sol udendo, al tuo voler si piega?

O non potranno pur le nostre genti,

e le perse e le turche unite in lega,

cosí potente armata in un raccòrre

ch'a questi legni tuoi si possa opporre?

77 Doppia vittoria a te, signor, bisogna,

s'hai de l'impresa a riportar l'onore.

Una perdita sola alta vergogna

può cagionarti e danno anco maggiore:

ch'ove la nostra armata in rotta pogna

la tua, qui poi di fame il campo more;

e se tu sei perdente, indarno poi

saran vittoriosi i legni tuoi.

78 Ora se in tale stato anco rifiuti

co 'l gran re de l'Egitto e pace e tregua,

(diasi licenza ai ver) l'altre virtuti

questo consiglio tuo non bene adegua.

Ma voglia il Ciel che 'l tuo pensier si muti,

s'a guerra è vòlto, e che 'l contrario segua,

sí che l'Asia respiri omai da i lutti,

e goda tu de la vittoria i frutti.

79 Né voi che del periglio e de gli affanni

e de la gloria a lui sète consorti,

il favor di fortuna or tanto inganni

che nove guerre a provocar v'essorti.

Ma qual nocchier che da i marini inganni

ridutti ha i legni a i desiati porti,

raccòr dovreste omai le sparse vele,

né fidarvi di novo al mar crudele."

80 Qui tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro

con basso mormorar que' forti eroi;

e ben ne gli atti disdegnosi apriro

quanto ciascun quella proposta annoi.

Il capitan rivolse gli occhi in giro

tre volte e quattro, e mirò in fronte i suoi,

e poi nel volto di colui gli affisse

ch'attendea la risposta, e cosí disse:

81 "Messaggier, dolcemente a noi sponesti

ora cortese, or minaccioso invito.

Se 'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti,

è sua mercede, e m'è l'amor gradito.

A quella parte poi dove protesti

la guerra a noi del paganesmo unito,

risponderò, come da me si suole,

liberi sensi in semplici parole.

82 Sappi che tanto abbiam sin or sofferto

in mare, in terra, a l'aria chiara e scura,

solo acciò che ne fosse il calle aperto

a quelle sacre e venerabil mura,

per acquistarne appo Dio grazia e merto

togliendo lor di servitú sí dura,

né mai grave ne fia per fin sí degno

esporre onor mondano e vita e regno;

83 ché non ambiziosi avari affetti

ne spronaro a l'impresa, e ne fur guida

(sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti

peste sí rea, s'in alcun pur s'annida;

né soffra che l'asperga, e che l'infetti

di venen dolce che piacendo ancida),

ma la sua man ch'i duri cor penètra

soavemente, e gli ammollisce e spetra.

84 Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti,

tratti d'ogni periglio e d'ogni impaccio;

questa fa piani i monti e i fiumi asciutti,

l'ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;

placa del mare i tempestosi flutti,

stringe e rallenta questa a i venti il laccio;

quindi son l'alte mura aperte ed arse,

quindi l'armate schiere uccise e sparse;

85 quindi l'ardir, quindi la speme nasce,

non da le frali nostre forze e stanche,

non da l'armata, e non da quante pasce

genti la Grecia e non da l'arme franche.

Pur ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,

poco dobbiam curar ch'altri ci manche.

Chi sa come difende e come fère,

soccorso a i suoi perigli altro non chere.

86 Ma quando di sua aita ella ne privi,

per gli error nostri o per giudizi occulti,

chi fia di noi ch'esser sepulto schivi

ove i membri di Dio fur già sepulti?

Noi morirem, né invidia avremo a i vivi;

noi morirem, ma non morremo inulti,

né l'Asia riderà di nostra sorte,

né pianta fia da noi la nostra morte.

87 Non creder già che noi fuggiam la pace

come guerra mortal si fugge e pave,

ché l'amicizia del tuo re ne piace,

né l'unirci con lui ne sarà grave;

ma s'al suo impero la Giudea soggiace,

tu 'l sai; perché tal cura ei dunque n'have?

De' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti,

e regga in pace i suoi tranquilli e lieti."

88 Cosí rispose, e di pungente rabbia

la risposta ad Argante il cor trafisse;

né 'l celò già, ma con enfiate labbia

si trasse avanti al capitano e disse:

"Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia,

ché penuria giamai non fu di risse;

e ben la pace ricusar tu mostri,

se non t'acqueti a i primi detti nostri."

89 Indi il suo manto per lo lembo prese,

curvollo e fenne un seno; e 'l seno sporto,

cosí pur anco a ragionar riprese

via piú che prima dispettoso e torto:

"O sprezzator de le piú dubbie imprese,

e guerra e pace in questo sen t'apporto:

tua sia l'elezione; or ti consiglia

senz'altro indugio, e qual piú vuoi ti piglia."

90 L'atto fero e 'l parlar tutti commosse

a chiamar guerra in un concorde grido,

non attendendo che risposto fosse

dal magnanimo lor duce Goffrido.

Spiegò quel crudo il seno e 'l manto scosse,

ed: "A guerra mortal" disse "vi sfido";

e 'l disse in atto sí feroce ed empio

che parve aprir di Giano il chiuso tempio.

91 Parve ch'aprendo il seno indi traesse

il Furor pazzo e la Discordia fera,

e che ne gli occhi orribili gli ardesse

la gran face d'Aletto e di Megera.

Quel grande già che 'ncontra il cielo eresse

l'alta mole d'error, forse tal era;

e in cotal atto il rimirò Babelle

alzar la fronte e minacciar le stelle.

92 Soggiunse allor Goffredo: "Or riportate

al vostro re che venga, e che s'affretti,

che la guerra accettiam che minacciate;

e s'ei non vien, fra 'l Nilo suo n'aspetti."

Accommiatò lor poscia in dolci e grate

maniere, e gli onorò di doni eletti.

Ricchissimo ad Alete un elmo diede

ch'a Nicea conquistò fra l'altre prede.

93 Ebbe Argante una spada; e 'l fabro egregio

l'else e 'l pomo le fe' gemmato e d'oro,

con magistero tal che perde il pregio

de la ricca materia appo il lavoro.

Poi che la tempra e la ricchezza e 'l fregio

sottilmente da lui mirati foro,

disse Argante al Buglion: "Vedrai ben tosto

come da me il tuo dono in uso è posto."

94 Indi tolto il congedo, è da lui ditto

al suo compagno: "Or ce n'andremo omai,

io a Gierusalem, tu verso Egitto,

tu co 'l sol novo, io co' notturni rai,

ch'uopo o di mia presenza, o di mio scritto

essere non può colà dove tu vai.

Reca tu la risposta, io dilungarmi

quinci non vuo', dove si trattan l'armi."

95 Cosí di messaggier fatto è nemico,

sia fretta intempestiva o sia matura:

la ragion de le genti e l'uso antico

s'offenda o no, né 'l pensa egli, né 'l cura.

Senza risposta aver, va per l'amico

silenzio de le stelle a l'alte mura,

d'indugio impaziente, ed a chi resta

già non men la dimora anco è molesta.

96 Era la notte allor ch'alto riposo

han l'onde e i venti, e parea muto il mondo.

Gli animai lassi, e quei che 'l mar ondoso

o de liquidi laghi alberga il fondo,

e chi si giace in tana o in mandra ascoso,

e i pinti augelli, ne l'oblio profondo

sotto il silenzio de' secreti orrori

sopian gli affanni e raddolciano i cori.

97 Ma né 'l campo fedel, né 'l franco duca

si discioglie nel sonno, o almen s'accheta,

tanta in lor cupidigia è che riluca

omai nel ciel l'alba aspettata e lieta,

perché il camin lor mostri, e li conduca

a la città ch'al gran passaggio è mèta.

Mirano ad or ad or se raggio alcuno

spunti, o si schiari de la notte il bruno.

 

 

CANTO TERZO

1 Già l'aura messaggiera erasi desta

a nunziar che se ne vien l'aurora;

ella intanto s'adorna, e l'aurea testa

di rose colte in paradiso infiora,

quando il campo, ch'a l'arme omai s'appresta,

in voce mormorava alta e sonora,

e prevenia le trombe; e queste poi

dièr piú lieti e canori i segni suoi.

2 Il saggio capitan con dolce morso

i desideri lor guida e seconda,

ché piú facil saria svolger il corso

presso Cariddi a la volubil onda,

o tardar Borea allor che scote il dorso,

de l'Apennino, e i legni in mare affonda.

Gli ordina, gl'incamina, e 'n suon gli regge

rapido sí, ma rapido con legge.

3 Ali ha ciascuno al core ed ali al piede,

né del suo ratto andar però s'accorge;

ma quando il sol gli aridi campi fiede

con raggi assai ferventi e in alto sorge,

ecco apparir Gierusalem si vede,

ecco additar Gierusalem si scorge,

ecco da mille voci unitamente

Gierusalemme salutar si sente.

4 Cosí di naviganti audace stuolo,

che mova a ricercar estranio lido,

e in mar dubbioso e sotto ignoto polo

provi l'onde fallaci e 'l vento infido,

s'al fin discopre il desiato suolo,

il saluta da lunge in lieto grido,

e l'uno a l'altro il mostra, e intanto oblia

la noia e 'l mal de la passata via.

5 Al gran piacer che quella prima vista

dolcemente spirò ne l'altrui petto,

alta contrizion successe, mista

di timoroso e riverente affetto.

Osano a pena d'inalzar la vista

vèr la città, di Cristo albergo eletto,

dove morí, dove sepolto fue,

dove poi rivestí le membra sue.

6 Semmessi accenti e tacite parole,

rotti singulti e flebili sospiri

de la gente ch'in un s'allegra e duole,

fan che per l'aria un mormorio s'aggiri

qual ne le folte selve udir si suole

s'avien che tra le frondi il vento spiri,

o quale infra gli scogli o presso a i lidi

sibila il mar percosso in rauchi stridi.

7 Nudo ciascuno il piè calca il sentiero,

ché l'essempio de' duci ogn'altro move,

serico fregio o d'or, piuma o cimiero

superbo dal suo capo ognun rimove;

ed insieme del cor l'abito altero

depone, e calde e pie lagrime piove.

Pur quasi al pianto abbia la via rinchiusa,

cosí parlando ognun se stesso accusa:

8 "Dunque ove tu, Signor, di mille rivi

sanguinosi il terren lasciasti asperso,

d'amaro pianto almen duo fonti vivi

in sí acerba memoria oggi io non verso?

Agghiacciato mio cor, ché non derivi

per gli occhi e stilli in lagrime converso?

Duro mio cor, ché non ti spetri e frangi?

Pianger ben merti ognor, s'ora non piangi."

9 De la cittade intanto un ch'a la guarda

sta d'alta torre, e scopre i monti e i campi,

colà giuso la polve alzarsi guarda,

sí che par che gran nube in aria stampi:

par che baleni quella nube ed arda,

come di fiamme gravida e di lampi;

poi lo splendor de' lucidi metalli,

distingue, e scerne gli uomini e i cavalli.

10 Allor gridava: "Oh qual per l'aria stesa

polvere i' veggio! oh come par che splenda!

Su, suso, o cittadini, a la difesa

s'armi ciascun veloce, e i muri ascenda:

già presente è il nemico." E poi, ripresa

la voce: "Ognun s'affretti, e l'arme prenda;

ecco, il nemico è qui: mira la polve

che sotto orrida nebbia il ciel involve."

11 I semplici fanciulli, e i vecchi inermi,

e 'l vulgo de le donne sbigottite,

che non sanno ferir né fare schermi,

traean supplici e mesti a le meschite.

Gli altri di membra e d'animo piú fermi

già frettolosi l'arme avean rapite.

Accorre altri a le porte, altri a le mura;

il re va intorno, e 'l tutto vede e cura.

12 Gli ordini diede, e poscia ei si ritrasse

ove sorge una torre infra due porte,

sí ch'è presso al bisogno; e son piú basse

quindi le piaggie e le montagne scorte.

Volle che quivi seco Erminia andasse,

Erminia bella, ch'ei raccolse in corte

poi ch'a lei fu da le cristiane squadre

presa Antiochia, e morto il re suo padre.

13 Clorinda intanto incontra a i Franchi è gita:

molti van seco, ed ella a tutti è inante;

ma in altra parte, ond'è secreta uscita,

sta preparato a le riscosse Argante.

La generosa i suoi seguacl incita

co' detti e con l'intrepido sembiante:

"Ben con alto principio a noi conviene"

dicea "fondar de l'Asia oggi la spene."

14 Mentre ragiona a i suoi, non lunge scorse

un franco stuol addur rustiche prede,

che, com'è l'uso, a depredar precorse;

or con greggie ed armenti al campo riede.

Ella vèr lor, e verso lei se 'n corse

il duce lor, ch'a sé venir la vede.

Gardo il duce è nomato, uom di gran possa,

ma non già tal ch'a lei resister possa.

15 Gardo a quel fero scontro è spinto a terra

in su gli occhi de' Franchi e de' pagani,

ch'allor tutti gridàr, di quella guerra

lieti augúri prendendo, i quai fur vani.

Spronando adosso a gli altri ella si serra,

e val la destra sua per cento mani.

Seguirla i suoi guerrier per quella strada

che spianàr gli urti, e che s'aprí la spada.

16 Tosto la preda al predator ritoglie;

cede lo stuol de' Franchi a poco a poco,

tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie,

ove aiutate son l'arme dal loco.

Allor, sí come turbine si scioglie

e cade da le nubi aereo fuoco,

il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,

sua squadra mosse, ed arrestò l'antenna.

17 Porta sí salda la gran lancia, e in guisa

vien feroce e leggiadro il giovenetto,

che veggendolo d'alto il re s'avisa

che sia guerriero infra gli scelti eletto.

Onde dice a colei ch'è seco assisa,

e che già sente palpitarsi il petto:

"Ben conoscer déi tu per sí lungo uso

ogni cristian, benché ne l'arme chiuso.

18 Chi è dunque costui, che cosí bene

s'adatta in giostra, e fero in vista è tanto?"

A quella, in vece di risposta, viene

su le labra un sospir, su gli occhi il pianto.

Pur gli spirti e le lagrime ritiene,

ma non cosí che lor non mostri alquanto:

ché gli occhi pregni un bel purpureo giro

tinse, e roco spuntò mezzo il sospiro.

19 Poi gli dice infingevole, e nasconde

sotto il manto de l'odio altro desio:

"Oimè! bene il conosco, ed ho ben donde

fra mille riconoscerlo deggia io,

ché spesso il vidi i campi e le profonde

fosse del sangue empir del popol mio.

Ahi quanto è crudo nel ferire! a piaga

ch'ei faccia, erba non giova od arte maga.

20 Egli è il prence Tancredi: oh prigioniero

mio fosse un giorno! e no 'l vorrei già morto;

vivo il vorrei, perch'in me desse al fero

desio dolce vendetta alcun conforto."

Cosí parlava, e de' suoi detti il vero

da chi l'udiva in altro senso è torto;

e fuor n'uscí con le sue voci estreme

misto un sospir che 'ndarno ella già preme.

21 Clorinda intanto ad incontrar l'assalto

va di Tancredi, e pon la lancia in resta.

Ferírsi a le visiere, e i tronchi in alto

volaro e parte nuda ella ne resta;

ché, rotti i lacci a l'elmo suo, d'un salto

(mirabil colpo!) ei le balzò di testa;

e le chiome dorate al vento sparse,

giovane donna in mezzo 'l campo apparse.

22 Lampeggiàr gli occhi, e folgoràr gli sguardi,

dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?

Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?

non riconosci tu l'altero viso?

Quest'è pur quel bel volto onde tutt'ardi;

tuo core il dica, ov'è il suo essempio inciso.

Questa è colei che rinfrescar la fronte

vedesti già nel solitario fonte.

23 Ei ch'al cimiero ed al dipinto scudo

non badò prima, or lei veggendo impètra;

ella quanto può meglio il capo ignudo

si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra.

Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;

ma però da lei pace non impetra,

che minacciosa il segue, e: "Volgi" grida;

e di due morti in un punto lo sfida.

24 Percosso, il cavalier non ripercote,

né sí dal ferro a riguardarsi attende,

come a guardar i begli occhi e le gote

ond'Amor l'arco inevitabil tende.

Fra sé dicea: "Van le percosse vote

talor, che la sua destra armata stende;

ma colpo mai del bello ignudo volto

non cade in fallo, e sempre il cor m'è colto."

25 Risolve al fin, benché pietà non spere,

di non morir tacendo occulto amante.

Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fère

già inerme, e supplichevole e tremante;

onde le dice: "O tu, che mostri avere

per nemico me sol fra turbe tante,

usciam di questa mischia, ed in disparte

i' potrò teco, e tu meco provarte.

26 Cosí me' si vedrà s'al tuo s'agguaglia

il mio valore." Ella accettò l'invito:

e come esser senz'elmo a lei non caglia,

gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito.

Recata s'era in atto di battaglia

già la guerriera, e già l'avea ferito,

quand'egli: "Or ferma," disse "e siano fatti

anzi la pugna de la pugna i patti."

27 Fermossi, e lui di pauroso audace

rendé in quel punto il disperato amore.

"I patti sian," dicea "poi che tu pace

meco non vuoi, che tu mi tragga il core.

Il mio cor, non piú mio, s'a te dispiace

ch'egli piú viva, volontario more:

è tuo gran tempo, e tempo è ben che trarlo

omai tu debbia, e non debb'io vietarlo.

28 Ecco io chino le braccia, e t'appresento

senza difesa il petto: or ché no 'l fiedi?

vuoi ch'agevoli l'opra? i' son contento

trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi."

Distinguea forse in piú duro lamento

i suoi dolori il misero Tancredi,

ma calca l'impedisce intempestiva

de' pagani e de' suoi che soprarriva.

29 Cedean cacciati da lo stuol cristiano

i Palestini, o sia temenza od arte.

Un de' persecutori, uomo inumano,

videle sventolar le chiome sparte,

e da tergo in passando alzò la mano

per ferir lei ne la sua ignuda parte;

ma Tancredi gridò, che se n'accorse,

e con la spada a quel gran colpo occorse.

30 Pur non gí tutto in vano, e ne' confini

del bianco collo il bel capo ferille.

Fu levissima piaga, e i biondi crini

rosseggiaron cosí d'alquante stille,

come rosseggia l'or che di rubini

per man d'illustre artefice sfaville.

Ma il prence infuriato allor si strinse

adosso a quel villano, e 'l ferro spinse.

31 Quel si dilegua, e questi acceso d'ira

il segue, e van come per l'aria strale.

Ella riman sospesa, ed ambo mira

lontani molto, né seguir le cale,

ma co' suoi fuggitivi si ritira:

talor mostra la fronte e i Franchi assale;

or si volge or rivolge, or fugge or fuga,

né si può dir la sua caccia né fuga.

32 Tal gran tauro talor ne l'ampio agone,

se volge il corno a i cani ond'è seguito,

s'arretran essi; e s'a fuggir si pone,

ciascun ritorna a seguitarlo ardito.

Clorinda nel fuggir da tergo oppone

alto lo scudo, e 'l capo è custodito.

Cosí coperti van ne' giochi mori

da le palle lanciate i fuggitori.

33 Già questi seguitando e quei fuggendo

s'erano a l'alte mura avicinati,

quando alzaro i pagani un grido orrendo

e indietro si fur subito voltati;

e fecero un gran giro, e poi volgendo

ritornaro a ferir le spalle e i lati.

E intanto Argante giú movea dal monte

la schiera sua per assalirgli a fronte.

34 Il feroce circasso uscí di stuolo,

ch'esser vols'egli il feritor primiero,

e quegli in cui ferí fu steso al suolo,

e sossopra in un fascio il suo destriero;

e pria che l'asta in tronchi andasse a volo,

molti cadendo compagnia gli fèro.

Poi stringe il ferro, e quando giunge a pieno

sempre uccide od abbatte o piaga almeno.

35 Clorinda, emula sua, tolse di vita

il forte Ardelio, uom già d'età matura,

ma di vecchiezza indomita, e munita

di duo gran figli, e pur non fu secura,

ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra ferita

rimosso avea da la paterna cura,

e Poliferno, che restogli appresso,

a gran pena salvar poté se stesso.

36 Ma Tancredi, dapoi ch'egli non giunge

quel villan che destriero ha piú corrente,

si mira a dietro, e vede ben che lunge

troppo è trascorsa la sua audace gente.

Vedela intorniata, e 'l corsier punge

volgendo il freno, e là s'invia repente;

ned egli solo i suoi guerrier soccorre,

ma quello stuol ch'a tutt'i rischi accorre:

37 quel di Dudon aventurier drapello,

fior de gli eroi, nerbo e vigor del campo.

Rinaldo, il piú magnanimo e il piú bello,

tutti precorre, ed è men ratto il lampo.

Ben tosto il portamento e 'l bianco augello

conosce Erminia nel celeste campo,

e dice al re, che 'n lui fisa lo sguardo:

"Eccoti il domator d'ogni gagliardo.

38 Questi ha nel pregio de la spada eguali

pochi, o nessuno; ed è fanciullo ancora.

Se fosser tra' nemici altri sei tali,

già Soria tutta vinta e serva fòra;

e già dómi sarebbono i piú australi

regni, e i regni piú prossimi a l'aurora;

e forse il Nilo occultarebbe in vano

dal giogo il capo incognito e lontano.

39 Rinaldo ha nome; e la sua destra irata

teman piú d'ogni machina le mura.

Or volgi gli occhi ov'io ti mostro, e guata

colui che d'oro e verde ha l'armatura.

Quegli è Dudone, ed è da lui guidata

questa schiera, che schiera è di ventura:

è guerrier d'alto sangue e molto esperto,

che d'età vince e non cede di merto.

40 Mira quel grande, ch'è coperto a bruno:

è Gernando, il fratel del re norvegio;

non ha la terra uom piú superbo alcuno,

questo sol de' suoi fatti oscura il pregio.

E son que' duo che van sí giunti in uno,

e c'han bianco il vestir, bianco ogni fregio,

Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,

in valor d'arme e in lealtà famosi."

41 Cosí parlava, e già vedean là sotto

come la strage piú e piú s'ingrosse,

ché Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto

benché d'uomini denso e d'armi fosse;

e poi lo stuol, ch'è da Dudon condotto,

vi giunse, ed aspramente anco il percosse.

Argante, Argante stesso, ad un grand'urto

di Rinaldo abbattuto, a pena è surto.

42 Né sorgea forse, ma in quel punto stesso

al figliuol di Bertoldo il destrier cade;

e restandogli sotto il piede oppresso,

convien ch'indi a ritrarlo alquanto bade.

Lo stuol pagan fra tanto, in rotta messo,

si ripara fuggendo a la cittade.

Soli Argante e Clorinda argine e sponda

sono al furor che lor da tergo inonda.

43 Ultimi vanno, e l'impeto seguente

in lor s'arresta alquanto, e si reprime,

sí che potean men perigliosamente

quelle genti fuggir che fuggean prime.

Segue Dudon ne la vittoria ardente

i fuggitivi, e 'l fer Tigrane opprime

con l'urto del cavallo, e con la spada

fa che scemo del capo a terra cada.

44 Né giova ad Algazarre il fino usbergo,

ned e Corban robusto il forte elmetto,

ché 'n guisa lor ferí la nuca e 'l tergo

che ne passò la piaga al viso, al petto.

E per sua mano ancor del dolce albergo

l'alma uscí d'Amurate e di Meemetto,

e del crudo Almansor; né 'l gran circasso

può securo da lui mover un passo.

45 Freme in se stesso Argante, e pur tal volta

si ferma e volge, e poi cede pur anco.

Al fin cosí improviso a lui si volta,

e di tanto rovescio il coglie al fianco,

che dentro il ferro vi s'immerge, e tolta

è dal colpo la vita al duce franco.

Cade; e gli occhi, ch'a pena aprir si ponno,

dura quiete preme e ferreo sonno.

46 Gli aprí tre volte, e i dolci rai del cielo

cercò fruire e sovra un braccio alzarsi,

e tre volte ricadde, e fosco velo

gli occhi adombrò, che stanchi al fin serràrsi.

Si dissolvono i membri, e 'l mortal gelo

inrigiditi e di sudor gli ha sparsi.

Sovra il corpo già morto il fero Argante

punto non bada, e via trascorre inante.

47 Con tutto ciò, se ben d'andar non cessa,

si volge a i Franchi, e grida: "O cavalieri,

questa sanguigna spada è quella stessa

che 'l signor vostro mi donò pur ieri;

ditegli come in uso oggi l'ho messa,

ch'udirà la novella ei volentieri.

E caro esser gli dée che 'l suo bel dono

sia conosciuto al paragon sí buono.

48 Ditegli che vederne ormai s'aspetti

ne le viscere sue piú certa prova;

e quando d'assalirne ei non s'affretti,

verrò non aspettato ove si trova."

Irritati i cristiani a i feri detti,

tutti vèr lui già si moveano a prova;

ma con gli altri esso è già corso in securo

sotto la guardia de l'amico muro.

49 I difensori a grandinar le pietre

da l'alte mura in guisa incominciaro,

e quasi innumerabili faretre

tante saette a gli archi ministraro,

che forza è pur che 'l franco stuol s'arretre;

e i saracin ne la cittade entraro.

Ma già Rinaldo, avendo il piè sottratto

al giacente destrier, s'era qui tratto.

50 Venia per far nel barbaro omicida

de l'estinto Dudone aspra vendetta,

e fra' suoi giunto alteramente grida:

"Or qual indugio è questo? e che s'aspetta?

poi ch'è morto il signor che ne fu guida,

ché non corriamo a vendicarlo in fretta?

Dunque in sí grave occasion di sdegno

esser può fragil muro a noi ritegno?

51 Non, se di ferro doppio o d'adamante

questa muraglia impenetrabil fosse,

colà dentro securo il fero Argante

s'appiatteria da le vostr'alte posse:

andiam pure a l'assalto!" Ed egli inante

a tutti gli altri in questo dir si mosse,

ché nulla teme la secura testa

o di sasso o di strai nembo o tempesta.

52 Ei crollando il gran capo, alza la faccia

piena di sí terribile ardimento,

che sin dentro a le mura i cori agghiaccia

a i difensor d'insolito spavento.

Mentre egli altri rincora, altri minaccia,

sopravien chi reprime il suo talento;

ché Goffredo lor manda il buon Sigiero

de' gravi imperii suoi nunzio severo.

53 Questi sgrida in suo nome il troppo ardire,

e incontinente il ritornar impone:

"Tornatene," dicea "ch'a le vostr'ire

non è il loco opportuno o la stagione;

Goffredo il vi comanda." A questo dire

Rinaldo si frenò, ch'altrui fu sprone,

benché dentro ne frema, e in piú d'un segno

dimostri fuore il mal celato sdegno.

54 Tornàr le schiere indietro, e da i nemici

non fu il ritorno lor punto turbato;

né in parte alcuna de gli estremi uffici

il corpo di Dudon restò fraudato.

Su le pietose braccia i fidi amici

portàrlo, caro peso ed onorato.

Mira intanto il Buglion d'eccelsa parte

de la forte cittade il sito e l'arte.

55 Gierusalem sovra duo colli è posta

d'impari attezza, e vòlti fronte a fronte.

Va per lo mezzo suo valle interposta,

che lei distingue, e l'un da l'altro monte.

Fuor da tre lati ha malagevol costa,

per l'altro vassi, e non par che si monte;

ma d'altissime mura è piú difesa

la parte piana, e 'ncontra Borea è stesa.

56 La città dentro ha lochi in cui si serba

l'acqua che piove, e laghi e fonti vivi;

ma fuor la terra intorno è nuda d'erba,

e di fontane sterile e di rivi.

Né si vede fiorir lieta e superba

d'alberi, e fare schermo a i raggi estivi,

se non se in quanto oltra sei miglia un bosco

sorge d'ombre nocenti orrido e fosco.

57 Ha da quel lato donde il giorno appare

del felice Giordan le nobil onde;

e da la parte occidental, del mare

Mediterraneo l'arenose sponde.

Verso Borea è Betèl, ch'alzò l'altare

al bue de l'oro, e la Samaria, e donde

Austro portar le suol piovoso nembo,

Betelèm che 'l gran parto ascose in grembo.

58 Or mentre guarda e l'alte mura e 'l sito

de la città Goffredo e del paese,

e pensa ove s'accampi, onde assalito

sia il muro ostil piú facile a l'offese,

Erminia il vide, e dimostrollo a dito

al re pagano, e cosí a dir riprese:

"Goffredo è quel, che nel purpureo ammanto

ha di regio e d'augusto in sé cotanto.

59 Veramente è costui nato a l'impero,

sí del regnar, del comandar sa l'arti,

e non minor che duce è cavaliero,

ma del doppio valor tutte ha le parti;

né fra turba sí grande uom piú guerriero

o piú saggio di lui potrei mostrarti.

Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia

sol Rinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia."

60 Risponde il re pagan: "Ben ho di lui

contezza, e 'l vidi a la gran corte in Francia,

quand'io d'Egitto messaggier vi fui,

e 'l vidi in nobil giostra oprar la lancia;

e se ben gli anni giovenetti sui

non gli vestian di piume ancor la guancia,

pur dava a i detti, a l'opre, a le sembianze,

presagio omai d'altissime speranze;

61 presagio ahi troppo vero!" E qui le ciglia

turbate inchina, e poi l'inalza e chiede:

"Dimmi chi sia colui c'ha pur vermiglia

la sopravesta, e seco a par si vede.

Oh quanto di sembianti a lui somiglia!

se ben alquanto di statura cede."

"È Baldovin," risponde "e ben si scopre

nel volto a lui fratel, ma piú ne l'opre.

62 Or rimira colui che, quasi in modo

d'uomo che consigli, sta da l'altro fianco:

quegli è Raimondo, il qual tanto ti lodo

d'accorgimento, uom già canuto e bianco.

Non è chi tesser me' bellico frodo

di lui sapesse o sia latino o franco;

ma quell'altro piú in là, ch'orato ha l'elmo,

del re britanno è il buon figliuol Guglielmo.

63 V'è Guelfo seco, e gli è d'opre leggiadre

emulo, e d'alto sangue e d'alto stato:

ben il conosco a le sue spalle quadre,

ed a quel petto colmo e rilevato.

Ma 'l gran nemico mio tra queste squadre

già riveder non posso, e pur vi guato;

io dico Boemondo il micidiale,

distruggitor del sangue mio reale."

64 Cosí parlavan questi; e 'l capitano,

poi ch'intorno ha mirato, a i suoi discende;

e perché crede che la terra in vano

s'oppugneria dov'il piú erto ascende,

contra lo porta Aquilonar, nel piano

che con lei si congiunge, alza le tende;

e quinci procedendo infra la torre

che chiamano Angolar gli altri fa porre.

65 Da quel giro del campo è contenuto

de la cittade il terzo, o poco meno,

che d'ogn'intorno non avria potuto,

(cotanto ella volgea) cingerla a pieno;

ma le vie tutte ond'aver pote aiuto

tenta Goffredo d'impedirle almeno,

ed occupar fa gli opportuni passi

onde da lei si viene ed a lei vassi.

66 Impon che sian le tende indi munite

e di fosse profonde e di trinciere,

che d'una parte a cittadine uscite,

da l'altra oppone a correrie straniere.

Ma poi che fur quest'opere fornite,

vols'egli il corpo di Dudon vedere,

e colà trasse ove il buon duce estinto

da mesta turba e lagrimosa è cinto.

67 Di nobil pompa i fidi amici ornaro

il gran ferètro ove sublime ei giace.

Quando Goffredo entrò, le turbe alzaro

la voce assai piú flebile e loquace;

ma con volto né torbido né chiaro

frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.

E poi che 'n lui pensando alquanto fisse

le luci ebbe tenute, al fin sí disse:

68 "Già non si deve a te doglia né pianto,

che se mori nel mondo, in Ciel rinasci;

e qui dove ti spogli il mortal manto

di gloria impresse alte vestigia lasci.

Vivesti qual guerrier cristiano e santo,

e come tal sei morto; or godi, e pasci

in Dio gli occhi bramosi, o felice alma,

ed hai del bene oprar corona e palma.

69 Vivi beata pur, ché nostra sorte,

non tua sventura, a lagrimar n'invita,

poscia ch'al tuo partir sí degna e forte

parte di noi fa co 'l tuo piè partita.

Ma se questa, che 'l vulgo appella morte,

privati ha noi d'una terrena aita,

celeste aita ora impetrar ne puoi

che 'l Ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.

70 E come a nostro pro veduto abbiamo

ch'usavi, uom già mortal, l'arme mortali,

cosí vederti oprare anco speriamo,

spirto divin, l'arme del Ciel fatali.

Impara i voti omai, ch'a te porgiamo,

raccòrre, e dar soccorso a i nostri mali:

indi vittoria annunzio; a te devoti

solverem trionfando al tempio i voti."

71 Cosí diss'egli; e già la notte oscura

avea tutti del giorno i raggi spenti,

e con l'oblio d'ogni noiosa cura

ponea tregua a le lagrime, a i lamenti.

Ma il capitan, ch'espugnar mai le mura

non crede senza i bellici tormenti,

pensa ond'abbia le travi, ed in quai forme

le machine componga; e poco dorme.

72 Sorse a pari co 'l sole, ed egli stesso

seguir la pompa funeral poi volle.

A Dudon d'odorifero cipresso

composto hanno un sepolcro a piè d'un colle,

non lunge a gli steccati; e sovra ad esso

un'altissima palma i rami estolle.

Or qui fu posto, e i sacerdoti intanto

quiete a l'alma gli pregàr co 'l canto.

73 Quinci e quindi fra i rami erano appese

insegne e prigioniere arme diverse,

già da lui tolte in piú felici imprese

a le genti di Siria ed a le perse.

De la corazza sua, de l'altro arnese,

in mezzo il grosso tronco si coperse.

"Qui" vi tu scritto poi "giace Dudone:

onorate l'altissimo campione."

74 Ma il pietoso Buglion, poi che da questa

opra si tolse dolorosa e pia,

tutti i fabri del campo a la foresta

con buona scorta di soldati invia.

Ella è tra valli ascosa, e manifesta

l'avea fatta a i Francesi uom di Soria.

Qui per troncar le machine n'andaro,

a cui non abbia la città riparo.

75 L'un l'altro essorta che le piante atterri,

e faccia al bosco inusitati oltraggi.

Caggion recise da i pungenti ferri

le sacre palme e i frassini selvaggi,

i funebri cipressi e i pini e i cerri,

l'elci frondose e gli alti abeti e i faggi,

gli olmi mariti, a cui talor s'appoggia

la vite, e con piè torto al ciel se 'n poggia.

76 Altri i tassi, e le quercie altri percote,

che mille volte rinovàr le chiome,

e mille volte ad ogni incontro immote

l'ire de' venti han rintuzzate e dome;

ed altri impone a le stridenti rote

d'orni e di cedri l'odorate some.

Lascian al suon de l'arme, al vario grido,

e le fère e gli augei la tana e 'l nido.

 

 

CANTO QUARTO

1 Mentre son questi a le bell'opre intenti,

perché debbiano tosto in uso porse,

il gran nemico de l'umane genti

contra i cristiani i lividi occhi torse;

e scorgendogli omai lieti e contenti,

ambo le labra per furor si morse,

e qual tauro ferito il suo dolore

versò mugghiando e sospirando fuore.

2 Quinci, avendo pur tutto il pensier vòlto

a recar ne' cristiani ultima doglia,

che sia, comanda, il popol suo raccolto

(concilio orrendo!) entro la regia soglia;

come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!,

il repugnare a la divina voglia:

stolto, ch'al Ciel s'agguaglia, e in oblio pone

come di Dio la destra irata tuone.

3 Chiama gli abitator de l'ombre eterne

il rauco suon de la tartarea tromba.

Treman le spaziose atre caverne,

e l'aer cieco a quel romor rimbomba;

né sí stridendo mai da le superne

regioni del cielo il folgor piomba,

né sí scossa giamai trema la terra

quando i vapori in sen gravida serra.

4 Tosto gli dèi d'Abisso in varie torme

concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.

Oh come strane, oh come orribil forme!

quant'è ne gli occhi lor terrore e morte!

Stampano alcuni il suol di ferine orme,

e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte,

e lor s'aggira dietro immensa coda

che quasi sferza si ripiega e snoda.

5 Qui mille immonde Arpie vedresti e mille

Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni,

molte e molte latrar voraci Scille,

e fischiar Idre e sibilar Pitoni,

e vomitar Chimere atre faville,

e Polifemi orrendi e Gerioni;

e in novi mostri, e non piú intesi o visti,

diversi aspetti in un confusi e misti.

6 D'essi parte a sinistra e parte a destra

a seder vanno al crudo re davante.

Siede Pluton nel mezzo, e con la destra

sostien lo scettro ruvido e pesante;

né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra,

né pur Calpe s'inalza o 'l magno Atlante,

ch'anzi lui non paresse un picciol colle,

sí la gran fronte e le gran corna estolle.

7 Orrida maestà nel fero aspetto

terrore accresce, e piú superbo il rende:

rosseggian gli occhi, e di veneno infetto

come infausta cometa il guardo splende,

gl'involve il mento e su l'irsuto petto

ispida e folta la gran barba scende,

e in guisa di voragine profonda

s'apre la bocca d'atro sangue immonda.

8 Qual i fumi sulfurei ed infiammati

escon di Mongibello e 'l puzzo e 'l tuono,

tal de la fera bocca i negri fiati,

tale il fetore e le faville sono.

Mentre ei parlava, Cerbero i latrati

ripresse, e l'Idra si fe' muta al suono;

restò Cocito, e ne tremàr gli abissi,

e in questi detti il gran rimbombo udissi:

9 "Tartarei numi, di seder piú degni

là sovra il sole, ond'è l'origin vostra,

che meco già da i piú felici regni

spinse il gran caso in questa orribil chiostra,

gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni

noti son troppo, e l'alta impresa nostra;

or Colui regge a suo voler le stelle,

e noi siam giudicate alme rubelle.

10 Ed in vece del dí sereno e puro,

de l'aureo sol, de gli stellati giri,

n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,

né vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;

e poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!

quest'è quel che piú inaspra i miei martíri)

ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato,

l'uom vile e di vil fango in terra nato.

11 Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte,

sol per farne piú danno, il figlio diede.

Ei venne e ruppe le tartaree porte,

e porre osò ne' regni nostri il piede,

e trarne l'alme a noi dovute in sorte,

e riportarne al Ciel sí ricche prede,

vincitor trionfando, e in nostro scherno

l'insegne ivi spiegar del vinto Inferno.

12 Ma che rinovo i miei dolor parlando?

Chi non ha già l'ingiurie nostre intese?

Ed in qual parte si trovò, né quando,

ch'egli cessasse da l'usate imprese?

Non piú déssi a l'antiche andar pensando,

pensar dobbiamo a le presenti offese.

Deh! non vedete omai com'egli tenti

tutte al suo culto richiamar le genti?

13 Noi trarrem neghittosi i giorni e l'ore,

né degna cura fia che 'l cor n'accenda?

e soffrirem che forza ognor maggiore

il suo popol fedele in Asia prenda?

e che Giudea soggioghi? e che 'l suo onore,

che 'l nome suo piú si dilati e stenda?

che suoni in altre lingue, e in altri carmi

si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?

14 Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi?

ch'i nostri altari il mondo a lui converta?

ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi

siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta?

ch'ove a noi tempio non solea serrarsi,

or via non resti a l'arti nostre aperta?

che di tant'alme il solito tributo

ne manchi, e in vòto regno alberghi Pluto?

15 Ah! non fia ver, ché non sono anco estinti

gli spirti in voi di quel valor primiero,

quando di ferro e d'alte fiamme cinti

pugnammo già contra il celeste impero.

Fummo, io no 'l nego, in quel conflitto vinti,

pur non mancò virtute al gran pensiero.

Diede che che si fosse a lui vittoria:

rimase a noi d'invitto ardir la gloria.

16 Ma perché piú v'indugio? Itene, o miei

fidi consorti, o mia potenza e forze:

ite veloci, ed opprimete i rei

prima che 'l lor poter piú si rinforze;

pria che tutt'arda il regno de gli Ebrei,

questa fiamma crescente omai s'ammorze;

fra loro entrate, e in ultimo lor danno

or la forza s'adopri ed or l'inganno.

17 Sia destin ciò ch'io voglio: altri disperso

se 'n vada errando, altri rimanga ucciso,

altri in cure d'amor lascive immerso

idol si faccia un dolce sguardo e un riso.

Sia il ferro incontra 'l suo rettor converso

da lo stuol ribellante e 'n sé diviso:

pèra il campo e ruini, e resti in tutto

ogni vestigio suo con lui distrutto."

18 Non aspettàr già l'alme a Dio rubelle

che fosser queste voci al fin condotte;

ma fuor volando a riveder le stelle

già se n'uscian da la profonda notte,

come sonanti e torbide procelle

che vengan fuor de le natie lor grotte

ad oscurar il cielo, a portar guerra

a i gran regni del mar e de la terra.

19 Tosto, spiegando in vari lati i vanni,

si furon questi per lo mondo sparti,

e 'ncominciaro a fabricar inganni

diversi e novi, e ad usar lor arti.

Ma di' tu, Musa, come i primi danni

mandassero a i cristiani e di quai parti;

tu 'l sai, e di tant'opra a noi sí lunge

debil aura di fama a pena giunge.

20 Reggea Damasco e le città vicine

Idraote, famoso e nobil mago,

che fin da' suoi prim'anni a l'indovine

arti si diede, e ne fu ognor piú vago.

Ma che giovàr, se non poté del fine

di quella incerta guerra esser presago?

Ned aspetto di stelle erranti o fisse,

né risposta d'inferno il ver predisse.

21 Giudicò questi (ahi, cieca umana mente,

come i giudizi tuoi son vani e torti!)

ch'a l'essercito invitto d'Occidente

apparecchiasse il Ciel ruine e morti;

però, credendo che l'egizia gente

la palma de l'impresa al fin riporti,

desia che 'l popol suo ne la vittoria

sia de l'acquisto a parte e de la gloria.

22 Ma perché il valor franco ha in grande stima,

di sanguigna vittoria i danni teme;

e va pensando con qual arte in prima

il poter de' cristiani in parte sceme,

sí che piú agevolmente indi s'opprima

da le sue genti e da l'egizie insieme:

in questo suo pensier il sovragiunge

l'angelo iniquo, e piú l'instiga e punge.

23 Esso il consiglia, e gli ministra i modi

onde l'impresa agevolar si pote.

Donna a cui di beltà le prime lodi

concedea l'Oriente, è sua nepote:

gli accorgimenti e le piú occulte frodi

ch'usi o femina o maga a lei son note.

Questa a sé chiama e seco i suoi consigli

comparte, e vuol che cura ella ne pigli.

24 Dice: "O diletta mia, che sotto biondi

capelli e fra sí tenere sembianze

canuto senno e cor virile ascondi,

e già ne l'arti mie me stesso avanze,

gran pensier volgo; e se tu lui secondi,

seguiteran gli effetti a le speranze.

Tessi la tela ch'io ti mostro ordita,

di cauto vecchio essecutrice ardita.

25 Vanne al campo nemico: ivi s'impieghi

ogn'arte feminil ch'amore alletti.

Bagna di pianto e fa' melati i preghi,

tronca e confondi co' sospiri i detti:

beltà dolente e miserabil pieghi,

al tuo volere i piú ostinati petti.

Vela il soverchio ardir con la vergogna,

e fa' manto del vero a la menzogna.

26 Prendi, s'esser potrà, Goffredo a l'esca

de' dolci sguardi e de' be' detti adorni,

sí ch'a l'uomo invaghito omai rincresca

l'incominciata guerra, e la distorni.

Se ciò non puoi, gli altri piú grandi adesca:

menagli in parte ond'alcun mai non torni."

Poi distingue i consigli; al fin le dice:

"Per la fé, per la patria il tutto lice."

27 La bella Armida, di sua forma altera

e de' doni del sesso e de l'etate,

l'impresa prende, e in su la prima sera

parte e tiene sol vie chiuse e celate;

e 'n treccia e 'n gonna feminile spera

vincer popoli invitti e schiere armate.

Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad arte

diverse voci poi diffuse e sparte.

28 Dopo non molti dí vien la donzella

dove spiegate i Franchi avean le tende.

A l'apparir de la beltà novella

nasce un bisbiglio e 'l guardo ognun v'intende,

sí come là dove cometa o stella,

non piú vista di giorno, in ciel risplende;

e traggon tutti per veder chi sia

sí bella peregrina, e chi l'invia.

29 Argo non mai, non vide Cipro o Delo

d'abito o di beltà forme sí care:

d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo

traluce involta, or discoperta appare.

Cosí, qualor si rasserena il cielo,

or da candida nube il sol traspare,

or da la nube uscendo i raggi intorno

piú chiari spiega e ne raddoppia il giorno.

30 Fa nove crespe l'aura al crin disciolto,

che natura per sé rincrespa in onde;

stassi l'avaro sguardo in sé raccolto,

e i tesori d'amore e i suoi nasconde.

Dolce color di rose in quel bel volto

fra l'avorio si sparge e si confonde,

ma ne la bocca, onde esce aura amorosa,

sola rosseggia e semplice la rosa.

31 Mostra il bel petto le sue nevi ignude,

onde il foco d'Amor si nutre e desta.

Parte appar de le mamme acerbe e crude,

parte altrui ne ricopre invida vesta:

invida, ma s'a gli occhi il varco chiude,

l'amoroso pensier già non arresta,

ché non ben pago di bellezza esterna

ne gli occulti secreti anco s'interna.

32 Come per acqua o per cristallo intero

trapassa il raggio, e no 'l divide o parte,

per entro il chiuso manto osa il pensiero

sí penetrar ne la vietata parte.

Ivi si spazia, ivi contempla il vero

di tante meraviglie a parte a parte;

poscia al desio le narra e le descrive,

e ne fa le sue fiamme in lui piú vive.

33 Lodata passa e vagheggiata Armida

fra le cupide turbe, e se n'avede.

No 'l mostra già, benché in suo cor ne rida,

e ne disegni alte vittorie e prede.

Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida

che la conduca al capitan richiede,

Eustazio occorse a lei, che del sovrano

principe de le squadre era germano.

34 Come al lume farfalla, ei si rivolse

a lo splendor de la beltà divina,

e rimirar da presso i lumi volse

che dolcemente atto modesto inchina;

e ne trasse gran fiamma e la raccolse

come da foco suole esca vicina,

e disse verso lei, ch'audace e baldo

il fea de gli anni e de l'amore il caldo:

35 "Donna, se pur tal nome a te conviensi,

ché non somigli tu cosa terrena,

né v'è figlia d'Adamo in cui dispensi

cotanto il Ciel di sua luce serena,

che da te si ricerca? ed onde viensi?

qual tua ventura o nostra or qui ti mena?

Fa' che sappia chi sei, fa' ch'io non erri

ne l'onorarti; e s'è ragion, m'atterri."

36 Risponde: "Il tuo lodar troppo alto sale,

né tanto in suso il merto nostro arriva.

Cosa vedi, signor, non pur mortale,

ma già morta a i diletti, al duol sol viva;

mia sciagura mi spinge in loco tale,

vergine peregrina e fuggitiva.

Ricovro al pio Goffredo, e in lui confido

tal va di sua bontate intorno il grido.

37 Tu l'adito m'impetra al capitano,

s'hai, come pare, alma cortese e pia."

Ed egli: "È ben ragion ch'a l'un germano

l'altro ti guidi, e intercessor ti sia.

Vergine bella, non ricorri in vano,

non è vile appo lui la grazia mia;

spender tutto potrai, come t'aggrada,

ciò che vaglia il suo scettro o la mia spada."

38 Tace, e la guida ove tra i grandi eroi

allor dal vulgo il pio Buglion s'invola.

Essa inchinollo riverente, e poi

vergognosetta non facea parola.

Ma quei rossor, ma quei timori suoi

rassecura il guerriero e riconsola,

sí che i pensati inganni al fine spiega

in suon che di dolcezza i sensi lega.

39 "Principe invitto," disse "il cui gran nome

se 'n vola adorno di sí ricchi fregi

che l'esser da te vinte e in guerra dome

recansi a gloria le provincie e i regi,

noto per tutto è il tuo valor; e come

sin da i nemici avien che s'ami e pregi,

cosí anco i tuoi nemici affida, e invita

di ricercarti e d'impetrarne aita.

40 Ed io, che nacqui in sí diversa fede

che tu abbassasti e ch'or d'opprimer tenti,

per te spero acquistar la nobil sede

e lo scettro regal de' miei parenti;

e s'altri aita a i suoi congiunti chiede

contro il furor de le straniere genti,

io, poi che 'n lor non ha pietà piú loco,

contra il mio sangue il ferro ostile invoco.

41 Io te chiamo, in te spero; e in quella altezza

puoi tu sol pormi onde sospinta io fui,

né la tua destra esser dée meno avezza

di sollevar che d'atterrar altrui,

né meno il vanto di pietà si prezza

che 'l trionfar de gl'inimici sui;

e s'hai potuto a molti il regno tòrre,

fia gloria egual nel regno or me riporre.

42 Ma se la nostra fé varia ti move

a disprezzar forse i miei preghi onesti,

la fé, c'ho certa in tua pietà, mi giove,

né dritto par ch'ella delusa resti.

Testimone è quel Dio ch'a tutti è Giove

ch'altrui piú giusta aita unqua non désti.

Ma perché il tutto a pieno intenda, or odi

le mie sventure insieme e l'altrui frodi.

43 Figlia i' son d'Arbilan, che 'l regno tenne

del bel Damasco e in minor sorte nacque,

ma la bella Cariclia in sposa ottenne,

cui farlo erede del suo imperio piacque.

Costei co 'l suo morir quasi prevenne

il nascer mio, ch'in tempo estinta giacque

ch'io fuori uscia de l'alvo; e fu il fatale

giorno ch'a lei dié morte, a me natale.

44 Ma il primo lustro a pena era varcato

dal dí ch'ella spogliossi il mortal velo,

quando il mio genitor, cedendo al fato,

forse con lei si ricongiunse in Cielo,

di me cura lassando e de lo stato

al fratel, ch'egli amò con tanto zelo

che, se in petto mortal pietà risiede,

esser certo dovea de la sua fede.

45 Preso dunque di me questi il governo,

vago d'ogni mio ben si mostrò tanto

che d'incorrotta fé, d'amor paterno

e d'immensa pietade ottenne il vanto,

o che 'l maligno suo pensiero interno

celasse allor sotto contrario manto,

o che sincere avesse ancor le voglie,

perch'al figliuol mi destinava in moglie.

46 Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai né stile

di cavalier, né nobil arte apprese,

nulla di pellegrino o di gentile

gli piacque mai, né mai troppo alto intese;

sotto diforme aspetto animo vile,

e in cor superbo avare voglie accese:

ruvido in atti, ed in costumi è tale

ch'è sol ne' vizi a se medesmo eguale.

47 Ora il mio buon custode ad uom sí degno

unirmi in matrimonio in sé prefisse,

e farlo del mio letto e del mio regno

consorte; e chiaro a me piú volte il disse.

Usò la lingua e l'arte, usò l'ingegno

perché 'l bramato effetto indi seguisse,

ma promessa da me non trasse mai,

anzi ritrosa ognor tacqui o negai.

48 Partissi alfin con un sembiante oscuro,

onde l'empio suo cor chiaro trasparve;

e ben l'istoria del mio mal futuro

leggergli scritta in fronte allor mi parve.

Quinci i notturni miei riposi furo

turbati ognor da strani sogni e larve,

ed un fatale orror ne l'alma impresso

m'era presagio de' miei danni espresso.

49 Spesso l'ombra materna a me s'offria,

pallida imago e dolorosa in atto,

quanto diversa, oimè!, da quel che pria

visto altrove il suo volto avea ritratto!

`Fuggi, figlia,' dicea `morte sí ria

che ti sovrasta omai, pàrtiti ratto,

già veggio il tòsco e 'l ferro in tuo sol danno

apparecchiar dal perfido tiranno.'

50 Ma che giovava, oimè!, che del periglio

vicino omai fosse presago il core,

s'irresoluta in ritrovar consiglio

la mia tenera età rendea il timore?

Prender fuggendo volontario essiglio,

e ignuda uscir del patrio regno fuore,

grave era sí ch'io fea minore stima

di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.

51 Temea, lassa!, la morte, e non avea

(chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire;

e scoprir la mia tema anco temea,

per non affrettar l'ore al mio morire.

Cosí inquieta e torbida traea

la vita in un continuo martíre,

qual uom ch'aspetti che su 'l collo ignudo

ad or ad or gli caggia il ferro crudo.

52 In tal mio stato, o fosse amica sorte

o ch'a peggio mi serbi il mio destino,

un de' ministri de la regia corte,

che 'l re mio padre s'allevò bambino,

mi scoperse che 'l tempo a la mia morte

dal tiranno prescritto era vicino,

e ch'egli a quel crudele avea promesso

di porgermi il venen quel giorno stesso.

53 E mi soggiunse poi ch'a la mia vita,

sol fuggendo, allungar poteva il corso;

e poi ch'altronde io non sperava aita,

pronto offrí se medesmo al mio soccorso,

e confortando mi rendé sí ardita

che del timor non mi ritenne il morso,

sí ch'io non disponessi a l'aer cieco,

la patria e 'l zio fuggendo, andarne seco.

54 Sorse la notte oltra l'usato oscura,

che sotto l'ombre amiche ne coperse,

onde con due donzelle uscii secura,

compagne elette a le fortune averse;

ma pure indietro a le mie patrie mura

le luci io rivolgea di pianto asperse,

né de la vista del natio terreno

potea, partendo, saziarle a pieno.

55 Fea l'istesso camin l'occhio e 'l pensiero,

e mal suo grado il piede inanzi giva,

sí come nave ch'improviso e fero

turbine scioglia da l'amata riva.

La notte andammo e 'l dí seguente intero

per lochi ov'orma altrui non appariva;

ci ricovrammo in un castello al fine

che siede del mio regno in su 'l confine.

56 È d'Aronte il castel, ch'Aronte fue

quel che mi trasse di periglio e scòrse.

Ma poiché me fuggito aver le sue

mortali insidie il traditor s'accorse,

acceso di furor contr'ambedue,

le sue colpe medesme in noi ritorse;

ed ambo fece rei di quell'eccesso

che commetter in me volse egli stesso.

57 Disse ch'Aronte i' avea con doni spinto

fra sue bevande a mescolar veneno

per non aver, poi ch'egli fosse estinto,

chi legge mi prescriva o tenga a freno;

e ch'io, seguendo un mio lascivo instinto,

volea raccòrmi a mille amanti in seno.

Ahi, che fiamma del cielo anzi in me scenda,

santa onestà, ch'io le tue leggi offenda!

58 Ch'avara fame d'oro e sete insieme

del mio sangue innocente il crudo avesse,

grave m'è sí; ma via piú il cor mi preme

che 'l mio candido onor macchiar volesse.

L'empio, che i popolari impeti teme,

cosí le sue menzogne adorna e tesse

che la città, del ver dubbia e sospesa,

sollevata non s'arma a mia difesa.

59 Né, perch'or sieda nel mio seggio e 'n fronte

già gli risplenda la regal corona,

pone alcun fine a i miei gran danni, a l'onte,

sí la sua feritate oltra lo sprona.

Arder minaccia entro 'l castello Aronte,

se di proprio voler non s'imprigiona;

ed a me, lassa!, e 'nsieme a i miei consorti

guerra annunzia non pur, ma strazi e morti.

60 Ciò dice egli di far perché dal volto

cosí lavarsi la vergogna crede,

e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto,

l'onor del sangue e de la regia sede;

ma il timor n'è cagion che non ritolto

gli sia lo scettro ond'io son vera erede,

ché sol s'io caggio por fermo sostegno

con le ruine mie pote al suo regno.

61 E ben quel fine avrà l'empio desire

che già il tiranno ha stabilito in mente,

e saran nel mio sangue estinte l'ire

che dal mio lagrimar non fiano spente,

se tu no 'l vieti. A te rifuggo, o sire,

io misera fanciulla, orba, innocente;

e questo pianto, ond'ho i tuoi piedi aspersi,

vagliami sí che 'l sangue io poi non versi.

62 Per questi piedi ond'i superbi e gli empi

calchi, per questa man che 'l dritto aita,

per l'alte tue vittorie, e per que' tèmpi

sacri cui désti e cui dar cerchi aita,

il mio desir, tu che puoi solo, adempi

e in un co 'l regno a me serbi la vita

la tua pietà; ma pietà nulla giove,

s'anco te il dritto e la ragion non move.

63 Tu, cui concesse il Cielo e dielti in fato

voler il giusto e poter ciò che vuoi,

a me salvar la vita, a te lo stato

(ché tuo fia s'io 'l ricovro) acquistar puoi.

Fra numero sí grande a me sia dato

diece condur de' tuoi piú forti eroi,

ch'avendo i padri amici e 'l popol fido,

bastan questi a ripormi entro al mio nido.

64 Anzi un de' primi, a la cui fé commessa

è la custodia di secreta porta,

promette aprirla e ne la reggia stessa

pórci di notte tempo, e sol m'essorta

ch'io da te cerchi alcuna aita; e in essa,

per picciola che sia, si riconforta

piú che s'altronde avesse un grande stuolo,

tanto l'insegne estima e 'l nome solo."

65 Ciò detto, tace; e la risposta attende,

con atto che 'n silenzio ha voce e preghi.

Goffredo il dubbio cor volve e sospende

fra pensier vari, e non sa dove il pieghi.

Teme i barbari inganni, e ben comprende

che non è fede in uom ch'a Dio la neghi.

Ma d'altra parte in lui pietoso affetto

si desta, che non dorme in nobil petto.

66 Né pur l'usata sua pietà natia

vuol che costei de la sua grazia degni,

ma il move util ancor, ch'util gli fia

che ne l'imperio di Damasco regni

chi da lui dipendendo apra la via

ed agevoli il corso a i suoi disegni,

e genti ed arme gli ministri ed oro

contra gli Egizi e chi sarà con loro.

67 Mentre ei cosí dubbioso a terra vòlto

lo sguardo tiene, e 'l pensier volve e gira,

la donna in lui s'affisa, e dal suo volto

intenta pende e gli atti osserva e mira;

e perché tarda oltra 'l suo creder molto

la risposta, ne teme e ne sospira.

Quegli la chiesta grazia al fin negolle,

ma diè risposta assai cortese e molle:

68 "S'in servigio di Dio, ch'a ciò n'elesse,

non s'impiegasser qui le nostre spade,

ben tua speme fondar potresti in esse

e soccorso trovar, non che pietade;

ma se queste sue greggie e queste oppresse

mura non torniam prima in libertade,

giusto non è, con iscemar le genti,

che di nostra vittoria il corso allenti.

69 Ben ti prometto (e tu per nobil pegno

mia fé ne prendi, e vivi in lei secura)

che se mai sottrarremo al giogo indegno

queste sacre e dal Ciel dilette mura,

di ritornarti al tuo perduto regno,

come pietà n'essorta, avrem poi cura.

Or mi farebbe la pietà men pio,

s'anzi il suo dritto io non rendessi a Dio."

70 A quel parlar chinò la donna e fisse

le luci a terra, e stette immota alquanto;

poi sollevolle rugiadose e disse,

accompagnando i flebil atti al pianto:

"Misera! ed a qual altra il Ciel prescrisse

vita mai grave ed immutabil tanto,

che si cangia in altrui mente e natura

pria che si cangi in me sorte sí dura?

71 Nulla speme piú resta, in van mi doglio:

non han piú forza in uman petto i preghi.

Forse lece sperar che 'l mio cordoglio,

che te non mosse, il reo tiranno pieghi?

Né già te d'inclemenza accusar voglio

perché 'l picciol soccorso a me si neghi,

ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende,

che 'n te pietate innessorabil rende.

72 Non tu, signor, né tua bontade è tale,

ma 'l mio destino è che mi nega aita.

Crudo destino, empio destin fatale,

uccidi omai questa odiosa vita.

L'avermi priva, oimè!, fu picciol male

de' dolci padri in loro età fiorita,

se non mi vedi ancor, del regno priva,

qual vittima al coltello andar cattiva.

73 Ché, poi che legge d'onestate e zelo

non vuol che qui sí lungamente indugi,

a cui ricovro intanto? ove mi celo?

o quai contra il tiranno avrò rifugi?

Nessun loco sí chiuso è sotto il cielo

ch'a l'or non s'apra: or perché tanti indugi?

Veggio la morte, e se 'l fuggirla è vano,

incontro a lei n'andrò con questa mano."

74 Qui tacque, e parve ch'un regale sdegno

e generoso l'accendesse in vista;

e 'l piè volgendo di partir fea segno,

tutta ne gli atti dispettosa e trista.

Il pianto si spargea senza ritegno,

com'ira suol produrlo a dolor mista,

e le nascenti lagrime a vederle

erano a i rai del sol cristallo e perle.

75 Le guancie asperse di que' vivi umori

che giú cadean sin de la veste al lembo,

parean vermigli insieme e bianchi fiori,

se pur gli irriga un rugiadoso nembo,

quando su l'apparir de' primi albori

spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;

e l'alba, che li mira e se n'appaga,

d'adornarsene il crin diventa vaga.

76 Ma il chiaro umor, che di sí spesse stille

le belle gote e 'l seno adorno rende,

opra effetto di foco, il qual in mille

petti serpe celato e vi s'apprende.

O miracol d'Amor, che le faville

tragge del pianto, e i cor ne l'acqua accende!

Sempre sovra natura egli ha possanza.

ma in virtú di costei se stesso avanza.

77 Questo finto dolor da molti elice

lagrime vere, e i cor piú duri spetra.

Ciascun con lei s'affligge, e fra sé dice:

"Se mercé da Goffredo or non impetra,

ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,

e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra

o l'onda che nel mar si frange e spuma:

crudel, che tal beltà turba e consuma."

78 Ma il giovenetto Eustazio, in cui la face

di pietade e d'amore è piú fervente,

mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,

si tragge avanti e parla audacemente:

"O germano e signor, troppo tenace

del suo primo proposto è la tua mente,

s'al consenso comun, che brama e prega,

arrendevole alquanto or non si piega.

79 Non dico io già che i principi, ch'a cura

si stanno qui de' popoli soggetti,

torcano il piè da l'oppugnate mura,

e sian gli uffici lor da lor negletti;

ma fra noi, che guerrier siam di ventura,

senz'alcun proprio peso e meno astretti

a le leggi de gli altri, elegger diece

difensori del giusto a te ben lece;

80 ch'al servigio di Dio già non si toglie

l'uom ch'innocente vergine difende,

ed assai care al Ciel son quelle spoglie

che d'ucciso tiranno altri gli appende.

Quando dunque a l'impresa or non m'invoglie

quell'util certo che da lei s'attende,

mi ci move il dover, ch'a dar tenuto

è l'ordin nostro a le donzelle aiuto.

81 Ah! non sia ver, per Dio, che si ridica

in Francia, o dove in pregio è cortesia,

che si fugga da noi rischio o fatica

per cagion cosí giusta e cosí pia.

Io per me qui depongo elmo e lorica,

qui mi scingo la spada, e piú non fia

ch'adopri indegnamente arme o destriero,

o 'l nome usurpi mai di cavaliero."

82 Cosí favella; e seco in chiaro suono

tutto l'ordine suo concorde freme,

e chiamando il consiglio utile e buono

co' preghi il capitan circonda e preme.

"Cedo," egli disse allora "e vinto sono

al concorso di tanti uniti insieme;

abbia, se parvi, il chiesto don costei

da i vostri sí, non da i consigli miei.

83 Ma se Goffredo di credenza alquanto

pur trova in voi, temprate i vostri affetti."

Tanto ei sol disse, e basta lor ben tanto

perché ciascun quel che concede accetti.

Or che non può di bella donna il pianto,

ed in lingua amorosa i dolci detti?

Esce da vaghe labra aurea catena

che l'alme a suo voler prende ed affrena.

84 Eustazio lei richiama, e dice: "Omai

cessi, vaga donzella, il tuo dolore,

ché tal da noi soccorso in breve avrai

qual par che piú 'l richieggia il tuo timore."

Serenò allora i nubilosi rai

Armida, e sí ridente apparve fuore

ch'innamorò di sue bellezze il cielo

asciugandosi gli occhi co 'l bel velo.

85 Rendé lor poscia, in dolci e care note,

grazie per l'alte grazie a lei concesse,

mostrando che sariano al mondo note

mai sempre, e sempre nel suo core impresse;

e ciò che lingua esprimer ben non pote,

muta eloquenza ne' suoi gesti espresse,

e celò sí sotto mentito aspetto

il suo pensier ch'altrui non diè sospetto.

86 Quinci vedendo che furtuna arriso

al gran principio di sue frodi avea,

prima che 'l suo pensier le sia preciso,

dispon di trarre al fin opra sí rea,

e far con gli atti dolci e co 'l bel viso

piú che con l'arti lor Circe o Medea,

e in voce di sirena a i suoi concenti

addormentar le piú svegliate menti.

87 Usa ogn'arte la donna, onde sia colto

ne la sua rete alcun novello amante;

né con tutti, né sempre un stesso volto

serba, ma cangia a tempo atti e sembiante.

Or tien pudica il guardo in sé raccolto,

or lo rivolge cupido e vagante:

la sferza in quegli, il freno adopra in questi,

come lor vede in amar lenti o presti.

88 Se scorge alcun che dal suo amor ritiri

l'alma, e i pensier per diffidenza affrene,

gli apre un benigno riso, e in dolci giri

volge le luci in lui liete e serene;

e cosí i pigri e timidi desiri

sprona, ed affida la dubbiosa spene,

ed infiammando l'amorose voglie

sgombra quel gel che la paura accoglie.

89 Ad altri poi, ch'audace il segno varca

scòrto da cieco e temerario duce,

de' cari detti e de' begli occhi è parca,

e in lui timore e riverenza induce.

Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca,

pur anco un raggio di pietà riluce,

sí ch'altri teme ben, ma non dispera,

e piú s'invoglia quanto appar piú altera.

90 Stassi tal volta ella in disparte alquanto

e 'l volto e gli atti suoi compone e finge

quasi dogliosa, e in fin su gli occhi il pianto

tragge sovente e poi dentro il respinge;

e con quest'arti a lagrimar intanto

seco mill'alme semplicette astringe,

e in foco di pietà strali d'amore

tempra, onde pèra a sí fort'arme il core.

91 Poi, sí come ella a quei pensier s'invole

e novella speranza in lei si deste,

vèr gli amanti il piè drizza e le parole,

e di gioia la fronte adorna e veste;

e lampeggiar fa, quasi un doppio sole,

il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste

su le nebbie del duolo oscure e folte,

ch'avea lor prima intorno al petto accolte.

92 Ma mentre dolce parla e dolce ride,

e di doppia dolcezza inebria i sensi,

quasi dal petto lor l'alma divide,

non prima usata a quei diletti immensi.

Ahi crudo Amor, ch'egualmente n'ancide

l'assenzio e 'l mèl che tu fra noi dispensi,

e d'ogni tempo egualmente mortali

vengon da te le medicine e i mali!

93 Fra sí contrarie tempre, in ghiaccio e in foco,

in riso e in pianto, e fra paura e spene,

inforsa ogni suo stato, e di lor gioco

l'ingannatrice donna a prender viene;

e s'alcun mai con suon tremante e fioco

osa parlando d'accennar sue pene,

finge, quasi in amor rozza e inesperta,

non veder l'alma ne' suoi detti aperta.

94 O pur le luci vergognose e chine

tenendo, d'onestà s'orna e colora,

sí che viene a celar le fresche brine

sotto le rose onde il bel viso infiora,

qual ne l'ore piú fresche e matutine

del primo nascer suo veggiam l'aurora;

e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce

con la vergogna, e si confonde e mesce.

95 Ma se prima ne gli atti ella s'accorge

d'uom che tenti scoprir l'accese voglie,

or gli s'invola e fugge, ed or gli porge

modo onde parli e in un tempo il ritoglie;

cosí il dí tutto in vano error lo scorge

stanco, e deluso poi di speme il toglie.

Ei si riman qual cacciator ch'a sera

perda al fin l'orma di seguita fèra.

96 Queste fur l'arti onde mill'alme e mille

prender furtivamente ella poteo,

anzi pur furon l'arme onde rapille

ed a forza d'Amor serve le feo.

Qual meraviglia or fia s'il fero Achille

d'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo,

s'ancor chi per Giesú la spada cinge

l'empio ne' lacci suoi talora stringe?

 

 

CANTO QUINTO

1 Mentre in tal guisa i cavalieri alletta

ne l'amor suo l'insidiosa Armida,

né solo i diece a lei promessi aspetta

ma di furto menarne altri confida,

volge tra sé Goffredo a cui commetta

la dubbia impresa ov'ella esser dée guida,

ché de gli aventurier la copia e 'l merto

e 'l desir di ciascuno il fanno incerto.

2 Ma con provido aviso al fin dispone

ch'essi un di loro scelgano a sua voglia,

che succeda al magnanimo Dudone

e quella elezion sovra sé toglia.

Cosí non averrà ch'ei dia cagione

ad alcun d'essi che di lui si doglia,

e insieme mostrerà d'aver nel pregio,

in cui deve a ragion, lo stuolo egregio.

3 A sé dunque li chiama, e lor favella:

"Stata è da voi la mia sentenza udita,

ch'era non di negare a la donzella,

ma di darle in stagion matura aita.

Di novo or la propongo, e ben pote ella

esser dal parer vostro anco seguita,

ché nel mondo mutabile e leggiero

costanza è spesso il variar pensiero.

4 Ma se stimate ancor che mal convegna

al vostro grado il rifiutar periglio,

e se pur generoso ardire sdegna

quel che troppo gli par cauto consiglio,

non sia ch'involontari io vi ritegna,

né quel che già vi diedi or mi ripiglio;

ma sia con esso voi, com'esser deve,

il fren del nostro imperio lento e leve.

5 Dunque lo starne o 'l girne i' son contento

che dal vostro piacer libero penda:

ben vuo' che pria facciate al duce spento

successor novo, e di voi cura ei prenda,

e tra voi scelga i diece a suo talento;

non già di diece il numero trascenda,

ch'in questo il sommo imperio a me riservo:

non fia l'arbitrio suo per altro servo."

6 Cosí disse Goffredo; e 'l suo germano,

consentendo ciascun, risposta diede:

"Sí come a te conviensi, o capitano,

questa lenta virtú che lunge vede,

cosí il vigor del core e de la mano,

quasi debito a noi, da noi si chiede.

E saria la matura tarditate,

ch'in altri è providenza, in voi viltate.

7 E poi che 'l rischio è di sí leve danno

posto in lance co 'l pro che 'l contrapesa,

te permettente, i diece eletti andranno

con la donzella a l'onorata impresa."

Cosí conclude, e con sí adorno inganno

cerca di ricoprir la mente accesa

sotto altro zelo; e gli altri anco d'onore

fingon desio quel ch'è desio d'amore.

8 Ma il piú giovin Buglione, il qual rimira

con geloso occhio il figlio di Sofia,

la cui virtute invidiando ammira

che 'n sí bel corpo piú cara venia,

no 'l vorrebbe compagno, e al cor gli inspira

cauti pensier l'astuta gelosia,

onde, tratto il rivale a sé in disparte,

ragiona a lui con lusinghevol arte:

9 "O di gran genitor maggior figliuolo,

che 'l sommo pregio in arme hai giovenetto,

or chi sarà del valoroso stuolo,

di cui parte noi siamo, in duce eletto?

Io, ch'a Dudon famoso a pena, e solo

per l'onor de l'età, vivea soggetto;

io, fratel di Goffredo, a chi piú deggio

cedere omai? se tu non sei, no 'l veggio.

10 Te, la cui nobiltà tutt'altre agguaglia,

gloria e merito d'opre a me prepone,

né sdegnerebbe in pregio di battaglia

minor chiamarsi anco il maggior Buglione.

Te dunque in duce bramo, ove non caglia

a te di questa sira esser campione,

né già cred'io che quell'onor tu curi

che da' fatti verrà notturni e scuri;

11 né mancherà qui loco ove s'impieghi

con piú lucida fama il tuo valore.

Or io procurerò, se tu no 'l neghi,

ch'a te concedan gli altri il sommo onore;

ma perché non so ben dove si pieghi

l'irresoluto mio dubbioso core,

impetro or io da te, ch'a voglia mia

o segua poscia Armida o teco stia."

12 Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti

non proferí senza arrossarsi in viso,

e i mal celati suoi pensier ardenti

l'altro ben vide, e mosse ad un sorriso;

ma perch'a lui colpi d'amor piú lenti

non hanno il petto oltra la scorza inciso,

né molto impaziente è di rivale,

né la donzella di seguir gli cale

13 ben altamente ha nel pensier tenace

l'acerba morte di Dudon scolpita,

e si reca a disnor ch'Argante audace

gli soprastia lunga stagion in vita;

e parte di sentir anco gli piace

quel parlar ch'al dovuto onor l'invita,

e 'l giovenetto cor s'appaga e gode

del dolce suon de la verace lode.

14 Onde cosí rispose: "I gradi primi

piú meritar che conseguir desio,

né, pur che me la mia virtú sublimi,

di scettri altezza invidiar degg'io;

ma s'a l'onor mi chiami, e che lo stimi

debito a me, non ci verrò restio,

e caro esser mi dée che sia dimostro

sí bel segno da voi del valor nostro.

15 Dunque io no 'l chiedo e no 'l rifiuto; e quando

duce io pur sia, sarai tu de gli eletti."

Allora il lascia Eustazio, e va piegando

de' suoi compagni al suo voler gli affetti;

ma chiede a prova il principe Gernando

quel grado, e bench'Armida in lui saetti,

men può nel cor superbo amor di donna

ch'avidità d'onor che se n'indonna.

16 Sceso Gernando è da' gran re norvegi,

che di molte provincie ebber l'impero;

e le tante corone e' scettri regi

e del padre e de gli avi il fanno altero.

Altero è l'altro de' suoi propri pregi,

piú che de l'opre che i passati fèro,

ancor che gli avi suoi cento e piú lustri

stati sian chiari in pace e 'n guerra illustri.

17 Ma il barbaro signor, che sol misura

quanto l'oro o 'l domino oltre si stenda,

e per sé stima ogni virtute oscura

cui titolo regal chiara non renda,

non può soffrir che 'n ciò ch'egli procura

seco di merto il cavalier contenda,

e se ne cruccia sí ch'oltra ogni segno

di ragione il trasporta ira e disdegno.

18 Tal che 'l maligno spirito d'Averno,

ch'in lui strada sí larga aprir si vede,

tacito in sen gli serpe ed al governo

de' suoi pensieri lusingando siede.

E qui piú sempre l'ira e l'odio interno

inacerbisce, e 'l cor stimola e fiede;

e fa che 'n mezzo a l'alma ognor risuona

una voce ch'a lui cosí ragiona:

19 "Teco giostra Rinaldo: or tanto vale

quel suo numero van d'antichi eroi?

Narri costui, ch'a te vuol farsi eguale,

le genti serve e i tributari suoi;

mostri gli scettri, e in dignità regale

paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.

Ah quanto osa un signor d'indegno stato,

signor che ne la serva Italia è nato!

20 Vinca egli o perda omai, ché vincitore

fu insino allor ch'emulo tuo divenne,

che dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore):

`Questi già con Gernando in gara venne.'

Poteva a te recar gloria e splendore

il nobil grado che Dudon pria tenne;

ma già non meno esso da te n'attese:

costui scemò suo pregio allor che 'l chiese.

21 E se, poi ch'altri piú non parla o spira,

de' nostri affari alcuna cosa sente,

come credi che 'n Ciel di nobil ira

il buon vecchio Dudon si mostri ardente,

mentre in questo superbo i lumi gira

ed al suo temerario ardir pon mente,

che seco ancor, l'età sprezzando e 'l merto,

fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?

22 E l'osa pure e 'l tenta, e ne riporta

in vece di castigo onor e laude,

e v'è chi ne 'l consiglia e ne l'essorta

(o vergogna comune!) e chi gli applaude.

Ma se Goffredo il vede, e gli comporta

che di ciò ch'a te déssi egli ti fraude,

no 'l soffrir tu; né già soffrirlo déi,

ma ciò che puoi dimostra e ciò che sei."

23 Al suon di queste voci arde lo sdegno

e cresce in lui quasi commossa face;

né capendo nel cor gonfiato e pregno,

per gli occhi n'esce e per la lingua audace.

Ciò che di riprensibile e d'indegno

crede in Rinaldo, a suo disnor non tace;

superbo e vano il finge, e 'l suo valore

chiama temerità pazza e furore.

24 E quanto di magnanimo e d'altero

e d'eccelso e d'illustre in lui risplende,

tutto adombrando con mal arti il vero,

pur come vizio sia, biasma e riprende,

e ne ragiona sí che 'l cavaliero,

emulo suo, publico il suon n'intende;

non però sfoga l'ira o si raffrena

quel cieco impeto in lui ch'a morte il mena,

25 ché 'l reo demon che la sua lingua move

di spirto in vece, e forma ogni suo detto,

fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinove,

esca aggiungendo a l'infiammato petto.

Loco è nel campo assai capace, dove

s'aduna sempre un bel drapello eletto,

e quivi insieme in torneamenti e in lotte

rendon le membra vigorose e dotte.

26 Or quivi, allor che v'è turba piú folta,

pur, com'è suo destin, Rinaldo accusa,

e quasi acuto strale in lui rivolta

la lingua, del venen d'Averno infusa;

e vicino è Rinaldo e i detti ascolta,

né pote l'ira omai tener piú chiusa,

ma grida: "Menti," e adosso a lui si spinge,

e nudo ne la destra il ferro stringe.

27 Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo

che di folgor cadente annunzio apporte.

Tremò colui, né vide fuga o scampo

da la presente irreparabil morte;

pur, tutto essendo testimonio il campo,

fa sembianti d'intrepido e di forte,

e 'l gran nemico attende, e 'l ferro tratto

fermo si reca di difesa in atto.

28 Quasi in quel punto mille spade ardenti

furon vedute fiammeggiar insieme,

ché varia turba di mal caute genti

d'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme.

D'incerte voci e di confusi accenti

un suon per l'aria si raggira e freme,

qual s'ode in riva al mare, ove confonda

il vento i suoi co' mormorii de l'onda.

29 Ma per le voci altrui già non s'allenta

ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira.

Sprezza i gridi e i ripari e ciò che tenta

chiudergli il varco, ed a vendetta aspira;

e fra gli uomini e l'armi oltre s'aventa,

e la fulminea spada in cerchio gira,

sí che le vie si sgombra e solo, ad onta

di mille difensor, Gernando affronta.

30 E con la man, ne l'ira anco maestra,

mille colpi vèr lui drizza e comparte:

or al petto, or al capo, or a la destra

tenta ferirlo, ora a la manca parte,

e impetuosa e rapida la destra

è in guisa tal che gli occhi inganna e l'arte,

tal ch'improvisa e inaspettata giunge

ove manco si teme, e fère e punge.

31 Né cessò mai sin che nel seno immersa

gli ebbe una volta e due la fera spada.

Cade il meschin su la ferita, e versa

gli spirti e l'alma fuor per doppia strada.

L'arme ripone ancor di sangue aspersa

il vincitor, né sovra lui piú bada;

ma si rivolge altrove, e insieme spoglia

l'animo crudo e l'adirata voglia.

32 Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto,

vede fero spettacolo improviso:

steso Gernando, il crin di sangue e 'l manto

sordido e molle, e pien di morte il viso;

ode i sospiri e le querele e 'l pianto

che molti fan sovra il guerrier ucciso.

Stupido chiede: "Or qui, dove men lece,

chi fu ch'ardí cotanto e tanto fece?"

33 Arnalto, un de' piú cari al prence estinto,

narra (e 'l caso in narrando aggrava molto)

che Rinaldo l'uccise e che fu spinto

da leggiera cagion d'impeto stolto,

e che quel ferro, che per Cristo è cinto,

ne' campioni di Cristo avea rivolto,

e sprezzato il suo impero e quel divieto

che fe' pur dianzi e che non è secreto;

34 e che per legge è reo di morte e deve,

come l'editto impone, esser punito,

sí perché il fallo in se medesmo è greve,

sí perché 'n loco tale egli è seguito;

che se de l'error suo perdon riceve,

fia ciascun altro per l'essempio ardito,

e che gli offesi poi quella vendetta

vorranno far ch'a i giudici s'aspetta;

35 onde per tal cagion discordie e risse

germoglieran fra quella parte e questa.

Rammentò i merti de l'estinto, e disse

tutto ciò ch'o pietate o sdegno desta.

Ma s'oppose Tancredi e contradisse,

e la causa del reo dipinse onesta.

Goffredo ascolta, e in rigida sembianza

porge piú di timor che di speranza.

36 Soggiunse allor Tancredi: "Or ti sovegna,

saggio signor, chi sia Rinaldo e quale:

qual per se stesso onor gli si convegna,

e per la stirpe sua chiara e regale,

e per Guelfo suo zio. Non dée chi regna

nel castigo con tutti esser eguale:

vario è l'istesso error ne' gradi vari,

e sol l'egualità giusta è co' pari."

37 Risponde il capitan: "Da i piú sublimi

ad ubidire imparino i piú bassi.

Mal, Tancredi, consigli e male stimi

se vuoi ch'i grandi in sua licenza io lassi.

Qual fòra imperio il mio s'a vili ed imi,

sol duce de la plebe, io commandassi?

Scettro impotente e vergognoso impero:

se con tal legge è dato, io piú no 'l chero.

38 Ma libero fu dato e venerando,

né vuo' ch'alcun d'autorità lo scemi.

E so ben io come si deggia e quando

ora diverse impor le pene e i premi,

ora, tenor d'egualità serbando,

non separar da gli infimi i supremi."

Cosí dicea; né rispondea colui,

vinto da riverenza, a i detti sui.

39 Raimondo, imitator de la severa

rigida antichità, lodava i detti.

"Con quest'arti" dicea "chi bene impera

si rende venerabile a i soggetti,

ché già non è la disciplina intera

ov'uom perdono e non castigo aspetti.

Cade ogni regno, e ruinosa è senza

la base del timor ogni clemenza."

40 Tal ei parlava, e le parole accolse

Tancredi, e piú fra lor non si ritenne,

ma vèr Rinaldo immantinente volse

un suo destrier che parve aver le penne.

Rinaldo, poi ch'al fer nemico tolse

l'orgoglio e l'alma, al padiglion se 'n venne.

Qui Tancredi trovollo, e de le cose

dette e risposte a pien la somma espose.

41 Soggiunse poi: "Bench'io sembianza esterna

del cor non stimi testimon verace,

ché 'n parte troppo cupa e troppo interna

il pensier de' mortali occulto giace,

pur ardisco affermar, a quel ch'io scerna

nel capitan ch'in tutto anco no 'l tace,

ch'egli ti voglia a l'obligo soggetto

de' rei comune e in suo poter ristretto."

42 Sorrise allor Rinaldo, e con un volto

in cui tra 'l riso lampeggiò lo sdegno:

"Difenda sua ragion ne' ceppi involto

chi servo è" disse "o d'esser servo è degno.

Libero i' nacqui e vissi, e morrò sciolto

pria che man porga o piede a laccio indegno:

usa a la spada è questa destra ed usa

a le palme, e vil nodo ella ricusa.

43 Ma s'a i meriti miei questa mercede

Goffredo rende e vuol impregionarme

pur com'io fosse un uom del vulgo, e crede

a carcere plebeo legato trarme,

venga egli o mandi, io terrò fermo il piede.

Giudici fian tra noi la sorte e l'arme:

fera tragedia vuol che s'appresenti

per lor diporto a le nemiche genti."

44 Ciò detto, l'armi chiede; e 'l capo e 'l busto

di finissimo acciaio adorno rende

e fa del grande scudo il braccio onusto,

e la fatale spada al fianco appende,

e in sembiante magnanimo ed augusto,

come folgore suol, ne l'arme splende.

Marte, e' rassembra te qualor dal quinto

cielo di ferro scendi e d'orror cinto.

45 Tancredi intanto i feri spirti e 'l core

insuperbito d'ammollir procura.

"Giovene invitto," dice "al tuo valore

so che fia piana ogn'erta impresa e dura,

so che fra l'arme sempre e fra 'l terrore

la tua eccelsa virtute è piú secura;

ma non consenta Dio ch'ella si mostri

oggi sí crudelmente a' danni nostri.

46 Dimmi, che pensi far? vorrai le mani

del civil sangue tuo dunque bruttarte?

e con le piaghe indegne de' cristiani

trafigger Cristo, ond'ei son membra e parte?

Di transitorio onor rispetti vani,

che qual onda del mar se 'n viene e parte,

potranno in te piú che la fede e 'l zelo

di quella gloria che n'eterna in Cielo?

47 Ah non, per Dio!, vinci te stesso e spoglia

questa feroce tua mente superba.

Cedi! non fia timor, ma santa voglia,

ch'a questo ceder tuo palma si serba.

E se pur degna ond'altri essempio toglia

è la mia giovenetta etate acerba,

anch'io fui provocato, e pur non venni

co' fedeli in contesa e mi contenni;

48 ch'avend'io preso di Cilicia il regno,

e l'insegne spiegatevi di Cristo,

Baldovin sopragiunse, e con indegno

modo occupollo e ne fe' vile acquisto;

ché, mostrandosi amico ad ogni segno,

del suo avaro pensier non m'era avisto.

Ma con l'arme però di ricovrarlo

non tentai poscia, e forse i' potea farlo.

49 E se pur anco la prigion ricusi

e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,

e seguir vuoi l'opinioni e gli usi

che per leggi d'onore approva il mondo,

lascia qui me ch'al capitan ti scusi,

e 'n Antiochia tu vanne a Boemondo,

ché né soppórti in questo impeto primo

a' suoi giudizi assai securo stimo.

50 Ben tosto fia, se pur qui contra avremo

l'arme d'Egitto o d'altro stuol pagano,

ch'assai piú chiaro il tuo valore estremo

n'apparirà mentre sarai lontano;

e senza te parranne il campo scemo,

quasi corpo cui tronco è braccio o mano."

Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva,

e vuol che senza indugio indi si mova.

51 A i lor consigli la sdegnosa mente

de l'audace garzon si svolge e piega,

tal ch'egli di partirsi immantinente

fuor di quell'oste a i fidi suoi non nega.

Molta intanto è concorsa amica gente,

e seco andarne ognun procura e prega;

egli tutti ringrazia e seco prende

sol duo scudieri, e su 'l cavallo ascende.

52 Parte, e porta un desio d'eterna ed alma

gloria ch'a nobil core è sferza e sprone;

a magnanime imprese intent'ha l'alma,

ed insolite cose oprar dispone:

gir fra i nemici, ivi o cipresso o palma

acquistar per la fede ond'è campione,

scorrer l'Egitto, e penetrar sin dove

fuor d'incognito fonte il Nilo move.

53 Ma Guelfo, poi che 'l giovene feroce

affrettato al partir preso ha congedo,

quivi non bada, e se ne va veloce

ove egli stima ritrovar Goffredo,

il qual, come lui vede, alza la voce:

"Guelfo," dicendo "a punto or te richiedo,

e mandato ho pur ora in varie parti

alcun de' nostri araldi a ricercarti."

54 Poi fa ritrarre ogn'altro, e in basse note

ricomincia con lui grave sermone:

"Veracemente, o Guelfo, il tuo nepote

troppo trascorre, ov'ira il cor gli sprone,

e male addursi a mia credenza or pote

di questo fatto suo giusta cagione.

Ben caro avrò ch'ella ci rechi tale,

ma Goffredo con tutti è duce eguale;

55 e sarà del legitimo e del dritto

custode in ogni caso e difensore,

serbando sempre al giudicare invitto

da le tiranne passioni il core.

Or se Rinaldo a violar l'editto

e de la disciplina il sacro onore

costretto fu, come alcun dice, a i nostri

giudizi venga ad inchinarsi, e 'l mostri.

56 A sua retenzion libero vegna:

questo, ch'io posso, a i merti suoi consento.

Ma s'egli sta ritroso e se ne sdegna

(conosco quel suo indomito ardimento),

tu di condurlo a proveder t'ingegna

ch'ei non isforzi uom mansueto e lento

ad esser de le leggi e de l'impero

vendicator, quanto è ragion, severo."

57 Cosí disse egli; e Guelfo a lui rispose;

"Anima non potea d'infamia schiva

voci sentir di scorno ingiuriose,

e non farne repulsa ove l'udiva.

E se l'oltraggiatore a morte ei pose,

chi è che mèta a giust'ira prescriva?

chi conta i colpi o la dovuta offesa,

mentre arde la tenzon, misura e pesa?

58 Ma quel che chiedi tu, ch'al tuo soprano

arbitrio il garzon venga a sottoporse,

duolmi ch'esser non può, ch'egli lontano

da l'oste immantinente il passo torse.

Ben m'offro io di provar con questa mano

a lui ch'a torto in falsa accusa il morse,

o s'altri v'è di sí maligno dente,

ch'ei puní l'onta ingiusta giustamente.

59 A ragion, dico, al tumido Gernando

fiaccò le corna del superbo orgoglio.

Sol, s'egli errò, fu ne l'oblio del bando;

ciò ben mi pesa, ed a lodar no 'l toglio."

Tacque, e disse Goffredo: "Or vada errando,

e porti risse altrove; io qui non voglio

che sparga seme tu di nove liti:

deh, per Dio, sian gli sdegni anco forniti."

60 Di procurare il suo soccorso intanto

non cessò mai l'ingannatrice rea.

Pregava il giorno, e ponea in uso quanto

l'arte e l'ingegno e la beltà potea;

ma poi, quando stendendo il fosco manto

la notte in occidente il dí chiudea,

tra duo suoi cavalieri e due matrone

ricovrava in disparte al padiglione.

61 Ma benché sia mastra d'inganni, e i suoi

modi gentili e le maniere accorte,

e bella sí che 'l ciel prima né poi

altrui non dié maggior bellezza in sorte,

tal che del campo i piú famosi eroi

ha presi d'un piacer tenace e forte;

non è però ch'a l'esca de' diletti

il pio Goffredo lusingando alletti.

62 In van cerca invaghirlo, e con mortali

dolcezze attrarlo a l'amorosa vita,

ché qual saturo augel, che non si cali

ove il cibo mostrando altri l'invita,

tal ei sazio del mondo i piacer frali

sprezza, e se 'n poggia al Ciel per via romita,

e quante insidie al suo bel volo tende

l'infido amor, tutte fallaci rende.

63 Né impedimento alcun torcer da l'orme

pote, che Dio ne segna, i pensier santi.

Tentò ella mill'arti, e in mille forme

quasi Proteo novel gli apparse inanti,

e desto Amor, dove piú freddo ei dorme,

avrian gli atti dolcissimi e i sembianti,

ma qui (grazie divine) ogni sua prova

vana riesce, e ritentar non giova.

64 La bella donna, ch'ogni cor piú casto

arder credeva ad un girar di ciglia,

oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!

e quale ha di ciò sdegno e meraviglia!

Rivolger le sue forze ove contrasto

men duro trovi al fin si riconsiglia,

qual capitan ch'inespugnabil terra

stanco abbandoni, e porti altrove guerra.

65 Ma contra l'arme di costei non meno

si mostrò di Tancredi invitto il core,

però ch'altro desio gli ingombra il seno,

né vi può loco aver novello ardore;

ché si come da l'un l'altro veneno

guardar ne suol, tal l'un da l'altro amore.

Questi soli non vinse: o molto o poco

avampò ciascun altro al suo bel foco.

66 Ella, se ben si duol che non succeda

sí pienamente il suo disegno e l'arte,

pur fatto avendo cosí nobil preda

di tanti eroi, si riconsola in parte.

E pria che di sue frodi altri s'aveda,

pensa condurgli in piú secura parte,

ove gli stringa poi d'altre catene

che non son quelle ond'or presi li tiene.

67 E sendo giunto il termine che fisse

il capitano a darle alcun soccorso,

a lui se 'n venne riverente e disse:

"Sire, il dí stabilito è già trascorso,

e se per sorte il reo tiranno udisse

ch'i' abbia fatto a l'arme tue ricorso,

prepareria sue forze a la difesa,

né cosí agevol poi fòra l'impresa.

68 Dunque, prima ch'a lui tal nova apporti

voce incerta di fama o certa spia,

scelga la tua pietà fra i tuoi piú forti

alcuni pochi, e meco or or gli invia,

ché se non mira il Ciel con occhi torti

l'opre mortali o l'innocenza oblia,

sarò riposta in regno, e la mia terra

sempre avrai tributaria in pace e in guerra."

69 Cosí diceva, e 'l capitano a i detti

quel che negar non si potea concede,

se ben, ov'ella il suo partir affretti,

in sé tornar l'elezion ne vede;

ma nel numero ognun de' diece eletti

con insolita instanza esser richiede,

e l'emulazion che 'n lor si desta

piú importuni li fa ne la richiesta.

70 Ella, che 'n essi mira aperto il core,

prende vedendo ciò novo argomento,

e su 'l lor fianco adopra il rio timore

di gelosia per ferza e per tormento;

sapendo ben ch'al fin s'invecchia Amore

senza quest'arti e divien pigro e lento,

quasi destrier che men veloce corra

se non ha chi lui segua e chi 'l precorra.

71 E in tal modo comparte i detti sui

e 'l guardo lusinghiero e 'l dolce riso,

ch'alcun non è che non invidii altrui,

né il timor de la speme è in lor diviso.

La folle turba de gli amanti, a cui

stimolo è l'arte d'un fallace viso,

senza fren corre, e non li tien vergogna,

e loro indarno il capitan rampogna.

72 Ei ch'egualmente satisfar desira

ciascuna de le parti e in nulla pende,

se ben alquanto or di vergogna or d'ira

al vaneggiar de' cavalier s'accende,

poi ch'ostinati in quel desio li mira,

novo consiglio in accordarli prende:

"Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso

pongansi," disse "e sia giudice il caso."

73 Subito il nome di ciascun si scrisse,

e in picciol'urna posti e scossi foro,

e tratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse

fu il conte di Pembrozia Artemidoro.

Legger poi di Gherardo il nome udisse,

ed uscí Vincilao dopo costoro:

Vincilao che, sí grave e saggio inante,

canuto or pargoleggia e vecchio amante.

74 Oh come il volto han lieto, e gli occhi pregni

di quel piacer che dal cor pieno inonda,

questi tre primi eletti, i cui disegni

la fortuna in amor destra seconda!

D'incerto cor, di gelosia dan segni

gli altri il cui nome avien che l'urna asconda,

e da la bocca pendon di colui

che spiega i brevi e legge i nomi altrui.

75 Guasco quarto fuor venne, a cui successe

Ridolfo ed a Ridolfo indi Olderico,

quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,

e 'l bavaro Eberardo, e 'l franco Enrico.

Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse

poi, fé cangiando, di Giesú nemico

(tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse

il numero de' diece, e gli altri escluse.

76 D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti,

chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,

a te accusano, Amor, che le consenti,

che ne l'imperio tuo giudice sia.

Ma perché instinto è de l'umane genti

che ciò che piú si vieta uom piú desia,

dispongon molti ad onta di fortuna

seguir la donna come il ciel s'imbruna.

77 Voglion sempre seguirla a l'ombra al sole,

e per lei combattendo espor la vita.

Ella fanne alcun motto, e con parole

tronche e dolci sospir a ciò gli invita,

ed or con questo ed or con quel si duole

che far convienle senza lui partita.

S'erano armati intanto, e da Goffredo

toglieano i diece cavalier congedo.

78 Gli ammonisce quel saggio a parte a parte

come la fé pagana è incerta e leve,

e mal securo pegno; e con qual arte

l'insidie e i casi aversi uom fuggir deve;

ma son le sue parole al vento sparte,

né consiglio d'uom sano Amor riceve.

Lor dà commiato al fine, e la donzella

non aspetta al partir l'alba novella.

79 Parte la vincitrice, e quei rivali

quasi prigioni al suo trionfo inanti

seco n'adduce, e tra infiniti mali

lascia la turba poi de gli altri amanti.

Ma come uscí la notte, e sotto l'ali

menò il silenzio e i levi sogni erranti,

secretamente, com'Amor gl'informa,

molti d'Armida seguitaron l'orma.

80 Segue Eustazio il primiero, e pote a pena

aspettar l'ombre che la notte adduce;

vassene frettoloso ove ne 'l mena

per le tenebre cieche un cieco duce.

Errò la notte tepida e serena;

ma poi ne l'apparir de l'alma luce

gli apparse insieme Armida e 'l suo drapello,

dove un borgo lor fu notturno ostello.

81 Ratto ei vèr lei si move, ed a l'insegna

tosto Rambaldo il riconosce, e grida

che ricerchi fra loro e perché vegna.

"Vengo" risponde "a seguitarne Armida,

ned ella avrà da me, se non la sdegna,

men pronta aita o servitú men fida."

Replica l'altro: "Ed a cotanto onore,

di', chi t'elesse?" Egli soggiunge: "Amore.

82 Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale

da piú giusto elettore eletto parti?"

Dice Rambaldo allor: "Nulla ti vale

titolo falso, ed usi inutil arti;

né potrai de la vergine regale

fra i campioni legitimi meschiarti,

illegitimo servo." "E chi" riprende

cruccioso il giovenetto "a me il contende?"

83 "Io te 'l difenderò" colui rispose,

e feglisi a l'incontro in questo dire,

e con voglie egualmente in lui sdegnose

l'altro si mosse e con eguale ardire;

ma qui stese la mano, e si frapose

la tiranna de l'alme in mezzo a l'ire,

ed a l'uno dicea: "Deh! non t'incresca

ch'a te compagno, a me campion s'accresca.

84 S'ami che salva i' sia, perché mi privi

in sí grand'uopo de la nova aita?"

Dice a l'altro: "Opportuno e grato arrivi

difensor di mia fama e di mia vita;

né vuol ragion, né sarà mai ch'io schivi

compagnia nobil tanto e sí gradita."

Cosí parlando, ad or ad or tra via

alcun novo campion le sorvenia.

85 Chi di là giunge e chi di qua, né l'uno

sapea de l'altro, e il mira bieco e torto.

Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno

mostra del suo venir gioia e conforto.

Ma già ne lo schiarir de l'aer bruno

s'era del lor partir Goffredo accorto,

e la mente, indovina de' lor danni,

d'alcun futuro mal par che s'affanni.

86 Mentre a ciò pur ripensa, un messo appare

polveroso, anelante, in vista afflitto,

in atto d'uom ch'altrui novelle amare

porti, e mostri il dolore in fronte scritto.

Disse costui: "Signor, tosto nel mare

la grande armata apparirà d'Egitto;

e l'aviso Guglielmo, il qual comanda

a i liguri navigli, a te ne manda."

87 Soggiunse a questo poi che, da le navi

sendo condotta vettovaglia al campo,

i cavalli e i cameli onusti e gravi

trovato aveano a mezza strada inciampo,

e ch'i lor difensori uccisi o schiavi

restàr pugnando, e nessun fece scampo,

da i ladroni d'Arabia in una valle

assaliti a la fronte ed a le spalle;

88 e che l'insano ardire e la licenza

di que' barbari erranti è omai sí grande

ch'in guisa d'un diluvio intorno senza

alcun contrasto si dilata e spande,

onde convien ch'a porre in lor temenza

alcuna squadra di guerrier si mande,

ch'assecuri la via che da l'arene

del mar di Palestina al campo viene.

89 D'una in un'altra lingua in un momento

ne trapassa la fama e si distende,

e 'l vulgo de' soldati alto spavento

ha de la fame che vicina attende.

Il saggio capitan, che l'ardimento

solito loro in essi or non comprende,

cerca con lieto volto e con parole

come li rassecuri e riconsole:

90 "O per mille perigli e mille affanni

meco passati in quelle parti e in queste,

campion di Dio, ch'a ristorare i danni

de la cristiana sua fede nasceste;

voi, che l'arme di Persia e i greci inganni,

e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste,

de la fame i disagi e de la sete

superaste, voi dunque ora temete?

91 Dunque il Signor che v'indirizza e move,

già conosciuto in caso assai piú rio,

non v'assecura, quasi or volga altrove

la man de la clemenza e 'l guardo pio?

Tosto un dí fia che rimembrar vi giove

gli scorsi affanni, e sciòrre i voti a Dio.

Or durate magnanimi, e voi stessi

serbate, prego, a i prosperi successi."

92 Con questi detti le smarrite menti

consola e con sereno e lieto aspetto,

ma preme mille cure egre e dolenti

altamente riposte in mezzo al petto.

Come possa nutrir sí varie genti

pensa fra la penuria e tra 'l difetto,

come a l'armata in mar s'opponga, e come

gli Arabi predatori affreni e dome.

 

 

CANTO SESTO

1 Ma d'altra parte l'assediate genti

speme miglior conforta e rassecura,

ch'oltra il cibo raccolto altri alimenti

son lor dentro portati a notte oscura,

ed han munite d'arme e d'instrumenti

di guerra verso l'Aquilon le mura,

che d'altezza accresciute e sode e grosse

non mostran di temer d'urti o di scosse.

2 E 'l re pur sempre queste parti e quelle

lor fa inalzare e rafforzare i fianchi,

o l'aureo sol risplenda od a le stelle

ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi;

e in far continuamente arme novelle

sudano i fabri affaticati e stanchi.

In sí fatto apparecchio intolerante

a lui se 'n venne, e ragionolli Argante:

3 "E insino a quando ci terrai prigioni

fra queste mura in vile assedio e lento?

Odo ben io stridere incudi, e suoni

d'elmi e di scudi e di corazze sento,

ma non veggio a quel uso; e quei ladroni

scorrono i campi e i borghi a lor talento,

né v'è di noi chi mai lor passo arresti,

né tromba che dal sonno almen gli desti.

4 A lor né i prandi mai turbati e rotti,

né molestate son le cene liete,

anzi egualmente i dí lunghi e le notti

traggon con securezza e con quiete.

Voi da i disagi e da la fame indotti

a darvi vinti a lungo andar sarete

od a morirne qui, come codardi,

quando d'Egitto pur l'aiuto tardi.

5 Io per me non vuo' già ch'ignobil morte

i giorni miei d'oscuro oblio ricopra,

né vuo' ch'al novo dí fra queste porte

l'alma luce del sol chiuso mi scopra.

Di questo viver mio faccia la sorte

quel che già stabilito è là di sopra;

non farà già che senza oprar la spada

inglorioso e invendicato io cada.

6 Ma quando pur del valor vostro usato

cosí non fosse in voi spento ogni seme,

non di morir pugnando ed onorato,

ma di vita e di palma anco avrei speme.

A incontrare i nemici e 'l nostro fato

andianne pur deliberati insieme,

ché spesso avien che ne' maggior perigli

sono i piú audaci gli ottimi consigli.

7 Ma se nel troppo osar tu non isperi,

né sei d'uscir con ogni squadra ardito,

procura almen che sia per duo guerrieri

questo tuo gran litigio or difinito.

E perch'accetti ancor piú volentieri

il capitan de' Franchi il nostro invito,

l'arme egli scelga e 'l suo vantaggio toglia,

e le condizion formi a sua voglia.

8 Ché se 'l nemico avrà due mani ed una

anima solo, ancor ch'audace e fera,

temer non déi, per isciagura alcuna,

che la ragion da me difesa pèra.

Pote in vece di fato e di fortuna

darti la destra mia vittoria intera,

ed a te se medesma or porge in pegno

che se 'l confidi in lei salvo è il tuo regno."

9 Tacque, e rispose il re: "Giovene ardente,

se ben me vedi in grave età senile,

non sono al ferro queste man sí lente,

né sí quest'alma è neghittosa e vile

ch'anzi morir volesse ignobilmente

che di morte magnanima e gentile,

quando io temenza avessi o dubbio alcuno

de' disagi ch'annunzii e del digiuno.

10 Cessi Dio tanta infamia! Or quel ch'ad arte

nascondo altrui, vuo' ch'a te sia palese.

Soliman di Nicea, che brama in parte

di vendicar le ricevute offese,

de gli Arabi le schiere erranti e sparte

raccolte ha fin dal libico paese,

e i nemici assalendo a l'aria nera

darne soccorso e vettovaglia spera.

11 Tosto fia che qui giunga; or se fra tanto

son le nostre castella oppresse e serve,

non ce ne caglia, pur che 'l regal manto

e la mia nobil reggia io mi conserve.

Tu l'ardimento e questo ardore alquanto

tempra, per Dio, che 'n te soverchio ferve,

ed opportuna la stagione aspetta

a la tua gloria ed a la mia vendetta."

12 Forte sdegnossi il saracino audace,

ch'era di Solimano emulo antico,

sí amaramente ora d'udir gli spiace

che tanto se 'n prometta il rege amico.

"A tuo senno" risponde "e guerra e pace

farai, signor: nulla di ciò piú dico.

S'indugi pure, e Soliman s'attenda;

ei, che perdé il suo regno, il tuo difenda.

13 Vengane a te quasi celeste messo,

liberator del popolo pagano,

ch'io, quanto a me, bastar credo a me stesso,

e sol vuo' libertà da questa mano.

Or nel riposo altrui siami concesso

ch'io ne discenda a guerreggiar nel piano:

privato cavalier, non tuo campione,

verrò co' Franchi a singolar tenzone."

14 Replica il re: "Se ben l'ire e la spada

dovresti riserbare a migliore uso,

che tu sfidi però, se ciò t'aggrada,

alcun guerrier nemico, io non ricuso."

Cosí gli disse, ed ei punto non bada:

"Va," dice ad un araldo "or colà giuso,

ed al duce de' Franchi, udendo l'oste,

fa' queste mie non picciole proposte:

15 ch'un cavalier, che d'appiattarsi in questo

forte cinto di muri a sdegno prende,

brama di far con l'armi or manifesto

quanto la sua possanza oltra si stende;

e ch'a duello di venirne è presto

nel pian ch'è fra le mura e l'alte tende

per prova di valore, e che disfida

qual piú de' Franchi in sua virtú si fida;

16 e che non solo è di pugnare accinto

e con uno e con duo del campo ostile,

ma dopo il terzo, il quarto accetta e 'l quinto,

sia di vulgare stirpe o di gentile:

dia, se vuol, la franchigia, e serva il vinto

al vincitor come di guerra è stile."

Cosí gli impose, ed ei vestissi allotta

la purpurea de l'arme aurata cotta.

17 E poi che giunse a la regal presenza

del principe Goffredo e de' baroni,

chiese: "O signore, a i messaggier licenza

dassi tra voi di liberi sermoni?"

"Dassi," rispose il capitano "e senza

alcun timor la tua proposta esponi."

Riprese quegli: "Or si parrà se grata

o formidabil fia l'alta ambasciata."

18 E seguí poscia, e la disfida espose

con parole magnifiche ed altere.

Fremer s'udiro, e si mostràr sdegnose

al suo parlar quelle feroci schiere;

e senza indugio il pio Buglion rispose:

"Dura impresa intraprende il cavaliere;

e tosto io creder vuo' che glie ne incresca

sí che d'uopo non fia che 'l quinto n'esca.

19 Ma venga in prova pur, che d'ogn'oltraggio

gli offero campo libero e securo;

e seco pugnerà senza vantaggio

alcun de' miei campioni, e cosí giuro."

Tacque, e tornò il re d'arme al suo viaggio

per l'orme ch'al venir calcate furo,

e non ritenne il frettoloso passo

sin che non diè risposta al fier circasso.

20 "Armati," dice "alto signor; che tardi?

la disfida accettata hanno i cristiani,

e d'affrontarsi teco i men gagliardi

mostran desio, non che i guerrier soprani.

E mille i' vidi minacciosi sguardi,

e mille al ferro apparecchiate mani:

loco securo il duce a te concede."

Cosí gli dice; e l'arme esso richiede,

21 e se ne cinge intorno e impaziente

di scenderne s'affretta a la campagna.

Disse a Clorinda il re, ch'era presente:

"Giusto non è ch'ei vada e tu rimagna.

Mille dunque con te di nostra gente

prendi in sua securezza, e l'accompagna;

ma vada inanzi a giusta pugna ei solo,

tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo."

22 Tacque ciò detto; e poi che furo armati,

quei del chiuso n'uscivano a l'aperto,

e giva inanzi Argante e de gli usati

arnesi in su 'l cavallo era coperto.

Loco fu tra le mura e gli steccati

che nulla avea di diseguale e d'erto:

ampio e capace, e parea fatto ad arte

perch'egli fosse altrui campo di Marte.

23 Ivi solo discese, ivi fermosse

in vista de' nemici il fero Argante,

per gran cor, per gran corpo e per gran posse

superbo e minaccievole in sembiante,

qual Encelado in Flegra, o qual mostrosse

ne l'ima valle il filisteo gigante,

ma pur molti di lui tema non hanno,

ch'anco quanto sia forte a pien non sanno.

24 Alcun però, dal pio Goffredo eletto

come il miglior, ancor non è fra molti.

Ben si vedean con desioso affetto

tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti,

e dichiarato infra i miglior perfetto

dal favor manifesto era de' volti;

e s'udia non oscuro anco il bisbiglio,

e l'approvava il capitan co 'l ciglio.

25 Già cedea ciascun altro, e non secreto

era il volere omai del pio Buglione:

"Vanne," a lui disse "a te l'uscir non vieto,

e reprimi il furor di quel fellone."

E tutto in volto baldanzoso e lieto

per sí alto giudizio, il fer garzone

a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo,

poi seguito da molti uscia del vallo.

26 Ed a quel largo pian fatto vicino,

ov'Argante l'attende, anco non era,

quando in leggiadro aspetto e pellegrino

s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera.

Bianche via piú che neve in giogo alpino

avea le sopraveste, e la visiera

alta tenea dal volto; e sovra un'erta,

tutta, quanto ella è grande, era scoperta.

27 Già non mira Tancredi ove il circasso

la spaventosa fronte al cielo estolle,

ma move il suo destrier con lento passo,

volgendo gli occhi ov'è colei su 'l colle;

poscia immobil si ferma, e pare un sasso:

gelido tutto fuor, ma dentro bolle.

Sol di mirar s'appaga, e di battaglia

sembiante fa che poco or piú gli caglia.

28 Argante, che non vede alcun ch'in atto

dia segno ancor d'apparecchiarsi in giostra:

"Da desir di contesa io qui fui tratto";

grida "or chi viene inanzi, e meco giostra?"

L'altro, attonito quasi e stupefatto,

pur là s'affissa e nulla udir ben mostra.

Ottone inanzi allor spinse il destriero,

e ne l'arringo vòto entrò primiero.

29 Questi un fu di color cui dianzi accese

di gir contra il pagano alto desio;

pur cedette a Tancredi, e 'n sella ascese

fra gli altri che seguírlo e seco uscio.

Or veggendo sue voglie altrove intese

e starne lui quasi al puguar restio,

prende, giovene audace e impaziente,

l'occasione offerta avidamente;

30 e veloce cosí che tigre o pardo

va men ratto talor per la foresta,

corre a ferire il saracin gagliardo,

che d'altra parte la gran lancia arresta.

Si scote allor Tancredi, e dal suo tardo

pensier, quasi da un sonno, al fin si desta,

e grida ei ben: "La pugna è mia; rimanti."

Ma troppo Ottone è già trascorso inanti.

31 Onde si ferma; e d'ira e di dispetto

avampa dentro, e fuor qual fiamma è rosso,

perch'ad onta si reca ed a difetto

ch'altri si sia primiero in giostra mosso.

Ma intanto a mezzo il corso in su l'elmetto

dal giovin forte è il saracin percosso;

egli a l'incontro a lui co 'l ferro nudo

fende l'usbergo, e pria rompe lo scudo.

32 Cade il cristiano, e ben è il colpo acerbo,

poscia ch'avien che da l'arcion lo svella.

Ma il pagan di piú forza e di piú nerbo

non cade già, né pur si torce in sella;

indi con dispettoso atto superbo

sovra il caduto cavalier favella:

"Renditi vinto, e per tua gloria basti

che dir potrai che contra me pugnasti."

33 "No," gli risponde Otton "fra noi non s'usa

cosí tosto depor l'arme e l'ardire;

altri del mio cader farà la scusa,

io vuo' far la vendetta o qui morire."

In sembianza d'Aletto e di Medusa

freme il circasso, e par che fiamma spire:

"Conosci or" dice "il mio valor a prova,

poi che la cortesia sprezzar ti giova."

34 Spinge il destrier in questo, e tutto oblia

quanto virtú cavaleresca chiede.

Fugge il franco l'incontro e si desvia,

e 'l destro fianco nel passar gli fiede,

ed è sí grave la percossa e ria

che 'l ferro sanguinoso indi ne riede;

ma che pro, se la piaga al vincitore

forza non toglie e giunge ira e furore?

35 Argante il corridor dal corso affrena,

e indietro il volge; e cosí tosto è vòlto,

che se n'accorge il suo nemico a pena,

e d'un grand'urto a l'improviso è colto.

Tremar le gambe, e indebolir la lena,

sbigottir l'alma e impallidir il volto

fègli l'aspra percossa, e frale e stanco

sovra il duro terren battere il fianco.

36 Ne l'ira Argante infellonisce, e strada

sovra il petto del vinto al destrier face;

e: "Cosí" grida "ogni superbo vada,

come costui che sotto i piè mi giace."

Ma l'invitto Tancredi allor non bada,

ché l'atto crudelissimo gli spiace,

e vuol che 'l suo valor con chiara emenda

copra il suo fallo e, come suol, risplenda.

37 Fassi inanzi gridando: "Anima vile,

che ancor ne le vittorie infame sei,

qual titolo di laude alto e gentile

da modi attendi sí scortesi e rei?

Fra i ladroni d'Arabia o fra simíle

barbara turba avezzo esser tu déi.

Fuggi la luce, e va' con l'altre belve

a incrudelir ne' monti e tra le selve."

38 Tacque; e 'l pagano, al sofferir poco uso,

morde le labra e di furor si strugge.

Risponder vuol, ma il suono esce confuso

sí come strido d'animal che rugge;

o come apre le nubi ond'egli è chiuso

impetuoso il fulmine, e se 'n fugge,

cosí pareva a forza ogni suo detto

tonando uscir da l'infiammato petto.

39 Ma poi ch'in ambo il minacciar feroce

a vicenda irritò l'orgoglio e l'ira,

l'un come l'altro rapido e veloce,

spazio al corso prendendo, il destrier gira.

Or qui, Musa, rinforza in me la voce,

e furor pari a quel furor m'inspira,

sí che non sian de l'opre indegni i carmi

ed esprima il mio canto il suon de l'armi.

40 Posero in resta e dirizzaro in alto

i duo guerrier le noderose antenne;

né fu di corso mai, né fu di salto,

né fu mai tal velocità di penne,

né furia eguale a quella ond'a l'assalto

quinci Tancredi e quindi Argante venne.

Rupper l'aste su gli elmi, e volàr mille

tronconi e scheggie e lucide faville.

41 Sol de i colpi il rimbombo intorno mosse

l'immobil terra, e risonàrne i monti;

ma l'impeto e 'l furor de le percosse

nulla piegò de le superbe fronti.

L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse

che non fur poi cadendo a sorger pronti.

Tratte le spade, i gran mastri di guerra

lasciàr le staffe e i piè fermaro in terra.

42 Cautamente ciascuno a i colpi move

la destra, a i guardi l'occhio, a i passi il piede;

si reca in atti vari, in guardie nove:

or gira intorno, or cresce inanzi, or cede,

or qui ferire accenna e poscia altrove,

dove non minacciò ferir si vede,

or di sé discoprire alcuna parte

e tentar di schernir l'arte con l'arte.

43 De la spada Tancredi e de lo scudo

mal guardato al pagan dimostra il fianco;

corre egli per ferirlo, e intanto nudo

di riparo si lascia il lato manco.

Tancredi con un colpo il ferro crudo

del nemico ribatte, e lui fère anco;

né poi, ciò fatto, in ritirarsi tarda,

ma si raccoglie e si restringe in guarda.

44 Il fero Argante, che se stesso mira

del proprio sangue suo macchiato e molle,

con insolito orror freme e sospira,

di cruccio e di dolor turbato e folle;

e portato da l'impeto e da l'ira,

con la voce la spada insieme estolle,

e torna per ferire, ed è di punta

piagato ov'è la spalla al braccio giunta.

45 Qual ne l'alpestri selve orsa, che senta

duro spiedo nel fianco, in rabbia monta,

e contra l'arme se medesma aventa

e i perigli e la morte audace affronta,

tale il circasso indomito diventa:

giunta or piaga a la piaga, ed onta a l'onta,

e la vendetta far tanto desia

che sprezza i rischi e le difese oblia.

46 E congiungendo a temerario ardire

estrema forza e infaticabil lena,

vien che sí impetuoso il ferro gire

che ne trema la terra e 'l ciel balena;

né tempo ha l'altro ond'un sol colpo tire,

onde si copra, onde respiri a pena,

né schermo v'è ch'assecurar il possa

da la fretta d'Argante e da la possa.

47 Tancredi, in sé raccolto, attende in vano

che de' gran colpi la tempesta passi.

Or v'oppon le difese, ed or lontano

se 'n va co' giri e co' veloci passi;

ma poi che non s'allenta il fer pagano,

è forza al fin che trasportar si lassi,

e cruccioso egli ancor con quanta pote

violenza maggior la spada rote.

48 Vinta da l'ira è la ragione e l'arte,

e le forze il furor ministra e cresce.

Sempre che scende, il ferro o fòra o parte

o piastra o maglia, e colpo in van non esce.

Sparsa è d'arme la terra, e l'arme sparte

di sangue, e 'l sangue co 'l sudor si mesce.

Lampo nel fiammeggiar, nel romor tuono,

fulmini nel ferir le spade sono.

49 Questo popolo e quello incerto pende

da sí nuovo spettacolo ed atroce,

e fra tema e speranza il fin n'attende,

mirando or ciò che giova, or ciò che noce;

e non si vede pur, né pur s'intende

picciol cenno fra tanti o bassa voce,

ma se ne sta ciascun tacito e immoto,

se non se in quanto ha il cor tremante in moto.

50 Già lassi erano entrambi, e giunti forse

sarian pugnando ad immaturo fine,

ma sí oscura la notte intanto sorse

che nascondea le cose anco vicine.

Quinci un araldo e quindi un altro accorse

per dipartirli, e li partiro al fine.

L'uno è il franco Arideo, Pindoro è l'altro,

che portò la disfida, uom saggio e scaltro.

51 I pacifici scettri osàr costoro

fra le spade interpor de' combattenti,

con quella securtà che porgea loro

l'antichissima legge de le genti.

"Sète, o guerrieri," incominciò Pindoro

"con pari onor, di pari ambo possenti;

dunque cessi la pugna, e non sian rotte

le ragioni e 'l riposo de la notte.

52 Tempo è da travagliar mentre il sol dura,

ma ne la notte ogni animale ha pace,

e generoso cor non molto cura

notturno pregio che s'asconde e tace."

Risponde Argante: "A me per ombra oscura

la mia battaglia abbandonar non piace,

ben avrei caro il testimon del giorno!

Ma che giuri costui di far ritorno!"

53 Soggiunse l'altro allora: "E tu prometti

di tornar rimenando il tuo prigione,

perch'altrimenti non fia mai ch'aspetti

per la nostra contesa altra stagione."

Cosí giuraro; e poi gli araldi, eletti

a prescriver il tempo a la tenzone,

per dare spazio a le lor piaghe onesto,

stabiliro il mattin del giorno sesto.

54 Lasciò la pugna orribile nel core

de' saracini e de' fedeli impressa

un'alta meraviglia ed un orrore

che per lunga stagione in lor non cessa.

Sol de l'ardir si parla e del valore

che l'un guerriero e l'altro ha mostro in essa,

ma qual si debbia di lor due preporre,

vario e discorde il vulgo in sé discorre;

55 e sta sospeso in aspettando quale

avrà la fera lite avenimento,

e se 'l furore a la virtú prevale

o se cede l'audacia a l'ardimento.

Ma piú di ciascun altro a cui ne cale,

la bella Erminia n'ha cura e tormento,

che da i giudizi de l'incerto Marte

vede pender di sé la miglior parte.

56 Costei, che figlia fu del re Cassano

che d'Antiochia già l'imperio tenne,

preso il suo regno, al vincitor cristiano

fra l'altre prede anch'ella in poter venne.

Ma fulle in guisa allor Tancredi umano

che nulla ingiuria in sua balia sostenne;

ed onorata fu, ne la ruina

de l'alta patria sua, come reina.

57 L'onorò, la serví, di libertate

dono le fece il cavaliero egregio,

e le furo da lui tutte lasciate

le gemme e gli ori e ciò ch'avea di pregio.

Ella vedendo in giovanetta etate

e in leggiadri sembianti animo regio,

restò presa d'Amor, che mai non strinse

laccio di quel piú fermo onde lei cinse.

58 Cosí se 'l corpo libertà riebbe,

fu l'alma sempre in servitute astretta.

Ben molto a lei d'abbandonar increbbe

il signor caro e la prigion diletta;

ma l'onestà regal, che mai non debbe

da magnanima donna esser negletta,

la costrinse a partirsi, e con l'antica

madre a ricoverarsi in terra amica.

59 Venne a Gierusalemme, e quivi accolta

fu dal tiranno del paese ebreo;

ma tosto pianse in nere spoglie avolta

de la sua genitrice il fato reo.

Pur né 'l duol che le sia per morte tolta,

né l'essiglio infelice, unqua poteo

l'amoroso desio sveller dal core,

né favilla ammorzar di tanto ardore.

60 Ama ed arde la misera, e sí poco

in tale stato che sperar le avanza

che nudrisce nel sen l'occulto foco

di memoria via piú che di speranza;

e quanto è chiuso in piú secreto loco,

tanto ha l'incendio suo maggior possanza.

Tancredi al fine a risvegliar sua spene

sovra Gierusalemme ad oste viene.

61 Sbigottír gli altri a l'apparir di tante

nazioni, e sí indomite e sí fere;

fe' sereno ella il torbido sembiante

e lieta vagheggiò le squadre altere,

e con avidi sguardi il caro amante

cercando gio fra quelle armate schiere.

Cercollo in van sovente ed anco spesso:

"Eccolo" disse, e 'l riconobbe espresso.

62 Nel palagio regal sublime sorge

antica torre assai presso a le mura,

da la cui sommità tutta si scorge

l'oste cristiana, e 'l monte e la pianura.

Quivi, da che il suo lume il sol ne porge

in sin che poi la notte il mondo oscura,

s'asside, e gli occhi verso il campo gira

e co' pensieri suoi parla e sospira.

63 Quinci vide la pugna, e 'l cor nel petto

sentí tremarsi in quel punto sí forte

che parea che dicesse: "Il tuo diletto

è quegli là ch'in rischio è de la morte."

Cosí d'angoscia piena e di sospetto

mirò i successi de la dubbia sorte,

e sempre che la spada il pagan mosse,

sentí ne l'alma il ferro e le percosse.

64 Ma poi ch'il vero intese, e intese ancora

che dée l'aspra tenzon rinovellarsi,

insolito timor cosí l'accora

che sente il sangue suo di ghiaccio farsi.

Talor secrete lagrime e talora

sono occulti da lei gemiti sparsi:

pallida, essangue e sbigottita in atto,

lo spavento e 'l dolor v'avea ritratto.

65 Con orribile imago il suo pensiero

ad or ad or la turba e la sgomenta,

e via piú che la morte il sonno è fero,

sí strane larve il sogno le appresenta.

Parle veder l'amato cavaliero

lacero e sanguinoso, e par che senta

ch'egli aita le chieda; e desta intanto,

si trova gli occhi e 'l sen molle di pianto.

66 Né sol la tema di futuro danno

con sollecito moto il cor le scote,

ma de le piaghe ch'egli avea l'affanno

è cagion che quetar l'alma non pote;

e i fallaci romor, ch'intorno vanno,

crescon le cose incognite e remote,

sí ch'ella avisa che vicino a morte

giaccia oppresso languendo il guerrier forte.

67 E però ch'ella da la madre apprese

qual piú secreta sia virtú de l'erbe,

e con quai carmi ne le membra offese

sani ogni piaga e 'l duol si disacerbe

(arte che per usanza in quel paese

ne le figlie de i re par che si serbe),

vorria di sua man propria a le ferute

del suo caro signor recar salute.

68 Ella l'amato medicar dasia,

e curar il nemico a lei conviene;

pensa talor d'erba nocente e ria

succo sparger in lui che l'avelene,

ma schiva poi la man vergine e pia

trattar l'arti maligne, e se n'astiene.

Brama ella almen ch'in uso tal sia vòta

di sua virtude ogn'erba ed ogni nota.

69 Né già d'andar fra la nemica gente

temenza avria, ché peregrina era ita,

e viste guerre e stragi avea sovente,

e scorsa dubbia e faticosa vita,

sí che per l'uso la feminea mente

sovra la sua natura è fatta ardita,

e di leggier non si conturba e pave

ad ogni imagin di terror men grave.

70 Ma piú ch'altra cagion, dal molle seno

sgombra Amor temerario ogni paura,

e crederia fra l'ugne e fra 'l veneno

de l'africane belve andar secura;

pur se non de la vita, avere almeno

de la sua fama dée temenza e cura,

e fan dubbia contesa entro al suo core

duo potenti nemici, Onore e Amore.

71 L'un cosí le ragiona: "O verginella,

che le mie leggi insino ad or serbasti,

io mentre ch'eri de' nemici ancella

ti conservai la mente e i membri casti;

e tu libera or vuoi perder la bella

verginità ch'in prigionia guardasti?

Ahi! nel tenero cor questi pensieri

chi svegliar può? che pensi, oimè? che speri?

72 Dunque il titolo tu d'esser pudica

sí poco stimi, e d'onestate il pregio,

che te n'andrai fra nazion nemica,

notturna amante, a ricercar dispregio?

Onde il superbo vincitor ti dica:

`Perdesti il regno, e in un l'animo regio;

non sei di me tu degna', e ti conceda

vulgare a gli altri e mal gradita preda."

73 Da l'altra parte, il consiglier fallace

con tai lusinghe al suo piacer l'alletta:

"Nata non sei tu già d'orsa vorace,

né d'aspro e freddo scoglio, o giovanetta,

ch'abbia a sprezzar d'Amor l'arco e la face

ed a fuggir ognor quel che diletta,

né petto hai tu di ferro o di diamante

che vergogna ti sia l'esser amante.

74 Deh! vanne omai dove il desio t'invoglia.

Ma qual ti fingi vincitor crudele?

Non sai com'egli al tuo doler si doglia,

come compianga al pianto, a le querele?

Crudel sei tu, che con sí pigra voglia

movi a portar salute al tuo fedele.

Langue, o fera ed ingrata, il pio Tancredi,

e tu de l'altrui vita a cura siedi!

75 Sana tu pur Argante, acciò che poi

il tuo liberator sia spinto a morte:

cosí disciolti avrai gli obblighi tuoi,

e sí bel premio fia ch'ei ne riporte.

È possibil però che non t'annoi

quest'empio ministero or cosí forte

che la noia non basti e l'orror solo

a far che tu di qua te 'n fugga a volo?

76 Deh! ben fòra, a l'incontra, ufficio umano,

e ben n'avresti tu gioia e diletto,

se la pietosa tua medica mano

avicinassi al valoroso petto;

ché per te fatto il tuo signor poi sano

colorirebbe il suo smarrito aspetto,

e le bellezze sue, che spente or sono,

vagheggiaresti in lui quasi tuo dono.

77 Parte ancor poi ne le sue lodi avresti,

e ne l'opre ch'ei fèsse alte e famose,

ond'egli te d'abbracciamenti onesti

faria lieta, e di nozze aventurose.

Poi mostra a dito ed onorata andresti

fra le madri latine e fra le spose

là ne la bella Italia, ov'è la sede

del valor vero e de la vera fede."

78 Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)

somma felicitate a sé figura;

ma pur si trova in mille dubbi avolta

come partir si possa indi secura,

perché vegghian le guardie e sempre in volta

van di fuori al palagio e su le mura,

né porta alcuna, in tal rischio di guerra,

senza grave cagion mai si disserra.

79 Soleva Erminia in compagnia sovente

de la guerriera far lunga dimora.

Seco la vide il sol da l'occidente,

seco la vide la novella aurora;

e quando son del dí le luci spente,

un sol letto le accolse ambe talora:

e null'altro pensier che l'amoroso

l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.

80 Questo sol tiene Erminia a lei secreto

e s'udita da lei talor si lagna,

reca ad altra cagion del cor non lieto

gli affetti, e par che di sua sorte piagna.

Or in tanta amistà senza divieto

venir sempre ne pote a la campagna,

né stanza al giunger suo giamai si serra,

siavi Clorinda, o sia in consiglio o 'n guerra.

81 Vennevi un giorno ch'ella in altra parte

si ritrovava, e si fermò pensosa,

pur tra sé rivolgendo i modi e l'arte

de la bramata sua partenza ascosa.

Mentre in vari pensier divide e parte

l'incerto animo suo che non ha posa,

sospese di Clorinda in alto mira

l'arme e le sopraveste: allor sospira.

82 E tra sé dice sospirando: "O quanto

beata è la fortissima donzella!

quant'io la invidio! e non l'invidio il vanto

o 'l feminil onor de l'esser bella.

A lei non tarda i passi il lungo manto,

né 'l suo valor rinchiude invida cella,

ma veste l'armi, e se d'uscirne agogna,

vassene e non la tien tema o vergogna.

83 Ah perché forti a me natura e 'l cielo

altrettanto non fèr le membra e 'l petto,

onde potessi anch'io la gonna e 'l velo

cangiar ne la corazza e ne l'elmetto?

Ché sí non riterrebbe arsura o gelo,

non turbo o pioggia il mio infiammato affetto,

ch'al sol non fossi ed al notturno lampo,

accompagnata o sola, armata in campo.

84 Già non avresti, o dispietato Argante,

co 'l mio signor pugnato tu primiero,

ch'io sarei corsa ad incontrarlo inante;

e forse or fòra qui mio prigionero

e sosterria da la nemica amante

giogo di servitú dolce e leggiero,

e già per li suoi nodi i' sentirei

fatti soavi e alleggeriti i miei.

85 O vero a me da la sua destra il fianco

sendo percosso, e riaperto il core,

pur risanata in cotal guisa almanco

colpo di ferro avria piaga d'Amore;

ed or la mente in pace e 'l corpo stanco

riposariansi, e forse il vincitore

degnato avrebbe il mio cenere e l'ossa

d'alcun onor di lagrime e di fossa.

86 Ma lassa! i' bramo non possibil cosa,

e tra folli pensier in van m'avolgo;

io mi starò qui timida e dogliosa

com'una pur del vil femineo volgo.

Ah! non starò: cor mio, confida ed osa.

Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?

perché per breve spazio non potrolle

sostener, benché sia debile e molle?

87 Sí potrò, sí, ché mi farà possente

a tolerarne il peso Amor tiranno,

da cui spronati ancor s'arman sovente

d'ardire i cervi imbelli e guerra fanno.

Io guerreggiar non già, vuo' solamente

far con quest'armi un ingegnoso inganno:

finger mi vuo' Clorinda; e ricoperta

sotto l'imagin sua, d'uscir son certa.

88 Non ardirieno a lei far i custodi

de l'alte porte resistenza alcuna.

Io pur ripenso, e non veggio altri modi:

aperta è, credo, questa via sol una.

Or favorisca l'innocenti frodi

Amor che le m'inspira e la Fortuna.

E ben al mio partir commoda è l'ora,

mentre co 'l re Clorinda anco dimora."

89 Cosí risolve; e stimolata e punta

da le furie d'Amor, piú non aspetta,

ma da quella a la sua stanza congiunta

l'arme involate di portar s'affretta.

E far lo può, ché quando ivi fu giunta,

diè loco ogn'altro, e si restò soletta;

e la notte i suoi furti ancor copria,

ch'a i ladri amica ed a gli amanti uscia.

90 Essa veggendo il ciel d'alcuna stella

già sparso intorno divenir piú nero,

senza fraporvi alcuno indugio appella

secretamente un suo fedel scudiero

ed una sua leal diletta ancella,

e parte scopre lor del suo pensiero.

Scopre il disegno de la fuga, e finge

ch'altra cagion a dipartir l'astringe.

91 Lo scudiero fedel súbito appresta

ciò ch'al lor uopo necessario crede.

Erminia intanto la pomposa vesta

si spoglia, che le scende insino al piede,

e in ischietto vestir leggiadra resta

e snella sí ch'ogni credenza eccede;

né, trattane colei ch'a la partita

scelta s'avea, compagna altra l'aita.

92 Co 'l durissimo acciar preme ed offende

il delicato collo e l'aurea chioma,

e la tenera man lo scudo prende,

pur troppo grave e insopportabil soma.

Cosí tutta di ferro intorno splende,

e in atto militar se stessa doma.

Gode Amor ch'è presente, e tra sé ride,

come allor già ch'avolse in gonna Alcide.

93 Oh! con quanta fatica ella sostiene

l'inegual peso e move lenti i passi,

ed a la fida compagnia s'attiene

che per appoggio andar dinanzi fassi.

Ma rinforzan gli spirti Amore e spene

e ministran vigore a i membri lassi,

sí che giungono al loco ove le aspetta

lo scudiero, e in arcion sagliono in fretta.

94 Travestiti ne vanno, e la piú ascosa

e piú riposta via prendono ad arte,

pur s'avengono in molti e l'aria ombrosa

veggon lucer di ferro in ogni parte;

ma impedir lor viaggio alcun non osa,

e cedendo il sentier ne va in disparte,

ché quel candido ammanto e la temuta

insegna anco ne l'ombra è conosciuta.

95 Erminia, benché quinci alquanto sceme

del dubbio suo, non va però secura,

ché d'essere scoperta a la fin teme

e del suo troppo ardir sente or paura;

ma pur, giunta a la porta, il timor preme

ed inganna colui che n'ha la cura.

"Io son Clorinda," disse "apri la porta,

ché 'l re m'invia dove l'andare importa."

96 La voce feminil sembiante a quella

de la guerriera agevola l'inganno

(chi crederia veder armata in sella

una de l'altre ch'arme oprar non sanno?),

sí che 'l portier tosto ubidisce, ed ella

n'esce veloce e i duo che seco vanno;

e per lor securezza entro le valli

calando prendon lunghi obliqui calli.

97 Ma poi ch'Erminia in solitaria ed ima

parte si vede, alquanto il corso allenta,

ch'i primi rischi aver passati estima,

né d'esser ritenuta omai paventa.

Or pensa a quello a che pensato in prima

non bene aveva; ed or le s'appresenta

difficil piú ch'a lei non fu mostrata

dal frettoloso suo desir, l'entrata.

98 Vede or che sotto il militar sembiante

ir tra feri nemici è gran follia;

né d'altra parte palesarsi, inante

ch'al suo signor giungesse, altrui vorria.

A lui secreta ed improvisa amante

con secura onestà giunger desia;

onde si ferma, e da miglior pensiero

fatta piú cauta parla al suo scudiero:

99 "Essere, o mio fedele, a te conviene

mio precursor, ma sii pronto e sagace.

Vattene al campo, e fa' ch'alcun ti mene

e t'introduca ove Tancredi giace,

a cui dirai che donna a lui ne viene

che gli apporta salute e chiede pace:

pace, poscia ch'Amor guerra mi move,

ond'ei salute, io refrigerio trove;

100 e ch'essa ha in lui sí certa e viva fede

ch'in suo poter non teme onta né scorno.

Di' sol questo a lui solo; e s'altro ei chiede,

di' non saperlo e affretta il tuo ritorno.

Io (ché questa mi par secura sede)

in questo mezzo qui farò soggiorno."

Cosí disse la donna, e quel leale

gía veloce cosí come avesse ale.

101 E 'n guisa oprar sapea, ch'amicamente

entro a i chiusi ripari era raccolto,

e poi condotto al cavalier giacente,

che l'ambasciata udia con lieto volto;

e già lasciando ei lui, che ne la mente

mille dubbi pensier avea rivolto,

ne riportava a lei dolce risposta:

ch'entrar potrà, quando piú lice, ascosta.

102 Ma ella intanto impaziente, a cui

troppo ogni indugio par noioso e greve,

numera fra se stessa i passi altrui

e pensa: "or giunge, or entra, or tornar deve."

E già le sembra, e se ne duol, colui

men del solito assai spedito e leve.

Spingesi al fine inanti, e 'n parte ascende

onde comincia a discoprir le tende.

103 Era la notte, e 'l suo stellato velo

chiaro spiegava e senza nube alcuna

e già spargea rai luminosi e gelo

di vive perle la sorgente luna.

L'innamorata donna iva co 'l cielo

le sue fiamme sfogando ad una ad una,

e secretari del suo amore antico

fea i muti campi e quel silenzio amico.

104 Poi rimirando il campo ella dicea:

"O belle a gli occhi miei tende latine!

Aura spira da voi che mi ricrea

e mi conforta pur che m'avicine;

cosí a mia vita combattuta e rea

qualche onesto riposo il Ciel destine,

come in voi solo il cerco, e solo parmi

che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.

105 Raccogliete me dunque, e in voi si trove

quella pietà che mi promise Amore

e ch'io già vidi, prigioniera altrove,

nel mansueto mio dolce signore.

Né già desio di racquistar mi move

co 'l favor vostro il mio regale onore;

quando ciò non avenga, assai felice

io mi terrò se 'n voi servir mi lice."

106 Cosí parla costei, che non prevede

qual dolente fortuna a lei s'appreste.

Ella era in parte ove per dritto fiede

l'armi sue terse il bel raggio celeste,

sí che da lunge il lampo lor si vede

co 'l bel candor che le circonda e veste,

e la gran tigre ne l'argento impressa

fiammeggia sí ch'ognun direbbe: "È dessa."

107 Come volle sua sorte, assai vicini

molti guerrier disposti avean gli aguati;

e n'eran duci duo fratei latini,

Alcandro e Poliferno, e fur mandati

per impedir che dentro a i saracini

greggie non siano e non sian buoi menati;

e se 'l servo passò, fu perché torse

piú lunge il passo e rapido trascorse.

108 Al giovin Poliferno, a cui fu il padre

su gli occhi suoi già da Clorinda ucciso,

viste le spoglie candide e leggiadre,

fu di veder l'alta guerriera aviso,

e contra le irritò l'occulte squadre;

né frenando del cor moto improviso

(com'era in suo furor súbito e folle)

gridò: "Sei morta", e l'asta in van lanciolle.

109 Sí come cerva ch'assetata il passo

mova a cercar d'acque lucenti e vive,

ove un bel fonte distillar da un sasso

o vide un fiume tra frondose rive,

s'incontra i cani allor che 'l corpo lasso

ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive,

volge indietro fuggendo, e la paura

la stanchezza obliar face e l'arsura;

110 cosí costei, che de l'amor la sete,

onde l'infermo core è sempre ardente,

spegner ne l'accoglienze oneste e liete

credeva, e riposar la stanca mente,

or che contra gli vien chi glie 'l diviete,

e 'l suon del ferro e le minaccie sente,

se stessa e 'l suo desir primo abbandona

e 'l veloce destrier timida sprona.

111 Fugge Erminia infelice, e 'l suo destriero

con prontissimo piede il suol calpesta.

Fugge ancor l'altra donna, e lor quel fero

con molti armati di seguir non resta.

Ecco che da le tende il buon scudiero

con la tarda novella arriva in questa,

e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna,

e gli sparge il timor per la campagna.

112 Ma il piú saggio fratello, il quale anch'esso

la non vera Clorinda avea veduto,

non la volle seguir, ch'era men presso,

ma ne l'insidie sue s'è ritenuto;

e mandò con l'aviso al campo un messo

che non armento od animal lanuto,

né preda altra simíl, ma ch'è seguita

dal suo german Clorinda impaurita;

113 e ch'ei non crede già, né 'l vuol ragione,

ch'ella, ch'è duce e non è sol guerriera,

elegga a l'uscir suo tale stagione

per opportunità che sia leggiera;

ma giudichi e comandi il pio Buglione,

egli farà ciò che da lui s'impera.

Giunge al campo tal nova, e se ne intende

il primo suon ne le latine tende.

114 Tancredi, cui dinanzi il cor sospese

quell'aviso primiero, udendo or questo,

pensa: "Deh! forse a me venia cortese,

e 'n periglio è per me", né pensa al resto.

E parte prende sol del grave arnese,

monta a cavallo e tacito esce e presto;

e seguendo gli indizi e l'orme nove

rapidamente a tutto corso il move.

 

 

CANTO SETTIMO

1 Intanto Erminia infra l'ombrose piante

d'antica selva dal cavallo è scòrta,

né piú governa il fren la man tremante,

e mezza quasi par tra viva e morta.

Per tante strade si raggira e tante

il corridor ch'in sua balia la porta,

ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,

ed è soverchio omai ch'altri la segua.

2 Qual dopo lunga e faticosa caccia

tornansi mesti ed anelanti i cani

che la fèra perduta abbian di traccia,

nascosa in selva da gli aperti piani,

tal pieni d'ira e di vergogna in faccia

riedono stanchi i cavalier cristiani.

Ella pur fugge, e timida e smarrita

non si volge a mirar s'anco è seguita.

3 Fuggí tutta la notte, e tutto il giorno

errò senza consiglio e senza guida,

non udendo o vedendo altro d'intorno,

che le lagrime sue, che le sue strida.

Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno

scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida,

giunse del bel Giordano a le chiare acque

e scese in riva al fiume, e qui si giacque.

4 Cibo non prende già, ché de' suoi mali

solo si pasce e sol di pianto ha sete;

ma 'l sonno, che de' miseri mortali

è co 'l suo dolce oblio posa e quiete,

sopí co' sensi i suoi dolori, e l'ali

dispiegò sovra lei placide e chete;

né però cessa Amor con varie forme

la sua pace turbar mentre ella dorme.

5 Non si destò fin che garrir gli augelli

non sentí lieti e salutar gli albori,

e mormorar il fiume e gli arboscelli,

e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.

Apre i languidi lumi e guarda quelli

alberghi solitari de' pastori,

e parle voce udir tra l'acqua e i rami

ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.

6 Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti

rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene,

che sembra ed è di pastorali accenti

misto e di boscareccie inculte avene.

Risorge, e là s'indrizza a passi lenti,

e vede un uom canuto a l'ombre amene

tesser fiscelle a la sua greggia a canto

ed ascoltar di tre fanciulli il canto.

7 Vedendo quivi comparir repente

l'insolite arme, sbigottír costoro;

ma li saluta Erminia e dolcemente

gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:

"Seguite," dice "aventurosa gente

al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,

ché non portano già guerra quest'armi

a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi."

8 Soggiunse poscia: "O padre, or che d'intorno

d'alto incendio di guerra arde il paese,

come qui state in placido soggiorno

senza temer le militari offese?"

"Figlio," ei rispose "d'ogni oltraggio e scorno

la mia famiglia e la mia greggia illese

sempre qui fur, né strepito di Marte

ancor turbò questa remota parte.

9 O sia grazia del Ciel che l'umiltade

d'innocente pastor salvi e sublime,

o che, sí come il folgore non cade

in basso pian ma su l'eccelse cime,

cosí il furor di peregrine spade

sol de' gran re l'altere teste opprime,

né gli avidi soldati a preda alletta

la nostra povertà vile e negletta.

10 Altrui vile e negletta, a me sí cara

che non bramo tesor né regal verga,

né cura o voglia ambiziosa o avara

mai nel tranquillo del mio petto alberga.

Spengo la sete mia ne l'acqua chiara,

che non tem'io che di venen s'asperga,

e questa greggia e l'orticel dispensa

cibi non compri a la mia parca mensa.

11 Ché poco è il desiderio, e poco è il nostro

bisogno onde la vita si conservi.

Son figli miei questi ch'addito e mostro,

custodi de la mandra, e non ho servi.

Cosí me 'n vivo in solitario chiostro,

saltar veggendo i capri snelli e i cervi,

ed i pesci guizzar di questo fiume

e spiegar gli augelletti al ciel le piume.

12 Tempo già fu, quando piú l'uom vaneggia

ne l'età prima, ch'ebbi altro desio

e disdegnai di pasturar la greggia;

e fuggii dal paese a me natio,

e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia

fra i ministri del re fui posto anch'io,

e benché fossi guardian de gli orti

vidi e conobbi pur l'inique corti.

13 Pur lusingato da speranza ardita

soffrii lunga stagion ciò che piú spiace;

ma poi ch'insieme con l'età fiorita

mancò la speme e la baldanza audace,

piansi i riposi di quest'umil vita

e sospirai la mia perduta pace,

e dissi; `O corte, a Dio.' Cosí, a gli amici

boschi tornando, ho tratto i dí felici."

14 Mentre ei cosí ragiona, Erminia pende

da la soave bocca intenta e cheta;

e quel saggio parlar, ch'al cor le scende,

de' sensi in parte le procelle acqueta.

Dopo molto pensar, consiglio prende

in quella solitudine secreta

insino a tanto almen farne soggiorno

ch'agevoli fortuna il suo ritorno.

15 Onde al buon vecchio dice: "O fortunato,

ch'un tempo conoscesti il male a prova,

se non t'invidii il Ciel sí dolce stato,

de le miserie mie pietà ti mova;

e me teco raccogli in cosí grato

albergo ch'abitar teco mi giova.

Forse fia che 'l mio core infra quest'ombre

del suo peso mortal parte disgombre.

16 Ché se di gemme e d'or, che 'l vulgo adora

sí come idoli suoi, tu fossi vago,

potresti ben, tante n'ho meco ancora,

renderne il tuo desio contento e pago."

Quinci, versando da' begli occhi fora

umor di doglia cristallino e vago,

parte narrò di sue fortune, e intanto

il pietoso pastor pianse al suo pianto.

17 Poi dolce la consola e sí l'accoglie

come tutt'arda di paterno zelo,

e la conduce ov'è l'antica moglie

che di conforme cor gli ha data il Cielo.

La fanciulla regal di rozze spoglie

s'ammanta, e cinge al crin ruvido velo;

ma nel moto de gli occhi e de le membra

non già di boschi abitatrice sembra.

18 Non copre abito vil la nobil luce

e quanto è in lei d'altero e di gentile,

e fuor la maestà regia traluce

per gli atti ancor de l'essercizio umile.

Guida la greggia a i paschi e la riduce

con la povera verga al chiuso ovile,

e da l'irsute mamme il latte preme

e 'n giro accolto poi lo strige insieme.

19 Sovente, allor che su gli estivi ardori

giacean le pecorelle a l'ombra assise,

ne la scorza de' faggi e de gli allori

segnò l'amato nome in mille guise,

e de' suoi strani ed infelici amori

gli aspri successi in mille piante incise,

e in rileggendo poi le proprie note

rigò di belle lagrime le gote.

20 Indi dicea piangendo: "In voi serbate

questa dolente istoria, amiche piante;

perché se fia ch'a le vostr'ombre grate

giamai soggiorni alcun fedele amante,

senta svegliarsi al cor dolce pietate

de le sventure mie sí varie e tante,

e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede

diè Fortuna ed Amore a sí gran fede!'

21 Forse averrà, se 'l Ciel benigno ascolta

affettuoso alcun prego mortale,

che venga in queste selve anco tal volta

quegli a cui di me forse or nulla cale;

e rivolgendo gli occhi ove sepolta

giacerà questa spoglia inferma e frale,

tardo premio conceda a i miei martíri

di poche lagrimette e di sospiri;

22 onde se in vita il cor misero fue,

sia lo spirito in morte almen felice,

e 'l cener freddo de le fiamme sue

goda quel ch'or godere a me non lice."

Cosí ragiona a i sordi tronchi, e due

fonti di pianto da' begli occhi elice.

Tancredi intanto, ove fortuna il tira

lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.

23 Egli, seguendo le vestigia impresse

rivolse il corso a la selva vicina;

ma quivi da le piante orride e spesse

nera e folta cosí l'ombra dechina

che piú non può raffigurar tra esse

l'orme novelle, e 'n dubbio oltre camina,

porgendo intorno pur l'orecchie intente

se calpestio, se romor d'armi sente.

24 E se pur la notturna aura percote

tenera fronde mai d'olmo o di faggio,

o se fèra od augello un ramo scote,

tosto a quel picciol suon drizza il viaggio.

Esce al fin de la selva, e per ignote

strade il conduce de la luna il raggio

verso un romor che di lontano udiva,

insin che giunse al loco ond'egli usciva.

25 Giunse dove sorgean da vivo sasso

in molta copia chiare e lucide onde,

e fattosene un rio volgeva a basso

lo strepitoso piè tra verdi sponde.

Quivi egli ferma addolorato il passo

e chiama, e sola a i gridi Ecco risponde;

e vede intanto con serene ciglia

sorger l'aurora candida e vermiglia.

26 Geme cruccioso, e 'ncontra il Ciel si sdegna

che sperata gli neghi alta ventura;

ma de la donna sua, quand'ella vegna

offesa pur, far la vendetta giura.

Di rivolgersi al campo al fin disegna,

benché la via trovar non s'assecura,

ché gli sovien che presso è il dí prescritto

che pugnar dée co 'l cavalier d'Egitto.

27 Partesi, e mentre va per dubbio calle

ode un corso appressar ch'ognor s'avanza,

ed al fine spuntar d'angusta valle

vede uom che di corriero avea sembianza.

Scotea mobile sferza, e da le spalle

pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.

Chiede Tancredi a lui per quale strada

al campo de' cristiani indi si vada.

28 Quegli italico parla: "Or là m'invio

dove m'ha Boemondo in fretta spinto."

Segue Tancredi lui che del gran zio

messaggio stima, e crede al parlar finto.

Giungono al fin là dove un sozzo e rio

lago impaluda, ed un castel n'è cinto,

ne la stagion che 'l sol par che s'immerga

ne l'ampio nido ove la notte alberga.

29 Suona il corriero in arrivando il corno,

e tosto giú calar si vede un ponte:

"Quando latin sia tu, qui far soggiorno

potrai" gli dice "in fin che 'l sol rimonte,

ché questo loco, e non è il terzo giorno,

tolse a i pagani di Cosenza il conte."

Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte

inespugnabil fanno il sito e l'arte.

30 Dubita alquanto poi ch'entro sí forte

magione alcuno inganno occulto giaccia;

ma come avezzo a i rischi de la morte,

motto non fanne, e no 'l dimostra in faccia,

ch'ovunque il guidi elezione o sorte,

vuol che securo la sua destra il faccia.

Pur l'obligo ch'egli ha d'altra battaglia

fa che di nova impresa or non gli caglia;

31 sí ch'incontra al castello, ove in un prato

il curvo ponte si distende e posa,

ritiene alquanto il passo, ed invitato

non segue la sua scorta insidiosa.

Su 'l ponte intanto un cavaliero armato

con sembianza apparia fera e sdegnosa,

ch'avendo ne la destra il ferro ignudo

in suon parlava minaccioso e crudo:

32 "O tu, che (siasi tua fortuna o voglia)

al paese fatal d'Armida arrive,

pensi indarno al fuggir; or l'arme spoglia,

e porgi a i lacci suoi le man cattive,

ed entra pur ne la guardata soglia

con queste leggi ch'ella altrui prescrive,

né piú sperar di riveder il cielo

per volger d'anni o per cangiar di pelo,

33 se non giuri d'andar con gli altri sui

contra ciascun che da Giesú s'appella."

S'affisa a quel parlar Tancredi in lui

e riconosce l'arme e la favella.

Rambaldo di Guascogna era costui

che partí con Armida, e sol per ella

pagan si fece e difensor divenne

di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.

34 Di santo sdegno il pio guerrier si tinse

nel volto, e gli rispose: "Empio fellone,

quel Tancredi son io che 'l ferro cinse

per Cristo sempre, e fui di lui campione;

e in sua virtute i suoi rubelli vinse,

come vuo' che tu vegga al paragone,

ché da l'ira del Ciel ministra eletta

è questa destra a far in te vendetta."

35 Turbossi udendo il glorioso nome

l'empio guerriero, e scolorissi in viso.

Pur celando il timor, gli disse: "Or come,

misero, vieni ove rimanga ucciso?

Qui saran le tue forze oppresse e dome,

e questo altero tuo capo reciso;

e manderollo a i duci franchi in dono,

s'altro da quel che soglio oggi non sono."

36 Cosí dicea il pagano; e perché il giorno

spento era omai sí che vedeasi a pena,

apparír tante lampade d'intorno

che ne fu l'aria lucida e serena.

Splende il castel come in teatro adorno

suol fra notturne pompe altera scena,

ed in eccelsa parte Armida siede,

onde senz'esser vista e ode e vede.

37 Il magnanimo eroe fra tanto appresta

a la fera tenzon l'arme e l'ardire,

né su 'l debil cavallo assiso resta

già veggendo il nemico a pié venire.

Vien chiuso ne lo scudo e l'elmo ha in testa,

la spada nuda, e in atto è di ferire.

Gli move incontra il principe feroce

con occhi torvi e con terribil voce.

38 Quegli con larghe rote aggira i passi

stretto ne l'arme, e colpi accenna e finge;

questi, se ben ha i membri infermi e lassi,

va risoluto e gli s'appressa e stringe,

e là donde Rambaldo a dietro fassi

velocissimamente egli si spinge,

e s'avanza e l'incalza, e fulminando

spesso a la vista gli dirizza il brando.

39 E piú ch'altrove impetuoso fère

ove piú di vital formò natura,

a le percosse le minaccie altere

accompagnando, e 'l danno a la paura.

Di qua di là si volge, e sue leggiere

membra il presto guascone a i colpi fura,

e cerca or con lo scudo or con la spada

che 'l nemico furore indarno cada;

40 ma veloce a lo schermo ei non è tanto

che piú l'altro non sia pronto a l'offese.

Già spezzato lo scudo e l'elmo infranto

e forato e sanguigno avea l'arnese,

e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto

impiagasse il nemico anco non scese;

e teme, e gli rimorde insieme il core

sdegno, vergogna, conscienza, amore.

41 Disponsi al fin con disperata guerra

far prova omai de l'ultima fortuna.

Gitta lo scudo, e a due mani afferra

la spada ch'è di sangue ancor digiuna;

e co 'l nemico suo si stringe e serra

e cala un colpo, e non v'è piastra alcuna

che gli resista sí che grave angoscia

non dia piagando a la sinistra coscia.

42 E poi su l'ampia fronte il ripercote

sí ch'il picchio rimbomba in suon di squilla;

l'elmo non fende già, ma lui ben scote,

tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla.

Infiamma d'ira il principe le gote,

e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;

e fuor de la visiera escono ardenti

gli sguardi, e insieme lo stridor de' denti.

43 Il perfido pagan già non sostiene

la vista pur di sí feroce aspetto.

Sente fischiare il ferro, e tra le vene

già gli sembra d'averlo e in mezzo al petto.

Fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene

dove un pilastro è contra il ponte eretto;

ne van le scheggie e le scintille al cielo,

e passa al cor del traditor un gelo,

44 onde al ponte rifugge, e sol nel corso

de la salute sua pone ogni speme.

Ma 'l seguita Tancredi, e già su 'l dorso

la man gli stende e 'l piè co 'l piè gli preme,

quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)

sparir le faci ed ogni stella insieme,

né rimaner a l'orba notte alcuna,

sotto povero ciel, luce di luna.

45 Fra l'ombre de la notte e de gli incanti

il vincitor no 'l segue piú né 'l vede,

né può cosa vedersi a lato o inanti,

e muove dubbio e mal securo il piede.

Su l'entrare d'un uscio i passi erranti

a caso mette, né d'entrar s'avede,

ma sente poi che suona a lui di dietro

la porta, e 'n loco il serra oscuro e tetro.

46 Come il pesce colà dove impaluda

ne i seni di Comacchio il nostro mare,

fugge da l'onda impetuosa e cruda

cercando in placide acque ove ripare,

e vien che da se stesso ei si rinchiuda

in palustre prigion né può tornare,

ché quel serraglio è con mirabil uso

sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso;

47 cosí Tancredi allor, qual che si fosse

de l'estrania prigion l'ordigno e l'arte,

entrò per se medesmo, e ritrovosse

poi là rinchiuso ov'uom per sé non parte.

Ben con robusta man la porta scosse,

ma fur le sue fatiche indarno sparte,

e voce intanto udí che: "Indarno" grida

"uscir procuri, o prigionier d'Armida.

48 Qui menerai (non temer già di morte)

nel sepolcro de' vivi i giorni e gli anni."

Non risponde, ma preme il guerrier forte

nel cor profondo i gemiti e gli affanni,

e fra se stesso accusa Amor, la sorte,

la sua schiocchezza e gli altrui feri inganni;

e talor dice in tacite parole:

"Leve perdita fia perdere il sole,

49 ma di piú vago sol piú dolce vista,

misero! i' perdo, e non so già se mai

in loco tornerò che l'alma trista

si rassereni a gli amorosi rai."

Poi gli sovien d'Argante, e piú s'attrista

e: "Troppo" dice "al mio dover mancai;

ed è ragion ch'ei mi disprezzi e scherna!

O mia gran colpa! o mia vergogna eterna!"

50 Cosí d'amor, d'onor cura mordace

quinci e quindi al guerrier l'animo rode.

Or mentre egli s'affligge, Argante audace

le molli piume di calcar non gode;

tanto è nel crudo petto odio di pace,

cupidigia di sangue, amor di lode,

che, de le piaghe sue non sano ancora,

brama che 'l sesto dí porti l'aurora.

51 La notte che precede, il pagan fero

a pena inchina, per dormir la fronte;

e sorge poi che 'l cielo anco è sí nero

che non dà luce in su la cima al monte.

"Recami" grida "l'arme" al suo scudiero,

ed esso aveale apparecchiate e pronte:

non le solite sue, ma dal re sono

dategli queste, e prezioso è il dono.

52 Senza molto mirarle egli le prende

né dal gran peso è la persona onusta,

e la solita spada al fianco appende,

ch'è di tempra finissima e vetusta.

Qual con le chiome sanguinose orrende

splender cometa suol per l'aria adusta,

che i regni muta e i feri morbi adduce,

a i purpurei tiranni infausta luce;

53 tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte

volge le luci ebre di sangue e d'ira.

Spirano gli atti feri orror di morte,

e minaccie di morte il volto spira.

Alma non è cosí secura e forte

che non paventi, ove un sol guardo gira.

Nuda ha la spada e la solleva e scote

gridando, e l'aria e l'ombre in van percote.

54 "Ben tosto" dice "il predator cristiano,

ch'audace è sí ch'a me vuole agguagliarsi,

caderà vinto e sanguinoso al piano,

bruttando ne la polve i crini sparsi;

e vedrà vivo ancor da questa mano

ad onta del suo Dio l'arme spogliarsi,

né morendo impetrar potrà co' preghi

ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi."

55 Non altramente il tauro, ove l'irriti

geloso amor co' stimuli pungenti,

orribilmente mugge, e co' muggiti

gli spirti in sé risveglia e l'ire ardenti,

e 'l corno aguzza a i tronchi, e par ch'inviti

con vani colpi a la battaglia i venti:

sparge co 'l piè l'arena, e 'l suo rivale

da lunge sfida a guerra aspra e mortale.

56 Da sí fatto furor commosso, appella

l'araldo; e con parlar tronco gli impone:

"Vattene al campo, e la battaglia fella

nunzia a colui ch'è di Giesú campione."

Quinci alcun non aspetta e monta in sella,

e fa condursi inanzi il suo prigione;

esce fuor de la terra, e per lo colle

in corso vien precipitoso e folle.

57 Dà fiato intanto al corno, e n'esce un suono

che d'ogn'intorno orribile s'intende

e 'n guisa pur di strepitoso tuono

gli orecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.

Già i principi cristiani accolti sono

ne la tenda maggior de l'altre tende:

qui fe' l'araldo sue disfide e incluse

Tancredi pria, né però gli altri escluse.

58 Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi

volge con mente allor dubbia e sospesa,

né, perché molto pensi e molto guardi,

atto gli s'offre alcuno a tanta impresa.

Vi manca il fior de' suoi guerrier gagliardi:

di Tancredi non s'è novella intesa,

e lunge è Boemondo, ed ito è in bando

l'invitto eroe ch'uccise il fier Gernando.

59 Ed oltre i diece che fur tratti a sorte,

i migliori del campo e i piú famosi

seguír d'Armida le fallaci scorte,

sotto il silenzio de la notte ascosi.

Gli altri di mano e d'animo men forte

taciti se ne stanno e vergognosi,

né vi è chi cerchi in sí gran rischio onore,

ché vinta la vergogna è dal timore.

60 Al silenzio, a l'aspetto, ad ogni segno,

di lor temenza il capitan s'accorse,

e tutto pien di generoso sdegno

dal loco ove sedea repente sorse,

e disse: "Ah! ben sarei di vita indegno

se la vita negassi or porre in forse,

lasciando ch'un pagan cosí vilmente

calpestasse l'onor di nostra gente!

61 Sieda in pace il mio campo, e da secura

parte miri ozioso il mio periglio.

Su su, datemi l'arme"; e l'armatura

gli fu recata in un girar di ciglio.

Ma il buon Raimondo, che in età matura

parimente maturo avea il consiglio,

e verdi ancor le forze a par di quanti

erano quivi, allor si trasse avanti,

62 e disse a lui rivolto: "Ah non sia vero

ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!

Duce sei tu, non semplice guerriero:

publico fòra e non privato il lutto.

In te la fé s'appoggia e 'l santo impero,

per te fia il regno di Babèl distrutto.

Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;

ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.

63 Ed io, bench'a gir curvo mi condanni

la grave età, non fia che ciò ricusi.

Schivino gli altri i marziali affanni,

me non vuo' già che la vecchiezza scusi.

Oh! foss'io pur su 'l mio vigor de gli anni

qual sète or voi, che qui temendo chiusi

vi state e non vi move ira o vergogna

contra lui che vi sgrida e vi rampogna,

64 e quale allora fui, quando al cospetto

di tutta la Germania, a la gran corte

del secondo Corrado, apersi il petto

al feroce Leopoldo e 'l posi a morte!

E fu d'alto valor piú chiaro effetto

le spoglie riportar d'uom cosí forte,

che s'alcun or fugasse inerme e solo

di questa ignobil turba un grande stuolo.

65 Se fosse in me quella virtú, quel sangue,

di questo alter l'orgoglio avrei già spento.

Ma qualunque io mi sia, non però langue

il core in me, né vecchio anco pavento,

E s'io pur rimarrò nel campo essangue,

né il pagan di vittoria andrà contento.

Armarmi i' vuo': sia questo il dí ch'illustri

con novo onor tutti i miei scorsi lustri."

66 Cosí parla il gran vecchio, e sproni acuti

son le parole, onde virtú si desta.

Quei che fur prima timorosi e muti

hanno la lingua or baldanzosa e presta.

Né sol non v'è che la tenzon rifiuti,

ma ella omai da molti a prova è chiesta:

Baldovin la domanda, e con Ruggiero

Guelfo, i due Guidi, e Stefano e Gerniero,

67 e Pirro, quel che fe' il lodato inganno

dando Antiochia presa a Boemondo;

ed a prova richiesta anco ne fanno

Eberardo, Ridolfo e 'l pro' Rosmondo,

un di Scozia, un d'Irlanda, ed un britanno,

terre che parte il mar dal nostro mondo;

e ne son parimente anco bramosi

Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi.

68 Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio

se ne dimostra cupido ed ardente.

Armato è già; sol manca a l'apparecchio

de gli altri arnesi il fino elmo lucente.

A cui dice Goffredo: "O vivo specchio

del valor prisco, in te la nostra gente

miri e virtú n'apprenda: in te di Marte

splende l'onor, la disciplina e l'arte.

69 Oh! pur avessi fra l'etade acerba

diece altri di valor al tuo simíle,

come ardirei vincer Babèl superba

e la Croce spiegar da Battro a Tile.

Ma cedi or, prego, e te medesmo serba

a maggior opre e di virtú senile.

Pongansi poi tutti i nomi in un vaso

come è l'usanza, e sia giudice il caso;

70 anzi giudice Dio, de le cui voglie

ministra e serva è la fortuna e 'l fato."

Ma non però dal suo pensier si toglie

Raimondo, e vuol anch'egli esser notato.

Ne l'elmo suo Goffredo i brevi accoglie;

e poi che l'ebbe scosso ed agitato,

nel primo breve che di là traesse,

del conte di tolosa il nome lesse.

71 Fu il nome suo con lieto grido accolto,

né di biasmar la sorte alcun ardisce.

Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto

riempie; e cosí allor ringiovenisce

qual serpe fier che in nove spoglie avolto

d'oro fiammeggi e 'ncontra il sol si lisce.

Ma piú d'ogn'altro il capitan gli applaude

e gli annunzia vittoria, e gli dà laude.

72 E la spada togliendosi dal fianco,

e porgendola a lui, cosí dicea:

"Questa è la spada che 'n battaglia il franco

rubello di Sassonia oprar solea,

ch'io già gli tolsi a forza, e gli tolsi anco

la vita allor di mille colpe rea;

questa, che meco ognor fu vincitrice,

prendi, e sia cosí teco ora felice."

73 Di loro indugio intanto è quell'altero

impaziente, e li minaccia e grida:

"O gente invitta, o popolo guerriero

d'Europa, un uomo solo è che vi sfida.

Venga Tancredi omai che par sí fero,

se ne la sua virtú tanto si fida;

o vuol, giacendo in piume, aspettar forse

la notte ch'altre volte a lui soccorse?

74 Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo

venite insieme, o cavalieri, o fanti,

poi che di pugnar meco a solo a solo

non v'è fra mille schiere uom che si vanti.

Vedete là il sepolcro ove il figliuolo

di Maria giacque: or ché non gite avanti?

ché non sciogliete i voti? Ecco la strada!

A qual serbate uopo maggior la spada?"

75 Con tali scherni il saracin atroce

quasi con dura sferza altrui percote,

ma piú ch'altri Raimondo a quella voce

s'accende, e l'onte sofferir non pote.

La virtú stimolata è piú feroce,

e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,

sí che tronca gli indugi e preme il dorso

del suo Aquilino, a cui diè 'l nome il corso.

76 Questo su 'l Tago nacque, ove talora

l'avida madre del guerriero armento,

quando l'alma stagion che n'innamora

nel cor le instiga il natural talento,

volta l'aperta bocca incontra l'òra,

raccoglie i semi del fecondo vento,

e de' tepidi fiati (o meraviglia!)

cupidamente ella concipe e figlia.

77 E ben questo Aquilin nato diresti

di quale aura del ciel piú lieve spiri,

o se veloce sí ch'orma non resti

stendere il corso per l'arena il miri,

o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti

a destra ed a sinistra angusti giri.

Sovra tal corridore il conte assiso

move a l'assalto, e volge al cielo il viso:

78 "Signor, tu che drizzasti incontra l'empio

Golia l'arme inesperte in Terebinto,

sí ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,

al primo sasso d'un garzone estinto;

tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)

questo fellon da me percosso e vinto,

e debil vecchio or la superbia opprima

come debil fanciul l'oppresse in prima."

79 Cosí pregava il conte, e le preghiere

mosse dalla speranza in Dio secura

s'alzàr volando a le celesti spere,

come va foco al ciel per sua natura.

L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere

de l'essercito suo tolse a la cura

un che 'l difenda, e sano e vincitore

da le man di quell'empio il tragga fuore.

80 L'angelo, che fu già custode eletto

da l'alta Providenza al buon Raimondo

insin dal primo dí che pargoletto

se 'n venne a farsi peregrin del mondo,

or che di novo il Re del Ciel gli ha detto

che prenda in sé de la difesa il pondo,

ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste

divina tutte son l'arme riposte.

81 Qui l'asta si conserva onde il serpente

percosso giacque, e i gran fulminei strali,

e quegli ch'invisibili a la gente

portan l'orride pesti e gli altri mali;

e qui sospeso è in alto il gran tridente,

primo terror de' miseri mortali

quando egli avien che i fondamenti scota

de l'ampia terra, e le città percota.

82 Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi

scudo di lucidissimo diamante,

grande che può coprir genti e paesi

quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;

e sogliono da questo esser difesi

principi giusti e città caste e sante.

Questo l'angelo prende, e vien con esso

occultamente al suo Raimondo appresso.

83 Piene intanto le mura eran già tutte

di varia turba, e 'l barbaro tiranno

manda Clorinda e molte genti instrutte,

che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.

Da l'altro lato in ordine ridutte

alcune schiere di cristiani stanno,

e largamente a' duo campioni il campo

vòto riman fra l'uno e l'altro campo.

84 Mirava Argante, e non vedea Tancredi,

ma d'ignoto campion sembianze nove.

Fecesi il conte inanzi, e: " Quel che chiedi,

è" disse a lui "per tua ventura altrove.

Non superbir però, ché me qui vedi

apparecchiato a riprovar tue prove,

ch'io di lui posso sostener la vice

o venir come terzo a me qui lice."

85 Ne sorride il superbo, e gli risponde:

"Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?

Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde

fidando sol ne' suoi fugaci passi;

ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,

ché non fia loco ove securo il lassi."

"Menti" replica l'altro "a dir ch'uom tale

fugga da te, ch'assai di te piú vale."

86 Freme il circasso irato, e dice: "Or prendi

del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;

e tosto e' si parrà come difendi

l'alta follia del temerario detto."

Cosí mossero in giostra, e i colpi orrendi

parimente drizzaro ambi a l'elmetto;

e 'l buon Raimondo ove mirò scontrollo,

né dar gli fece ne l'arcion pur crollo.

87 Da l'altra parte il fero Argante corse

(fallo insolito a lui) l'arringo in vano,

ché 'l difensor celeste il colpo torse

dal custodito cavalier cristiano.

Le labra il crudo per furor si morse,

e ruppe l'asta bestemmiando al piano.

Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo

impetuoso al paragon secondo.

88 E 'l possente corsiero urta per dritto,

quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.

Schiva Raimondo l'urto, al lato dritto

piegando il corso, e 'l fère in fronte e passa.

Torna di novo il cavalier d'Egitto,

ma quegli pur di novo a destra il lassa,

e pur su l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre

ché l'elmo adamantine avea le tempre.

89 Ma il feroce pagan, che seco vòle

piú stretta zuffa, a lui s'aventa e serra.

L'altro, ch'al peso di sí vasta mole

teme d'andar co 'l suo destriero a terra,

qui cede, ed indi assale, e par che vòle,

intorniando con girevol guerra,

e i lievi imperii il rapido cavallo

segue del freno, e non pone orma in fallo.

90 Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre

infra paludi posta o in alto monte,

mille aditi ritenta, e tutte scorre

l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte;

e poi che non può scaglia d'arme tòrre

ch'armano il petto e la superba fronte,

fère i men forti arnesi, ed a la spada

cerca tra ferro e ferro aprir la strada.

91 Ed in due parti o in tre forate e fatte

l'arme nemiche ha già tepide e rosse,

ed egli ancor le sue conserva intatte,

né di cimier, né d'un sol fregio scosse.

Argante indarno arrabbia, a vòto batte

e spande senza pro l'ire e le posse;

non si stanca però, ma raddoppiando

va tagli e punte e si rinforza errando.

92 Al fin tra mille colpi il saracino

cala un fendente, e 'l conte è cosí presso

che forse il velocissimo Aquilino

non sottraggeasi e rimaneane oppresso;

ma l'aiuto invisibile vicino

non mancò lui di quel superno messo,

che stese il braccio e tolse il ferro crudo

sovra il diamante del celeste scudo.

93 Fragile è il ferro allor (ché non resiste

di fucina mortal tempra terrena

ad armi incorrottibili ed immiste

d'eterno fabro) e cade in su l'arena.

Il circasso, ch'andarne a terra ha viste

minutissime parti, il crede a pena;

stupisce poi, scorta la mano inerme,

ch'arme il campion nemico abbia sí ferme;

94 e ben rotta la spada aver si crede

su l'altro scudo, onde è colui difeso,

e 'l buon Raimondo ha la medesma fede,

ché non sa già chi sia dal ciel disceso.

Ma però ch'egli disarmata vede

la man nemica, si riman sospeso,

ché stima ignobil palma e vili spoglie

quelle ch'altrui con tal vantaggio toglie.

95 "Prendi" volea già dirgli "un'altra spada",

quando novo pensier nacque nel core,

ch'alto scorno è de' suoi dove egli cada,

che di publica causa è difensore.

Cosí né indegna a lui vittoria aggrada,

né in dubbio vuol porre il comune onore.

Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia

il pomo e l'else a la nemica guancia,

96 e in quel tempo medesmo il destrier punge

e per venirne a lotta oltra si caccia.

La percossa lanciata a l'elmo giunge,

sí che ne pesta al tolosan la faccia;

ma però nulla sbigottisce, e lunge

ratto si svia da le robuste braccia,

ed impiaga la man ch'a dar di piglio

venia piú fera che ferino artiglio.

97 Poscia gira da questa a quella parte,

e rigirasi a questa indi da quella;

e sempre, e dove riede e donde parte,

fère il pagan d'aspra percossa e fella.

Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte,

quanto può sdegno antico, ira novella,

a danno del circasso or tutto aduna,

e seco il Ciel congiura e la fortuna.

98 Quei di fine arme e di se stesso armato,

a i gran colpi resiste e nulla pave;

e par senza governo in mar turbato,

rotte vele ed antenne, eccelsa nave,

che pur contesto avendo ogni suo lato

tenacemente di robusta trave,

sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto

non mostra ancor, né si dispera in tutto.

99 Argante, il tuo periglio allor tal era,

quando aiutarti Belzebú dispose.

Questi di cava nube ombra leggiera

(mirabil mostro) in forma d'uom compose;

e la sembianza di Clorinda altera

gli finse, e l'arme ricche e luminose:

diegli il parlare e senza mente il noto

suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.

100 Il simulacro ad Oradin, esperto

sagittario famoso, andonne e disse:

"O famoso Oradin, ch'a segno certo,

come a te piace, le quadrella affisse,

ah! gran danno saria s'uom di tal merto,

difensor di Giudea, cosí morisse,

e di sue spoglie il suo nemico adorno

securo ne facesse a i suoi ritorno.

101 Qui fa' prova de l'arte, e le saette

tingi, nel sangue del ladron francese,

ch'oltra il perpetuo onor vuo' che n'aspette

premio al gran fatto egual dal re cortese."

Cosí parlò, né quegli in dubbio stette,

tosto che 'l suon de le promesse intese;

da la grave faretra un quadrel prende

e su l'arco l'adatta, e l'arco tende.

102 Sibila il teso nervo, e fuore spinto

vola il pennuto stral per l'aria e stride,

ed a percoter va dove del cinto

si congiungon le fibbie e le divide;

passa l'usbergo, e in sangue a pena tinto

qui su si ferma e sol la pelle incide,

ché 'l celeste guerrier soffrir non volse

ch'oltra passasse, e forza al colpo tolse.

103 Da l'usbergo lo stral si tragge il conte

ed ispicciarne fuori il sangue vede;

e con parlar pien di minaccie ed onte

rimprovera al pagan la rotta fede.

Il capitan, che non torcea la fronte

da l'amato Raimondo, allor s'avede

che violato è il patto, e perché grave

stima la piaga, ne sospira e pave;

104 e con la fronte le sue genti altere

e con la lingua a vendicarlo desta.

Vedi tosto inchinar giú le visiere,

lentare i freni e por le lancie in resta,

e quasi in un sol punto alcune schiere

da quella parte moversi e da questa.

Sparisce il campo, e la minuta polve

con densi globi al ciel s'inalza e volve.

105 D'elmi e scudi percossi e d'aste infrante

ne' primi scontri un gran romor s'aggira.

Là giacere un cavallo, e girne errante

un altro là senza rettor si mira;

qui giace un guerrier morto, e qui spirante

altri singhiozza e geme, altri sospira.

Fera è la pugna, e quanto piú si mesce

e stringe insieme, piú s'inaspra e cresce.

106 Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,

e toglie ad un guerrier ferrata mazza;

e rompendo lo stuol calcato e folto,

la rota intorno e si fa larga piazza.

E sol cerca Raimondo, e in lui sol vòlto

ha il ferro e l'ira impetuosa e pazza,

e quasi avido lupo ei par che brame

ne le viscere sue pascer la fame.

107 Ma duro ad impedir viengli il sentiero

e fero intoppo, acciò che 'l corso ei tardi.

Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero

di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.

Non cessa, non s'allenta, anzi è piú fero

quanto ristretto è piú da que' gagliardi,

sí come a forza da rinchiuso loco

se n'esce e move alte ruine il foco.

108 Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra

Ruggiero infra gli estinti egro e languente,

ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra

d'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente.

Mentre in virtú di lui pari la guerra

si mantenea fra l'una e l'altra gente,

il buon duce Buglion chiama il fratello,

ed a lui dice: "Or movi il tuo drapello,

109 e là dove battaglia è piú mortale

vattene ad investir nel lato manco."

Quegli si mosse, e fu lo scontro tale

ond'egli urtò de gli nemici al fianco,

che parve il popol d'Asia imbelle e frale,

né poté sostener l'impeto franco,

che gli ordini disperde, e co' destrieri

l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.

110 Da l'impeto medesmo in fuga è vòlto

il destro corno; e non v'è alcun che faccia

fuor ch'Argante difesa, a freno sciolto

cosí il timor precipiti li caccia.

Egli sol ferma il passo e mostra il volto,

né chi con mani cento e cento braccia

cinquanta scudi insieme ed altrettante

spade movesse, or piú faria d'Argante.

111 Ei gli stocchi e le mazze, egli de l'aste

e de' corsieri l'impeto sostenta;

e solo par che 'ncontra tutti baste,

ed ora a questo ed ora a quel s'aventa.

Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste,

e sudor versa e sangue, e par no 'l senta.

Ma cosí l'urta il popol denso e 'l preme

ch'al fin lo svolge e seco il porta insieme.

112 Volge il tergo a la forza ed al furore

di quel diluvio che 'l rapisce e 'l tira;

ma non già d'uom che fugga ha i passi e 'l core,

s'a l'opre de la mano il cor si mira.

Serbano ancora gli occhi il lor terrore

e le minaccie de la solita ira;

e cerca ritener con ogni prova

la fuggitiva turba, e nulla giova.

113 Non può far quel magnanimo ch'almeno

sia lor fuga piú tarda e piú raccolta,

ché non ha la paura arte né freno,

né pregar qui né comandar s'ascolta.

Il pio Buglion, ch'i suoi pensieri a pieno

vede fortuna a favorir rivolta,

segue de la vittoria il lieto corso

e invia novello a i vincitor soccorso.

114 E se non che non era il dí che scritto

Dio ne gli eterni suoi decreti avea,

quest'era forse il dí che 'l campo invitto

de le sante fatiche al fin giungea.

Ma la schiera infernal, ch'in quel conflitto

la tirannide sua cader vedea,

sendole ciò permesso, in un momento

l'aria in nube ristrinse e mosse il vento.

115 Da gli occhi de' mortali un negro velo

rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi

negro via piú ch'orror d'inferno il cielo,

cosí fiammeggia infra baleni e lampi.

Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo

si versa, e i paschi abbatte e inonda i campi.

Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli

non pur le quercie ma le rocche e i colli.

116 L'acqua in un tempo, il vento e la tempesta

ne gli occhi a i Franchi impetuosa fère,

e l'improvisa violenza arresta

con un terror quasi fatal le schiere.

La minor parte d'esse accolta resta

(ché veder non le puote) a le bandiere.

Ma Clorinda, che quindi alquanto è lunge

prende opportuno il tempo e 'l destrier punge.

117 Ella gridava a i suoi: "Per noi combatte,

compagni, il Cielo, e la giustizia aita;

da l'ira sua le faccie nostre intatte

sono, e non è la destra indi impedita,

e ne la fronte solo irato ei batte

de la nemica gente impaurita,

e la scote de l'arme, e de la luce

la priva: andianne pur, ché 'l fato è duce."

118 Cosí spinge le genti, e ricevendo

sol nelle spalle l'impeto d'inferno,

urta i Francesi con assalto orrendo,

e i vani colpi lor si prende a scherno.

Ed in quel tempo Argante anco volgendo

fa de' già vincitor aspro governo,

e quei lasciando il campo a tutto corso

volgono al ferro, a le procelle il dorso.

119 Percotono le spalle a i fuggitivi

l'ire immortali e le mortali spade,

e 'l sangue corre e fa, commisto a i rivi

de la gran pioggia, rosseggiar le strade.

Qui tra 'l vulgo de' morti e de' mal vivi

e Pirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;

e toglie a questo il fier circasso l'alma,

e Clorinda di quello ha nobil palma.

120 Cosí fuggiano i Franchi, e di lor caccia

non rimaneano i Siri anco o i demoni.

Sol contra l'arme e contra ogni minaccia

di granuole, di turbini e di tuoni

volgea Goffredo la secura faccia,

rampognando aspramente i suoi baroni;

e, fermo anzi la porta il gran cavallo,

le genti sparse raccogliea nel vallo.

121 E ben due volte il corridor sospinse

contra il feroce Argante e lui ripresse,

ed altrettante il nudo ferro spinse

dove le turbe ostili eran piú spesse;

al fin con gli altri insieme ei si ristrinse

dentro a i ripari, e la vittoria cesse.

Tornano allora i saracini, e stanchi

restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.

122 Né quivi ancor de l'orride procelle

ponno a pieno schivar la forza e l'ira,

ma sono estinte or queste faci or quelle,

e per tutto entra l'acqua e 'l vento spira.

Squarcia le tele e spezza i pali, e svelle

le tende intere e lunge indi le gira;

la pioggia a i gridi, a i venti, a i tuon s'accorda

d'orribile armonia che 'l mondo assorda.

 

 

CANTO OTTAVO

1 Già cheti erano i tuoni e le tempeste

e cessato il soffiar d'Austro e di Coro,

e l'alba uscia de la magion celeste

con la fronte di rose e co' piè d'oro.

Ma quei che le procelle avean già deste

non rimaneansi ancor da l'arti loro,

anzi l'un d'essi, ch'Astragorre è detto,

cosí parlava a la compagna Aletto:

2 "Mira, Aletto, venirne (ed impedito

esser non può da noi) quel cavaliero

che da le fere mani è vivo uscito

del sovran difensor del nostro impero.

Questi, narrando del suo duce ardito

e de' compagni a i Franchi il caso fero,

paleserà gran cose; onde è periglio

che si richiami di Bertoldo il figlio.

3 Sai quanto ciò rilevi e se conviene

a i gran princípi oppor forza ed inganno.

Scendi tra i Franchi adunque, e ciò ch'a bene

colui dirà tutto rivolgi in danno:

spargi le fiamme e 'l tòsco entro le vene

del Latin, de l'Elvezio e del Britanno,

movi l'ire e i tumulti a fa' tal opra

che tutto vada il campo al fin sossopra.

4 L'opra è degna di te, tu nobil vanto

te 'n désti già dinanzi al signor nostro."

Cosí le parla, e basta ben sol tanto

perché prenda l'impresa il fero mostro.

Giunto è su 'l vallo dei cristiani intanto

quel cavaliero il cui venir fu mostro,

e disse lor: "Deh, sia chi m'introduca

per mercede, o guerrieri, al sommo duca."

5 Molti scorta gli furo al capitano,

vaghi d'udir del peregrin novelle.

Egli inchinollo, e l'onorata mano

volea baciar che fa tremar Babelle;

"Signor," poi dice "che con l'oceano

termini la tua fama e con le stelle,

venirne a te vorrei piú lieto messo."

Qui sospirava, e soggiungeva appresso:

6 "Sveno, del re de' Dani unico figlio,

gloria e sostegno a la cadente etade,

esser tra quei bramò che 'l tuo consiglio

seguendo han cinto per Giesú le spade;

né timor di fatica o di periglio,

né vaghezza del regno, né pietade

del vecchio genitor, sí degno affetto

intepidír nel generoso petto.

7 Lo spingeva un desio d'apprender l'arte

de la milizia faticosa e dura

da te, sí nobil mastro, e sentia in parte

sdegno e vergogna di sua fama oscura,

già di Rinaldo il nome in ogni parte

con gloria udendo in verdi anni matura;

ma piú ch'altra cagione, il mosse il zelo

non del terren ma de l'onor del Cielo.

8 Precipitò dunque gli indugi, e tolse

stuol di scelti compagni audace e fero,

e dritto invèr la Tracia il camin volse

a la città che sede è de l'impero.

Qui il greco Augusto in sua magion l'accolse,

qui poi giunse in tuo nome un messaggiero.

Questi a pien gli narrò come già presa

fosse Antiochia, e come poi difesa;

9 difesa incontra al Perso, il qual con tanti

uomini armati ad assediarvi mosse,

che sembrava che d'arme e d'abitanti

vòto il gran regno suo rimaso fosse.

Di te gli disse, e poi narrò d'alquanti

sin ch'a Rinaldo giunse, e qui fermosse;

contò l'ardita fuga, e ciò che poi

fatto di glorioso avea tra voi.

10 Soggiunse al fin come già il popol franco

veniva a dar l'assalto a queste porte;

e invitò lui ch'egli volesse almanco

de l'ultima vittoria esser consorte.

Questo parlare al giovenetto fianco

del fero Sveno è stimolo sí forte,

ch'ogn'ora un lustro pargli infra pagani

rotar il ferro e insanguinar le mani.

11 Par che la sua viltà rimproverarsi

senta ne l'altrui gloria, e se ne rode;

e ch'il consiglia e ch'il prega a fermarsi,

o che non l'essaudisce o che non l'ode.

Rischio non teme, fuor che 'l non trovarsi

de' tuoi gran rischi a parte e di tua lode;

questo gli sembra sol periglio grave,

de gli altri o nulla intende o nulla pave.

12 Egli medesmo sua fortuna affretta,

fortuna che noi tragge e lui conduce,

però ch'a pena al suo partire aspetta

i primi rai de la novella luce.

È per miglior la via piú breve eletta;

tale ei la stima, ch'è signor e duce,

né i passi piú difficili o i paesi

schivar si cerca de' nemici offesi.

13 Or difetto di cibo, or camin duro

trovammo, or violenza ed or aguati;

ma tutti fur vinti i disagi, e furo

or uccisi i nemici ed or fugati.

Fatto avean ne' perigli ogn'uom securo

le vittorie e insolenti i fortunati,

quando un dí ci accampammo ove i confini

non lunge erano omai de' Palestini.

14 Quivi da i precursori a noi vien detto

ch'alto strepito d'arme avean sentito,

e viste insegne e indizi onde han sospetto

che sia vicino essercito infinito.

Non pensier, non color, non cangia aspetto,

non muta voce il signor nostro ardito,

benché molti vi sian ch'al fero aviso

tingan di bianca pallidezza il viso.

15 Ma dice: `Oh quale omai vicina abbiamo

corona o di martirio o di vittoria!

L'una spero io ben piú, ma non men bramo

l'altra ove è maggior merto e pari gloria.

Questo campo, o fratelli, ove or noi siamo,

fia tempio sacro ad immortal memoria,

in cui l'età futura additi e mostri

le nostre sepolture e i trofei nostri.'

16 Cosí parla, e le guardie indi dispone

e gli uffici comparte e la fatica.

Vuol ch'armato ognun giaccia, e non depone

ei medesmo gli arnesi o la lorica.

Era la notte ancor ne la stagione

ch'è piú del sonno e del silenzio amica,

allor che d'urli barbareschi udissi

romor che giunse al cielo ed a gli abissi.

17 Si grida `A l'armi! a l'armi!', e Sveno involto

ne l'armi inanzi a tutti oltre si spinge,

e magnanimamente i lumi e 'l volto

di color d'ardimento infiamma e tinge.

Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto

da tutti i lati ne circonda e stringe,

e intorno un bosco abbiam d'aste e di spade

e sovra noi di strali un nembo cade.

18 Ne la pugna inegual (però che venti

gli assalitori sono incontra ad uno)

molti d'essi piagati e molti spenti

son da cieche ferite a l'aer bruno;

ma il numero de gli egri e de' cadenti

fra l'ombre oscure non discerne alcuno:

copre la notte i nostri danni, e l'opre

de la nostra virtute insieme copre.

19 Pur sí fra gli altri Sveno alza la fronte

ch'agevol cosa è che veder si possa,

e nel buio le prove anco son conte

a chi vi mira, e l'incredibil possa.

Di sangue un rio, d'uomini uccisi un monte

d'ogni intorno gli fanno argine e fossa;

e dovunque ne va, sembra che porte

lo spavento ne gli occhi, e in man la morte.

20 Cosí pugnato fu sin che l'albore

rosseggiando nel ciel già n'apparia.

Ma poi che scosso fu il notturno orrore

che l'orror de le morti in sé copria,

la desiata luce a noi terrore

con vista accrebbe dolorosa e ria,

ché pien d'estinti il campo e quasi tutta

nostra gente vedemmo omai destrutta.

21 Duomila fummo, e non siam cento. Or quando

tanto sangue egli mira e tante morti,

non so se 'l cuor feroce al miserando

spettacolo si turbi e si sconforti;

ma già no 'l mostra, anzi la voce alzando:

`Seguiam' ne grida `que' compagni forti

ch'al Ciel lunge da i laghi averni e stigi

n'han segnati co 'l sangue alti vestigi.'

22 Disse, e lieto (credo io) de la vicina

morte cosí nel cor come al sembiante,

incontra alla barbarica ruina

portonne il petto intrepido e costante.

Tempra non sosterrebbe, ancor che fina

fosse e d'acciaio no, ma di diamante,

i feri colpi, onde egli il campo allaga,

e fatto è il corpo suo solo una piaga.

23 La vita no, ma la virtú sostenta

quel cadavero indomito e feroce.

Ripercote percosso e non s'allenta,

ma quanto offeso è piú tanto piú noce.

Quando ecco furiando a lui s'aventa

uom grande, c'ha sembiante e guardo atroce;

e dopo lunga ed ostinata guerra,

con l'aita di molti al fin l'atterra.

24 Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!),

né v'è fra noi chi vendicare il possa.

Voi chiamo in testimonio, o del mio caro

signor sangue ben sparso e nobil ossa,

ch'allor non fui de la mia vita avaro,

né schivai ferro né schivai percossa;

e se piaciuto pur fosse là sopra

ch'io vi morissi, il meritai con l'opra.

25 Fra gli estinti compagni io sol cadei

vivo, né vivo forse è chi mi pensi;

né de' nemici piú cosa saprei

ridir, sí tutti avea sopiti i sensi.

Ma poi che tornò il lume a gli occhi miei,

ch'eran d'atra caligine condensi,

notte mi parve, ed a lo sguardo fioco

s'offerse il vacillar d'un picciol foco.

26 Non rimaneva in me tanta virtude

ch'a discerner le cose io fossi presto,

ma vedea come quei ch'or apre or chiude

gli occhi, mezzo tra 'l sonno e l'esser desto;

e 'l duolo omai de le ferite crude

piú cominciava a farmisi molesto,

ché l'inaspria l'aura notturna e 'l gelo

in terra nuda e sotto aperto cielo.

27 Piú e piú ognor s'avicinava intanto

quel lume e insieme un tacito bisbiglio,

sí ch'a me giunse e mi si pose a canto.

Alzo allor, bench'a pena, il debil ciglio

e veggio due vestiti in lungo manto

tener due faci, e dirmi sento: `O figlio,

confida in quel Signor ch'a' pii soviene,

e con la grazia i preghi altrui previene.'

28 In tal guisa parlommi: indi la mano

benedicendo sovra me distese;

e susurrò con suon devoto e piano

voci allor poco udite e meno intese.

`Sorgi', poi disse; ed io leggiero e sano

sorgo, e non sento le nemiche offese

(oh miracol gentile!), anzi mi sembra

piene di vigor novo aver le membra.

29 Stupido lor riguardo, e non ben crede

l'anima sbigottita il certo e il vero;

onde l'un d'essi a me: `Di poca fede,

che dubbii? o che vaneggia il tuo pensiero?

Verace corpo è quel che 'n noi si vede:

servi siam di Giesú, che 'l lusinghiero

mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito,

e qui viviamo in loco erto e romito.

30 Me per ministro a tua salute eletto

ha quel Signor che 'n ogni parte regna,

ché per ignobil mezzo oprar effetto

meraviglioso ed alto egli non sdegna,

né men vorrà che sí resti negletto

quel corpo in cui già visse alma sí degna,

lo qual con essa ancor, lucido e leve

e immortal fatto, riunir si deve.

31 Dico il corpo di Sveno a cui fia data

tomba, a tanto valor conveniente,

la qual a dito mostra ed onorata

ancor sarà da la futura gente.

Ma leva omai gli occhi a le stelle, e guata

là splender quella, come un sol lucente;

questa co' vivi raggi or ti conduce

là dove è il corpo del tuo nobil duce.'

32 Allor vegg'io che da la bella face,

anzi dal sol notturno, un raggio scende

che dritto là dove il gran corpo giace,

quasi aureo tratto di pennel, si stende;

e sovra lui tal lume e tanto face

ch'ogni sua piaga ne sfavilla e splende,

e subito da me si raffigura

ne la sanguigna orribile mistura.

33 Giacea, prono non già, ma come vòlto

ebbe sempre a le stelle il suo desire,

dritto ei teneva inverso il cielo il volto

in guisa d'uom che pur là suso aspire.

Chiusa la destra e 'l pugno avea raccolto

e stretto il ferro, e in atto è di ferire;

l'altra su 'l petto in modo umile e pio

si posa, e par che perdon chieggia a Dio.

34 Mentre io le piaghe sue lavo co 'l pianto,

né però sfogo il duol che l'alma accora,

gli aprí la chiusa destra il vecchio santo,

e 'l ferro che stringea trattone fora:

`Questa' a me disse `ch'oggi sparso ha tanto

sangue nemico, e n'è vermiglia ancora,

è come sai perfetta, e non è forse

altra spada che debba a lei preporse.

35 Onde piace là su che, s'or la parte

dal suo primo signor acerba morte,

oziosa non resti in questa parte,

ma di man passi in mano ardita e forte

che l'usi poi con egual forza ed arte,

ma piú lunga stagion con lieta sorte;

e con lei faccia, perché a lei s'aspetta,

di chi Sveno le uccise aspra vendetta.

36 Soliman Sveno uccise, e Solimano

dée per la spada sua restarne ucciso.

Prendila dunque, e vanne ov'il cristiano

campo fia intorno a l'alte mura assiso;

e non temer che nel paese estrano

ti sia il sentier di novo anco preciso,

ché t'agevolerà per l'aspra via

l'alta destra di Lui ch'or là t'invia.

37 Quivi Egli vuol che da cotesta voce,

che viva in te servò, si manifesti

la pietate, il valor, l'ardir feroce

che nel diletto tuo signor vedesti,

perché a segnar de la purpurea Croce

l'arme con tale essempio altri si desti,

ed ora e dopo un corso anco di lustri

infiammati ne sian gli animi illustri.

38 Resta che sappia tu chi sia colui

che deve de la spada esser erede.

Questi è Rinaldo, il giovenetto a cui

il pregio di fortezza ogn'altro cede.

A lui la porgi, e di' che sol da lui

l'alta vedetta il Cielo e 'l mondo chiede.'

Or mentre io le sue voci intento ascolto,

fui da miracol novo a sé rivolto,

39 ché là dove il cadavero giacea

ebbi improviso un gran sepolcro scorto,

che sorgendo rinchiuso in sé l'avea,

come non so né con qual arte sorto;

e in brevi note altrui vi si sponea

il nome e la virtú del guerrier morto.

Io non sapea da tal vista levarmi,

mirando ora le lettre ed ora i marmi.

40 `Qui' disse il vecchio `appresso a i fidi amici

giacerà del tuo duce il corpo ascoso,

mentre gli spirti amando in Ciel felici

godon perpetuo bene e glorioso.

Ma tu co 'l pianto omai gli estremi uffici

pagato hai loro, e tempo è di riposo.

Oste mio ne sarai sin ch'al viaggio

matutin ti risvegli il novo raggio.'

41 Tacque, e per lochi ora sublimi or cupi

mi scòrse onde a gran pena il fianco trassi,

sin ch'ove pende da selvaggie rupi

cava spelonca raccogliemmo i passi.

Questo è il suo albergo: ivi fra gli orsi e i lupi

co 'l discepolo suo securo stassi,

ché difesa miglior ch'usbergo e scudo

è la santa innocenza al petto ignudo.

42 Silvestre cibo e duro letto porse

quivi a le membra mie posa e ristoro.

Ma poi ch'accesi in oriente scorse

i raggi del mattin purpurei e d'oro,

vigilante ad orar subito sorse

l'uno e l'altro eremita, ed io con loro.

Dal santo vecchio poi congedo tolsi

e qui, dov'egli consigliò, mi volsi."

43 Qui si tacque il tedesco, e gli rispose

il pio Buglione: "O cavalier, tu porte

dure novelle al campo e dolorose

onde a ragion si turbi e si sconforte,

poi che genti sí amiche e valorose

breve ora ha tolte e poca terra absorte,

e in guisa d'un baleno il signor vostro

s'è in un sol punto dileguato e mostro.

44 Ma che? felice è cotal morte e scempio

via piú ch'acquisto di provincie e d'oro,

né dar l'antico Campidoglio essempio

d'alcun può mai sí glorioso alloro.

Essi del ciel nel luminoso tempio

han corona immortal del vincer loro:

ivi credo io che le sue belle piaghe

ciascun lieto dimostri e se n'appaghe.

45 Ma tu, che a le fatiche ed al periglio

ne la milizia ancor resti del mondo,

devi gioir de' lor trionfi, e 'l ciglio

render quanto conviene omai giocondo;

e perché chiedi di Bertoldo il figlio,

sappi ch'ei fuor de l'oste è vagabondo,

né lodo io già che dubbia via tu prenda

pria che di lui certa novella intenda."

46 Questo lor ragionar ne l'altrui mente

di Rinaldo l'amor desta e rinova,

e v'è chi dice: "Ahi! fra pagana gente

il giovenetto errante or si ritrova."

E non v'è quasi alcun che non rammente,

narrando al dano, i suoi gran fatti a prova;

e de l'opere sue la lunga tela

con istupor gli si dispiega e svela.

47 Or quando del garzon la rimembranza

avea gli animi tutti inteneriti,

ecco molti tornar, che per usanza

eran d'intorno a depredare usciti.

Conducean questi seco in abbondanza

e mandre di lanuti e buoi rapiti

e biade ancor, benché non molte, e strame

che pasca de' corsier l'avida fame.

48 E questi di sciagura aspra e noiosa

segno portàr che 'n apparenza è certo:

rotta del buon Rinaldo e sanguinosa

la sopravesta ed ogni arnese aperto.

Tosto si sparse (e chi potria tal cosa

tener celata?) un romor vario e incerto.

Corre il vulgo dolente a le novelle

del guerriero e de l'arme, e vuol vedelle.

49 Vede, e conosce ben l'immensa mole

del grand'usbergo e 'l folgorar del lume,

e l'arme tutte ove è l'augel ch'al sole

prova i suoi figli e mal crede a le piume;

ché di vederle già primiere o sole

ne le imprese piú grandi ebbe in costume,

ed or non senza alta pietate ed ira

rotte e sanguigne ivi giacer le mira.

50 Mentre bisbiglia il campo, e la cagione

de la morte di lui varia si crede,

a sé chiama Aliprando il pio Buglione,

duce di quei che ne portàr le prede,

uom di libera mente e di sermone

veracissimo e schietto, ed a lui chiede:

"Di' come e donde tu rechi quest'arme,

e di buono o di reo nulla celarme."

51 Gli rispose colui: "Di qui lontano

quanto in duo giorni un messaggiero andria,

verso il confin di Gaza un picciol piano

chiuso tra colli alquanto è fuor di via;

e in lui d'alto deriva e lento e piano

tra pianta e pianta un fiumicel s'invia,

e d'arbori e di macchie ombroso e folto

opportuno a l'insidie il loco è molto.

52 Qui greggia alcuna cercavam che fosse

venuta a i paschi de l'erbose sponde,

e in su l'erbe miriam di sangue rosse

giacerne un guerrier morto in riva a l'onde.

A l'arme ed a l'insegne ogn'uom si mosse,

che furon conosciute ancor che immonde.

Io m'appressai per discoprirgli il viso,

ma trovai ch'era il capo indi reciso.

53 Mancava ancor la destra, e 'l busto grande

molte ferite avea dal tergo al petto;

e non lontan, con l'aquila che spande

le candide ali, giacea il vòto elmetto.

Mentre cerco d'alcuno a cui dimande,

un villanel sopragiungea soletto

che 'ndietro il passo per fuggirne torse

subitamente che di noi s'accorse.

54 Ma seguitato e preso, a la richiesta

che noi gli facevamo, al fin rispose

che 'l giorno inanti uscir de la foresta

scorse molti guerrieri, onde ei s'ascose;

e ch'un d'essi tenea recisa testa

per le sue chiome bionde e sanguinose,

la qual gli parve, rimirando intento,

d'uom giovenetto e senza peli al mento;

55 e che 'l medesmo poco poi l'avolse

in un zendado da l'arcion pendente.

Soggiunse ancor ch'a l'abito raccolse

ch'erano i cavalier di nostra gente.

Io spogliar feci il corpo, e sí me 'n dolse

che piansi nel sospetto amaramente,

e portai meco l'arme e lasciai cura

ch'avesse degno onor di sepoltura.

56 Ma se quel nobil tronco è quel ch'io credo,

altra tomba, altra pompa egli ben merta."

Cosí detto, Aliprando ebbe congedo,

però che cosa non avea piú certa.

Rimase grave e sospirò Goffredo;

pur nel tristo pensier non si raccerta,

e con piú chiari segni il monco busto

conoscer vuole e l'omicida ingiusto.

57 Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali

ricopriva del cielo i campi immensi;

e 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de' mali,

lusingando sopia le cure e i sensi.

Tu sol punto, Argillan, d'acuti strali

d'aspro dolor, volgi gran cose e pensi,

né l'agitato sen né gli occhi ponno

la quiete raccòrre o 'l molle sonno.

58 Costui pronto di man, di lingua ardito,

impetuoso e fervido d'ingegno,

nacque in riva del Tronto e fu nutrito

ne le risse civil d'odio e di sdegno;

poscia in essiglio spinto, i colli e 'l lito

empié di sangue e depredò quel regno,

sin che ne l'Asia a guerreggiar se 'n venne

e per fama miglior chiaro divenne.

59 Al fin questi su l'alba i lumi chiuse;

né già fu sonno il suo queto e soave,

ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse,

non men che morte sia profondo e grave.

Sono le interne sue virtú deluse

e riposo dormendo anco non have,

ché la furia crudel gli s'appresenta

sotto orribili larve e lo sgomenta.

60 Gli figura un gran busto, ond'è diviso

il capo e de la destra il braccio è mozzo,

e sostien con la manca il teschio inciso,

di sangue e di pallor livido e sozzo.

Spira e parla spirando il morto viso,

e 'l parlar vien co 'l sangue e co 'l singhiozzo:

"Fuggi, Argillan; non vedi omai la luce?

Fuggi le tende infami e l'empio duce.

61 Chi dal fero Goffredo e da la frode

ch'uccise me, voi, cari amici, affida?

D'astio dentro il fellon tutto si rode,

e pensa sol come voi meco uccida.

Pur, se cotesta mano a nobil lode

aspira, e in sua virtú tanto si fida,

non fuggir, no; plachi il tiranno essangue

lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.

62 Io sarò teco, ombra di ferro e d'ira

ministra, e t'armerò la destra e 'l seno."

Cosí gli parla, e nel parlar gli spira

spirito novo di furor ripieno.

Si rompe il sonno, e sbigottito ei gira

gli occhi gonfi di rabbia e di veneno;

ed armato ch'egli è, con importuna

fretta i guerrier d'Italia insieme aduna.

63 Gli aduna là dove sospese stanno

l'arme del buon Rinaldo, e con superba

voce il furore e 'l conceputo affanno

in tai detti divulga e disacerba:

"Dunque un popolo barbaro e tiranno,

che non prezza ragion, che fé non serba,

che non fu mai di sangue e d'or satollo,

ne terrà 'l freno in bocca e 'l giogo al collo?

64 Ciò che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno

sette anni omai sotto sí iniqua soma,

è tal ch'arder di scorno, arder di sdegno

potrà da qui a mill'anni Italia e Roma.

Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno

del buon Tancredi la Cilicia doma,

e ch'ora il Franco a tradigion la gode,

e i premi usurpa del valor la frode.

65 Taccio ch'ove il bisogno e 'l tempo chiede

pronta man, pensier fermo, animo audace,

alcuno ivi di noi primo si vede

portar fra mille morti o ferro o face;

quando le palme poi, quando le prede

si dispensan ne l'ozio e ne la pace,

nostri in parte non son, ma tutti loro

i trionfi, gli onor, le terre e l'oro.

66 Tempo forse già fu che gravi e strane

ne potevan parer sí fatte offese;

quasi lievi or le passo: orrenda, immane

ferità leggierissime l'ha rese.

Hanno ucciso Rinaldo, e con l'umane

l'alte leggi divine han vilipese.

E non fulmina il Cielo? e non l'inghiotte

la terra entro la sua perpetua notte?

67 Rinaldo han morto, il qual fu spada e scudo

di nostra fede; ed ancor giace inulto?

inulto giace e su 'l terreno ignudo

lacerato il lasciaro ed insepulto.

Ricercate saper chi fosse il crudo?

A chi pote, o compagni, esser occulto?

Deh! chi non sa quanto al valor latino

portin Goffredo invidia e Baldovino?

68 Ma che cerco argomenti? Il Cielo io giuro

(il Ciel che n'ode e ch'ingannar non lice),

ch'allor che si rischiara il mondo oscuro,

spirito errante il vidi ed infelice.

Che spettacolo, oimè, crudele e duro!

Quai frode di Goffredo a noi predice!

Io 'l vidi, e non fu sogno; e ovunque or miri,

par che dinanzi a gli occhi miei s'aggiri.

69 Or che faremo noi? dée quella mano,

che di morte sí ingiusta è ancora immonda,

reggerci sempre? o pur vorrem lontano

girne da lei, dove l'Eufrate inonda,

dove a popolo imbelle in fertil piano

tante ville e città nutre e feconda,

anzi a noi pur? Nostre saranno, io spero,

né co' Franchi comune avrem l'impero.

70 Andianne, e resti invendicato il sangue

(se cosí parvi) illustre ed innocente,

benché, se la virtú che fredda langue

fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente,

questo che divorò, pestifero angue,

il pregio e 'l fior de la latina gente,

daria con la sua morte e con lo scempio

a gli altri mostri memorando essempio.

71 Io, io vorrei, se 'l vostro alto valore,

quanto egli può, tanto voler osasse,

ch'oggi per questa man ne l'empio core,

nido di tradigion, la pena entrasse."

Cosí parla agitato, e nel furore

e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse.

"Arme! arme!" freme il forsennato, e insieme

la gioventú superba "Arme! arme!" freme.

72 Rota Aletto fra lor la destra armata,

e co 'l foco il venen ne' petti mesce.

Lo sdegno, la follia, la scelerata

sete del sangue ognor piú infuria e cresce;

e serpe quella peste e si dilata,

e de gli alberghi italici fuor n'esce,

e passa fra gli Elvezi, e vi s'apprende,

e di là poscia a gli Inghilesi tende.

73 Né sol l'estrane genti avien che mova

il duro caso e 'l gran publico danno,

ma l'antiche cagioni a l'ira nova

materia insieme e nutrimento danno.

Ogni sopito sdegno or si rinova:

chiamano il popol franco empio e tiranno,

e in superbe minaccie esce diffuso

l'odio che non può starne omai piú chiuso.

74 Cosí nel cavo rame umor che bolle

per troppo foco, entro gorgoglia e fuma;

né capendo in se stesso, al fin s'estolle

sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma.

Non bastano a frenare il vulgo folle

que' pochi a cui la mente il vero alluma;

e Tancredi e Camillo eran lontani,

Guglielmo e gli altri in podestà soprani.

75 Corrono già precipitosi a l'armi

confusamente i popoli feroci,

e già s'odon cantar bellici carmi

sediziose trombe in fere voci.

Gridano intanto al pio Buglion che s'armi

molti di qua di là nunzi veloci,

e Baldovin inanzi a tutti armato

gli s'appresenta e gli si pone a lato.

76 Egli, ch'ode l'accusa, i lumi al cielo

drizza e pur come suole a Dio ricorre:

"Signor, tu che sai ben con quanto zelo

la destra mia del civil sangue aborre,

tu squarcia a questi de la mente il velo,

e reprimi il furor che sí trascorre;

e l'innocenza mia, che costà sopra

è nota, al mondo cieco anco si scopra."

77 Tacque, e dal Cielo infuso ir fra le vene

sentissi un novo inusitato caldo.

Colmo d'alto vigor, d'ardita spene

che nel volto si sparge e 'l fa piú baldo,

e da' suoi circondato, oltre se 'n viene

contra chi vendicar credea Rinaldo;

né, perché d'arme e di minaccie ei senta

fremito d'ogni intorno, il passo allenta.

78 Ha la corazza indosso, e nobil veste

riccamente l'adorna oltra 'l costume.

Nudo è le mani e 'l volto, e di celeste

maestà vi risplende un novo lume:

scote l'aurato scettro, e sol con queste

arme acquetar quegli impeti presume.

Tal si mostra a coloro e tal ragiona,

né come d'uom mortal la voce suona:

79 "Quali stolte minaccie e quale or odo

vano strepito d'arme? e chi il commove?

Cosí qui riverito e in questo modo

noto son io, dopo sí lunghe prove,

ch'ancor v'è chi sospetti e chi di frodo

Goffredo accusi? e chi l'accuse approve?

Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi,

e ragioni v'adduca e porga preghi?

80 Ah non sia ver che tanta indignitate

la terra piena del mio nome intenda.

Me questo scettro, me de l'onorate

opre mie la memoria e 'l ver difenda;

e per or la giustizia a la pietate

ceda, né sovra i rei la pena scenda.

A gli altri merti or questo error perdono,

ed al vostro Rinaldo anco vi dono.

81 Co 'l sangue suo lavi il comun difetto

solo Argillan, di tante colpe autore,

che, mosso a leggierissimo sospetto,

sospinti gli altri ha nel medesmo errore."

Lampi e folgori ardean nel regio aspetto,

mentre ei parlò, di maestà, d'onore;

tal ch'Argillano attonito e conquiso

teme (chi 'l crederia?) l'ira d'un viso.

82 E 'l vulgo, ch'anzi irriverente, audace,

tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte,

e ch'ebbe al ferro, a l'aste ed a la face

che 'l furor ministrò, le man sí pronte,

non osa (e i detti alteri ascolta, e tace)

fra timor e vergogna alzar la fronte,

e sostien ch'Argillano, ancor che cinto

de l'arme lor, sia da' ministri avinto.

83 Cosí leon, ch'anzi l'orribil coma

con muggito scotea superbo e fero,

se poi vede il maestro onde fu doma

la natia ferità del core altero,

può del giogo soffrir l'ignobil soma

e teme le minaccie e 'l duro impero,

né i gran velli, i gran denti e l'ugne c'hanno

tanta in sé forza, insuperbire il fanno.

84 È fama che fu visto in volto crudo

ed in atto feroce e minacciante

un alato guerrier tener lo scudo

de la difesa al pio Buglion davante,

e vibrar fulminando il ferro ignudo

che di sangue vedeasi ancor stillante:

sangue era forse di città, di regni,

che provocàr del Cielo i tardi sdegni.

85 Cosí, cheto il tumulto, ognun depone

l'arme, e molti con l'arme il mal talento;

e ritorna Goffredo al padiglione,

a varie cose, a nove imprese intento,

ch'assalir la cittate egli dispone

pria che 'l secondo o 'l terzo dí sia spento;

e rivedendo va l'incise travi,

già in machine conteste orrende e gravi.

 

 

CANTO NONO

1 Ma il gran mostro infernal, che vede queti

que' già torbidi cori e l'ire spente,

e cozzar contra 'l fato e i gran decreti

svolger non può de l'immutabil Mente,

si parte, e dove passa i campi lieti

secca, e pallido il sol si fa repente;

e d'altre furie ancora e d'altri mali

ministra, a nova impresa affretta l'ali.

2 Ella, che dall'essercito cristiano

per industria sapea de' suoi consorti

il figliuol di Bertoldo esser lontano,

Tancredi e gli altri piú temuti e forti,

disse: "Che piú s'aspetta? or Solimano

inaspettato venga e guerra porti.

Certo (o ch'io spero) alta vittoria avremo

di campo mal concorde e in parte scemo."

3 Ciò detto, vola ove fra squadre erranti,

fattosen duce, Soliman dimora,

quel Soliman di cui non fu tra quanti

ha Dio rubelli, uom piú feroce allora

né se per nova ingiuria i suoi giganti

rinovasse la terra, anco vi fòra.

Questi fu re de' Turchi ed in Nicea

la sede de l'imperio aver solea,

4 e distendeva incontra a i greci lidi

dal Sangario al Meandro il suo confine,

ove albergàr già Misi e Frigi e Lidi,

e le genti di Ponto e le bitine;

ma poi che contra i Turchi e gli altri infidi

passàr ne l'Asia l'arme peregrine,

fur sue terre espugnate, ed ei sconfitto

ben fu due fiate in general conflitto.

5 Ma riprovata avendo in van la sorte

e spinto a forza dal natio paese,

ricoverò del re d'Egitto in corte,

ch'oste gli fu magnanimo e cortese;

ed ebbe a grado che guerrier sí forte

gli s'offrisse compagno a l'alte imprese,

proposto avendo già vietar l'acquisto

di Palestina a i cavalier di Cristo.

6 Ma prima ch'egli apertamente loro

la destinata guerra annunziasse,

volle che Solimano, a cui molto oro

diè per tal uso, gli Arabi assoldasse.

Or mentre ei d'Asia e dal paese moro

l'oste accogliea, Soliman venne e trasse

agevolmente a sé gli Arabi avari,

ladroni in ogni tempo o mercenari.

7 Cosí fatto lor duce, or d'ogni intorno

la Giudea scorre, e fa prede e rapine

sí che 'l venire è chiuso e 'l far ritorno

da l'essercito franco a le marine;

e rimembrando ognor l'antico scorno

e de l'imperio suo l'alte ruine,

cose maggior nel petto acceso volve,

ma non ben s'assecura o si risolve.

8 A costui viene Aletto, e da lei tolto

è 'l sembiante d'un uom d'antica etade:

vòta di sangue, empie di crespe il volto,

lascia barbuto il labro e 'l mento rade,

dimostra il capo in lunghe tele avolto,

la veste oltra 'l ginocchio al piè gli cade,

la scimitarra al fianco, e 'l tergo carco

de la faretra, e ne le mani ha l'arco.

9 "Noi" gli dice ella "or trascorriam le vòte

piaggie e l'arene sterili e deserte,

ove né far rapina omai si pote,

né vittoria acquistar che loda merte.

Goffredo intanto la città percote,

e già le mura ha con le torri aperte;

e già vedrem, s'ancor si tarda un poco,

insin di qua le sue ruine e 'l foco.

10 Dunque accesi tuguri e greggie e buoi

gli alti trofei di Soliman saranno?

Cosí racquisti il regno? e cosí i tuoi

oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?

Ardisci, ardisci; entro a i ripari suoi

di notte opprimi il barbaro tiranno.

Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio

e nel regno provasti e ne l'essiglio.

11 Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza

gli Arabi ignudi in vero e timorosi,

né creder mai potrà che gente avezza

a le prede, a le fughe, or cotanto osi;

ma feri li farà la tua fierezza

contra un campo che giaccia inerme e posi."

Cosí gli disse, e le sue furie ardenti

spirogli al seno, e si mischiò tra' venti.

12 Grida il guerrier, levando al ciel la mano:

"O tu, che furor tanto al cor m'irriti

(ned uom sei già, se ben sembiante umano

mostrasti), ecco io ti seguo ove m'inviti.

Verrò, farò là monti ov'ora è piano,

monti d'uomini estinti e di feriti,

farò fiumi di sangue. Or tu sia meco,

e tratta l'armi mie per l'aer cieco."

13 Tace, e senza indugiar le turbe accoglie

e rincora parlando il vile e 'l lento,

e ne l'ardor de le sue stesse voglie

accende il campo a seguitarlo intento.

Dà il segno Aletto de la tromba, e scioglie

di sua man propria il gran vessillo al vento.

Marcia il campo veloce, anzi sí corre

che de la fama il volo anco precorre.

14 Va seco Aletto, e poscia il lascia e veste,

d'uom che rechi novelle, abito e viso;

e ne l'ora che par che il mondo reste

fra la notte e fra 'l dí dubbio e diviso,

entra in Gierusalemme, e tra le meste

turbe passando al re dà l'alto aviso

del gran campo che giunge e del disegno,

e del notturno assalto e l'ora e 'l segno.

15 Ma già distendon l'ombre orrido velo

che di rossi vapor si sparge e tigne;

la terra in vece del notturno gelo

bagnan rugiade tepide e sanguigne;

s'empie di mostri e di prodigi il cielo,

s'odon fremendo errar larve maligne:

votò Pluton gli abissi, e la sua notte

tutta versò da le tartaree grotte.

16 Per sí profondo orror verso le tende

de gli inimici il fer Soldan camina;

ma quando a mezzo dal suo corso ascende

la notte, onde poi rapida dechina,

a men d'un miglio, ove riposo prende

il securo Francese, ei s'avicina.

Qui fe' cibar le genti, e poscia d'alto

parlando confortolle al crudo assalto:

17 "Vedete là di mille furti pieno

un campo piú famoso assai che forte,

che quasi un mar nel suo vorace seno

tutte de l'Asia ha le ricchezze absorte?

Questo ora a voi (né già potria con meno

vostro periglio) espon benigna sorte:

l'arme e i destrier d'ostro guerniti e d'oro

preda fian vostra, e non difesa loro.

18 Né questa è già quell'oste onde la persa

gente e la gente di Nicea fu vinta,

perché in guerra sí lunga e sí diversa

rimasa n'è la maggior parte estinta;

e s'anco integra fosse, or tutta immersa

in profonda quiete e d'arme è scinta.

Tosto s'opprime chi di sonno è carco,

ché dal sonno a la morte è un picciol varco.

19 Su, su, venite: io primo aprir la strada

vuo' su i corpi languenti entro a i ripari;

ferir da questa mia ciascuna spada,

e l'arti usar di crudeltate impari.

Oggi fia che di Cristo il regno cada,

oggi libera l'Asia, oggi voi chiari."

Cosí gli infiamma a le vicine prove,

indi tacitamente oltre lor move.

20 Ecco tra via le sentinelle ei vede

per l'ombra mista d'una incerta luce,

né ritrovar, come secura fede

avea, pote improviso il saggio duce.

Volgon quelle gridando indietro il piede,

scorto che sí gran turba egli conduce,

sí che la prima guardia è da lor desta,

e com' può meglio a guerreggiar s'appresta.

21 Dan fiato allora a i barbari metalli

gli Arabi, certi omai d'essere sentiti.

Van gridi orrendi al cielo, e de' cavalli

co 'l suon del calpestio misti i nitriti.

Gli alti monti muggír, muggír le valli,

e risposer gli abissi a i lor muggiti,

e la face inalzò di Flegetonte

Aletto, e 'l segno diede a quei del monte.

22 Corre inanzi il Soldano, e giunge a quella

confusa ancora e inordinata guarda

rapido sí che torbida procella

da' cavernosi monti esce piú tarda.

Fiume ch'arbori insieme e case svella,

folgore che le torri abbatta ed arda,

terremoto che 'l mondo empia d'orrore,

son picciole sembianze al suo furore.

23 Non cala il ferro mai ch'a pien non colga,

né coglie a pien che piaga anco non faccia,

né piaga fa che l'alma altrui non tolga;

e piú direi, ma il ver di falso ha faccia.

E par ch'egli o s'infinga o non se 'n dolga

o non senta il ferir de l'altrui braccia,

se ben l'elmo percosso in suon di squilla

rimbomba e orribilmente arde e sfavilla.

24 Or quando ei solo ha quasi in fuga vòlto

quel primo stuol de le francesche genti,

giungono in guisa d'un diluvio accolto

di mille rivi gli Arabi correnti.

Fuggono i Franchi allora a freno sciolto,

e misto il vincitor va tra' fuggenti,

e con lor entra ne' ripari, e 'l tutto

di ruine e d'orror s'empie e di lutto.

25 Porta il Soldan su l'elmo orrido e grande

serpe che si dilunga e il collo snoda,

su le zampe s'inalza e l'ali spande

e piega in arco la forcuta coda.

Par che tre lingue vibri e che fuor mande

livida spuma, e che 'l suo fischio s'oda.

Ed or ch'arde la pugna, anch'ei s'infiamma

nel moto, e fumo versa insieme e fiamma.

26 E si mostra in quel lume a i riguardanti

formidabil cosí l'empio Soldano,

come veggion ne l'ombra i naviganti

fra mille lampi il torbido oceano.

Altri danno a la fuga i piè tremanti,

danno altri al ferro intrepida la mano;

e la notte i tumulti ognor piú mesce,

ed occultando i rischi, i rischi accresce.

27 Fra color che mostraro il cor piú franco,

Latin, su 'l Tebro nato, allor si mosse,

a cui né le fatiche il corpo stanco,

né gli anni dome aveano ancor le posse.

Cinque suoi figli quasi eguali al fianco

gli erano sempre, ovunque in guerra ei fosse,

d'arme gravando, anzi il tor tempo molto,

le membra ancor crescenti e 'l molle volto.

28 Ed eccitati dal paterno essempio

aguzzavano al sangue il ferro e l'ire.

Dice egli loro: "Andianne ove quell'empio

veggiam ne' fuggitivi insuperbire,

né già ritardi il sanguinoso scempio,

ch'ei fa de gli altri, in voi l'usato ardire,

però che quello, o figli, è vile onore

cui non adorni alcun passato orrore."

29 Cosí feroce leonessa i figli,

cui dal collo la coma anco non pende

né con gli anni lor sono i feri artigli

cresciuti e l'arme de la bocca orrende,

mena seco a la preda ed a i perigli,

e con l'essempio a incrudelir gli accende

nel cacciator che le natie lor selve

turba e fuggir fa le men forti belve.

30 Segue il buon genitor l'incauto stuolo

de' cinque, e Solimano assale e cinge;

e in un sol punto un sol consiglio, e un solo

spirito quasi, sei lunghe aste spinge.

Ma troppo audace il suo maggior figliuolo

l'asta abbandona e con quel fer si stringe,

e tenta in van con la pungente spada

che sotto il corridor morto gli cada.

31 Ma come a le procelle esposto monte,

che percosso da i flutti al mar sovraste,

sostien fermo in se stesso i tuoni e l'onte

del ciel irato e i venti e l'onde vaste,

cosí il fero Soldan l'audace fronte

tien salda incontra a i ferri e incontra a l'aste,

ed a colui che il suo destrier percote

tra i cigli parte il capo e tra le gote.

32 Aramante al fratel che giú ruina

porge pietoso il braccio, e lo sostiene.

Vana e folle pietà! ch'a la ruina

altrui la sua medesma a giunger viene,

ché 'l pagan su quel braccio il ferro inchina

ed atterra con lui chi lui s'attiene.

Caggiono entrambi, e l'un su l'altro langue

mescolando i sospiri ultimi e 'l sangue.

33 Quinci egli di Sabin l'asta recisa,

onde il fanciullo di lontan l'infesta,

gli urta il cavallo addosso e 'l coglie in guisa

che giú tremante il batte, indi il calpesta.

Dal giovenetto corpo uscí divisa

con gran contrasto l'alma, e lasciò mesta

l'aure soavi de la vita e i giorni

de la tenera età lieti ed adorni.

34 Rimanean vivi ancor Pico e Laurente,

onde arricchí un sol parto il genitore:

similissima coppia e che sovente

esser solea cagion di dolce errore.

Ma se lei fe' natura indifferente,

differente or la fa l'ostil furore:

dura distinzion ch'a l'un divide

dal busto il collo, a l'altro il petto incide.

35 Il padre, ah non piú padre! (ahi fera sorte,

ch'orbo di tanti figli a un punto il face!),

rimira in cinque morti or la sua morte

e de la stirpe sua che tutta giace.

Né so come vecchiezza abbia sí forte

ne l'atroci miserie e sí vivace

che spiri e pugni ancor; ma gli atti e i visi

non mirò forse de' figliuoli uccisi,

36 e di sí acerbo lutto a gli occhi sui

parte l'amiche tenebre celaro.

Con tutto ciò nulla sarebbe a lui,

senza perder se stesso, il vincer caro.

Prodigo del suo sangue, e de l'altrui

avidissimamente è fatto avaro;

né si conosce ben qual suo desire

paia maggior, l'uccidere o 'l morire.

37 Ma grida al suo nemico: "È dunque frale

sí questa mano, e in guisa ella si sprezza,

che con ogni suo sforzo ancor non vale

a provocar in me la tua fierezza?"

Tace, e percossa tira aspra e mortale

che le piastre e le maglie insieme spezza,

e su 'l fianco gli cala e vi fa grande

piaga onde il sangue tepido si spande.

38 A quel grido, a quel colpo, in lui converse

il barbaro crudel la spada e l'ira.

Gli aprí l'usbergo, e pria lo scudo aperse

cui sette volte un duro cuoio aggira,

e 'l ferro ne le viscere gli immerse.

Il misero Latin singhiozza e spira,

e con vomito alterno or gli trabocca

il sangue per la piaga, or per la bocca.

39 Come ne l'Appennin robusta pianta

che sprezzò d'Euro e d'Aquilon la guerra,

se turbo inusitato al fin la schianta,

gli alberi intorno ruinando atterra,

cosí cade egli, e la sua furia è tanta

che piú d'un seco tragge a cui s'afferra;

e ben d'uom sí feroce è degno fine

che faccia ancor morendo alte ruine.

40 Mentre il Soldan sfogando l'odio interno

pasce un lungo digiun ne' corpi umani,

gli Arabi inanimiti aspro governo

anch'essi fanno de' guerrier cristiani:

l'inglese Enrico e 'l bavaro Oliferno

moiono, o fer Dragutte, a le tue mani;

a Gilberto, a Filippo, Ariadeno

toglie la vita, i quai nacquer su 'l Reno;

41 Albazàr con la mazza abbatte Ernesto,

cade sotto Algazelle Otton di spada.

Ma chi narrar potria quel modo o questo

di morte, e quanta plebe ignobil cada?

Sin da quei primi gridi erasi desto

Goffredo, e non istava intanto a bada;

già tutto è armato, e già raccolto un grosso

drapello ha seco, e già con lor s'è mosso.

42 Egli, che dopo il grido udí il tumulto

che par che sempre piú terribil suoni,

avisò ben che repentino insulto

esser dovea de gli Arabi ladroni;

ché già non era al capitano occulto

ch'essi intorno scorrean le regioni,

benché non istimò che sí fugace

vulgo mai fosse d'assalirlo audace.

43 Or mentre egli ne viene, ode repente

"Arme! arme!" replicar da l'altro lato,

ed in un tempo il cielo orribilmente

intonar di barbarico ululato.

Questa è Clorinda che del re la gente

guida l'assalto, ed have Argante a lato.

Al nobil Guelfo, che sostien sua vice,

allor si volge il capitano e dice:

44 "Odi qual novo strepito di Marte

di verso il colle e la città ne viene;

d'uopo là fia che 'l tuo valore e l'arte

i primi assalti de' nemici affrene.

Vanne tu dunque e là provedi, e parte

vuo' che di questi miei teco ne mene;

con gli altri io me n'andrò da l'altro canto

a sostener l'impeto ostile intanto."

45 Cosí fra lor concluso, ambo gli move

per diverso sentiero egual fortuna.

Al colle Guelfo, e 'l capitan va dove

gli Arabi omai non han contesa alcuna.

Ma questi andando acquista forza, e nove

genti di passo in passo ognor raguna,

tal che già fatto poderoso e grande

giunge ove il fero turco il sangue spande.

46 Cosí scendendo dal natio suo monte

non empie umile il Po l'angusta sponda,

ma sempre piú, quanto è piú lunge al fonte,

di nove forze insuperbito abonda;

sovra i rotti confini alza la fronte

di tauro, e vincitor d'intorno inonda,

e con piú corna Adria respinge e pare

che guerra porti e non tributo al mare.

47 Goffredo, ove fuggir l'impaurite

sue genti vede, accorre e le minaccia:

"Qual timor" grida "è questo? ove fuggite?

Guardate almen chi sia quel che vi caccia.

Vi caccia un vile stuol, che le ferite

né ricever né dar sa ne la faccia;

e se 'l vedranno incontra sé rivolto,

temeran l'arme lor del vostro volto."

48 Punge il destrier, ciò detto, e là si volve

ove di Soliman gli incendi ha scorti.

Va per mezzo del sangue e de la polve

e de' ferri e de' rischi e de le morti;

con la spada e con gli urti apre e dissolve

le vie piú chiuse e gli ordini piú forti,

e sossopra cader fa d'ambo i lati

cavalieri e cavalli, arme ed armati.

49 Sovra i confusi monti a salto a salto

de la profonda strage oltre camina.

L'intrepido Soldan che 'l fero assalto

sente venir, no 'l fugge e no 'l declina;

ma se gli spinge incontra, e 'l ferro in alto

levando per ferir gli s'avicina.

Oh quai duo cavalier or la fortuna

da gli estremi del mondo in prova aduna!

50 Furor contra virtute or qui combatte

d'Asia in un picciol cerchio il grande impero.

Chi può dir come gravi e come ratte

le spade son? quanto il duello è fero?

Passo qui cose orribili che fatte

furon, ma le coprí quell'aer nero,

d'un chiarissimo sol degne e che tutti

siano i mortali a riguardar ridutti.

51 Il popol di Giesú, dietro a tal guida

audace or divenuto, oltre si spinge,

e de' suoi meglio armati a l'omicida

Soldano intorno un denso stuol si stringe.

Né la gente fedel piú che l'infida,

né piú questa che quella il campo tinge,

ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti,

egualmente dan morte e sono estinti.

52 Come pari d'ardir, con forza pare

quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone,

non ei fra lor, non cede il cielo o 'l mare,

ma nube a nube e flutto a flutto oppone;

cosí né ceder qua, né là piegare

si vede l'ostinata aspra tenzone:

s'affronta insieme orribilmente urtando

scudo a scudo, elmo a elmo e brando a brando.

53 Non meno intanto son feri i litigi

da l'altra parte, e i guerrier folti e densi.

Mille nuvole e piú d'angeli stigi

tutti han pieni de l'aria i campi immensi,

e dan forza a i pagani, onde i vestigi

non è chi indietro di rivolger pensi;

e la face d'inferno Argante infiamma,

acceso ancor de la sua propria fiamma.

54 Egli ancor dal suo lato in fuga mosse

le guardie, e ne' ripari entrò d'un salto;

di lacerate membra empié le fosse,

appianò il calle, agevolò l'assalto,

sí che gli altri il seguiro e fèr poi rosse

le prime tende di sanguigno smalto.

E seco a par Clorinda o dietro poco

se 'n gio, sdegnosa del secondo loco.

55 E già fuggiano i Franchi allor che quivi

giunse Guelfo opportuno e 'l suo drapello,

e volger fe' la fronte a i fuggitivi

e sostenne il furor del popol fello.

Cosí si combatteva, e 'l sangue in rivi

correa egualmente in questo lato e in quello.

Gli occhi fra tanto a la battaglia rea

dal suo gran seggio il Re del Ciel volgea.

56 Sedea colà dond'Egli e buono e giusto

dà legge al tutto e 'l tutto orna e produce

sovra i bassi confin del mondo angusto,

ove senso o ragion non si conduce;

e de l'Eternità nel trono augusto

risplendea con tre lumi in una luce.

Ha sotto i piedi il Fato e la Natura,

ministri umili, e 'l Moto e Chi 'l misura,

57 e 'l Loco e Quella che, qual fumo o polve,

la gloria di qua giuso e l'oro e i regni,

come piace là su, disperde e volve,

né, diva, cura i nostri umani sdegni.

Quivi ei cosí nel suo splendor s'involve,

che v'abbaglian la vista anco i piú degni:

d'intorno ha innumerabili immortali,

disegualmente in lor letizia eguali.

58 Al gran concento de' beati carmi

lieta risuona la celeste reggia.

Chiama Egli a sé Michele, il qual ne l'armi

di lucido adamante arde e lampeggia,

e dice lui: "Non vedi or come s'armi

contra la mia fedel diletta greggia

l'empia schiera d'Averno, e insin dal fondo

de le sue morti a turbar sorga il mondo?

59 Va', dille tu che lasci omai le cure

de la guerra a i guerrier, cui ciò conviene,

né il regno de' viventi, né le pure

piaggie del ciel conturbi ed avenene.

Torni a le notti d'Acheronte oscure,

suo degno albergo, a le sue giuste pene;

quivi se stessa e l'anime d'abisso

crucii. Cosí commando e cosí ho fisso."

60 Qui tacque, e 'l duce de' guerrieri alati

s'inchinò riverente al divin piede;

indi spiega al gran volo i vanni aurati,

rapido sí ch'anco il pensiero eccede.

Passa il foco e la luce, ove i beati

hanno lor gloriosa immobil sede,

poscia il puro cristallo e 'l cerchio mira

che di stelle gemmato incontra gira;

61 quinci, d'opre diversi e di sembianti,

da sinistra rotar Saturno e Giove

e gli altri, i quali esser non ponno erranti

s'angelica virtú gli informa e move;

vien poi da' campi lieti e fiammeggianti

d'eterno dí là donde tuona e piove,

ove se stesso il mondo strugge e pasce,

e ne le guerre sue more e rinasce.

62 Venia scotendo con l'eterne piume

la caligine densa e i cupi orrori;

s'indorava la notte al divin lume

che spargea scintillando il volto fuori.

Tale il sol ne le nubi ha per costume

spiegar dopo la pioggia i bei colori;

tal suol, fendendo il liquido sereno,

stella cader de la gran madre in seno.

63 Ma giunto ove la schiera empia infernale

il furor de' pagani accende e sprona,

si ferma in aria in su 'l vigor de l'ale,

e vibra l'asta, e lor cosí ragiona:

"Pur voi dovreste omai saper con quale

folgore orrendo il Re del mondo tuona,

o nel disprezzo e ne' tormenti acerbi

de l'estrema miseria anco superbi.

64 Fisso è nel Ciel ch'al venerabil segno

chini le mura, apra Sion le porte.

A che pugnar co 'l fato? a che lo sdegno

dunque irritar de la celeste corte?

Itene, maledetti, al vostro regno,

regno di pene e di perpetua morte;

e siano in quegli a voi dovuti chiostri

le vostre guerre ed i trionfi vostri.

65 Là incrudelite, là sovra i nocenti

tutte adoprate pur le vostre posse

fra i gridi eterni e lo stridor de' denti,

e 'l suon del ferro e le catene scosse."

Disse, e quei ch'egli vide al partir lenti

con la lancia fatal pinse e percosse;

essi gemendo abbandonàr le belle

region de la luce e l'auree stelle,

66 e dispiegàr verso gli abissi il volo

ad inasprir ne' rei l'usate doglie.

Non passa il mar d'augei sí grande stuolo

quando a i soli piú tepidi s'accoglie,

né tante vede mai l'autunno al suolo

cader co' primi freddi aride foglie.

Liberato da lor, quella sí negra

faccia depone il mondo e si rallegra.

67 Ma non perciò nel disdegnoso petto

d'Argante vien l'ardire o 'l furor manco,

benché suo foco in lui non spiri Aletto,

né flagello infernal gli sferzi il fianco.

Rota il ferro crudel ove è piú stretto

e piú calcato insieme il popol franco;

miete i vili e i potenti, e i piú sublimi

e piú superbi capi adegua a gli imi.

68 Non lontana è Clorinda, e già non meno

par che di tronche membra il campo asperga.

Caccia la spada a Berlinghier nel seno

per mezzo il cor, dove la vita alberga,

e quel colpo a trovarlo andò sí pieno

che sanguinosa uscí fuor de le terga;

poi fère Albin là 've primier s'apprende

nostro alimento, e 'l viso a Gallo fende.

69 La destra di Gerniero, onde ferita

ella fu già, manda recisa al piano:

tratta anco il ferro, e con tremanti dita

semiviva nel suol guizza la mano.

Coda di serpe è tal, ch'indi partita

cerca d'unirsi al suo principio invano.

Cosí mal concio la guerriera il lassa,

poi si volge ad Achille e 'l ferro abbassa,

70 e tra 'l collo e la nuca il colpo assesta;

e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso,

gío rotando a cader prima la testa,

prima bruttò di polve immonda il viso,

che giú cadesse il tronco; il tronco resta

(miserabile mostro) in sella assiso,

ma libero del fren con mille rote

calcitrando il destrier da sé lo scote.

71 Mentre cosí l'indomita guerriera

le squadre d'Occidente apre e flagella,

non fa d'incontra a lei Gildippe altera

de' saracini suoi strage men fella.

Era il sesso il medesmo, e simil era

l'ardimento e 'l valore in questa e in quella.

Ma far prova di lor non è lor dato,

ch'a nemico maggior le serba il fato.

72 Quinci una e quindi l'altra urta e sospinge,

né può la turba aprir calcata e spessa;

ma 'l generoso Guelfo allora stringe

contra Clorinda il ferro e le s'appressa,

e calando un fendente alquanto tinge

la fera spada nel bel fianco, ed essa

fa d'una punta a lui cruda risposta

ch'a ferirlo ne va tra costa e costa.

73 Doppia allor Guelfo il colpo e lei non coglie,

ch'a caso passa il palestino Osmida

e la piaga non sua sopra sé toglie,

la qual vien che la fronte a lui recida.

Ma intorno a Guelfo omai molta s'accoglie

di quella gente ch'ei conduce e guida;

e d'altra parte ancor la turba cresce,

sí che la pugna si confonde e mesce.

74 L'aurora intanto il bel purpureo volto

già dimostrava dal sovran balcone,

e in quei tumulti già s'era disciolto

il feroce Argillan di sua prigione;

e d'arme incerte il frettoloso avolto,

quali il caso gli offerse o triste o buone,

già se 'n venia per emendar gli errori

novi con novi merti e novi onori.

75 Come destrier che da le regie stalle,

ove a l'uso de l'arme si riserba,

fugge, e libero al fin per largo calle

va tra gli armenti o al fiume usato o a l'erba:

scherzan su 'l collo i crini, e su le spalle

si scote la cervice alta e superba,

suonano i pié nel corso e par ch'avampi,

di sonori nitriti empiendo i campi;

76 tal ne viene Argillano: arde il feroce

sguardo, ha la fronte intrepida e sublime;

leve è ne' salti e sovra i pié veloce,

sí che d'orme la polve a pena imprime,

e giunto fra nemici alza la voce

pur com'uom che tutto osi e nulla stime:

"O vil feccia del mondo, Arabi inetti,

ond'è ch'or tanto ardire in voi s'alletti?

77 Non regger voi de gli elmi e de gli scudi

sète atti il peso, o 'l petto armarvi e il dorso,

ma commettete paventosi e nudi

i colpi al vento e la salute al corso.

L'opere vostre e i vostri egregi studi

notturni son; dà l'ombra a voi soccorso.

Or ch'ella fugge, chi fia vostro schermo?

D'arme è ben d'uopo e di valor piú fermo."

78 Cosí parlando ancor diè per la gola

ad Algazèl di sí crudel percossa

che gli secò le fauci, e la parola

troncò ch'a la risposta era già mossa.

A quel meschin súbito orror invola

il lume, e scorre un duro gel per l'ossa:

cade, e co' denti l'odiosa terra

pieno di rabbia in su 'l morire afferra.

79 Quinci per vari casi e Saladino

ed Agricalte e Muleasse uccide,

e da l'un fianco a l'altro a lor vicino

con esso un colpo Aldiazíl divide;

trafitto a sommo il petto Ariadino

atterra, e con parole aspre il deride.

Ei, gli occhi gravi alzando a l'orgogliose

parole, in su 'l morir cosí rispose:

80 "Non tu, chiunque sia, di questa morte

vincitor lieto avrai gran tempo il vanto;

pari destin t'aspetta, e da piú forte

destra a giacer mi sarai steso a canto."

Rise egli amaramente e: "Di mia sorte

curi il Ciel," disse "or tu qui mori intanto

d'augei pasto e di cani"; indi lui preme

co 'l piede, e ne trae l'alma e 'l ferro insieme.

81 Un paggio del Soldan misto era in quella

turba di sagittari e lanciatori,

a cui non anco la stagion novella

il bel mento spargea de' primi fiori.

Paion perle e rugiade in su la bella

guancia irrigando i tepidi sudori,

giunge grazia la polve al crine incolto

e sdegnoso rigor dolce è in quel volto.

82 Sotto ha un destrier che di candore agguaglia

pur or ne l'Apennin caduta neve;

turbo o fiamma non è che roti o saglia

rapido sí come è quel pronto e leve.

Vibra ei, presa nel mezzo, una zagaglia,

la spada al fianco tien ritorta e breve,

e con barbara pompa in un lavoro

di porpora risplende intesta e d'oro.

83 Mentre il fanciullo, a cui novel piacere

di gloria il petto giovenil lusinga,

di qua turba e di là tutte le schiere,

e lui non è chi tanto o quanto stringa,

cauto osserva Argillan tra le leggiere

sue rote il tempo in che l'asta sospinga;

e, colto il punto, il suo destrier di furto

gli uccide e sovra gli è, ch'a pena è surto,

84 ed al supplice volto, il qual in vano

con l'arme di pietà fea sue difese,

drizzò, crudel!, l'inessorabil mano,

e di natura il piú bel pregio offese.

Senso aver parve e fu de l'uom piú umano

il ferro, che si volse e piatto scese.

Ma che pro, se doppiando il colpo fero

di punta colse ove egli errò primiero?

85 Soliman, che di là non molto lunge

da Goffredo in battaglia è trattenuto,

lascia la zuffa, e 'l destrier volve e punge

tosto che 'l rischio ha del garzon veduto;

e i chiusi passi apre co 'l ferro, e giunge

a la vendetta sí, non a l'aiuto,

perché vede, ahi dolor!, giacerne ucciso

il suo Lesbin, quasi bel fior succiso.

86 E in atto sí gentil languir tremanti

gli occhi e cader su 'l tergo il collo mira;

cosí vago è il pallore, e da' sembianti

di morte una pietà sí dolce spira,

ch'ammollí il cor che fu dur marmo inanti,

e il pianto scaturí di mezzo a l'ira.

Tu piangi, Soliman? tu, che destrutto

mirasti il regno tuo co 'l ciglio asciutto?

87 Ma come vede il ferro ostil che molle

fuma del sangue ancor del giovenetto,

la pietà cede, e l'ira avampa e bolle,

e le lagrime sue stagna nel petto.

Corre sovra Argillano e 'l ferro estolle,

parte lo scudo opposto, indi l'elmetto,

indi il capo e la gola; e de lo sdegno

di Soliman ben quel gran colpo è degno.

88 Né di ciò ben contento, al corpo morto

smontato del destriero anco fa guerra,

quasi mastin che 'l sasso, ond'a lui porto

fu duro colpo, infellonito afferra.

Oh d'immenso dolor vano conforto

incrudelir ne l'insensibil terra!

Ma fra tanto de' Franchi il capitano

non spendea l'ire e le percosse invano.

89 Mille Turchi avea qui che di loriche

e d'elmetti e di scudi eran coperti,

indomiti di corpo a le fatiche,

di spirto audaci e in tutti i casi esperti;

e furon già de le milizie antiche

di Solimano, e seco ne' deserti

seguír d'Arabia i suoi errori infelici,

ne le fortune averse ancora amici.

90 Questi ristretti insieme in ordin folto

poco cedeano o nulla al valor franco.

In questi urtò Goffredo, e ferí il volto

al fier Corcutte ed a Rosteno il fianco,

a Selin da le spalle il capo ha sciolto,

troncò a Rossano il destro braccio e 'l manco;

né già soli costor, ma in altre guise

molti piagò di loro e molti uccise.

91 Mentre ei cosí la gente saracina

percote, e lor percosse anco sostiene,

e in nulla parte al precipizio inchina

la fortuna de' barbari e la spene,

nova nube di polve ecco vicina

che folgori di guerra in grembo tiene,

ecco d'arme improvise uscirne un lampo

che sbigottí de gli infedeli il campo.

92 Son cinquanta guerrier che 'n puro argento

spiegan la trionfal purpurea Croce.

Non io, se cento bocche e lingue cento

avessi, e ferrea lena e ferrea voce,

narrar potrei quel numero che spento

ne' primi assalti ha quel drapel feroce.

Cade l'Arabo imbelle, e 'l Turco invitto

resistendo e pugnando anco è trafitto.

93 L'orror, la crudeltà, la tema, il lutto,

van d'intorno scorrendo, e in varia imago

vincitrice la Morte errar per tutto

vedresti ed ondeggiar di sangue un lago.

Già con parte de' suoi s'era condutto

fuor d'una porta il re, quasi presago

di fortunoso evento; e quindi d'alto

mirava il pian soggetto e 'l dubbio assalto.

94 Ma come prima egli ha veduto in piega

l'essercito maggior, suona a raccolta,

e con messi iterati instando prega

ed Argante e Clorinda a dar di volta.

La fera coppia d'esseguir ciò nega,

ebra di sangue e cieca d'ira e stolta;

pur cede al fine, e unite almen raccòrre

tenta le turbe e freno a i passi imporre.

95 Ma chi dà legge al vulgo ed ammaestra

la viltade e 'l timor? La fuga è presa.

Altri gitta lo scudo, altri la destra

disarma; impaccio è il ferro, e non difesa.

Valle è tra il piano e la città, ch'alpestra

da l'occidente al mezzogiorno è stesa;

qui fuggon essi, e si rivolge oscura

caligine di polve invèr le mura.

96 Mentre ne van precipitosi al chino,

strage d'essi i cristiani orribil fanno;

ma poscia che salendo omai vicino

l'aiuto avean del barbaro tiranno,

non vuol Guelfo d'alpestro erto camino

con tanto suo svantaggio esporsi al danno.

Ferma le genti; e 'l re le sue riserra,

non poco avanzo d'infelice guerra.

97 Fatto intanto ha il Soldan ciò che è concesso

fare a terrena forza, or piú non pote;

tutto è sangue e sudore, e un grave e spesso

anelar gli ange il petto e i fianchi scote.

Langue sotto lo scudo il braccio oppresso,

gira la destra il ferro in pigre rote:

spezza, e non taglia; e divenendo ottuso

perduto il brando omai di brando ha l'uso.

98 Come sentissi tal, ristette in atto

d'uom che fra due sia dubbio, e in sé discorre

se morir debba, e di sí illustre fatto

con le sue mani altrui la gloria tòrre,

o pur, sopravanzando al suo disfatto

campo, la vita in securezza porre.

"Vinca" al fin disse "il fato, e questa mia

fuga il trofeo di sua vittoria sia.

99 Veggia il nemico le mie spalle, e scherna

di novo ancora il nostro essiglio indegno,

pur che di novo armato indi mi scerna

turbar sua pace e 'l non mai stabil regno.

Non cedo io, no; fia con memoria eterna

de le mie offese eterno anco il mio sdegno.

Risorgerò nemico ognor piú crudo,

cenere anco sepolto e spirto ignudo."

 

 

CANTO DECIMO

1 Cosí dicendo ancor vicino scorse

un destrier ch'a lui volse errante il passo;

tosto al libero fren la mano ei porse

e su vi salse, ancorch'afflitto e lasso.

Già caduto è il cimier ch'orribil sorse,

fasciando l'elmo inonorato e basso;

rotta è la sopravesta, e di superba

pompa regal vestigio alcun non serba.

2 Come dal chiuso ovil cacciato viene

lupo talor che fugge e si nasconde,

che, se ben del gran ventre omai ripiene

ha l'ingorde voragini profonde,

avido pur di sangue anco fuor tiene

la lingua e 'l sugge da le labra immonde,

tale ei se 'n gía dopo il sanguigno strazio,

de la sua cupa fame anco non sazio.

3 E come è sua ventura, a le sonanti

quadrella, ond'a lui intorno un nembo vola,

a tante spade, a tante lancie, a tanti

instrumenti di morte alfin s'invola,

e sconosciuto pur camina inanti

per quella via ch'è piú deserta e sola;

e rivolgendo in sé quel che far deggia,

in gran tempesta di pensieri ondeggia.

4 Disponsi alfin di girne ove raguna

oste sí poderosa il re d'Egitto,

e giunger seco l'arme, e la fortuna

ritentar anco di novel conflitto.

Ciò prefisso tra sé, dimora alcuna

non pone in mezzo e prende il camin dritto,

ché sa le vie, né d'uopo ha di chi il guidi

di Gaza antica a gli arenosi lidi.

5 Né perché senta inacerbir le doglie

de le sue piaghe, e grave il corpo ed egro,

vien però che si posi e l'arme spoglie,

ma travagliando il dí ne passa integro.

Poi quando l'ombra oscura al mondo toglie

i vari aspetti e i color tinge in negro,

smonta e fascia le piaghe, e come pote

meglio, d'un'alta palma i frutti scote;

6 e cibato di lor, su 'l terren nudo

cerca adagiare il travagliato fianco,

e la testa appoggiando al duro scudo

quetar i moti del pensier suo stanco.

Ma d'ora in ora a lui si fa piú crudo

sentire il duol de le ferite, ed anco

roso gli è il petto e lacerato il core

da gli interni avoltoi, sdegno e dolore.

7 Alfin, quando già tutto intorno chete

ne la piú alta notte eran le cose,

vinto egli pur da la stanchezza, in Lete

sopí le cure sue gravi e noiose,

e in una breve e languida quiete

l'afllitte membra e gli occhi egri compose;

e mentre ancor dormia, voce severa

gli intonò su l'orecchie in tal maniera:

8 "Soliman, Solimano, i tuoi sí lenti

riposi a miglior tempo omai riserva,

ché sotto il giogo di straniere genti

la patria ove regnasti ancor è serva.

In questa terra dormi, e non rammenti

ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva?

ove sí gran vestigio è del tuo scorno,

tu neghittoso aspetti il novo giorno?"

9 Desto il Soldan alza lo sguardo, e vede

uom che d'età gravissima a i sembianti

co 'l ritorto baston del vecchio piede

ferma e dirizza le vestigia erranti.

"E chi sei tu," sdegnoso a lui richiede

"che fantasma importuno a i viandanti

rompi i brevi lor sonni? e che s'aspetta

a te la mia vergngna o la vendetta?"

10 "Io mi son un" risponde il vecchio "al quale

in parte è noto il tuo novel disegno,

e sí come uomo a cui di te piú cale

che tu forse non pensi, a te ne vegno;

né il mordace parlare indarno è tale,

perché de la virtú cote è lo sdegno.

Prendi in grado, signor, che 'l mio sermone

al tuo pronto valor sia sferza e sprone.

11 Or perché, s'io m'appongo, esser dée vòlto

al gran re de l'Egitto il tuo camino,

che inutilmente aspro viaggio tolto

avrai, s'inanzi segui, io m'indovino;

ché, se ben tu non vai, fia tosto accolto

e tosto mosso il campo saracino,

né loco è là dove s'impieghi e mostri

la tua virtú contra i nemici nostri.

12 Ma se 'n duce me prendi, entro quel muro,

che da l'arme latine è intorno astretto,

nel piú chiaro del dí pórti securo,

senza che spada impugni, io ti prometto.

Quivi con l'arme e co' disagi un duro

contrasto aver ti fia gloria e diletto;

difenderai la terra insin che giugna

l'oste d'Egitto a rinovar la pugna."

13 Mentre ei ragiona ancor, gli occhi e la voce

de l'uomo antico il fero turco ammira,

e dal volto e da l'animo feroce

tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.

"Padre," risponde "io già pronto e veloce

sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira.

A me sempre miglior parrà il consiglio

ove ha piú di fatica e di periglio."

14 Loda il vecchio i suoi detti; e perché l'aura

notturna avea le piaghe incrudelite,

un suo licor v'instilla, onde ristaura

le forze e salda il sangue e le ferite.

Quinci veggendo omai ch'Apollo inaura

le rose che l'aurora ha colorite:

"Tempo è" disse "al partir, ché già ne scopre

le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre."

15 E sovra un carro suo, che non lontano

quinci attendea, co 'l fer niceno ei siede;

le briglie allenta, e con maestra mano

ambo i corsieri alternamente fiede.

Quei vanno sí che 'l polveroso piano

non ritien de la rota orma o del piede;

fumar li vedi ed anelar nel corso,

e tutto biancheggiar di spuma il morso.

16 Maraviglie dirò: s'aduna e stringe

l'aer d'intorno in nuvolo raccolto,

sí che 'l gran carro ne ricopre e cinge,

ma non appar la nube o poco o molto,

né sasso, che mural machina spinge,

penetraria per lo suo chiuso e folto;

ben veder ponno i duo dal curvo seno

la nebbia intorno e fuori il ciel sereno.

17 Stupido il cavalier le ciglia inarca,

ed increspa la fronte, e mira fiso

la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca

veloce sí che di volar gli è aviso.

L'altro, che di stupor l'anima carca

gli scorge a l'atto de l'immobil viso,

gli rompe quel silenzio e lui rappella,

ond'ei si scote e poi cosí favella:

18 "O chiunque tu sia, che fuor d'ogni uso

pieghi natura ad opre altere e strane,

e spiando i secreti, entro al piú chiuso

spazii a tua voglia de le menti umane,

s'arrivi co 'l saper, ch'è d'alto infuso,

a le cose remote anco e lontane,

deh! dimmi qual riposo o qual ruina

ai gran moti de l'Asia il Ciel destina.

19 Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte

far cose tu sí inusitate soglia,

ché se pria lo stupor da me non parte,

com'esser può ch'io gli altri detti accoglia?"

Sorrise il vecchio, e disse: "In una parte

mi sarà leve l'adempir tua voglia.

Son detto Ismeno, e i Siri appellan mago

me che de l'arti incognite son vago.

20 Ma ch'io scopra il futuro e ch'io dispieghi

de l'occulto destin gli eterni annali,

troppo è audace desio, troppo alti preghi:

non è tanto concesso a noi mortali.

Ciascun qua giú le forze e 'l senno impieghi

per avanzar fra le sciagure e i mali,

ché sovente adivien che 'l saggio e 'l forte

fabro a se stesso è di beata sorte.

21 Tu questa destra invitta, a cui fia poco

scoter le forze del francese impero,

non che munir, non che guardar il loco

che strettamente oppugna il popol fero,

contra l'arme apparecchia e contra 'l foco:

osa, soffri, confida; io bene spero.

Ma pur dirò, perché piacer ti debbia,

ciò che oscuro vegg'io quasi per nebbia.

22 Veggio o parmi vedere, anzi che lustri

molti rivolga il gran pianeta eterno,

uom che l'Asia ornerà co' fatti illustri,

e del fecondo Egitto avrà il governo.

Taccio i pregi de l'ozio e l'arti industri,

mille virtú che non ben tutte io scerno;

basti sol questo a te, che da lui scosse

non pur saranno le cristiane posse,

23 ma insin dal fondo suo l'imperio ingiusto

svelto sarà ne l'ultime contese,

e le afflitte reliquie entro uno angusto

giro sospinte e sol dal mar difese.

Questi fia del tuo sangue." E qui il vetusto

mago si tacque, e quegli a dir riprese:

"O lui felice, eletto a tanta lode!"

e parte ne l'invidia e parte gode.

24 Soggiunse poi: "Girisi pur Fortuna

o buona o rea, come è là su prescritto,

ché non ha sovra me ragione alcuna

e non mi vedrà mai se non invitto.

Prima dal corso distornar la luna

e le stelle potrà, che dal diritto

torcere un sol mio passo." E in questo dire

sfavillò tutto di focoso ardire.

25 Cosí gír ragionando insin che furo

là 've presso vedean le tende alzarse.

Che spettacolo fu crudele e duro!

E in quante forme ivi la morte apparse!

Si fe' ne gli occhl allor torbido e scuro,

e di doglia il Soldano il volto sparse.

Ahi con quanto dispregio ivi le degne

mirò giacer sue già temute insegne!

26 E scorrer lieti i Franchi, e i petti e i volti

spesso calcar de' suoi piú noti amici,

e con fasto superbo a gli insepolti

l'arme spogliare e gli abiti infelici;

molti onorare in lunga pompa accolti

gli amati corpi de gli estremi uffici,

altri suppor le fiamme, e 'l vulgo misto

d'Arabi e Turchi a un foco arder ha visto.

27 Sospirò dal profondo, e 'l ferro trasse

e dal carro lanciossi e correr volle,

ma il vecchio incantatore a sé il ritrasse

sgridando, e raffrenò l'impeto folle;

e fatto che di novo ei rimontasse,

drizzò il suo corso al piú sublime colle.

Cosí alquanto n'andaro, insin ch'a tergo

lasciàr de' Franchi il militare albergo.

28 Smontaro allor del carro, e quel repente

sparve; e presono a piedi insieme il calle

ne la solita nube occultamente

discendendo a sinistra in una valle,

sin che giunsero là dove al ponente

l'alto monte Siòn volge le spalle.

Quivi si ferma il mago e poi s'accosta

quasi mirando, a la scoscesa costa.

29 Cava grotta s'apria nel duro sasso,

di lunghissimi tempi avanti fatta;

ma disusando, or riturato il passo

era tra i pruni e l'erbe ove s'appiatta.

Sgombra il mago gli intoppi, e curvo e basso

per l'angusto sentiero a gir s'adatta,

e l'una man precede e il varco tenta,

l'altra per guida al principe appresenta.

30 Dice allora il Soldan: "Qual via furtiva

è questa tua, dove convien ch'io vada?

Altra forse miglior io me n'apriva,

se 'l concedevi tu, con la mia spada."

"Non sdegnar," gli risponde "anima schiva,

premer co 'l forte piè la buia strada,

ché già solea calcarla il grande Erode,

quel c'ha ne l'arme ancor sí chiara lode.

31 Cavò questa spelonca allor che porre

volse freno a i soggetti il re ch'io dico,

e per essa potea da quella torre,

ch'egli Antonia appellò dal chiaro amico,

invisibile a tutti il piè raccòrre

dentro la soglia del gran tempio antico,

e quindi occulto uscir de la cittate

e trarne genti ed introdur celate.

32 Ma nota è questa via solinga e bruna

or solo a me de gli uomini viventi.

Per questa andremo al loco ove raguna

i piú saggi a conciglio e i piú potenti

il re ch'al minacciar de la fortuna,

piú forse che non dée, par che paventi.

Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci,

poi movi a tempo le parole audaci."

33 Cosí gli disse, e 'l cavaliero allotta

co 'l gran corpo ingombrò l'umil caverna,

e per le vie dove mai sempre annotta

seguí colui che 'l suo camin governa.

Chini pria se n'andàr, ma quella grotta

piú si dilata quanto piú s'interna,

sí ch'asceser con agio e tosto furo

a mezzo quasi di quell'antro oscuro.

34 Apriva allora un picciol uscio Ismeno,

e se ne gian per disusata scala

a cui luce mal certo e mal sereno

l'aer che giú d'alto spiraglio cala.

In sotterraneo chiostro al fin venieno,

e salian quindi in chiara e nobil sala.

Qui con lo scettro e co 'l diadema in testa

mesto sedeasi il re fra gente mesta.

35 Da la concava nube il turco fero

non veduto rimira e spia d'intorno,

e ode il re fra tanto, il qual primiero

incomincia cosí dal seggio adorno:

"Veramente, o miei fidi, al nostro impero

fu il trapassato assai dannoso giorno;

e caduti d'altissima speranza,

sol l'aiuto d'Egitto omai n'avanza.

36 Ma ben vedete voi quanto la speme

lontana sia da sí vicin periglio.

Dunque voi tutti ho qui raccolti insieme

perch'ognun porti in mezzo il suo consiglio."

Qui tace, e quasi in bosco aura che freme

suona d'intorno un picciolo bisbiglio.

Ma con la faccia baldanzosa e lieta

sorgendo Argante il mormorare accheta.

37 "O magnanimo re," fu la risposta

del cavaliero indomito e feroce

"perché ci tenti? e cosa a nullo ascosta

chiedi, ch'uopo non ha di nostra voce?

Pur dirò: sia la speme in noi sol posta;

e s'egli è ver che nulla a virtú noce,

di questa armiamci, a lei chiediamo aita,

né piú ch'ella si voglia amiam la vita.

38 Né parlo io già cosí perch'io dispere

de l'aiuto certissimo d'Egitto,

ché dubitar, se le promesse vere

fian del mio re, non lece e non è dritto;

ma il dico sol perché desio vedere

in alcuni di noi spirto piú invitto,

ch'egualmente apprestato ad ogni sorte

si prometta vittoria e sprezzi morte."

39 Tanto sol disse il generoso Argante

quasi uom che parli di non dubbia cosa.

Poi sorse in autorevole sembiante

Orcano, uom d'alta nobiltà famosa,

e già ne l'arme d'alcun pregio inante;

ma or congiunto a giovanetta sposa,

e lieto omai di figli, era invilito

ne gli affetti di padre e di marito.

40 Disse questi: "O signor, già non accuso

il fervor di magnifiche parole,

quando nasce d'ardir che star rinchiuso

tra i confini del cor non può né vòle;

però se 'l buon circasso a te per uso

troppo in vero parlar fervido sòle,

ciò si conceda a lui che poi ne l'opre

il medesmo fervor non meno scopre.

41 Ma si conviene a te, cui fatto il corso

de le cose e de' tempi han sí prudente,

impor colà de' tuoi consigli il morso

dove costui se ne trascorre ardente,

librar la speme del lontan soccorso

co 'l periglio vicino, anzi presente,

e con l'arme e con l'impeto nemico

i tuoi novi ripari e 'l muro antico.

42 Noi (se lece a me dir quel ch'io ne sento)

siamo in forte città di sito e d'arte,

ma di machine grande e violento

apparato si fa da l'altra parte.

Quel che sarà, non so; spero e pavento

i giudizi incertissimi di Marte,

e temo che s'a noi piú fia ristretto

l'assedio, al fin di cibo avrem difetto.

43 Però che quegli armenti e quelle biade

ch'ieri tu ricettasti entro le mura,

mentre nel campo a insanguinar le spade

s'attendea solo, e fu alta ventura,

picciol esca a gran fame, ampia cittade

nutrir mal ponno se l'assedio dura;

e forza è pur che duri, ancor che vegna

l'oste d'Egitto il dí ch'ella disegna.

44 Ma che fia, se piú tarda? Or sú, concedo

che tua speme prevegna e sue promesse;

la vittoria però, però non vedo

liberate, o signor, le mura oppresse.

Combattremo, o buon re, con quel Goffredo

e con que' duci e con le genti istesse

che tante volte han già rotti e dispersi

gli Arabi, i Turchi, i Soriani e i Persi.

45 E quali sian, tu 'l sai, che lor cedesti

sí spesso il campo, o valoroso Argante,

e sí spesso le spalle anco volgesti

fidando assai ne le veloci piante;

e 'l sa Clorinda teco ed io con questi

ch'un piú de l'altro non convien si vante.

Né incolpo alcuno io già, ché vi fu mostro

quanto potea maggiore il valor nostro.

46 E dirò pur (benché costui di morte

bieco minacci e 'l vero udir si sdegni):

veggio portar da inevitabil sorte

il nemico fatale a certi segni,

né gente potrà mai, né muro forte

impedirlo cosí ch'al fin non regni;

ciò mi fa dir (sia testimonio il Cielo)

del signor, de la patria, amore e zelo.

47 Oh saggio il re di Tripoli, che pace

seppe impetrar da i Franchi e regno insieme!

Ma il Soldano ostinato o morto or giace,

or pur servil catena il piè gli preme,

o ne l'essiglio timido e fugace

si va serbando a le miserie estreme;

e pur, cedendo parte, avria potuto

parte salvar co' doni e co 'l tributo."

48 Cosí diceva, e s'avolgea costui

con giro di parole obliquo e incerto,

ch'a chieder pace, a farsi uom ligio altrui

già non ardia di consigliarlo aperto.

Ma sdegnoso il Soldano i detti sui

non potea omai piú sostener coperto,

quando il mago gli disse: "Or vuoi tu darli

agio, signor, ch'in tal materia parli?"

49 "Io per me" gli risponde "or qui mi celo

contra mio grado, e d'ira ardo e di scorno."

Ciò disse a pena, e immantinente il velo

de la nube, che stesa è lor d'intorno,

si fende e purga ne l'aperto cielo,

ed ei riman nel luminoso giorno,

e magnanimamente in fero viso

rifulge in mezzo, e lor parla improviso:

50 "Io, di cui si ragiona, or son presente,

non fugace e non timido Soldano,

ed a costui ch'egli è codardo e mente

m'offero di provar con questa mano.

Io che sparsi di sangue ampio torrente,

che montagne di strage alzai su 'l piano,

chiuso nel vallo de' nemici e privo

al fin d'ogni compagno, io fuggitivo?

51 Ma se piú questi o s'altri a lui simíle,

a la sua patria, a la sua fede infido,

motto osa far d'accordo infame e vile,

buon re, sia con tua pace, io qui l'uccido.

Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile

e le colombe e i serpi in un sol nido,

prima che mai di non discorde voglia

noi co' Francesi alcuna terra accoglia."

52 Tien su la spada, mentre ei sí favella,

la fera destra in minaccievol atto.

Riman ciascuno a quel parlar, a quella

orribil faccia, muto e stupefatto.

Poscia con vista men turbata e fella

cortesemente inverso il re s'è tratto:

"Spera," gli dice "alto signor, ch'io reco

non poco aiuto: or Solimano è teco."

53 Aladin, ch'a lui contra era già sorto,

risponde: "Oh come lieto or qui ti veggio,

diletto amico! Or del mio stuol ch'è morto

non sento il danno; assai temea di peggio.

Tu lo mio stabilire e in tempo corto

puoi ridrizzar il tuo caduto seggio,

se 'l Ciel no 'l vieta." Indi le braccia al collo,

cosí detto, gli stese e circondollo.

54 Finita l'accoglienza, il re concede

il suo medesmo soglio al gran niceno.

Egli poscia a sinistra in nobil sede

si pone, ed al suo fianco alluoga Ismeno,

e mentre seco parla ed a lui chiede

di lor venuta, ed ei risponde a pieno,

l'alta donzella ad onorar in pria

vien Solimano; ogn'altro indi seguia.

55 Seguí fra gl'altri Ormusse, il qual la schiera

di quegli Arabi suoi a guidar tolse;

e mentre la battaglia ardea piú fera,

per disusate vie cosí s'avolse

ch'aiutando il silenzio e l'aria nera

lei salva al fin nella città raccolse,

e con le biade e con rapiti armenti

aita porse a l'affamate genti.

56 Sol con la faccia torva e disdegnosa

tacito si rimase il fer circasso,

a guisa di leon quando si posa,

girando gli occhi e non movendo il passo.

Ma nel Soldan feroce alzar non osa

Orcano il volto, e 'l tien pensoso e basso.

Cosí a conciglio il palestin tiranno

e 'l re de' Turchi e i cavalier qui stanno.

57 Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti

avea seguiti, e libere le vie,

e fatto intanto a i suoi guerrieri estinti

l'ultimo onor di sacre essequie e pie;

ed ora a gli altri impon che siano accinti

a dar l'assalto nel secondo die,

e con maggiore e piú terribil faccia

di guerra i chiusi barbari minaccia.

58 E perché conosciuto avea il drapello,

ch'aiutò lui contra la gente infida,

esser de' suoi piú cari ed esser quello

che già seguí l'insidiosa guida,

e Tancredi con lor, che nel castello

prigion restò de la fallace Armida,

ne la presenza sol de l'Eremita

e d'alcuni piú saggi a sé gli invita;

59 e dice lor: "Prego ch'alcun racconti

de' vostri brevi errori il dubbio corso,

e come poscia vi trovaste pronti

in sí grand'uopo a dar sí gran soccorso."

Vergognando tenean basse le fronti,

ch'era al cor picciol fallo amaro morso.

Al fin del re britanno il chiaro figlio

ruppe il silenzio, e disse alzando il ciglio:

60 "Partimmo noi che fuor de l'urna a sorte

tratti non fummo, ognun per sé nascoso,

d'Amor, no 'l nego, le fallaci scorte

seguendo e d'un bel volto insidioso.

Per vie ne trasse disusate e torte

fra noi discordi, e in sé ciascun geloso.

Nutrian gli amori e i nostri sdegni (ah! tardi

troppo il conosco) or parolette, or guardi.

61 Al fin giungemmo al loco ove già scese

fiamma dal cielo in dilatate falde,

e di natura vendicò l'offese

sovra le genti in mal oprar sí salde.

Fu già terra feconda, almo paese,

or acque son bituminose e calde

e steril lago; e quanto ei torpe e gira,

compressa è l'aria e grave il puzzo spira.

62 Questo è lo stagno in cui nulla di greve

si getta mai che giunga insino al basso,

ma in guisa pur d'abete o d'orno leve

l'uom vi sornuota e 'l duro ferro e 'l sasso.

Siede in esso un castello, e stretto e breve

ponte concede a' peregrini il passo.

Ivi n'accolse, e non so con qual arte

vaga è là dentro e ride ogni sua parte.

63 V'è l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti

gli alberi e i prati e pure e dolci l'onde,

ove fra gli amenissimi mirteti

sorge una fonte e un fiumicel diffonde:

piovono in grembo a l 'erbe i sonni queti

con un soave mormorio di fronde,

cantan gli augelli: i marmi io taccio e l'oro

meravigliosi d'arte e di lavoro.

64 Apprestar su l'erbetta, ov'è piú densa

l'ombra e vicino al suon de l'acque chiare,

fece di sculti vasi altera mensa

e ricca di vivande elette e care.

Era qui ciò ch'ogni stagion dispensa,

ciò che dona la terra o manda il mare,

ciò che l'arte condisce; e cento belle

servivano al convito accorte ancelle.

65 Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso

temprava altrui cibo mortale e rio.

Or mentre ancor ciascuno a mensa assiso

beve con lungo incendio un lungo oblio,

sorse e disse: `Or qui riedo.' E con un viso

ritornò poi non sí tranquillo e pio.

Con una man picciola verga scote,

tien l'altra un libro, e legge in basse note.

66 Legge la maga, ed io pensiero e voglia

sento mutar, mutar vita ed albergo.

(Strana virtú) novo pensier m'invoglia:

salto ne l'acqua, e mi vi tuffo e immergo.

Non so come ogni gamba entro s'accoglia,

come l'un braccio e l'altro entri nel tergo,

m'accorcio e stringo, e su la pelle cresce

squamoso il cuoio; e d'uom son fatto un pesce.

67 Cosí ciascun de gli altri anco fu vòlto

e guizzò meco in quel vivace argento.

Quale allor mi foss'io, come di stolto

vano e torbido sogno, or me 'n rammento.

Piacquele al fin tornarci il proprio volto;

ma tra la meraviglia e lo spavento

muti eravam, quando turbata in vista

in tal guisa ne parla e ne contrista:

68 `Ecco, a voi noto è il mio poter' ne dice

`e quanto sopra voi l'imperio ho pieno.

Pende dal mio voler ch'altri infelice

perda in prigione eterna il ciel sereno,

altri divenga augello, altri radice

faccia e germogli nel terrestre seno,

o che s'induri in scelce, o in molle fonte

si liquefaccia, o vesta irsuta fronte.

69 Ben potete schivar l'aspro mio sdegno,

quando servire al mio piacer v'aggrade:

farvi pagani, e per lo nostro regno

contra l'empio Buglion mover le spade.'

Ricusàr tutti ed aborrír l'indegno

patto; solo a Rambaldo il persuade.

Noi (ché non val difesa) entro una buca

di lacci avolse ove non è che luca.

70 Poi nel castello istesso a sorte venne

Tancredi, ed egli ancor fu prigioniero.

Ma poco tempo in carcere ci tenne

la falsa maga; e (s'io n'intesi il vero)

di seco trarne da quell'empia ottenne

del signor di Damasco un messaggiero,

ch'al re d'Egitto in don fra cento armati

ne conduceva inermi e incatenati.

71 Cosí ce n'andavamo; e come l'alta

providenza del Cielo ordina e move,

il buon Rinaldo, il qual piú sempre essalta

la gloria sua con opre eccelse e nove,

in noi s'aviene, e i cavalieri assalta

nostri custodi e fa l'usate prove:

gli uccide e vince, e di quell'arme loro

fa noi vestir che nostre in prima foro.

72 Io 'l vidi, e 'l vider questi; e da lui porta

ci fu la destra, e fu sua voce udita.

Falso è il romor che qui risuona e porta

sí rea novella, e salva è la sua vita;

ed oggi è il terzo dí che con la scorta

d'un peregrin fece da noi partita

per girne in Antiochia, e pria depose

l'arme che rotte aveva e sanguinose."

73 Cosí parlava, e l'Eremita intanto

volgeva al cielo l'una e l'altra luce.

Non un color, non serba un volto: oh quanto

piú sacro e venerabile or riluce!

Pieno di Dio, rapto dal zelo, a canto

a l'angeliche menti ei si conduce;

gli si svela il futuro, e ne l'eterna

serie de gli anni e de l'età s'interna.

74 e la bocca sciogliendo in maggior suono

scopre le cose altrui ch'indi verranno.

Tutti conversi a le sembianze, al tuono

de l'insolita voce attenti stanno.

"Vive" dice "Rinaldo, e l'altre sono

arti e bugie di femminile inganno.

Vive, e la vita giovanetta acerba

a piú mature glorie il Ciel riserba.

75 Presagi sono e fanciulleschi affanni

questi ond'or l'Asia lui conosce e noma.

Ecco chiaro vegg'io, correndo gli anni,

ch'egli s'oppone a l'empio Augusto e 'l doma

e sotto l'ombra de gli argentei vanni

l'aquila sua copre la Chiesa e Roma,

che de la fèra avrà tolte a gli artigli;

e ben di lui nasceran degni i figli.

76 De' figli i figli, e chi verrà da quelli,

quinci avran chiari e memorandi essempi;

e da' Cesari ingiusti e da' rubelli

difenderan le mitre e i sacri tèmpi.

Premer gli alteri e sollevar gli imbelli,

difender gli innocenti e punir gli empi,

fian l'arti lor: cosí verrà che vóle

l'aquila estense oltra le vie del sole.

77 E dritto è ben che, se 'l ver mira e 'l lume,

ministri a Pietro i folgori mortali.

U' per Cristo si pugni, ivi le piume

spiegar dée sempre invitte e trionfali,

ché ciò per suo nativo alto costume

dielle il Cielo e per leggi a lei fatali.

Onde piace là su che in questa degna

impresa, onde partí, chiamato vegna."

78 Qui dal soggetto vinto il saggio Piero

stupido tace, e 'l cor ne l'alma faccia

troppo gran cose de l'estense altero

valor ragiona, onde tutto altro spiaccia.

Sorge intanto la notte, e 'l velo nero

per l'aria spiega e l'ampia terra abbraccia;

vansene gli altri e dan le membra al sonno,

ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno.

 

 

CANTO UNDICESIMO

 

1 Ma 'l capitan de le cristiane genti,

vòlto avendo a l'assalto ogni pensiero,

giva apprestando i bellici instrumenti

quando a lui venne il solitario Piero;

e trattolo in disparte, in tali accenti

gli parlò venerabile e severo:

"Tu movi, o capitan, l'armi terrene,

ma di là non cominci onde conviene.

2 Sia dal Cielo il principio; invoca inanti

ne le preghiere pubbliche e devote

la milizia de gli angioli e de' santi,

che ne impetri vittoria ella che puote.

Preceda il clero in sacre vesti, e canti

con pietosa armonia supplici note;

e da voi, duci gloriosi e magni,

pietate il vulgo apprenda e n'accompagni."

3 Cosí gli parla il rigido romito,

e 'l buon Goffredo il saggio aviso approva:

"Servo" risponde "di Giesú gradito,

il tuo consiglio di seguir mi giova.

Or mentre i duci a venir meco invito,

tu i Pastori de' popoli ritrova,

Guglielmo ed Ademaro, e vostra sia

la cura de la pompa sacra e pia."

4 Nel seguente mattino il vecchio accoglie

co' duo gran sacerdoti altri minori,

ov'entro al vallo tra sacrate soglie

soleansi celebrar divini onori.

Quivi gli altri vestír candide spoglie,,

vestír dorato ammanto i duo Pastori

che bipartito sovra i bianchi lini

s'affibbia al petto, e incoronaro i crini.

5 Va Piero solo inanzi e spiega al vento

il segno riverito in Paradiso,

e segue il coro a passo grave e lento

in duo lunghissimi ordini diviso.

Alternando facean doppio concento

in supplichevol canto e in umil viso,

e chiudendo le schiere ivano a paro

i principi Guglielmo ed Ademaro.

6 Venia poscia il Buglion, pur come è l'uso

di capitan senza compagno a lato;

seguiano a coppia i duci, e non confuso

seguiva il campo in lor difesa armato.

Sí procedendo se n'uscia del chiuso

de le trinciere il popolo adunato,

né s'udian trombe o suoni altri feroci

ma di pietate e d'umiltà sol voci.

7 Te Genitor, te Figlio eguale al Padre,

e te che d'ambo uniti amando spiri,

e te d'Uomo e di Dio vergine Madre

invocano propizia a i lor desiri;

o Duci, e voi che le fulgenti squadre

del ciel movete in triplicati giri,

o Divo, e te che de la diva fronte

la monda umanità lavasti al fonte,

8 chiamano; e te che sei pietra e sostegno

de la magion di Dio fondato e forte,

ove ora il novo successor tuo degno

di grazia e di perdono apre le porte,

e gli altri messi del celeste regno

che divulgàr la vincitrice morte,

e quei che 'l vero a confermar seguiro,

testimoni di sangue e di martiro;

9 quegli ancor la cui penna o la favella

insegnata ha del Ciel la via smarrita,

e la cara di Cristo e fida ancella

ch'elesse il ben de la piú nobil vita;

e le vergini chiuse in casta cella

che Dio con alte nozze a sé marita;

e quell'altre magnanime a i tormenti,

sprezzatrici de' regi e de le genti.

10 Cosí cantando, il popolo devoto

con larghi giri si dispiega e stende,

e drizza a l'Oliveto il lento moto,

monte che da l'olive il nome prende,

monte per sacra fama al mondo noto,

ch'oriental contra le mura ascende,

e sol da quelle il parte e ne 'l discosta

la cupa Giosafà ch'in mezzo è posta.

11 Colà s'invia l'essercito canoro,

e ne suonan le valli ime e profonde

e gli alti colli e le spelonche loro,

e da ben mille parti Ecco risponde,

e quasi par che boscareccio coro

fra quegli antri si celi e in quelle fronde,

sí chiaramente replicar s'udia

or di Cristo il gran nome, or di Maria,

12 D'in su le mura ad ammirar fra tanto

cheti si stanno e attoniti i pagani

que' tardi avolgimenti e l'umil canto,

e l'insolite pompe e i riti estrani.

Poi che cessò de lo spettacol santo

la novitate, i miseri profani

alzàr le strida; e di bestemmie e d'onte

muggí il torrente e la gran valle e 'l monte.

13 Ma da la casta melodia soave

la gente di Giesú però non tace,

né si volge a que' gridi o cura n'have

piú che di stormo avria d'augei loquace;

né perché strali aventino, ella pave

che giungano a turbar la santa pace

di sí lontano, onde a suo fin ben pote

condur le sacre incominciate note.

14 Poscia in cima del colle ornan l'altare

che di gran cena al sacerdote è mensa,

e d'ambo i lati luminosa appare

sublime lampa in lucid'oro accensa.

Quivi altre spoglie, e pur dorate e care,

prende Guglielmo, e pria tacito pensa,

indi con chiaro suon la voce spiega,

se stesso accusa e Dio ringrazia e prega.

15 Umili intorno ascoltano i primieri,

le viste i piú lontani almen v'han fisse.

Ma poi che celebrò gli alti misteri

del puro sacrificio: "Itene" ei disse;

e in fronte alzando a i popoli guerrieri

la man sacerdotal, li benedisse.

Allor se 'n ritornàr le squadre pie

per le dianzi da lor calcate vie.

16 Giunti nel vallo e l'ordine disciolto,

si rivolge Goffredo a sua magione,

e l'accompagna stuol calcato e folto

insino al limitar del padiglione.

Quivi gli altri accommiata indietro vòlto,

ma ritien seco i duci il pio Buglione,

e li raccoglie a mensa, e vuol ch'a fronte

di Tolosa gli sieda il vecchio conte.

17 Poi che de' cibi il natural amore

fu in lor ripresso e l'importuna sete,

disse a i duci il gran duce: "Al novo albore

tutti a l'assalto voi pronti sarete:

quel fia giorno di guerra e di sudore,

questo sia d'apparecchio e di quiete.

Dunque ciascun vada al riposo, e poi

se medesmo prepari e i guerrier suoi."

18 Tolser essi congedo, e manifesto

quinci gli araldi a suon di trombe fèro

ch'essere a l'arme apparecchiato e presto

dée con la nova luce ogni guerriero.

Cosí in parte al ristoro e in parte questo

giorno si diede a l'opre ed al pensiero,

sin che fe' nova tregua a la fatica

la cheta notte, del riposo amica.

19 Ancor dubbia l'aurora ed immaturo

ne l'oriente il parto era del giorno,

né i terreni fendea l'aratro duro,

né fea il pastore a i prati anco ritorno;

stava tra i rami ogni augellin securo,

e in selva non s'udia latrato o corno,

quando a cantar la mattutina tromba

comincia: "A l'arme!" " A l'arme!" il ciel rimbomba.

20 "A l'arme! a l'arme! " subito ripiglia

il grido universal di cento schiere.

Sorge il forte Goffredo e già non piglia

la gran corazza usata o le schiniere;

ne veste un'altra ed un pedon somiglia

in arme speditissime e leggiere;

e indosso avea già l'agevol pondo,

quando gli sovraggiunse il buon Raimondo.

21 Questi, veggendo armato in cotal modo

il capitano, il suo pensier comprese:

"Ov'è" gli disse "il grave usbergo e sodo?

ov'è, signor, l'altro ferrato arnese?

perché sei parte inerme? Io già non lodo

che vada con sí debili difese.

Or da tai segni in te ben argomento

che sei di gloria ad umil mèta intento.

22 Deh! che ricerchi tu? privata palma

di salitor di mura? Altri le saglia,

ed esponga men degna ed util alma

(rischio debito a lui) ne la battaglia;

tu riprendi, signor, l'usata salma

e di te stesso a nostro pro ti caglia.

L'anima tua, mente del campo e vita,

cautamente per Dio sia custodita."

23 Qui tace, ed ei risponde: "Or ti sia noto

che quando in Chiaramonte il grande Urbano

questa spada mi cinse, e me devoto

fe' cavalier l'onnipotente mano,

tacitamente a Dio promisi in voto

non pur l'opera qui di capitano,

ma d'impiegarvi ancor, quando che fosse,

qual privato guerrier l'arme e le posse.

24 Dunque, poscia che fian contra i nemici

tutte le genti mie mosse e disposte,

e ch'a pieno adempito avrò gli uffici

che son dovuti al principe de l'oste,

ben è ragion (né tu, credo, il disdici)

ch'a le mura pugnando anch'io m'accoste,

e la fede promessa al Cielo osservi:

egli mi custodisca e mi conservi."

25 Cosí concluse, e i cavalier francesi

seguír l'essempio e i duo minor Buglioni;

gli altri principi ancor men gravi arnesi

parte vestiro e si mostràr pedoni.

Ma i pagani fra tanto erano ascesi

là dove a i sette gelidi Trioni

si volge e piega a l'occidente il muro,

che nel piú facil sito è men securo.

26 Però ch'altronde la città non teme

de l'assalto nemico offesa alcuna,

quivi non pur l'empio tiranno insieme

il forte vulgo e gli assoldati aduna,

ma chiama ancora a le fatiche estreme

fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;

e van questi portando a i piú gagliardi

calce e zolfo e bitume e sassi e dardi.

27 E di macchine e d'arme han pieno inante

tutto quel muro a cui soggiace il piano,

e quinci in forma d'orrido gigante

da la cintola in su sorge il Soldano,

quindi tra' merli il minaccioso Argante

torreggia, e discoperto è di lontano,

e in su la torre altissima Angolare

sovra tutti Clorinda eccelsa appare.

28 A costei la faretra e 'l grave incarco

de l'acute quadrella al tergo pende.

Ella già ne le mani ha preso l'arco,

e già lo stral v'ha su la corda e 'l tende;

e desiosa di ferire, al varco

la bella arciera i suoi nemici attende.

Tal già credean la vergine di Delo

tra l'alte nubi saettar dal cielo.

29 Scorre piú sotto il re canuto a piede

da l'una a l'altra porta, e 'n su le mura

ciò che prima ordinò cauto rivede

e i difensor conforta e rassecura;

e qui genti rinforza e là provede

di maggior copia d'arme, e 'l tutto cura.

Ma se ne van l'afflitte madri al tempio

a ripregar nume bugiardo ed empio.

30 "Deh! spezza tu del predator francese

l'asta, Signor, con la man giusta e forte;

e lui, che tanto il tuo gran nome offese,

abbatti e spargi sotto l'alte porte."

Cosí dicean, né fur le voci intese

là giú tra 'l pianto de l'eterna morte.

Or mentre la città s'appresta e prega,

le genti e l'arme il pio Buglion dispiega.

31 Tragge egli fuor l'essercito pedone

con molta providenza e con bell'arte,

e contra il muro ch'assalir dispone

obliquamente in duo lati il comparte.

Le baliste per dritto in mezzo pone

e gli altri ordigni orribili di Marte,

onde in guisa di fulmini si lancia

vèr le merlate cime or sasso, or lancia.

32 E mette in guardia i cavalier de' fanti

da tergo, e manda intorno i corridori.

Dà il segno poi de la battaglia, e tanti

i sagittari sono e i frombatori

e l'arme da le machine volanti,

che scemano fra i merli i difensori.

Altri v'è morto e 'l loco altri abbandona;

già men folta del muro è la corona.

33 La gente franca impetuosa e ratta

allor quanto piú puote affretta i passi;

e parte scudo a scudo insieme adatta,

e di quegli un coperchio al capo fassi,

e parte sotto machine s'appiatta

che fan riparo al grandinar de' sassi;

ed arrivando al fosso, il cupo e 'l vano

cercano empirne ed adeguarlo al piano.

34 Non era il fosso di palustre limo

(ché no 'l consente il loco) o d'acqua molle,

onde l'empieno, ancor che largo ed imo,

le pietre e i fasci e gli arbori e le zolle.

L'audacissimo Alcasto intanto il primo,

scopre la testa ed una scala estolle,

e no 'l ritien dura gragnuola o pioggia

di fervidi bitumi, e su vi poggia.

35 Vedeasi in alto il fier elvezio asceso

mezzo l'aereo calle aver fornito,

segno a mille saette, e non offeso

d'alcuna sí che fermi il corso ardito;

quando un sasso ritondo e di gran peso,

veloce come di bombarda uscito,

ne l'elmo il coglie e il risospinge a basso;

e 'l colpo vien dal lanciator circasso.

36 Non è mortal, ma grave il colpo e 'l salto

sí ch'ei stordisce, e giace immobil pondo.

Argante allor in suon feroce ed alto:

"Caduto è il primo, or chi verrà secondo?

Ché non uscite a manifesto assalto,

appiattati guerrier, s'io non m'ascondo?

Non gioveranvi le caverne estrane,

ma vi morrete come belve in tane."

37 Cosí dice egli, e per suo dir non cessa

la gente occulta, e tra i ripari cavi

e sotto gli alti scudi unita e spessa

le saette sostiene e i pesi gravi;

già gli arieti e la muraglia appressa,

machine grandi e smisurate travi,

c'han testa di monton ferrata e dura:

temon le porte il cozzo, e l'alte mura.

38 Gran mole intanto è di là su rivolta

per cento mani al gran bisogno pronte,

che sovra la testugine piú folta

ruina, e par che vi trabocchi un monte;

e de gli scudi l'union disciolta,

piú d'un elmo vi frange e d'una fronte,

e ne riman la terra sparsa e rossa

d'arme, di sangue, di cervella e d'ossa.

39 L'assalitore allor sotto al coperto

de le machine sue piú non ripara,

ma da i ciechi perigli al rischio aperto

fuori se n'esce e sua virtú dichiara.

Altri appoggia le scale e va per l'erto,

altri percote i fondamenti a gara.

Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchi

già fesso mostra a l'impeto de' Franchi.

40 E ben cadeva a le percosse orrende,

che doppia in lui l'espugnator montone,

ma sin da' merli il popolo il difende

con usata di guerra arte e ragione,

ch'ovunque la gran trave in lui si stende

cala fasci di lana e li frapone;

prende in sé le percosse e fa piú lente

la materia arrendevole e cedente.

41 Mentre con tal valor s'erano strette

l'audaci schiere e la tenzon murale,

curvò Clorinda sette volte, e sette

rallentò l'arco e n'aventò lo strale;

e quante in giú se ne volàr saette,

tante s'insanguinaro il ferro e l'ale,

non di sangue plebeo ma del piú degno,

ché sprezza quell'altera ignobil segno.

42 Il primo cavalier ch'ella piagasse

fu l'erede minor del rege inglese.

Da' suoi ripari a pena il capo ei trasse

che la mortal percossa in lui discese,

e che la destra man non gli trapasse

il guanto de l'acciar nulla contese;

sí che inabile a l'arme ei si ritira

fremendo, e meno di dolor che d'ira.

43 Il buon conte d'Ambuosa in ripa al fosso,

e su la scala poi Clotareo il franco:

quegli morí trafitto il petto e 'l dosso,

questi da l'un passato a l'altro fianco.

Sospingeva il monton, quando è percosso

al signor de' Fiamminghi il braccio manco,

sí che tra via s'allenta, e vuol poi trarne

lo strale, e resta il ferro entro la carne.

44 A l'incauto Ademar, ch'era da lunge

la fera pugna a riguardar rivolto,

la fatal canna arriva e in fronte il punge.

Stende ei la destra al loco ove l'ha colto,

quando nova saetta ecco sorgiunge

sovra la mano e la confige al volto;

onde egli cade, e fa del sangue sacro

su l'arme feminili ampio lavacro.

45 Ma non lungi da' merli a Palamede,

mentre ardito disprezza ogni periglio

e su per gli erti gradi indrizza il piede,

cala il settimo ferro al destro ciglio,

e trapassando per la cava sede

e tra i nervi de l'occhio esce vermiglio

diretro per la nuca; egli trabocca

e more a' piè de l'assalita rocca.

46 Tal saetta costei. Goffredo intanto

con novo assalto i difensori opprime.

Avea condotto ad una porta a canto

de le machine sue la piú sublime.

Questa è torre di legno, e s'erge tanto

che può del muro pareggiar le cime;

torre che grave d'uomini ed armata,

mobile è su le rote e vien tirata.

47 Viene aventando la volubil mole

lancie e quadrella, e quanto può s'accosta,

e come nave in guerra nave suole,

tenta d'unirsi a la muraglia opposta;

ma chi lei guarda ed impedir ciò vuole,

l'urta la fronte e l'una e l'altra costa,

la respinge con l'aste e le percote

or con le pietre i merli ed or le rote.

48 Tanti di qua, tanti di là fur mossi

e sassi e dardi ch'oscuronne il cielo.

S'urtàr due nembi in aria, e là tornossi

talor respinto, onde partiva, il telo.

Come di fronde sono i rami scossi

da la pioggia indurata in freddo gelo

e ne caggiono i pomi anco immaturi,

cosí cadeano i saracin da i muri,

49 però che scende in lor piú greve il danno,

che di ferro assai meno eran guerniti.

Parte de' vivi ancora in fuga vanno,

de la gran mole al fulminar smarriti.

Ma quel che già fu di Nicea tiranno

vi resta, e fa restarvi i pochi arditi;

e 'l fero Argante a contraporsi corre,

presa una trave, a la nemica torre,

50 e da sé la respinge e tien lontana

quanto l'abete è lungo e 'l braccio forte.

Vi scende ancor la vergine sovrana,

e de' perigli altrui si fa consorte.

I Franchi intanto a la pendente lana

le funi recideano e le ritorte

con lunghe falci, onde cadendo a terra

lasciava il muro disarmato in guerra.

51 Cosí la torre sovra, e piú di sotto

l'impetuoso il batte aspro ariete,

onde comincia ormai forato e rotto

a discoprir le interne vie secrete.

Essi non lunge il capitan condotto,

al conquassato e tremulo parete,

nel suo scudo maggior tutto rinchiuso

che rade volte ha di portar in uso.

52 E quivi cauto rimirando spia,

e scender vede Solimano a basso

e porsi a la difesa ove s'apria

tra le ruine il periglioso passo,

e rimaner della sublime via

Clorinda in guardia e 'l cavalier circasso.

Cosí guardava, e già sentiasi il core

tutto avampar di generoso ardore.

53 Onde rivolto dice al buon Sigiero,

che gli portava un altro scudo e l'arco:

"Ora mi porgi, o fedel mio scudiero,

cotesto men gravoso e grande incarco,

ché tenterò di trapassar primiero

su i dirupati sassi il dubbio varco;

e tempo è ben che qualche nobil opra

de la nostra virtute omai si scopra."

54 Cosí mutato scudo a pena disse,

quando a lui venne una saetta a volo,

e ne la gamba il colse e la trafisse

nel piú nervoso, ove è piú acuto il duolo.

Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse,

la fama il canta, e tuo l'onor n'è solo;

se questo dí servaggio e morte schiva

la tua gente pagana, a te s'ascriva.

55 Ma il fortissimo eroe, quasi non senta

il mortifero duol de la ferita,

dal cominciato corso il piè non lenta,

e monta su i dirupi e gli altri invita.

Pur s'avede egli poi che no 'l sostenta

la gamba, offesa troppo ed impedita,

e ch'inaspra agitando ivi l'ambascia,

onde sforzato alfin l'assalto lascia.

56 E chiamando il buon Guelfo a sé con mano,

a lui parlava: "Io me ne vo constretto:

sostien persona tu di capitano

e di mia lontananza empi il diffetto.

Ma picciol'ora io vi starò lontano:

vado e ritorno." E si partia, ciò detto;

ed ascendendo in un leggier cavallo,

giunger non può che non sia visto al vallo.

57 Al dipartir del capitan, si parte

e cede il campo la fortuna franca.

Cresce il vigor ne la contraria parte,

sorge la speme e gli animi rinfranca;

e l'ardimento co 'l favor di Marte

ne' cor fedeli e l'impeto già manca:

già corre lento ogni lor ferro al sangue,

e de le trombe istesse il suono langue.

58 E già tra' merli a comparir non tarda

lo stuol fugace che 'l timor caccionne,

e mirando la vergine gagliarda,

vero amor de la patria arma le donne.

Correr le vedi e collocarsi in guarda

con chiome sparse e con succinte gonne,

e lanciar dardi e non mostrar paura

d'esporre il petto per l'amate mura.

59 E quel ch'a i Franchi piú spavento porge,

e 'l toglie a i difensor de la cittade,

è che 'l possente Guelfo (e se n'accorge

questo popol e quel) percosso cade.

Tra mille il trova sua fortuna e scòrge

d'un sasso il corso per lontane strade;

e da sembiante colpo al tempo stesso

colto è Raimondo, onde giú cade anch'esso.

60 Ed aspramente allora anco fu punto

ne la proda del fosso Eustazio ardito.

Né in questo a i Franchi fortunoso punto

contra lor da' nemici è colpo uscito

(che n'uscír molti) onde non sia disgiunto

corpo da l'alma o non sia almen ferito.

E in tal prosperità via piú feroce

divenendo il circasso, alza la voce:

61 "Non è questa Antiochia, e non è questa

la notte amica a le cristiane frodi.

Vedete il chiaro sol, la gente desta,

altra forma di guerra ed altri modi.

Dunque favilla in voi nulla piú resta

de l'amor de la preda e de le lodi,

che sí tosto cessate e sète stanche

per breve assalto, o Franchi no, ma Franche?"

62 Cosí ragiona, e in guisa tal s'accende

ne le sue furie il cavaliero audace

che quell'ampia città ch'egli difende

non gli par campo del suo ardir capace,

e si lancia a gran salti ove si fende

il muro e la fessura adito face;

ed ingombra l'uscita, e grida intanto

a Soliman che si vedeva a canto:

63 "Soliman, ecco il loco ed ecco l'ora

che del nostro valor giudice fia.

Che cessi? o di che temi? or costà fora

cerchi il pregio sovran chi piú 'l desia."

Cosí gli disse, e l'uno e l'altro allora

precipitosamente a prova uscia;

l'un da furor, l'altro da onor rapito

e stimolato dal feroce invito.

64 Giunsero inaspettati ed improvisi

sovra i nemici, e in paragon mostràrsi;

e da lor tanti furo uomini uccisi,

e scudi ed elmi dissipati e sparsi,

e scale tronche ed arieti incisi,

che di lor parve quasi un monte farsi,

e mescolati a le ruine alzaro,

in vece del caduto, alto riparo.

65 La gente che pur dianzi ardí salire

al pregio eccelso di mural corona,

non ch'or d'entrar ne la cittate aspire,

ma sembra a le difese anco mal buona;

e cede al nuovo assalto, e in preda a l'ire

de' duo guerrier le machine abbandona,

ch'ad altra guerra ormai saran mal atte

tanto è 'l furor che le percote e batte.

66 L'uno e l'altro pagan, come il trasporta

l'impeto suo, già piú e piú trascorre;

già 'l foco chiede a i cittadini, e porta

duo pini fiammeggianti invèr la torre.

Cotali uscir da la tartarea porta

sogliono, e sottosopra il mondo porre,

le ministre di Pluto empie sorelle,

lor ceraste scotendo e lor facelle.

67 Ma l'invitto Tancredi, il qual altrove

confortava a l'assalto i suoi latini,

tosto che vide l'incredibil prove,

e la gemina fiamma e i duo gran pini,

tronca in mezzo le voci, e presto move

a frenar il furor de' saracini;

e tal del suo valor dà segno orrendo

che chi vinse e fugò fugge or perdendo.

68 Cosí de la battaglia or qui lo stato

co 'l variar de la fortuna è vòlto,

e in questo mezzo il capitan piagato

ne la gran tenda sua già s'è raccolto

co 'l buon Sigier, con Baldovino a lato,

de i mesti amici in gran concorso e folto;

ei che s'affretta e di tirar s'affanna

de la piaga lo stral, rompe la canna,

69 e la via piú vicina e piú spedita

a la cura di lui vuol che si prenda,

scoprasi ogni latebra a la ferita

e largamente si risechi e fenda.

"Rimandatemi in guerra, onde fornita

non sia co 'l dí prima ch'a lei mi renda."

Cosí dice; e premendo il lungo cerro

d'una gran lancia, offre la gamba al ferro.

70 E già l'antico Eròtimo, che nacque

in riva al Po, s'adopra in sua salute,

il qual de l'erbe e de le nobil acque

ben conosceva ogni uso, ogni virtute;

caro a le Muse ancor, ma si compiacque

ne la gloria minor de l'arti mute,

sol curò tòrre a morte i corpi frali,

e potea far i nomi anco immortali.

71 Stassi appoggiato, e con secura faccia

freme immobile al pianto il capitano.

Quegli in gonna succinto e da le braccia

ripiegato il vestir, leggiero e piano

or con l'erbe potenti in van procaccia

trarne lo strale, or con la dotta mano;

e con la destra il tenta e co 'l tenace

ferro il va riprendendo, e nulla face.

72 L'arte sue non seconda ed al disegno

par che per nulla via fortuna arrida;

e nel piagato eroe giunge a tal segno

l'aspro martír che n'è quasi omicida.

Or qui l'angiol custode, al duol indegno

mosso di lui, colse dittamo in Ida:

erba crinita di purpureo fiore

c'have in giovani foglie alto valore.

73 E ben mastra natura a le montane

capre n'insegna la virtú celata,

qualor vengon percosse e lor rimane

nel fianco affissa la saetta alata.

Ouesta, benché da parti assai lontane,

in un momento l'angelo ha recata,

e non veduto entro le mediche onde

de gli apprestati bagni il succo infonde,

74 e del fonte di Lidia i sacri umori

e l'odorata panacea vi mesce.

Ne sparge il vecchio la ferita, e fuori

volontario per sé lo stral se 'n esce

e si ristagna il sangue; e già i dolori

fuggono da la gamba e 'l vigor cresce.

Grida Eròtimo allor: "L'arte maestra

te non risana o la mortal mia destra,

75 maggior virtú ti salva: un angiol, credo,

medico per te fatto, è sceso in terra,

ché di celeste mano i segni vedo:

prendi l'arme; che tardi? e riedi in guerra."

Avido di battaglia il pio Goffredo

già ne l'ostro le gambe avolge e serra,

e l'asta crolla smisurata, e imbraccia

il già deposto scudo e l'elmo allaccia.

76 Uscí dal chiuso vallo, e si converse

con mille dietro a la città percossa:

sopra di polve il ciel gli si coperse,

tremò sotto la terra al moto scossa;

e lontano appressar le genti averse

d'alto il miraro, e corse lor per l'ossa

un tremor freddo e strinse il sangue in gelo.

Egli alzò tre fiate il grido al cielo.

77 Conosce il popol suo l'altera voce

e 'l grido eccitator de la battaglia,

e riprendendo l'impeto veloce

di novo ancora a la tenzon si scaglia.

Ma già la coppia de i pagan feroce

nel rotto accolta s'è de la muraglia,

difendendo ostinata il varco fesso

dal buon Tancredi e da chi vien con esso.

78 Qui disdegnoso giunge e minacciante

chiuso ne l'arme il capitan di Francia,

e 'n su la prima giunta al fero Argante

l'asta ferrata fulminando lancia.

Nessuna mural machina si vante

d'aventar con piú forza alcuna lancia.

Tuona per l'aria la nodosa trave,

v'oppon lo scudo Argante e nulla pave.

79 S'apre lo scudo al frassino pungente,

né la dura corazza anco il sostiene,

ché rompe tutte l'arme, e finalmente

il sangue saracino a sugger viene.

Ma si svelle il circasso (e il duol non sente)

da l'arme il ferro affisso e da le vene,

e 'n Goffredo il ritorce: "A te" dicendo

"rimando il tronco, e l'armi tue ti rendo."

80 L'asta, ch'offesa or porta ed or vendetta,

per lo noto sentier vola e rivola,

ma già colui non fère ove è diretta,

ch'egli si spiega e 'l capo al colpo invola;

coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta

profondamente il ferro entro la gola,

né gli rincresce, del suo caro duce

morendo in vece, abbandonar la luce.

81 Quasi in quel punto Soliman percote

con una scelce il cavalier normando;

e questi al colpo si contorce e scote

e cade in giú come paleo rotando.

Or piú Goffredo sostener non pote

l'ira di tante offese, e impugna il brando,

e sovra la confusa alta ruina

ascende, e move omai guerra vicina.

82 E ben ei vi facea mirabil cose,

e contrasti seguiano aspri e mortali,

ma fuor uscí la notte e 'l mondo ascose

sotto il caliginoso orror de l'ali;

e l'ombre sue pacifiche interpose

fra tante ire de' miseri mortali,

sí che cessò Goffredo e fe' ritorno.

Cotal fine ebbe il sanguinoso giorno.

83 Ma pria che 'l pio Buglione il campo ceda,

fa indietro riportar gli egri e i languenti,

e già non lascia a' suoi nemici in preda

l'avanzo de' suoi bellici tormenti;

pur salva la gran torre avien che rieda,

primo terror de le nemiche genti,

come che sia da l'orrida tempesta

sdruscita anch'essa in alcun loco e pesta.

84 Da' gran perigli uscita ella se 'n viene

giungendo a loco omai di sicurezza.

Ma qual nave talor ch'a vele piene

corre il mar procelloso e l'onde sprezza,

poscia in vista del porto o su l'arene

o su i fallaci scogli un fianco spezza;

o qual destrier passa le dubbie strade

e presso al dolce albergo incespa e cade;

85 tale inciampa la torre, e tal da quella

parte che volse a l'impeto de' sassi

frange due rote debili, sí ch'ella

ruinosa pendendo arresta i passi.

Ma le suppone appoggi e la puntella

lo stuol che la conduce e seco stassi,

insin che i pronti fabri intorno vanno

saldando in lei d'ogni sua piaga il danno,

86 Cosí Goffredo impone, il qual desia

che si racconci inanzi al novo sole,

ed occupando questa e quella via

dispon le guardie intorno a l'alta mole;

ma 'l suon ne la città chiaro s'udia

di fabrili instrumenti e di parole,

e mille si vedean fiaccole accese,

onde seppesi il tutto o si comprese.

 

 

CANTO DODICESIMO

 

1 Era la notte, e non prendean ristoro

co 'l sonno ancor le faticose genti:

ma qui vegghiando nel fabril lavoro

stavano i Franchi a la custodia intenti,

e là i pagani le difese loro

gian rinforzando tremule e cadenti

e reintegrando le già rotte mura,

e de' feriti era comun la cura.

2 Curate al fin le piaghe, e già fornita

de l'opere notturne era qualcuna;

e rallentando l'altre, al sonno invita

l'ombra omai fatta piú tacita e bruna.

Pur non accheta la guerriera ardita

l'alma d'onor famelica e digiuna,

e sollecita l'opre ove altri cessa.

Va seco Argante, e dice ella a se stessa:

3 "Ben oggi il re de' Turchi e 'l buon Argante

fèr meraviglie inusitate e strane,

ché soli uscír fra tante schiere e tante

e vi spezzàr le machine cristiane.

Io (questo è il sommo pregio onde mi vante)

d'alto rinchiusa oprai l'arme lontane,

sagittaria, no 'l nego, assai felice.

Dunque sol tanto a donna e piú non lice?

4 Quanto me' fòra in monte od in foresta

a le fère aventar dardi e quadrella,

ch'ove il maschio valor si manifesta

mostrarmi qui tra cavalier donzella!

Ché non riprendo la feminea vesta,

s'io ne son degna e non mi chiudo in cella?"

Cosí parla tra sé; pensa e risolve

al fin gran cose ed al guerrier si volve:

5 "Buona pezza è, signor, che in sé raggira

un non so che d'insolito e d'audace

la mia mente inquieta: o Dio l'inspira,

o l'uom del suo voler suo Dio si face.

Fuor del vallo nemico accesi mira

i lumi; io là n'andrò con ferro e face

e la torre arderò: vogl'io che questo

effetto segua, il Ciel poi curi il resto.

6 Ma s'egli averrà pur che mia ventura

nel mio ritorno mi rinchiuda il passo,

d'uom che 'n amor m'è padre a te la cura

e de le care mie donzelle io lasso.

Tu ne l'Egitto rimandar procura

le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.

Fallo per Dio, signor, ché di pietate

ben è degno quel sesso e quella etate."

7 Stupisce Argante, e ripercosso il petto

da stimoli di gloria acuti sente.

"Tu là n'andrai," rispose "e me negletto

qui lascierai tra la vulgare gente?

E da secura parte avrò diletto

mirar il fumo e la favilla ardente?

No, no; se fui ne l'arme a te consorte,

esser vo' ne la gloria e ne la morte.

8 Ho core anch'io che morte sprezza e crede

che ben si cambi con l'onor la vita."

"Ben ne fèsti" diss'ella "eterna fede

con quella tua sí generosa uscita.

Pure io femina sono, e nulla riede

mia morte in danno a la città smarrita;

ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augúri),

or chi sarà che piú difenda i muri?"

9 Replicò il cavaliero: "Indarno adduci

al mio fermo voler fallaci scuse.

Seguirò l'orme tue, se mi conduci;

ma le precorrerò, se mi ricuse."

Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci

e fra i piú saggi suoi gli accolse e chiuse.

Incominciò Clorinda: "O sire, attendi

a ciò che dir voglianti, e in grado il prendi.

10 Argante qui (né sarà vano il vanto)

quella macchina eccelsa arder promette.

Io sarò seco, ed aspettiam sol tanto

che stanchezza maggiore il sonno allette."

Sollevò il re le palme, e un lieto pianto

giú per le crespe guancie a lui cadette;

e: "Lodato sia tu," disse "che a i servi

tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.

11 Né già sí tosto caderà, se tali

animi forti in sua difesa or sono.

Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali

dar a i meriti vostri o laude o dono?

Laudi la fama voi con immortali

voci di gloria, e 'l mondo empia del suono.

Premio v'è l'opra stessa, e premio in parte

vi fia del regno mio non poca parte."

12 Sí parla il re canuto, e si ristringe

or questa or quel teneramente al seno.

Il Soldan, ch'è presente e non infinge

la generosa invidia onde egli è pieno,

disse: "Né questa spada in van si cinge;

verravvi a paro o poco dietro almeno."

"Ah!" rispose Clorinda "andremo a questa

impresa tutti? e se tu vien, chi resta?"

13 Cosí gli disse, e con rifiuto altero

già s'apprestava a ricusarlo Argante;

ma 'l re il prevenne, e ragionò primiero

a Soliman con placido sembiante:

"Ben sempre tu, magnanimo guerriero,

ne ti mostrasti a te stesso sembiante,

cui nulla faccia di periglio unquanco

sgomentò, né mai fosti in guerra stanco.

14 E so che fuora andando opre faresti

degne di te; ma sconvenevol parmi

che tutti usciate, e dentro alcun non resti

di voi che sète i piú famosi in armi.

Né men consentirei ch'andasser questi

(ché degno è il sangue lor che si risparmi),

s'o men util tal opra o mi paresse

che fornita per altri esser potesse.

15 Ma poi che la gran torre in sua difesa

d'ogni intorno le guardie ha cosí folte

che da poche mie genti esser offesa

non pote, e inopportuno è uscir con molte,

la coppia che s'offerse a l'alta impresa,

e 'n simil rischio si trovò piú volte,

vada felice pur, ch'ella è ben tale

che sola piú che mille insieme vale.

16 Tu, come al regio onor piú si conviene,

con gli altri, prego, in su le porte attendi;

e quando poi (ché n'ho secura spene)

ritornino essi e desti abbian gli incendi,

se stuol nemico seguitando viene,

lui risospingi e lor salva e difendi."

Cosí l'un re diceva, e l'altro cheto

rimaneva al suo dir, ma non già lieto.

17 Soggiunse allora Ismeno: "Attender piaccia

a voi, ch'uscir dovete, ora piú tarda,

sin che di varie tempre un misto i' faccia

ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.

Forse allora averrà che parte giaccia

di quello stuol che la circonda e guarda."

Ciò fu concluso, e in sua magion ciascuno

aspetta il tempo al gran fatto opportuno.

18 Depon Clorinda le sue spoglie inteste

d'argento e l'elmo adorno e l'arme altere,

e senza piuma o fregio altre ne veste

(infausto annunzio!) ruginose e nere,

però che stima agevolmente in queste

occulta andar fra le nemiche schiere.

È quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla

la nudrí da le fasce e da la culla,

19 e per l'orme di lei l'antico fianco

d'ogni intorno traendo, or la seguia.

Vede costui l'arme cangiate, ed anco

del gran rischio s'accorge ove ella gía,

e se n'affligge, e per lo crin che bianco

in lei servendo ha fatto e per la pia

memoria de' suo' uffici instando prega

che da l'impresa cessi; ed ella il nega.

20 Onde ei le disse alfin: "Poi che ritrosa

sí la tua mente nel suo mal s'indura

che né la stanca età, né la pietosa

voglia, né i preghi miei, né il pianto cura,

ti spiegherò piú oltre, e saprai cosa

di tua condizion che t'era oscura;

poi tuo desir ti guidi o mio consiglio."

Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.

21 "Resse già l'Etiopia, e forse regge

Senapo ancor con fortunato impero,

il qual del figlio di Maria la legge

osserva, e l'osserva anco il popol nero.

Quivi io pagan fui servo e fui tra gregge

d'ancelle avolto in feminil mestiero,

ministro fatto de la regia moglie

che bruna è sí, ma il bruno il bel non toglie.

22 N'arde il marito, e de l'amore al foco

ben de la gelosia s'agguaglia il gelo.

Si va in guisa avanzando a poco a poco

nel tormentoso petto il folle zelo

che da ogn'uom la nasconde, e in chiuso loco

vorria celarla a i tanti occhi del cielo.

Ella, saggia ed umil, di ciò che piace

al suo signor fa suo diletto e pace.

23 D'una pietosa istoria e di devote

figure la sua stanza era dipinta.

Vergine, bianca il bel volto e le gote

vermiglia, è quivi presso un drago avinta.

Con l'asta il mostro un cavalier percote:

giace la fèra nel suo sangue estinta.

Quivi sovente ella s'atterra, e spiega

le sue tacite colpe e piange e prega.

24 Ingravida fra tanto, ed espon fuori

(e tu fosti colei) candida figlia.

Si turba; e de gli insoliti colori,

quasi d'un novo mostro, ha meraviglia.

Ma perché il re conosce e i suoi furori,

celargli il parto alfin si riconsiglia,

ch'egli avria dal candor che in te si vede

argomentato in lei non bianca fede.

25 Ed in tua vece una fanciulla nera

pensa mostrargli, poco inanzi nata.

E perché fu la torre, ove chius'era,

da le donne e da me solo abitata,

a me, che le fui servo e con sincera

mente l'amai, ti diè non battezzata;

né già poteva allor battesmo darti,

ché l'uso no 'l sostien di quelle parti.

26 Piangendo a me ti porse, e mi commise

ch'io lontana a nudrir ti conducessi.

Chi può dire il suo affanno, e in quante guise

lagnossi e raddoppiò gli ultimi amplessi?

Bagnò i baci di pianto, e fur divise

le sue querele da i singulti spessi.

Levò alfin gli occhi, e disse: "O Dio, che scerni

l'opre piú occulte, e nel mio cor t'interni,

27 s'immaculato è questo cor, s'intatte

son queste membra e 'l marital mio letto,

per me non prego, che mille altre ho fatte

malvagità: son vile al tuo cospetto;

salva il parto innocente, al qual il latte

nega la madre del materno petto.

Viva, e sol d'onestate a me somigli;

l'essempio di fortuna altronde pigli.

28 Tu, celeste guerrier, che la donzella

togliesti del serpente a gli empi morsi,

s'accesi ne' tuo' altari umil facella,

s'auro o incenso odorato unqua ti porsi,

tu per lei prega, sí che fida ancella

possa in ogni fortuna a te raccòrsi."

Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse,

e di pallida morte si dipinse.

29 Io piangendo ti presi, e in breve cesta

fuor ti portai, tra fiori e frondi ascosa;

ti celai da ciascun, che né di questa

diedi sospizion né d'altra cosa.

Me n'andai sconosciuto; e per foresta

caminando di piante orride ombrosa,

vidi una tigre, che minaccie ed ire

avea ne gli occhi, incontr'a me venire.

30 Sovra un arbore i' salsi e te su l'erba

lasciai, tanta paura il cor mi prese.

Giunse l'orribil fèra, e la superba

testa volgendo, in te lo sguardo intese.

Mansuefece e raddolcio l'acerba

vista con atto placido e cortese;

lenta poi s'avicina e ti fa vezzi

con la lingua, e tu ridi e l'accarezzi;

31 ed ischerzando seco, al fero muso

la pargoletta man secura stendi.

Ti porge ella le mamme e, come è l'uso

di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.

Intanto io miro timido e confuso,

come uom faria novi prodigi orrendi.

Poi che sazia ti vede omai la belva

del suo latte, ella parte e si rinselva;

32 ed io giú scendo e ti ricolgo, e torno

là 've prima fur vòlti i passi miei,

e preso in picciol borgo alfin soggiorno,

celatamente ivi nutrir ti fei.

Vi stetti insin che 'l sol correndo intorno

portò a i mortali e diece mesi e sei.

Tu con lingua di latte anco snodavi

voci indistinte, e incerte orme segnavi.

33 Ma sendo io colà giunto ove dechina

l'etate omai cadente a la vecchiezza,

ricco e sazio de l'or che la regina

nel partir diemmi con regale ampiezza,

da quella vita errante e peregrina

ne la patria ridurmi ebbi vaghezza,

e tra gli antichi amici in caro loco

viver, temprando il verno al proprio foco.

34 Partomi, e vèr l'Egitto onde son nato,

te conducendo meco, il corso invio,

e giungo ad un torrente, e riserrato

quinci da i ladri son, quindi dal rio.

Che debbo far? te, dolce peso amato,

lasciar non voglio, e di campar desio.

Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene

rompendo l'onda e te l'altra sostiene.

35 Rapidissimo è il corso, e in mezzo l'onda

in se medesma si ripiega e gira;

ma, giunto ove piú volge e si profonda,

in cerchio ella mi torce e giú mi tira.

Ti lascio allor, ma t'alza e ti seconda

l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira,

e t'espon salva in su la molle arena;

stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.

36 Lieto ti prendo; e poi la notte, quando

tutte in alto silenzio eran le cose,

vidi in sogno un guerrier che minacciando

a me su 'l volto il ferro ignudo pose.

Imperioso disse: 'Io ti comando

ciò che la madre sua primier t'impose:

che battezzi l'infante; ella è diletta

del Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.

37 Io la guardo e difendo, io spirto diedi

di pietate a le fère e mente a l'acque.

Misero te s'al sogno tuo non credi,

ch'è del Ciel messaggiero.' E qui si tacque.

Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi

come del giorno il primo raggio nacque;

ma perché mia fé vera e l'ombre false

stimai, di tuo battesmo non mi calse,

38 né de i preghi materni; onde nudrita

pagana fosti, e 'l vero a te celai.

Crescesti, e in arme valorosa e ardita

vincesti il sesso e la natura assai:

fama e terre acquistasti, e qual tua vita

sia stata poscia tu medesma il sai;

e sai non men che servo insieme e padre

io t'ho seguita fra guerriere squadre.

39 Ier poi su l'alba, a la mia mente oppressa

d'alta quiete e simile a la morte,

nel sonno s'offerí l'imago stessa,

ma in piú turbata vista e in suon piú forte:

'Ecco,' dicea 'fellon, l'ora s'appressa

che dée cangiar Clorinda e vita e sorte:

mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo.'

Ciò disse, e poi n'andò per l'aria a volo.

40 Or odi dunque tu che 'l Ciel minaccia

a te, diletta mia, strani accidenti.

Io non so; forse a lui vien che dispiaccia

ch'altri impugni la fé de' suoi parenti.

Forse è la vera fede. Ah! giú ti piaccia

depor quest'arme e questi spirti ardenti."

Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme,

ch'un altro simil sogno il cor le preme.

41 Rasserenando il volto, al fin gli dice:

"Quella fé seguirò che vera or parmi,

che tu co 'l latte già de la nutrice

sugger mi fèsti e che vuoi dubbia or farmi;

né per temenza lascierò, né lice

a magnanimo cor, l'impresa e l'armi,

non se la morte nel piú fer sembiante

che sgomenti i mortali avessi inante."

42 Poscia il consola; e perché il tempo giunge

ch'ella deve ad effetto il vanto porre,

parte e con quel guerrier si ricongiunge

che si vuol seco al gran periglio esporre.

Con lor s'aduna Ismeno, e instiga e punge

quella virtú che per se stessa corre;

e lor porge di zolfo e di bitumi

due palle, e 'n cavo rame ascosi lumi.

43 Escon notturni e piani, e per lo colle

uniti vanno a passo lungo e spesso,

tanto che a quella parte ove s'estolle

la machina nemica omai son presso.

Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle

né può tutto capir dentro se stesso:

gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno.

Grida la guardia, e lor dimanda il segno.

44 Essi van cheti inanzi, onde la guarda

"A l'arme! a l'arme!" in alto suon raddoppia;

ma piú non si nasconde e non è tarda

al corso allor la generosa coppia.

In quel modo che fulmine o bombarda

co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia,

movere ed arrivar, ferir lo stuolo,

aprirlo e penetrar, fu un punto solo.

45 E forza è pur che fra mill'arme e mille

percosse il lor disegno al fin riesca.

Scopriro i chiusi lumi, e le faville

s'appreser tosto a l'accensibil esca,

ch'a i legni poi l'avolse e compartille.

Chi può dir come serpa e come cresca

già da piú lati il foco? e come folto

turbi il fumo a le stelle il puro volto?

46 Vedi globi di fiamme oscure e miste

fra le rote del fumo in ciel girarsi.

Il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste

l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.

Fère il gran lume con terror le viste

de' Franchi, e tutti son presti ad armarsi.

La mole immensa, e sí temuta in guerra,

cade, e breve ora opre sí lunghe atterra.

47 Due squadre de' cristiani intanto al loco

dove sorge l'incendio accorron pronte.

Minaccia Argante: "Io spegnerò quel foco

co 'l vostro sangue", e volge lor la fronte.

Pur ristretto a Clorinda, a poco a poco

cede, e raccoglie i passi a sommo il monte.

Cresce piú che torrente a lunga pioggia

la turba, e li rincalza e con lor poggia.

48 Aperta è l'Aurea porta, e quivi tratto

è il re, ch'armato il popol suo circonda,

per raccòrre i guerrier da sí gran fatto,

quando al tornar fortuna abbian seconda.

Saltano i due su 'l limitare, e ratto

diretro ad essi il franco stuol v'inonda,

ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa

è poi la porta, e sol Clorinda esclusa.

49 Sola esclusa ne fu perché in quell'ora

ch'altri serrò le porte ella si mosse,

e corse ardente e incrudelita fora

a punir Arimon che la percosse.

Punillo; e 'l fero Argante avisto ancora

non s'era ch'ella sí trascorsa fosse,

ché la pugna e la calca e l'aer denso

a i cor togliea la cura, a gli occhi il senso.

50 Ma poi che intepidí la mente irata

nel sangue del nemico e in sé rivenne,

vide chiuse le porte e intorniata

sé da' nemici, e morta allor si tenne.

Pur veggendo ch'alcuno in lei non guata,

nov'arte di salvarsi le sovenne.

Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti

cheta s'avolge; e non è chi la noti.

51 Poi, come lupo tacito s'imbosca

dopo occulto misfatto, e si desvia,

da la confusion, da l'aura fosca

favorita e nascosa, ella se 'n gía.

Solo Tancredi avien che lei conosca;

egli quivi è sorgiunto alquanto pria;

vi giunse allor ch'essa Arimon uccise:

vide e segnolla, e dietro a lei si mise.

52 Vuol ne l'armi provarla: un uom la stima

degno a cui sua virtú si paragone.

Va girando colei l'alpestre cima

verso altra porta, ove d'entrar dispone.

Segue egli impetuoso, onde assai prima

che giunga, in guisa avien che d'armi suone,

ch'ella si volge e grida: "O tu, che porte,

che corri sí?" Risponde: "E guerra e morte."

53 "Guerra e morte avrai;" disse "io non rifiuto

darlati, se la cerchi", e ferma attende.

Non vuol Tancredi, che pedon veduto

ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.

E impugna l'uno e l'altro il ferro acuto,

ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende;

e vansi a ritrovar non altrimenti

che duo tori gelosi e d'ira ardenti.

54 Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno

teatro, opre sarian sí memorande.

Notte, che nel profondo oscuro seno

chiudesti e ne l'oblio fatto sí grande,

piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno

a le future età lo spieghi e mande.

Viva la fama loro; e tra lor gloria

splenda del fosco tuo l'alta memoria.

55 Non schivar, non parar, non ritirarsi

voglion costor, né qui destrezza ha parte.

Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:

toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.

Odi le spade orribilmente urtarsi

a mezzo il ferro, il piè d'orma non parte;

sempre è il piè fermo e la man sempre 'n moto,

né scende taglio in van, né punta a vòto.

56 L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,

e la vendetta poi l'onta rinova;

onde sempre al ferir, sempre a la fretta

stimol novo s'aggiunge e cagion nova.

D'or in or piú si mesce e piú ristretta

si fa la pugna, e spada oprar non giova:

dansi co' pomi, e infelloniti e crudi

cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

57 Tre volte il cavalier la donna stringe

con le robuste braccia, ed altrettante

da que' nodi tenaci ella si scinge,

nodi di fer nemico e non d'amante.

Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge

con molte piaghe; e stanco ed anelante

e questi e quegli al fin pur si ritira,

e dopo lungo faticar respira.

58 L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue

su 'l pomo de la spada appoggia il peso.

Già de l'ultima stella il raggio langue

al primo albor ch'è in oriente acceso.

Vede Tancredi in maggior copia il sangue

del suo nemico, e sé non tanto offeso.

Ne gode e superbisce. Oh nostra folle

mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!

59 Misero, di che godi? oh quanto mesti

fiano i trionfi ed infelice il vanto!

Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)

di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.

Cosí tacendo e rimirando, questi

sanguinosi guerrier cessaro alquanto.

Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,

perché il suo nome a lui l'altro scoprisse:

60 "Nostra sventura è ben che qui s'impieghi

tanto valor, dove silenzio il copra.

Ma poi che sorte rea vien che ci neghi

e lode e testimon degno de l'opra,

pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)

che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,

acciò ch'io sappia, o vinto o vincitore,

chi la mia morte o la vittoria onore."

61 Risponde la feroce: "Indarno chiedi

quel c'ho per uso di non far palese.

Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi

un di quei due che la gran torre accese."

Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,

e: "In mal punto il dicesti"; indi riprese

"il tuo dir e 'l tacer di par m'alletta,

barbaro discortese, a la vendetta."

62 Torna l'ira ne' cori, e li trasporta,

benché debili in guerra. Oh fera pugna,

u' l'arte in bando, u' già la forza è morta,

ove, in vece, d'entrambi il furor pugna!

Oh che sanguigna e spaziosa porta

fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna,

ne l'arme e ne le carni! e se la vita

non esce, sdegno tienla al petto unita.

63 Qual l'alto Egeo, perché Aquilone o Noto

cessi, che tutto prima il volse e scosse,

non s'accheta ei però, ma 'l suono e 'l moto

ritien de l'onde anco agitate e grosse,

tal, se ben manca in lor co 'l sangue vòto

quel vigor che le braccia a i colpi mosse,

serbano ancor l'impeto primo, e vanno

da quel sospinti a giunger danno a danno.

64 Ma ecco omai l'ora fatale è giunta

che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.

Spinge egli il ferro nel bel sen di punta

che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;

e la veste, che d'or vago trapunta

le mammelle stringea tenera e leve,

l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente

morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.

65 Segue egli la vittoria, e la trafitta

vergine minacciando incalza e preme.

Ella, mentre cadea, la voce afflitta

movendo, disse le parole estreme;

parole ch'a lei novo un spirto ditta,

spirto di fé, di carità, di speme:

virtú ch'or Dio le infonde, e se rubella

in vita fu, la vuole in morte ancella.

66 "Amico, hai vinto: io ti perdon... perdona

tu ancora, al corpo no, che nulla pave,

a l'alma sí; deh! per lei prega, e dona

battesmo a me ch'ogni mia colpa lave."

In queste voci languide risuona

un non so che di flebile e soave

ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,

e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.

67 Poco quindi lontan nel sen del monte

scaturia mormorando un picciol rio.

Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,

e tornò mesto al grande ufficio e pio.

Tremar sentí la man, mentre la fronte

non conosciuta ancor sciolse e scoprio.

La vide, la conobbe, e restò senza

e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

68 Non morí già, ché sue virtuti accolse

tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,

e premendo il suo affanno a dar si volse

vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.

Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,

colei di gioia trasmutossi, e rise;

e in atto di morir lieto e vivace,

dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace."

69 D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,

come a' gigli sarian miste viole,

e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso

sembra per la pietate il cielo e 'l sole;

e la man nuda e fredda alzando verso

il cavaliero in vece di parole

gli dà pegno di pace. In questa forma

passa la bella donna, e par che dorma.

70 Come l'alma gentile uscita ei vede,

rallenta quel vigor ch'avea raccolto;

e l'imperio di sé libero cede

al duol già fatto impetuoso e stolto,

ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede

la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.

Già simile a l'estinto il vivo langue

al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.

71 E ben la vita sua sdegnosa e schiva,

spezzando a forza il suo ritegno frale,

la bella anima sciolta al fin seguiva,

che poco inanzi a lei spiegava l'ale;

ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,

cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,

e con la donna il cavalier ne porta,

in sé mal vivo e morto in lei ch'è morta.

72 Però che 'l duce loro ancor discosto

conosce a l'arme il principe cristiano,

onde v'accorre, e poi ravisa tosto

la vaga estinta, e duolsi al caso strano.

E già lasciar non volle a i lupi esposto

il bel corpo che stima ancor pagano,

ma sovra l'altrui braccia ambi li pone,

e ne vien di Tancredi al padiglione.

73 A fatto ancor nel piano e lento moto

non si risente il cavalier ferito;

pur fievolmente geme, e quinci è noto

che 'l suo corso vital non è fornito.

Ma l'altro corpo tacito ed immoto

dimostra ben che n'è lo spirto uscito.

Cosí portati, è l'uno e l'altro appresso;

ma in differente stanza al fine è messo.

74 I pietosi scudier già sono intorno

con vari uffici al cavalier giacente,

e già se 'n riede a i languidi occhi il giorno,

e le mediche mani e i detti ei sente;

ma pur dubbiosa ancor del suo ritorno,

non s'assecura attonita la mente.

Stupido intorno ei guarda, e i servi e 'l loco

al fin conosce; e dice afflitto e fioco:

75 "Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi

rai miro ancor di questo infausto die?

Dí testimon de' miei misfatti ascosi,

che rimprovera a me le colpe mie!

Ahi! man timida e lenta, or ché non osi,

tu che sai tutte del ferir le vie,

tu, ministra di morte empia ed infame,

di questa vita rea troncar lo stame?

76 Passa pur questo petto, e feri scempi

co 'l ferro tuo crudel fa' del mio core;

ma forse, usata a' fatti atroci ed empi,

stimi pietà dar morte al mio dolore.

Dunque i' vivrò tra memorandi essempi

misero mostro d'infelice amore:

misero mostro, a cui sol pena è degna

de l'immensa impietà la vita indegna.

77 Vivrò fra i miei tormenti e le mie cure,

mie giuste furie, forsennato, errante;

paventarò l'ombre solinghe e scure

che 'l primo error mi recheranno inante,

e del sol che scoprí le mie sventure,

a schivo ed in orrore avrò il sembiante.

Temerò me medesmo; e da me stesso

sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.

78 Ma dove, oh lasso me!, dove restaro

le reliquie del corpo e bello e casto?

Ciò ch'in lui sano i miei furor lasciaro,

dal furor de le fère è forse guasto.

Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro

troppo e pur troppo prezioso pasto!

ahi sfortunato! in cui l'ombre e le selve

irritaron me prima e poi le belve.

79 Io pur verrò là dove sète; e voi

meco avrò, s'anco sète, amate spoglie.

Ma s'egli avien che i vaghi membri suoi

stati sian cibo di ferine voglie,

vuo' che la bocca stessa anco me ingoi,

e 'l ventre chiuda me che lor raccoglie:

onorata per me tomba e felice,

ovunque sia, s'esser con lor mi lice."

80 Cosí parla quel misero, e gli è detto

ch'ivi quel corpo avean per cui si dole:

rischiarar parve il tenebroso aspetto,

qual le nube un balen che passe e vóle;

e da i riposi sollevò del letto

l'inferma de le membra e tarda mole;

e traendo a gran pena il fianco lasso,

colà rivolse vacillando il passo.

81 Ma come giunse, e vide in quel bel seno,

opera di sua man, l'empia ferita,

e quasi un ciel notturno anco sereno

senza splendor la faccia scolorita,

tremò cosí che ne cadea, se meno

era vicina la fedele aita.

Poi disse: "Oh viso che poi far la morte

dolce, ma raddolcir non puoi mia sorte!

82 Oh bella destra che 'l soave pegno

d'amicizia e di pace a me porgesti!

quali or, lasso!, vi trovo? e qual ne vegno?

E voi, leggiadre membra, or non son questi

del mio ferino e scelerato sdegno

vestigi miserabili e funesti?

Oh di par con la man luci spietate:

essa le piaghe fe', voi le mirate.

83 Asciutte le mirate? or corra, dove

nega d'andare il pianto, il sangue mio."

Qui tronca le parole, e come il move

suo disperato di morir desio,

squarcia le fasce e le ferite, e piove

da le sue piaghe essacerbate un rio;

e s'uccidea, ma quella doglia acerba,

co 'l trarlo di se stesso, in vita il serba.

84 Posto su 'l letto, e l'anima fugace

fu richiamata a gli odiosi uffici.

Ma la garrula fama omai non tace

l'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.

Vi tragge il pio Goffredo, e la verace

turba v'accorre de' piú degni amici.

Ma né grave ammonir, né pregar dolce

l'ostinato de l'alma affanno molce.

85 Qual in membro gentil piaga mortale

tocca s'inaspra e in lei cresce il dolore,

tal da i dolci conforti in sí gran male

piú inacerbisce medicato il core.

Ma il venerabil Piero, a cui ne cale

come d'agnella inferma al buon pastore,

con parole gravissime ripiglia

il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia:

86 "O Tancredi, Tancredi, o da te stesso

troppo diverso e da i princípi tuoi,

chi sí t'assorda? e qual nuvol sí spesso

di cecità fa che veder non puoi?

Questa sciagura tua del Cielo è un messo;

non vedi lui? non odi i detti suoi?

che ti sgrida, e richiama a la smarrita

strada che pria segnasti e te l'addita?

87 A gli atti del primiero ufficio degno

di cavalier di Cristo ei ti rappella,

che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)

drudo d'una fanciuila a Dio rubella.

Seconda aversità, pietoso sdegno

con leve sferza di là su flagella

tua folle colpa, e fa di tua salute

te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?

88 Rifiuti dunque, ahi sconoscente!, il dono

del Ciel salubre e 'ncontra lui t'adiri?

Misero, dove corri in abbandono

a i tuoi sfrenati e rapidi martíri?

Sei giunto, e pendi già cadente e prono

su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?

Miralo, prego, e te raccogli, e frena

quel dolor ch'a morir doppio ti mena."

89 Tace, e in colui de l'un morir la tema

poté de l'altro intepidir la voglia.

Nel cor dà loco a que' conforti, e scema

l'impeto interno de l'interna doglia,

ma non cosí che ad or ad or non gema

e che la lingua a lamentar non scioglia,

ora seco parlando, or con la sciolta

anima che dal Ciel forse l'ascolta.

90 Lei nel partir, lei nel tornar del sole

chiama con voce stanca, e prega e plora,

come usignuol cui 'l villan duro invole

dal nido i figli non pennuti ancora,

che in miserabil canto afflitte e sole

piange le notti, e n'empie i boschi e l'òra.

Al fin co 'l novo dí rinchiude alquanto

i lumi, e 'l sonno in lor serpe fra 'l pianto.

91 Ed ecco in sogno di stellata veste

cinta gli appar la sospirata amica:

bella assai piú, ma lo splendor celeste

orna e non toglie la notizia antica;

e con dolce atto di pietà le meste

luci par che gli asciughi, e cosí dica:

"Mira come son bella e come lieta,

fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.

92 Tale i' son, tua mercé: tu me da i vivi

del mortal mondo, per error, togliesti;

tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi,

per pietà, di salir degna mi fèsti.

Quivi io beata amando godo, e quivi

spero che per te loco anco s'appresti,

ove al gran Sole e ne l'eterno die

vagheggiarai le sue bellezze e mie.

93 Se tu medesmo non t'invidii il Cielo

e non travii co 'l vaneggiar de' sensi,

vivi e sappi ch'io t'amo, e non te 'l celo,

quanto piú creatura amar conviensi."

Cosí dicendo, fiammeggiò di zelo

per gli occhi, fuor del mortal uso accensi;

poi nel profondo de' suoi rai si chiuse

e sparve, e novo in lui conforto infuse.

94 Consolato ei si desta e si rimette

de' medicanti a la discreta aita,

e intanto sepellir fa le dilette

membra ch'informò già la nobil vita.

E se non fu di ricche pietre elette

la tomba e da man dedala scolpita,

fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede

figura, quanto il tempo ivi concede.

95 Quivi da faci in lungo ordine accese

con nobil pompa accompagnar la feo,

e le sue arme, a un nudo pin sospese,

vi spiegò sovra in forma di trofeo.

Ma come prima alzar le membra offese

nel dí seguente il cavalier poteo,

di riverenza pieno e di pietate

visitò le sepolte ossa onorate.

96 Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo

dolorosa prigione il Ciel prescrisse,

pallido, freddo, muto, e quasi privo

di movimento, al marmo gli occhi affisse.

Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo,

in un languido: "oimè!" proruppe, e disse:

"O sasso amato ed onorato tanto,

che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,

97 non di morte sei tu, ma di vivaci

ceneri albergo, ove è riposto Amore;

e ben sento io da te l'usate faci,

men dolci sí, ma non men calde al core.

Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci

prendi ch'io bagno di doglioso umore;

e dalli tu, poi ch'io non posso, almeno

a le amate reliquie c'hai nel seno.

98 Dalli lor tu, ché se mai gli occhi gira

l'anima bella a le sue belle spoglie,

tua pietate e mio ardir non avrà in ira,

ch'odio o sdegno là su non si raccoglie.

Perdona ella il mio fallo, e sol respira

in questa speme il cor fra tante doglie.

Sa ch'empia è sol la mano; e non l'è noia

che, s'amando lei vissi, amando moia.

99 Ed amando morrò: felice giorno,

quando che sia; ma piú felice molto

se come errando or vado a te d'intorno,

allor sarò dentro al tuo grembo accolto.

Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno,

sia l'un cenere e l'altro in un sepolto;

ciò che 'l viver non ebbe, abbia la morte.

Oh se sperar ciò lice, altera sorte!"

100 Confusamente si bisbiglia intanto

del caso reo ne la rinchiusa terra.

Poi s'accerta e divulga, e in ogni canto

de la città smarrita il romor erra

misto di gridi e di femineo pianto;

non altramente che se presa in guerra

tutta ruini, e 'l foco e i nemici empi

volino per le case e per li tèmpi.

101 Ma tutti gli occhi Arsete in sé rivolve,

miserabil di gemito e d'aspetto.

Ei come gli altri in lagrime non solve

il duol, ché troppo è d'indurato affetto;

ma i bianchi crini suoi d'immonda polve

si sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto.

Or mentre in lui vòlte le turbe sono,

va in mezzo Argante e parla in cotal suono:

102 "Ben volev'io, quando primier m'accorsi

che fuor si rimanea la donna forte,

seguirla immantinente; e ratto corsi

per correr seco una medesma sorte.

Che non feci o non dissi? o quai non porsi

preghiere al re che fèsse aprir le porte?

Ei me pregante, e contendente invano,

con l'imperio affrenò c'ha qui soprano,

103 Ahi! che s'io allora usciva, o dal periglio

qui ricondotta la guerriera avrei,

o chiusi, ov'ella il terren fe' vermiglio,

con memorabil fine i giorni miei.

Ma che potevo io piú? parve al consiglio

de gli uomini altramente e de gli dèi:

ella morí di fatal morte, ed io

quant'or conviensi a me già non oblio.

104 Odi, Gierusalem, ciò che prometta

Argante; odi 'l tu, Cielo; e se in ciò manco,

fulmina su 'l mio capo: io la vendetta

giuro di far ne l'omicida franco,

che per la costei morte a me s'aspetta,

né questa spada mai depor dal fianco

insin ch'ella a Tancredi il cor non passi

e 'l cadavero infame a i corvi lassi."

105 Cosí disse egli, e l'aure popolari

con applauso seguír le voci estreme;

e imaginando sol, temprò gli amari

l'aspettata vendetta in quel che geme.

Oh vani giuramenti! ecco contrari

seguir tosto gli effetti a l'alta speme,

e cader questi in tenzon pari estinto

sotto colui ch'ei fa già preso e vinto.

 

 

CANTO TREDICESIMO

 

1 Ma cadde a pena in cenere l'immensa

machina espugnatrice de la mura,

che 'n sé novi argomenti Ismen ripensa

perché piú resti la città secura;

onde a i Franchi impedir ciò che dispensa

lor di materia il bosco egli procura,

onde contra Sion battuta e scossa

torre nova rifarsi indi non possa.

2 Sorge non lunge a le cristiane tende

tra solitarie valli alta foresta,

foltissima di piante antiche, orrende,

che spargon d'ogni intorno ombra funesta.

Qui, ne l'ora che 'l sol piú chiaro splende,

è luce incerta e scolorita e mesta,

quale in nubilo ciel dubbia si vede

se 'l dí a la notte o s'ella a lui succede.

3 Ma quando parte il sol, qui tosto adombra

notte, nube, caligine ed orrore

che rassembra infernal, che gli occhi ingombra

di cecità, ch'empie di tema il core;

né qui gregge od armenti a' paschi, a l'ombra

guida bifolco mai, guida pastore,

né v'entra peregrin, se non smarrito,

ma lunge passa e la dimostra a dito.

4 Qui s'adunan le streghe, ed il suo vago

con ciascuna di lor notturno viene;

vien sovra i nembi, e chi d'un fero drago,

e chi forma d'un irco informe tiene:

concilio infame, che fallace imago

suol allettar di desiato bene

a celebrar con pompe immonde e sozze

i profani conviti e l'empie nozze.

5 Cosí credeasi, ed abitante alcuno

dal fero bosco mai ramo non svelse;

ma i Franchi il violàr, perch'ei sol uno

somministrava lor machine eccelse.

Or qui se 'n venne il mago, e l'opportuno

alto silenzio de la notte scelse,

de la notte che prossima successe,

e suo cerchio formovvi e i segni impresse.

6 E scinto e nudo un piè nel cerchio accolto,

mormorò potentissime parole.

Girò tre volte a l'oriente il volto,

tre volte a i regni ove dechina il sole,

e tre scosse la verga ond'uom sepolto

trar de la tomba e dargli il moto sòle,

e tre co 'l piede scalzo il suol percosse;

poi con terribil grido il parlar mosse:

7 "Udite, udite, o voi che da le stelle

precipitàr giú i folgori tonanti:

sí voi che le tempeste e le procelle

movete, abitator de l'aria erranti,

come voi che a le inique anime felle

ministri sète de li eterni pianti;

cittadini d'Averno, or qui v'invoco,

e te, signor de' regni empi del foco.

8 Prendete in guardia questa selva, e queste

piante che numerate a voi consegno.

Come il corpo è de l'alma albergo e veste,

cosí d'alcun di voi sia ciascun legno,

onde il Franco ne fugga o almen s'arreste

ne' primi colpi, e tema il vostro sdegno."

Disse, e quelle ch'aggiunse orribil note,

lingua, s'empia non è, ridir non pote.

9 A quel parlar le faci, onde s'adorna

il seren de la notte, egli scolora;

e la luna si turba e le sue corna

di nube avolge, e non appar piú fora.

Irato i gridi a raddoppiar ei torna:

"Spirti invocati, or non venite ancora?

onde tanto indugiar? forse attendete

voci ancor piú potenti o piú secrete?

10 Per lungo disusar già non si scorda

de l'arti crude il píú efficace aiuto;

e so con lingua anch'io di sangue lorda

quel nome proferir grande e temuto,

a cui né Dite mai ritrosa o sorda

né trascurato in ubidir fu Pluto.

Che sí?... che sí?..." Volea piú dir, ma intanto

conobbe ch'esseguito era lo 'ncanto.

11 Venieno innumerabili, infiniti

spirti, parte che 'n aria alberga ed erra,

parte di quei che son dal fondo usciti

caliginoso e tetro de la terra;

lenti e del gran divieto anco smarriti,

ch'impedí loro il trattar l'arme in guerra,

ma già venirne qui lor non si toglie

e ne' tronchi albergare e tra le foglie.

12 Il mago, poi ch'omai nulla piú manca

al suo disegno, al re lieto se 'n riede:

"Signor, lascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca

ch'omai secura è la regal tua sede,

né potrà rinovar piú l'oste franca

l'alte machine sue come ella crede."

Cosí gli dice, e poi di parte in parte

narra i successi de la magica arte.

13 Soggiunse appresso: "Or cosa aggiungo a queste

fatte da me ch'a me non meno aggrada.

Sappi che tosto nel Leon celeste

Marte co 'l sol fia ch'ad unir si vada,

né tempreran le fiamme lor moleste

aure, o nembi di pioggia o di rugiada,

ché quanto in cielo appar, tutto predice

aridissima arsura ed infelice;

14 onde qui caldo avrem qual l'hanno a pena

gli adusti Nasamoni o i Garamanti.

Pur a noi fia men grave in città piena

d'acque e d'ombre sí fresche e d'agi tanti,

ma i Franchi in terra asciutta e non amena

già non saranlo a tolerar bastanti;

e pria dómi dal cielo, agevolmente

fian poi sconfitti da l'egizia gente.

15 Tu vincerai sedendo, e la fortuna

non cred'io che tentar piú ti convegna.

Ma se 'l circasso alter che posa alcuna

non vuole e, benché onesta, anco la sdegna,

t'affretta come sòle e t'importuna,

trova modo pur tu ch'a freno il tegna,

ché molto non andrà che 'l Cielo amico

a te pace darà, guerra al nemico."

16 Or questo udendo il re, ben s'assecura,

sí che non teme le nemiche posse.

Già riparate in parte avea le mura

che de' montoni l'impeto percosse;

con tutto ciò non rallentò la cura

di ristorarle, ove sian rotte o smosse.

Le turbe tutte, e cittadine e serve,

s'impiegan qui: l'opra continua ferve.

17 Ma in questo mezzo il pio Buglion non vòle

che la forte cittade in van si batta,

se non è prima la maggior sua mole

ed alcuna altra machina rifatta.

E i fabri al bosco invia che porger sòle

ad uso tal pronta materia ed atta.

Vanno costor su l'alba a la foresta,

ma timor novo al suo apparir gli arresta.

18 Qual semplice bambin mirar non osa

dove insolite larve abbia presenti,

o come pave ne la notte ombrosa,

imaginando pur mostri e portenti,

cosí temean, senza saper qual cosa

siasi quella però che gli sgomenti,

se non che 'l timor forse a i sensi finge

maggior prodigi di Chimera o Sfinge.

19 Torna la turba, e misera e smarrita

varia e confonde sí le cose e i detti

ch'ella nel riferir n'è poi schernita,

né son creduti i mostruosi effetti.

Allor vi manda il capitano ardita

e forte squadra di guerrieri eletti,

perché sia scorta a l'altra e 'n esseguire

i magisteri suoi le porga ardire.

20 Questi, appressando ove lor seggio han posto

gli empi demoni in quel selvaggio orrore,

non rimiràr le nere ombre sí tosto,

che lor si scosse e tornò ghiaccio il core.

Pur oltra ancor se 'n gian, tenendo ascosto

sotto audaci sembianti il vil timore;

e tanto s'avanzàr che lunge poco

erano omai da l'incantato loco.

21 Esce allor de la selva un suon repente

che par rimbombo di terren che treme,

e 'l mormorar de gli Austri in lui si sente

e 'l pianto d'onda che fra scogli geme.

Come rugge il leon, fischia il serpente,

come urla il lupo e come l'orso freme

v'odi, e v'odi le trombe, e v'odi il tuono:

tanti e sí fatti suoni esprime un suono.

22 In tutti allor s'impallidír le gote

e la temenza a mille segni apparse,

né disciplina tanto o ragion pote

ch'osin di gire inanzi o di fermarse,

ch'a l'occulta virtú che gli percote

son le difese loro anguste e scarse.

Fuggono al fine; e un d'essi, in cotal guisa

scusando il fatto, il pio Buglion n'avisa:

23 "Signor, non è di noi chi piú si vante

troncar la selva, ch'ella è sí guardata

ch'io credo (e 'l giurerei) che in quelle piante

abbia la reggia sua Pluton traslata.

Ben ha tre volte e piú d'aspro diamante

ricinto il cor chi intrepido la guata;

né senso v'ha colui ch'udir s'arrischia

come tonando insieme rugge e fischia."

24 Cosí costui parlava. Alcasto v'era

fra molti che l'udian presente a sorte:

l'uom di temerità stupida e fera,

sprezzator de' mortali e de la morte;

che non avria temuto orribil fèra,

né mostro formidabile ad uom forte,

né tremoto, né folgore, né vento,

né s'altro ha il mondo piú di violento.

25 Crollava il capo e sorridea dicendo:

"Dove costui non osa, io gir confido;

io sol quel bosco di troncar intendo

che di torbidi sogni è fatto nido.

Già no 'l mi vieterà fantasma orrendo

né di selva o d'augei fremito o grido,

o pur tra quei sí spaventosi chiostri

d'ir ne l'inferno il varco a me si mostri."

26 Cotal si vanta al capitano, e tolta

da lui licenza il cavalier s'invia;

e rimira la selva, e poscia ascolta

quel che da lei novo rimbombo uscia,

né però il piede audace indietro volta

ma securo e sprezzante è come pria;

e già calcato avrebbe il suol difeso,

ma gli s'oppone (o pargli) un foco acceso.

27 Cresce il gran foco, e 'n forma d'alte mura

stende le fiamme torbide e fumanti;

e ne cinge quel bosco, e l'assecura

ch'altri gli arbori suoi non tronchi e schianti.

Le maggiori sue fiamme hanno figura

di castelli superbi e torreggianti,

e di tormenti bellici ha munite

le rocche sue questa novella Dite.

28 Oh quanti appaion mostri armati in guardia

de gli alti merli e in che terribil faccia!

De' quai con occhi biechi altri il riguarda,

e dibattendo l'arme altri il minaccia.

Fugge egli al fine, e ben la fuga è tarda,

qual di leon che si ritiri in caccia,

ma pure è fuga; e pur gli scote il petto

timor, sin a quel punto ignoto affetto.

29 Non s'avide esso allor d'aver temuto,

ma fatto poi lontan ben se n'accorse;

e stupor n'ebbe e sdegno, e dente acuto

d'amaro pentimento il cor gli morse.

E, di trista vergogna acceso e muto,

attonito in disparte i passi torse,

ché quella faccia alzar, già sí orgogliosa,

ne la luce de gli uomini non osa.

30 Chiamato da Goffredo, indugia e scuse

trova a l'indugio, e di restarsi agogna.

Pur va, ma lento; e tien le labra chiuse

o gli ragiona in guisa d'uom che sogna.

Diffetto e fuga il capitan concluse

in lui da quella insolita vergogna,

poi disse: "Or ciò che fia? forse prestigi

son questi o di natura alti prodigi?

31 Ma s'alcun v'è cui nobil voglia accenda

di cercar que' salvatichi soggiorni,

vadane pure, e la ventura imprenda

e nunzio almen piú certo a noi ritorni."

Cosí disse egli, e la gran selva orrenda

tentata fu ne' tre seguenti giorni

da i piú famosi; e pur alcun non fue

che non fuggisse a le minaccie sue.

32 Era il prence Tancredi intanto sorto

a sepellir la sua diletta amica,

e benché in volto sia languido e smorto

e mal atto a portar elmo o lorica,

nulla di men, poi che 'l bisogno ha scorto,

ei non ricusa il rischio o la fatica,

ché 'l cor vivace il suo vigor trasfonde

al corpo sí che par ch'esso n'abbonde.

33 Vassene il valoroso in sé ristretto,

e tacito e guardingo, al rischio ignoto,

e sostien de la selva il fero aspetto

e 'l gran romor del tuono e del tremoto;

e nulla sbigottisce, e sol nel petto

sente, ma tosto il seda, un picciol moto.

Trapassa, ed ecco in quel silvestre loco

sorge improvisa la città del foco.

34 Allor s'arretra, e dubbio alquanto resta

fra sé dicendo: "Or qui che vaglion l'armi?

Ne le fauci de' mostri, e 'n gola a questa

devoratrice fiamma andrò a gettarmi?

Non mai la vita, ove cagione onesta

del comun pro la chieda, altri risparmi,

ma né prodigo sia d'anima grande

uom degno; e tale è ben chi qui la spande.

35 Pur l'oste che dirà, s'indarno i' riedo?

qual altra selva ha di troncar speranza?

Né intentato lasciar vorrà Goffredo

mai questo varco. Or s'oltre alcun s'avanza,

forse l'incendio che qui sorto i' vedo

fia d'effetto minor che di sembianza;

ma seguane che pote." E in questo dire,

dentro saltovvi. Oh memorando ardire!

36 Né sotto l'arme già sentir gli parve

caldo o fervor come di foco intenso;

ma pur, se fosser vere fiamme o larve,

mal poté giudicar sí tosto il senso,

perché repente a pena tocco sparve

quel simulacro, e giunse un nuvol denso

che portò notte e verno; e 'l verno ancora

e l'ombra dileguossi in picciol ora.

37 Stupido sí, ma intrepido rimane

Tancredi; e poi che vede il tutto cheto,

mette securo il piè ne le profane

soglie e spia de la selva ogni secreto.

Né piú apparenze inusitate e strane,

né trova alcun fra via scontro o divieto,

se non quanto per sé ritarda il bosco

la vista e i passi inviluppato e fosco.

38 Al fine un largo spazio in forma scorge

d'anfiteatro, e non è pianta in esso,

salvo che nel suo mezzo altero sorge,

quasi eccelsa piramide, un cipresso.

Colà si drizza, e nel mirar s'accorge

ch'era di vari segni il tronco impresso,

simili a quei che in vece usò di scritto

l'antico già misterioso Egitto.

39 Fra i segni ignoti alcune note ha scorte

del sermon di Soria ch'ei ben possede:

"O tu che dentro a i chiostri de la morte

osasti por, guerriero audace, il piede,

deh! se non sei crudel quanto sei forte,

deh! non turbar questa secreta sede.

Perdona a l'alme omai di luce prive:

non dée guerra co' morti aver chi vive."

40 Cosí dicea quel motto. Egli era intento

de le brevi parole a i sensi occulti:

fremere intanto udia continuo il vento

tra le frondi del bosco e tra i virguiti,

e trarne un suon che flebile concento

par d'umani sospiri e di singulti,

e un non so che confuso instilla al core

di pietà, di spavento e di dolore.

41 Pur tragge al fin la spada, e con gran forza

percote l'alta pianta. Oh meraviglia!

manda fuor sangue la recisa scorza,

e fa la terra intorno a sé vermiglia.

Tutto si raccapriccia, e pur rinforza

il colpo e 'l fin vederne ei si consiglia.

Allor, quasi di tomba, uscir ne sente

un indistinto gemito dolente,

42 che poi distinto in voci: "Ahi! troppo" disse

"m'hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.

Tu dal corpo che meco e per me visse,

felice albergo già, mi discacciasti:

perché il misero tronco, a cui m'affisse

il mio duro destino, anco mi guasti?

Dopo la morte gli aversari tuoi,

crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?

43 Clorinda fui, né sol qui spirto umano

albergo in questa pianta rozza e dura,

ma ciascun altro ancor, franco o pagano,

che lassi i membri a piè de l'alte mura,

astretto è qui da novo incanto e strano,

non so s'io dica in corpo o in sepoltura.

Son di sensi animati i rami e i tronchi,

e micidial sei tu, se legno tronchi."

44 Qual l'infermo talor ch'in sogno scorge

drago o cinta di fiamme alta Chimera,

se ben sospetta o in parte anco s'accorge

che 'l simulacro sia non forma vera,

pur desia di fuggir, tanto gli porge

spavento la sembianza orrida e fera,

tal il timido amante a pien non crede

a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.

45 E, dentro, il cor gli è in modo tal conquiso

da vari affetti che s'agghiaccia e trema,

e nel moto potente ed improviso

gli cade il ferro, e 'l manco è in lui la tema.

Va fuor di sé: presente aver gli è aviso

l'offesa donna sua che plori e gema,

né può soffrir di rimirar quel sangue,

né quei gemiti udir d'egro che langue.

46 Cosí quel contra morte audace core

nulla forma turbò d'alto spavento,

ma lui che solo è fievole in amore

falsa imago deluse e van lamento.

Il suo caduto ferro intanto fore

portò del bosco impetuoso vento,

sí che vinto partissi; e in su la strada

ritrovò poscia e ripigliò la spada.

47 Pur non tornò, né ritentando ardio

spiar di novo le cagioni ascose.

E poi che giunto al sommo duce unio

gli spirti alquanto e l'animo compose,

incominciò: "Signor, nunzio son io

di non credute e non credibil cose.

Ciò che dicean de lo spettacol fero

e del suon paventoso, è tutto vero.

48 Meraviglioso foco indi m'apparse,

senza materia in un istante appreso,

che sorse e dilatando un muro farse

parve, e d'armati mostri esser difeso.

Pur vi passai, ché né l'incendio m'arse,

né dal ferro mi fu l'andar conteso.

Vernò in quel punto ed annottò; fe' il giorno

e la serenità poscia ritorno.

49 Di piú dirò: ch'a gli alberi dà vita

spirito uman che sente e che ragiona.

Per prova sollo; io n'ho la voce udita

che nel cor flebilmente anco mi suona.

Stilla sangue de' tronchi ogni ferita,

quasi di molle carne abbian persona.

No, no, piú non potrei (vinto mi chiamo)

né corteccia scorzar, né sveller ramo."

50 Cosí dice egli, e 'l capitano ondeggia

in gran tempesta di pensieri intanto.

Pensa s'egli medesmo andar là deggia

(che tal lo stima) a ritentar l'incanto,

o se pur di materia altra proveggia

lontana piú, ma non difficil tanto.

Ma dal profondo de' pensieri suoi

l'Eremita il rappella, e dice poi:

51 "Lascia il pensier audace: altri conviene

che de le piante sue la selva spoglie.

Già già la fatal nave a l'erme arene

la prora accosta e l'auree vele accoglie;

già, rotte l'indegnissime catene,

l'aspettato guerrier dal lido scioglie;

non è lontana omai l'ora prescritta

che sia presa Sion, l'oste sconfitta."

52 Parla ei cosí, fatto di fiamma in volto,

e risuona piú ch'uomo in sue parole.

E 'l pio Goffredo a pensier novi è vòlto,

ché neghittoso già cessar non vòle.

Ma nel Cancro celeste omai raccolto

apporta arsura inusitata il sole,

ch'a i suoi disegni, a i suoi guerrier nemica,

insopportabil rende ogni fatica.

53 Spenta è del cielo ogni benigna lampa;

signoreggiano in lui crudeli stelle,

onde piove virtú ch'informa e stampa

l'aria d'impression maligne e felle.

Cresce l'ardor nocivo, e sempre avampa

piú mortalmente in queste parti e in quelle;

a giorno reo notte piú rea succede,

e dí peggior di lei dopo lei vede.

54 Non esce il sol giamai, ch'asperso e cinto

di sanguigni vapori entro e d'intorno

non mostri ne la fronte assai distinto

mesto presagio d'infelice giorno;

non parte mai che in rosse macchie tinto

non minacci egual noia al suo ritorno,

e non inaspri i già sofferti danni

con certa tema di futuri affanni.

55 Mentre li raggi poi d'alto diffonde,

quanto d'intorno occhio mortal si gira,

seccarsi i fiori e impallidir le fronde,

assetate languir l'erbe rimira,

e fendersi la terra e scemar l'onde,

ogni cosa del ciel soggetta a l'ira,

e le sterili nubi in aria sparse

in sembianza di fiamme altrui mostrarse.

56 Sembra il ciel ne l'aspetto atra fornace

né cosa appar che gli occhi almen ristaure:

ne le spelonche sue Zefiro tace,

e 'n tutto è fermo il vaneggiar de l'aure;

solo vi soffia (e par vampa di face)

vento che move da l'arene maure,

che, gravoso e spiacente, e seno e gote

co' densi fiati ad or ad or percote.

57 Non ha poscia la notte ombre piú liete,

ma del caldo del sol paiono impresse,

e di travi di foco e di comete

e d'altri fregi ardenti il velo intesse.

Né pur misera terra, a la tua sete

son da l'avara luna almen concesse

sue rugiadose stille, e l'erbe e i fiori

bramano indarno i lor vitali umori.

58 Da le notti inquiete il dolce sonno

bandito fugge, e i languidi mortali

lusingando ritrarlo a sé no 'l ponno;

ma pur la sete è il pessimo de' mali,

però che di Giudea l'iniquo donno

con veneni e con succhi aspri e mortali

piú de l'inferna Stige e d'Acheronte

torbido fece e livido ogni fonte.

59 E il picciol Siloè, che puro e mondo

offria cortese a i Franchi il suo tesoro,

or di tepide linfe a pena il fondo

arido copre e dà scarso ristoro;

né il Po, qualor di maggio è piú profondo,

parria soverchio a i desideri loro,

né 'l Gange o 'l Nilo, allor che non s'appaga

de' sette alberghi, e 'l verde Egitto allaga.

60 S'alcun giamai tra frondeggianti rive

puro vide stagnar liquido argento,

o giú precipitose ir acque vive

per alpe o 'n piaggia erbosa a passo lento,

quelle al vago desio forma e descrive

e ministra materia al suo tormento,

ché l'imagine lor gelida e molle

l'asciuga e scalda e nel pensier ribolle.

61 Vedi le membra de' guerrier robuste,

cui né camin per aspra terra preso,

né ferrea salma onde gír sempre onuste,

né domò ferro a la lor morte inteso,

ch'or risolute e dal calore aduste

giacciono a se medesme inutil peso;

e vive ne le vene occulto foco

che pascendo le strugge a poco a poco.

62 Langue il corsier già sí feroce, e l'erba

che fu suo caro cibo a schifo prende,

vacilla il piede infermo, e la superba

cervice dianzi or giú dimessa pende;

memoria di sue palme or piú non serba,

né piú nobil di gloria amor l'accende:

le vincitrici spoglie e i ricchi fregi

par che quasi vil soma odii e dispregi.

63 Languisce il fido cane, ed ogni cura

del caro albergo e del signor oblia,

giace disteso ed a l'interna arsura

sempre anelando aure novelle invia;

ma s'altrui diede il respirar natura

perché il caldo del cor temprato sia,

or nulla o poco refrigerio n'have,

sí quello onde si spira è denso e grave.

64 Cosí languia la terra, e 'n tale stato

egri giaceansi i miseri mortali,

e 'l buon popol fedel, già disperato

di vittoria, temea gli ultimi mali;

e risonar s'udia per ogni lato

universal lamento in voci tali:

"Che piú spera Goffredo o che piú bada,

sí che tutto il suo campo a morte cada?"

65 Deh! con quai forze superar si crede

gli alti ripari de' nemici nostri?

onde machine attende? ei sol non vede

l'ira del Cielo a tanti segni mostri?

de la sua mente aversa a noi fan fede

mille novi prodigi e mille mostri,

ed arde a noi cosí che minore uopo

di refrigerio ha l'Indo e l'Etiopo.

66 Dunque stima costui che nulla importe

che n'andiam noi, turba negletta, indegna,

vili ed inutil alme, a dura morte,

perch'ei lo scettro imperial mantegna?

Cotanto dunque fortunata sorte

rassembra quella di colui che regna,

che ritener si cerca avidamente

a danno ancor de la soggetta gente?

67 Or mira d'uom c'ha il titolo di pio

providenza pietosa, animo umano:

la salute de' suoi porre in oblio

per conservarsi onor dannoso e vano;

e veggendo a noi secchi i fonti e 'l rio,

per sé l'acque condur fa dal Giordano,

e fra pochi sedendo a mensa lieta,

mescolar l'onde fresche al vin di Creta."

68 Cosí i Franchi dicean; ma 'l duce greco,

che 'l lor vessillo è di seguir già stanco,

"Perché morir qui?" disse "e perché meco

far che la schiera mia ne vegna manco?

Se ne la sua follia Goffredo è cieco,

siasi in suo danno e del suo popol franco;

a noi che noce?" E senza tòr licenza,

notturna fece e tacita partenza.

69 Mosse l'essempio assai, come al dí chiaro

fu noto; e d'imitarlo alcun risolve.

Quei che seguír Clotareo ed Ademaro

e gli altri duci ch'or son ossa e polve,

poi che la fede che a color giuraro

ha disciolto colei che tutto solve,

già trattano di fuga, e già qualcuno

parte furtivamente a l'aer bruno.

70 Ben se l'ode Goffredo e ben se 'l vede,

e i piú aspri rimedi avria ben pronti,

ma gli schiva ed aborre; e con la fede

che faria stare i fiumi e gir i monti,

devotamente al Re del mondo chiede

che gli apra omai de la sua grazia i fonti:

giunge le palme, e fiammeggianti in zelo

gli occhi rivolge e le parole al Cielo:

71 "Padre e Signor, s'al popol tuo piovesti

già le dolci rugiade entro al deserto,

s'a mortal mano già virtú porgesti

romper le pietre e trar del monte aperto

un vivo fiume, or rinnovella in questi

gli stessi essempi; e s'ineguale è il merto,

adempi di tua grazia i lor difetti,

e giovi lor che tuoi guerrier sian detti."

72 Tarde non furon già queste preghiere

che derivàr da giusto umil desio,

ma se 'n volaro al Ciel pronte e leggiere

come pennuti augelli inanzi a Dio.

Le accolse il Padre eterno, ed a le schiere

fedeli sue rivolse il guardo pio;

e di sí gravi lor rischi e fatiche

gli increbbe, e disse con parole amiche:

73 "Abbia sin qui sue dure e perigliose

aversità sofferte il campo amato,

e contra lui con armi ed arti ascose

siasi l'inferno e siasi il mondo armato.

Or cominci novello ordin di cose,

e gli si volga prospero e beato.

Piova; e ritorni il suo guerriero invitto,

e venga a gloria sua l'oste d'Egitto."

74 Cosí dicendo, il capo mosse; e gli ampi

cieli tremaro e i lumi erranti e i fissi,

e tremò l'aria riverente, e i campi

de l'oceano, e i monti e i ciechi abissi.

Fiammeggiare a sinistra accesi lampi

fur visti, e chiaro tuono insieme udissi.

Accompagnan le genti il lampo e 'l tuono

con allegro di voci ed alto suono.

75 Ecco súbite nubi, e non di terra

già per virtú del sole in alto ascese,

ma giú del ciel, che tutte apre e disserra

le porte sue, veloci in giú discese:

ecco notte improvisa il giorno serra

ne l'ombre sue, che d'ogni intorno ha stese.

Segue la pioggia impetuosa, e cresce

il rio cosí che fuor del letto n'esce.

76 Come talor ne la stagione estiva,

se dal ciel pioggia desiata scende,

stuol d'anitre loquaci in secca riva

con rauco mormorar lieto l'attende,

e spiega l'ali al freddo umor, né schiva

alcuna di bagnarsi in lui si rende,

e là 've in maggior fondo ei si raccoglia,

si tuffa e spegne l'assetata voglia;

77 cosí gridando, la cadente piova

che la destra del Ciel pietosa versa,

lieti salutan questi; a ciascun giova

la chioma averne non che il manto aspersa:

chi bee ne' vetri e chi ne gli elmi a prova,

chi tien la man ne la fresca onda immersa,

chi se ne spruzza il volto e chi le tempie,

chi scaltro a miglior uso i vasi n'empie.

78 Né pur l'umana gente or si rallegra

e dei suoi danni a ristorar si viene,

ma la terra, che dianzi afflitta ed egra

di fessure le membra avea ripiene,

la pioggia in sé raccoglie e si rintegra,

e la comparte a le piú interne vene,

e largamente i nutritivi umori

a le piante ministra, a l'erbe, a i fiori;

79 ed inferma somiglia a cui vitale

succo le interne parti arse rinfresca,

e disgombrando la cagion del male,

a cui le membra sue fur cibo ed esca,

la rinfranca e ristora e rende quale

fu ne la sua stagion piú verde e fresca;

tal ch'obliando i suoi passati affanni

le ghirlande ripiglia i lieti panni.

80 Cessa la pioggia al fine e torna il sole,

ma dolce spiega e temperato il raggio,

pien di maschio valor, sí come sòle

tra 'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.

Oh fidanza gentil, chi Dio ben cole,

l'aria sgombrar d'ogni mortale oltraggio,

cangiare a le stagioni ordine e stato,

vincer la rabbia de le stelle e 'l fato.

CANTO QUATTORDICESIMO

1 Usciva omai dal molle e fresco grembo

de la gran madre sua la notte oscura,

aure lievi portando e largo nembo

di sua rugiada preziosa e pura;

e scotendo del vel l'umido lembo,

ne spargeva i fioretti e la verdura,

e i venticelli, dibattendo l'ali,

lusingavano il sonno de' mortali.

2 Ed essi ogni pensier che 'l dí conduce

tuffato aveano in dolce oblio profondo.

Ma vigilando ne l'eterna luce

sedeva al suo governo il Re del mondo,

e rivolgea dal Cielo al franco duce

lo sguardo favorevole e giocondo;

quinci a lui ne inviava un sogno cheto

perché gli rivelasse alto decreto.

3 Non lunge a l'auree porte ond'esce il sole

è cristallina porta in oriente,

che per costume inanti aprir si sòle

che si dischiuda l'uscio al dí nascente.

Da questa escono i sogni, i quai Dio vòle

mandar per grazia a pura e casta mente;

da questa or quel ch'al pio Buglion discende

l'ali dorate inverso lui distende.

4 Nulla mai vision nel sonno offerse

altrui sí vaghe imagini o sí belle

come ora questa a lui, la qual gli aperse

i secreti del cielo e de le stelle;

onde, sí come entro uno speglio, ei scerse

ciò che là suso è veramente in elle.

Pareagli esser traslato in un sereno

candido e d'auree fiamme adorno e pieno;

5 e mentre ammira in quell'eccelso loco

l'ampiezza, i moti, i lumi e l'armonia,

ecco cinto di rai, cinto di foco,

un cavaliero incontra a lui venia,

e 'n suono, a lato a cui sarebbe roco

qual piú dolce è qua giú, parlar l'udia:

"Goffredo, non m'accogli? e non ragione

al fido amico? or non conosci Ugone?"

6 Ed ei gli rispondea: "Quel novo aspetto

che par d'un sol mirabilmente adorno,

da l'antica notizia il mio intelletto

sviat' ha sí che tardi a lui ritorno."

Gli stendea poi con dolce amico affetto

tre fiate le braccia al collo intorno,

e tre fiate invan cinta l'imago

fuggia, qual leve sogno od aer vago.

7 Sorridea quegli, e: "Non già, come credi,"

dicea "son cinto di terrena veste:

semplice forma e nudo spirto vedi

qui cittadin de la città celeste.

Questo è tempio di Dio: qui son le sedi

de' suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste."

"Quando ciò fia?" rispose "il mortal laccio

sciolgasi omai, s'al restar qui m'è impaccio."

8 "Ben" replicogli Ugon "tosto raccolto

ne la gloria sarai de' trionfanti;

pur militando converrà che molto

sangue e sudor là giú tu versi inanti.

Da te prima a i pagani esser ritolto

deve l'imperio de' paesi santi,

e stabilirsi in lor cristiana reggia

in cui regnare il tuo fratel poi deggia.

9 Ma perché piú lo tuo desir s'avvive

ne l'amor di qua su, piú fiso or mira

questi lucidi alberghi e queste vive

fiamme che mente eterna informa e gira,

e 'n angeliche tempre odi le dive

sirene e 'l suon di lor celeste lira.

China" poi disse (e gli additò la terra)

"gli occhi a ciò che quel globo ultimo serra.

10 Quanto è vil la cagion ch'a la virtude

umana è colà giú premio e contrasto!

in che picciolo cerchio e fra che nude

solitudini è stretto il vostro fasto!

Lei come isola il mare intorno chiude,

e lui, ch'or ocean chiamat'è or vasto,

nulla eguale a tai nomi ha in sé di magno,

ma è bassa palude e breve stagno."

11 Cosí l'un disse; e l'altro in giuso i lumi

volse, quasi sdegnando, e ne sorrise,

ché vide un punto sol, mar, terre e fiumi,

che qui paion distinti in tante guise,

ed ammirò che pur a l'ombre, a i fumi,

la nostra folle umanità s'affise,

servo imperio cercando e muta fama,

né miri il ciel ch'a sé n'invita e chiama.

12 Onde rispose: "Poi ch'a Dio non piace

del mio carcer terreno anco disciorme,

prego che del camin, ch'è men fallace

fra gli errori del mondo, or tu m'informe."

"È" replicogli Ugon "la via verace

questa che tieni; indi non torcer l'orme:

sol che richiami dal lontano essiglio

il figliuol di Bertoldo io ti consiglio.

13 Perché se l'alta Providenza elesse

te de l'impresa sommo capitano,

destinò insieme ch'egli esser dovesse

de' tuoi consigli essecutor soprano.

A te le prime parti, a lui concesse

son le seconde: tu sei capo, ei mano

di questo campo; e sostener sua vece

altrui non pote, e farlo a te non lece.

14 A lui sol di troncar non fia disdetto

il bosco c'ha gli incanti in sua difesa;

e da lui il campo tuo che, per difetto

di gente, inabil sembra a tanta impresa,

e par che sia di ritirarsi astretto,

prenderà maggior forza a nova impresa;

e i rinforzati muri e d'Oriente

supererà l'essercito possente."

15 Tacque, e 'l Buglion rispose: "Oh quanto grato

fòra a me che tornasse il cavaliero!

Voi che vedete ogni pensier celato,

sapete s'amo lui, se dico il vero.

Ma di', con quai proposte od in qual lato

si deve a lui mandarne il messaggiero?

Vuoi ch'io preghi o comandi? e come questo

atto sarà legitimo ed onesto?"

16 Allor ripigliò l'altro: "Il Rege eterno,

che te di tante somme grazie onora,

vuol che da quegli onde ti diè il governo

tu sia onorato e riverito ancora.

Però non chieder tu (né senza scherno

forse del sommo imperio il chieder fòra),

ma richiesto concedi; ed al perdono

scendi degli altrui preghi al primo suono.

17 Guelfo ti pregherà (Dio sí l'inspira)

ch'assolva il fer garzon di quell'errore

in cui trascose per soverchio d'ira,

sí che al campo egli torni ed al suo onore.

E bench'or lunge il giovene delira

e vaneggia ne l'ozio e ne l'amore,

non dubitar però che 'n pochi giorni

opportuno a grand'uopo ei non ritorni;

18 ché 'l vostro Piero, a cui lo Ciel comparte

l'alta notizia de' secreti sui,

saprà drizzare i messaggieri in parte

ove certe novelle avran di lui,

e sarà lor dimostro il modo e l'arte

di liberarlo e di condurlo a vui.

Cosí al fin tutti i tuoi compagni erranti

ridurrà il Ciel sotto i tuoi segni santi.

19 Or chiuderò il mio dir con una breve

conclusion che so ch'a te fia cara:

sarà il tuo sangue al suo commisto, e deve

progenie uscirne gloriosa e chiara."

Qui tacque, e sparve come fumo leve

al vento o nebbia al sole arida e rara;

e sgombrò il sonno, e gli lasciò nel petto

di gioia e di stupor confuso affetto.

20 Apre allora le luci il pio Buglione

e nato vede e già cresciuto il giorno,

onde lascia i riposi, e sovrapone

l'arme a le membra faticose intorno.

E poco stante a lui nel padiglione

venieno i duci al solito soggiorno,

ove a consiglio siedono, e per uso

ciò ch'altrove si fa quivi è concluso.

21 Quivi il buon Guelfo, che 'l novel pensiero

infuso avea ne l'inspirata mente,

incominciando a ragionar primiero

disse a Goffredo: "O principe clemente,

perdono a chieder ne vegn'io, ch'in vero

è perdon di peccato anco recente,

onde potrà parer per aventura

frettolosa dimanda ed immatura;

22 ma pensando che chiesto al pio Goffredo

per lo forte Rinaldo è tal perdono,

e riguardando a me che in grazia il chiedo

che vile a fatto intercessor non sono,

agevolmente d'impetrar mi credo

questo ch'a tutti fia giovevol dono.

Deh! consenti ch'ei rieda e che, in ammenda

del fallo, in pro comune il sangue spenda.

23 E chi sarà, s'egli non è, quel forte

ch'osi troncar le spaventose piante?

chi girà incontra a i rischi de la morte

con piú intrepido petto e piú costante?

Scoter le mura ed atterrar le porte

vedrailo, e salir solo a tutti inante.

Rendi al tuo campo omai, rendi per Dio

lui ch'è sua alta speme e suo desio.

24 Rendi il nipote a me, sí valoroso

e pronto essecutor rendi a te stesso;

né soffrir ch'egli torpa in vil riposo,

ma rendi insieme la sua gloria ad esso.

Segua il vessillo tuo vittorioso,

sia testimonio a sua virtú concesso,

faccia opre di sé degne in chiara luce

e rimirando te maestro e duce."

25 Cosí pregava, e ciascun altro i preghi

con favorevol fremito seguia.

Onde Goffredo allor, quasi egli pieghi

la mente a cosa non pensata in pria,

"Come esser può" dicea "che grazia i' neghi

che da voi si dimanda e si desia?

Ceda il rigore, e sia ragione e legge

ciò che 'l consenso universale elegge.

26 Torni Rinaldo, e da qui inanzi affrene

piú moderato l'impeto de l'ire,

e risponda con l'opre a l'alta spene

di lui concetta ed al comun desire.

Ma il richiamarlo, o Guelfo, a te conviene:

frettoloso egli fia, credo, al venire;

tu scegli il messo, e tu l'indrizza dove

pensi che 'l fero giovene si trove."

27 Tacque, e disse sorgendo il guerrier dano:

"Esser io chieggio il messaggier che vada,

né ricuso camin dubbio o lontano

per far il don de l'onorata spada."

Questi è di cor fortissimo e di mano,

onde al buon Guelfo assai l'offerta aggrada:

vuol che sia l'un de' messi e che sia l'altro

Ubaldo, uom cauto ed aveduto e scaltro.

28 Veduti Ubaldo in giovenezza e cerchi

vari costumi avea, vari paesi,

peregrinando da i piú freddi cerchi

del nostro mondo a gli Etiopi accesi,

e come uom che virtute e senno merchi,

le favelle, l'usanze e i riti appresi;

poscia in matura età da Guelfo accolto

fu tra' compagni, e caro a lui fu molto.

29 A tai messaggi l'onorata cura

di richiamar l'alto campion si diede;

e gli indrizzava Guelfo a quelle mura

tra cui Boemondo ha la sua regia sede,

ché per publica fama, e per secura

opinion, ch'egli vi sia si crede.

Ma 'l buon romito, che lor mal diretti

conosce, entra fra loro e turba i detti,

30 e dice: "O cavalier, seguendo il grido

de la fallace opinion vulgare,

duce seguite temerario e infido

che vi fa gire indarno e traviare.

Or d'Ascalona nel propinquo lido

itene, dove un fiume entra nel mare.

Quivi fia che v'appaia uom nostro amico:

credete a lui; ciò che diravvi, io 'l dico.

31 Ei molto per sé vede, e molto intese

del preveduto vostro alto viaggio

(già gran tempo ha) da me: so che cortese

altrettanto vi fia quanto egli è saggio."

Cosí lor disse: e piú da lui non chiese

Carlo o l'altro che seco iva messaggio,

ma furo ubidienti a le parole

che spirito divin dettar gli suole.

32 Preser commiato, e sí il desio gli sprona

che, senza indugio alcun posti in camino,

drizzano il lor corso ad Ascalona

dove a i lidi si frange il mar vicino.

E non udian ancor come risuona

il roco ed alto fremito marino,

quando giunsero a un fiume il qual di nova

acqua accresciuto è per novella piova,

33 sí che non può capir dentro al suo letto,

e se 'n va piú che stral corrente e presto.

Mentre essi stan sospesi, a lor d'aspetto

venerabile appare un vecchio onesto,

coronato di faggio, in lungo e schietto

vestir che di lin candido è contesto.

Scote questi una verga, e 'l fiume calca

co' piedi asciutti e contra il corso il valca.

34 Sí come soglion là vicino al polo,

s'avien che 'l verno i fiumi agghiacci e indure,

correr su 'l Ren le villanelle a stuolo

con lunghi strisci e sdrucciolar secure,

cosí ei ne vien sovra l'instabil suolo

di queste acque non gelide e non dure;

e tosto colà giunse onde in lui fisse

tenean le luci i due guerrieri, e disse:

35 "Amici, dura e faticosa inchiesta

seguite; e d'uopo è ben ch'altri vi guidi,

ché 'l cercato guerrier lunge è da questa

terra in paesi incogniti ed infidi.

Quanto, oh quanto de l'opra anco vi resta!

quanti mar correrete e quanti lidi!

E convien che si stenda il cercar vostro

oltre i confini ancor del mondo nostro.

36 Ma non vi spiaccia entrar ne le nascose

spelonche ov'ho la mia secreta sede,

ch'ivi udrete da me non lievi cose

e ciò ch'a voi saper piú si richiede."

Disse, e ch'a lor dia loco a l'acqua impose;

ed ella tosto si ritira e cede,

e quinci e quindi di montagna in guisa

curvata pende e 'n mezzo appar divisa.

37 Ei, presili per man, ne le piú interne

profondità sotto del rio lor mena.

Debile e incerta luce ivi si scerne,

qual tra boschi di Cinzia ancor non piena;

ma pur gravide d'acqua ampie caverne

veggiono, onde tra noi sorge ogni vena

la qual rampilli in fonte, o in fiume vago

discorra, o stagni o si dilati in lago.

38 E veder ponno onde il Po nasca ed onde

Idaspe, Gange, Eufrate, Istro derivi,

ond'esca pria la Tana, e non asconde

gli occulti suoi princípi il Nilo quivi.

Trovano un rio piú sotto, il qual diffonde

vivaci zolfi e vaghi argenti e vivi;

questi il sol poi raffina, e 'l licor molle

stringe in candide masse e in auree zolle.

39 E miran d'ogni intorno il ricco fiume

di care pietre il margine dipinto;

onde, come a piú fiaccole s'allume,

splende quel loco, e 'l fosco orror n'è vinto.

Quivi scintilla con ceruleo lume

il celeste zafiro ed il giacinto;

vi fiammeggia il carbonchio, e luce il saldo

diamante, e lieto ride il bel smeraldo.

40 Stupidi i guerrier vanno e ne le nove

cose sí tutto il lor pensier s'impiega

che non fanno alcun motto. Al fin pur move

la voce Ubaldo e la sua scorta prega:

"Deh, padre, dinne ove noi siamo ed ove

ci guidi, e tua condizion ne spiega,

ch'io non so se 'l ver miri o sogno od ombra,

cosí alto stupore il cor m'ingombra."

41 Risponde: "Sète voi nel grembo immenso

de la terra, che tutto in sé produce;

né già potreste penetrar nel denso

de le viscere sue senza me duce.

Vi scòrgo al mio palagio, il qual accenso

tosto vedrete di mirabil luce.

Nacqui io pagan, ma poi ne le sant'acque

rigenerarmi a Dio per grazia piacque.

42 Né in virtú fatte son d'angioli stigi

l'opere mie meravigliose e conte

(tolga Dio ch'usi note o suffumigi

per isforzar Cocito e Flegetonte),

ma spiando me 'n vo' da' lor vestigi

qual in sé virtú celi o l'erba o 'l fonte,

e gli altri arcani di natura ignoti

contemplo, e de le stelle i vari moti.

43 Però che non ognor lunge dal cielo

tra sotterranei chiostri è la mia stanza,

ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo

in aerea magion fo dimoranza;

ivi spiegansi a me senza alcun velo

Venere e Marte in ogni lor sembianza,

e veggio come ogn'altra o presto o tardi

roti, o benigna o minaccievol guardi.

44 E sotto i piè mi veggio or folte or rade

le nubi, or negre ed or pinte da Iri;

e generar le pioggie e le rugiade

risguardo, e come il vento obliquo spiri,

come il folgor s'infiammi e per quai strade

tortuose in giú rispinto ei si raggiri;

scorgo comete e fochi altri sí presso

che soleva invaghir già di me stesso.

45 Di me medesmo fui pago cotanto

ch'io stimai già che 'l mio saper misura

certa fosse e infallibile di quanto

può far l'alto Fattor de la natura;

ma quando il vostro Piero al fiume santo

m'asperse il crine e lavò l'alma impura,

drizzò piú su il mio guardo, e 'l fece accorto

ch'ei per se stesso è tenebroso e corto.

46 Conobbi allor ch'augel notturno al sole

è nostra mente a i rai del primo Vero,

e di me stesso risi e de le fole

che già cotanto insuperbir mi fèro;

ma pur seguito ancor, come egli vòle,

le solite arti e l'uso mio primiero.

Ben son in parte altr'uom da quel ch'io fui,

ch'or da lui pendo e mi rivolgo a lui,

47 e in lui m'acqueto. Egli comanda e insegna,

mastro insieme e signor sommo e sovrano,

né già per nostro mezzo oprar disdegna

cose degne talor de la sua mano.

Or sarà cura mia ch'al campo vegna

l'invitto eroe dal suo carcer lontano,

ch'ei la m'impose; e già gran tempo aspetto

il venir vostro, a me per lui predetto."

48 Cosí con lor parlando, al loco viene

ov'egli ha il suo soggiorno e 'l suo riposo.

Questo è in forma di speco e in sé contiene

camare e sale, grande e spazioso.

E ciò che nudre entro le ricche vene

di piú chiaro la terra e prezioso,

splende ivi tutto; ed ei n'è in guisa ornato

ch'ogni suo fregio è non fatto, ma nato.

49 Non mancàr qui cento ministri e cento

che accorti e pronti a servir gli osti foro,

né poi in mensa magnifica d'argento

mancàr gran vasi e di cristallo e d'oro;

ma quando sazio il natural talento

fu de' cibi e la sete estinta in loro:

"Tempo è ben" disse a i cavalieri il mago

"che 'l maggior desir vostro omai sia pago."

50 Quivi ricominciò: "L'opre e le frodi

note in parte a voi son de l'empia Armida:

come ella al campo venne, e con quai modi

molti guerrier ne trasse e lor fu guida.

Sapete ancor che di tenaci nodi

gli avinse poscia, albergatrice infida,

e ch'indi a Gaza gli inviò con molti

custodi, e che tra via furon disciolti.

51 Or vi narrerò quel ch'appresso occorse,

vera istoria da voi non anco intesa.

Poi che la maga rea vide ritòrse

la preda sua, già con tant'arte presa,

ambe le mani per dolor si morse

e fra sé disse di disdegno accesa:

"Ah! vero unqua non fia che d'aver tanti

miei prigion liberati egli si vanti.

52 Se gli altri sciolse, ei serva ed ei sostegna

le pene altrui serbate e 'l lungo affanno;

né questo anco mi basta: i' vo' che vegna

su gli altri tutti universale il danno."

Cosí tra sé dicendo, ordir disegna

questo ch'or udirete iniquo inganno.

Viensene al loco ove Rinaldo vinse

in pugna i suoi guerrieri, e parte estinse.

53 Quivi egli avendo l'arme sue deposto,

indosso quelle d'un pagan si pose;

forse perché bramava irsene ascosto

sotto insegne men note e men famose.

Prese l'armi la maga, e in esse tosto

un tronco busto avolse e poi l'espose;

l'espose in ripa a un fiume ove doveva

stuol de' Franchi arrivar, e 'l prevedeva.

54 E questo antiveder potea ben ella

che mandar mille spie solea d'intorno,

onde spesso del campo avea novella

e s'altri indi partiva o fea ritorno;

oltre che con gli spirti anco favella

sovente, e fa con lor lungo soggiorno.

Collocò dunque il corpo morto in parte

molto opportuna a sua ingannevol arte.

55 Non lunge un sagacissimo valletto

pose, di panni pastorai vestito,

e impose lui ciò ch'esser fatto o detto

fintamente doveva; e fu essequito.

Questi parlò co' vostri, e di sospetto

sparse quel seme in lor ch'indi nutrito

fruttò risse e discordie, e quasi al fine

sediziose guerre e cittadine.

56 Ché fu, com'ella disegnò, creduto

per opra del Buglion Rinaldo ucciso,

benché alfine il sospetto a torto avuto

del ver si dileguasse al primo aviso.

Cotal d'Armida l'artificio astuto

primieramente fu qual io diviso.

Or udirete ancor come seguisse

poscia Rinaldo, e quel ch'indi avenisse.

57 Qual cauta cacciatrice, Armida aspetta

Rinaldo al varco. Ei su l'Oronte giunge,

ove un rio si dirama e, un'isoletta

formando, tosto a lui si ricongiunge;

e 'n su la riva una colonna eretta

vede, e un picciol battello indi non lunge.

Fisa egli tosto gli occhi al bel lavoro

del bianco marmo e legge in lettre d'oro:

58 "O chiunque tu sia, che voglia o caso

peregrinando adduce a queste sponde,

meraviglie maggior l'orto o l'occaso

non ha di ciò che l'isoletta asconde.

Passa, se vuoi vederla." È persuaso

tosto l'incauto a girne oltra quell'onde;

e perché mal capace era la barca,

gli scudieri abbandona ed ei sol varca.

59 Come è là giunto, cupido e vagante

volge intorno lo sguardo, e nulla vede

fuor ch'antri ed acque e fiori ed erbe e piante,

onde quasi schernito esser si crede;

ma pur quel loco è cosí lieto e in tante

guise l'alletta ch'ei si ferma e siede,

e disarma la fronte e la ristaura

al soave spirar di placid'aura.

60 Il fiume gorgogliar fra tanto udio

con novo suono, e là con gli occhi corse,

e mover vide un'onda in mezzo al rio

che in se stessa si volse e si ritorse;

e quinci alquanto d'un crin biondo uscio,

e quinci di donzella un volto sorse,

e quinci il petto e le mammelle, e de la

sua forma infin dove vergogna cela.

61 Cosí dal palco di notturna scena

o ninfa o dea, tarda sorgendo, appare.

Questa, benché non sia vera sirena

ma sia magica larva, una ben pare

di quelle che già presso a la tirrena

piaggia abitàr l'insidioso mare;

né men ch'in viso bella, in suono è dolce,

e cosí canta, e 'l cielo e l'aure molce:

62 `O giovenetti, mentre aprile e maggio

v'ammantan di fiorite e verdi spoglie,

di gloria e di virtú fallace raggio

la tenerella mente ah non v'invoglie!

Solo chi segue ciò che piace è saggio,

e in sua stagion de gli anni il frutto coglie.

Questo grida natura. Or dunque voi

indurarete l'alma a i detti suoi?

63 Folli, perché gettate il caro dono,

che breve è sí, di vostra età novella?

Nome, e senza soggetto idoli sono

ciò che pregio e valore il mondo appella.

La fama che invaghisce a un dolce suono

voi superbi mortali, e par sí bella,

è un'ecco, un sogno, anzi del sogno un'ombra,

ch'ad ogni vento si dilegua e sgombra.

64 Goda il corpo sicuro, e in lieti oggetti

l'alma tranquilla appaghi i sensi frali;

oblii le noie andate, e non affretti

le sue miserie in aspettando i mali.

Nulla curi se 'l ciel tuoni o saetti,

minacci egli a sua voglia e infiammi strali.

Questo è saver, questa è felice vita:

sí l'insegna natura e sí l'addita.'

65 Sí canta l'empia, e 'l giovenetto al sonno

con note invoglia sí soavi e scórte.

Quel serpe a poco a poco, e si fa donno

sovra i sensi di lui possente e forte;

né i tuoni omai destar, non ch'altri, il ponno

da quella queta imagine di morte.

Esce d'aguato allor la falsa maga

e gli va sopra, di vendetta vaga.

66 Ma quando in lui fissò lo sguardo e vide

come placido in vista egli respira,

e ne' begli occhi un dolce atto che ride,

benché sian chiusi (or che fia s'ei li gira?),

pria s'arresta sospesa, e gli s'asside

poscia vicina, e placar sente ogn'ira

mentre il risguarda; e 'n su la vaga fronte

pende omai sí che par Narciso al fonte.

67 E quei ch'ivi sorgean vivi sudori

accoglie lievemente in un suo velo,

e con un dolce ventillar gli ardori

gli va temprando de l'estivo cielo.

Cosí (chi 'l crederia?) sopiti ardori

d'occhi nascosi distempràr quel gelo

che s'indurava al cor piú che diamante,

e di nemica ella divenne amante.

68 Di ligustri, di gigli e de le rose

le quai fiorian per quelle piaggie amene,

con nov'arte congiunte, indi compose

lente ma tenacissime catene.

Queste al collo, a le braccia, a i piè gli pose:

cosí l'avinse e cosí preso il tiene;

quinci, mentre egli dorme, il fa riporre

sovra un suo carro, e ratta il ciel trascorre.

69 Né già ritorna di Damasco al regno,

né dove ha il suo castello in mezzo a l'onde;

ma ingelosita di sí caro pegno,

e vergognosa del suo amor, s'asconde

ne l'oceano immenso, ove alcun legno

rado, o non mai, va de le nostre sponde,

fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta

per solinga sua stanza è un'isoletta.

70 Un'isoletta la qual nome prende

con le vicine sue da la Fortuna.

Quinci ella in cima a una montagna ascende

disabitata e d'ombre oscura e bruna,

e per incanto a lei nevose rende

le spalle e i fianchi, e senza neve alcuna

gli lascia il capo verdeggiante e vago,

e vi fonda un palagio appresso un lago,

71 ove in perpetuo april molle amorosa

vita seco ne mena il suo diletto.

Or da cosí lontana e cosí ascosa

prigion trar voi dovete il giovenetto,

e vincer de la timida e gelosa

le guardie, ond'è difeso il monte e 'l tetto;

e già non mancherà chi là vi scòrga,

e chi per l'alta impresa arme vi porga.

72 Trovarete, del fiume a pena sorti,

donna giovin di viso, antica d'anni,

ch'a i lunghi crini in su la fronte attorti

fia nota ed al color vario de' panni.

Questa per l'alto mar fia che vi porti

piú ratta che non spiega aquila i vanni,

piú che non vola il folgore; né guida

la trovarete al ritornar men fida.

73 A piè del monte ove la maga alberga,

sibilando strisciar novi pitoni

e cinghiali arrizzar l'aspre lor terga

ed aprir la gran bocca orsi e leoni

vedrete; ma scotendo una mia verga,

temeranno appressarsi ove ella suoni.

Poi via maggior (se dritto il ver s'estima)

si troverà il periglio in su la cima.

74 Un fonte sorge in lei che vaghe e monde

ha l'acque sí che i riguardanti asseta;

ma dentro a i freddi suoi cristalli asconde

di tòsco estran malvagità secreta,

ch'un picciol sorso di sue lucide onde

inebria l'alma tosto e la fa lieta,

indi a rider uom move, e tanto il riso

s'avanza alfin ch'ei ne rimane ucciso.

75 Lunge la bocca disdegnosa e schiva

torcete voi da l'acque empie omicide,

né le vivande poste in verde riva

v'allettin poi, né le donzelle infide

che voce avran piacevole e lasciva

e dolce aspetto che lusinga e ride;

ma voi, gli sguardi e le parole accorte

sprezzando, entrate pur ne l'alte porte.

76 Dentro è di muri inestricabil cinto

che mille torce in sé confusi giri,

ma in breve foglio io ve 'l darò distinto,

sí che nessun error fia che v'aggiri.

Siede in mezzo un giardin del labirinto

che par che da ogni fronde amore spiri;

quivi in grembo a la verde erba novella

giacerà il cavaliero e la donzella.

77 Ma come essa lasciando il caro amante

in altra parte il piede avrà rivolto,

vuo' ch'a lui vi scopriate, e d'adamante

un scudo ch'io darò gli alziate al volto,

sí ch'egli vi si specchi, e 'l suo sembiante

veggia e l'abito molle onde fu involto,

ch'a tal vista potrà vergogna e sdegno

scacciar dal petto suo l'amor indegno.

78 Altro che dirvi omai nulla m'avanza

se non ch'assai securi ir ne potrete

e penetrar de l'intricata stanza

ne le piú interne parti e piú secrete,

perché non fia che magica possanza

a voi ritardi il corso o 'l passo viete;

né potrà pur, cotal virtú vi guida,

il giunger vostro antiveder Armida.

79 Né men secura da gli alberghi suoi

l'uscita vi sarà poscia e 'l ritorno.

Ma giunge omai l'ora del sonno, e voi

sorger diman dovete a par co 'l giorno."

Cosí lor disse, e li menò dopoi

ove essi avean la notte a far soggiorno.

Ivi lasciando lor lieti e pensosi,

si ritrasse il buon vecchio a i suoi riposi.

 

 

CANTO QUINDICESIMO

1 Già richiamava il bel nascente raggio

a l'opre ogni animal ch'in terra alberga,

quando venendo a i due guerrieri il saggio

portò il foglio e lo scudo e l'aurea verga.

"Accingetevi" disse "al gran viaggio

prima che 'l dí, che spunta, omai piú s'erga.

Eccovi qui quanto ho promesso e quanto

può de la maga superar l'incanto."

2 Erano essi già sorti e l'arme intorno

a le robuste membra avean già messe,

onde per vie che non rischiara il giorno

tosto seguono il vecchio, e son l'istesse

vestigia ricalcate or nel ritorno

che furon prima nel venire impresse;

ma giunti al letto del suo fiume: "Amici,

io v'accommiato:" ei disse "ite felici."

3 Gli accoglie il rio ne l'alto seno, e l'onda

soavemente in su gli spinge e porta,

come suol inalzar leggiera fronda

la qual da violenza in giú fu torta,

e poi gli espon sovra la molle sponda.

Quinci miràr la già promessa scorta,

vider picciola nave e in poppa quella

che guidar li dovea fatal donzella.

4 Crinita fronte essa dimostra, e ciglia

cortesi e favorevoli e tranquille;

e nel sembiante a gli angioli somiglia,

tanta luce ivi par ch'arda e sfaville.

La sua gonna or azzurra ed or vermiglia

diresti, e si colora in guise mille,

sí ch'uom sempre diversa a sé la vede

quantunque volte a riguardarla riede.

5 Cosí piuma talor, che di gentile

amorosa colomba il collo cinge,

mai non si scorge a se stessa simile,

ma in diversi colori al sol si tinge.

Or d'accesi rubin sembra un monile,

or di verdi smeraldi il lume finge,

or insieme gli mesce, e varia e vaga

in cento modi i riguardanti appaga.

6 "Entrate," dice "o fortunati, in questa

nave ond'io l'ocean secura varco,

cui destro è ciascun vento, ogni tempesta

tranquilla, e lieve ogni gravoso incarco.

Per ministra e per duce or me vi appresta

il mio signor, del favor suo non parco."

Cosí parlò la donna, e piú vicino

fece poscia a la sponda il curvo pino.

7 Come la nobil coppia ha in sé raccolta,

spinge la ripa e gli rallenta il morso,

ed avendo la vela a l'aure sciolta,

ella siede al governo e regge il corso.

Gonfio è il torrente sí ch'a questa volta

i navigli portar ben può su 'l dorso,

ma questo è sí leggier che 'l sosterebbe

qual altro rio per novo umor men crebbe.

8 Veloce sovra il natural costume

spingon la vela inverso il lido i venti:

biancheggian l'acque di canute spume,

e rotte dietro mormorar le senti.

Ecco giungono omai là dove il fiume

queta in letto maggior l'onde correnti,

e ne l'ampie voragini del mare

disperso o divien nulla o nulla appare.

9 A pena ha tocco la mirabil nave

de la marina allor turbata il lembo,

che spariscon le nubi e cessa il grave

Noto che minacciava oscuro nembo:

spiana i monti de l'onde aura soave

e solo increspa il bel ceruleo grembo,

e d'un dolce seren diffuso ride

il ciel, che sé piú chiaro unqua non vide.

10 Trascorse oltre Ascalona ed a mancina

andò la navicella invèr ponente,

e tosto a Gaza si trovò vicina

che fu porto di Gaza anticamente,

ma poi, crescendo de l'altrui ruina,

città divenne assai grande e possente;

ed eranvi le piagge allor ripiene

quasi d'uomini sí come d'arene.

11 Volgendo il guardo a terra i naviganti

scorgean di tende numero infinito:

miravan cavalier, miravan fanti

ire e tornar da la cittade al lito,

e da cameli onusti e da elefanti

l'arenoso sentier calpesto e trito;

poi del porto vedean ne' fondi cavi

sorte e legate a l'ancore le navi,

12 altre spiegar le vele, e ne vedieno

altre i remi trattar veloci e snelle,

e da essi e da' rostri il molle seno

spumar percosso in queste parti e in quelle.

Disse la donna allor: "Benché ripieno

il lido e 'l mar sia de le genti felle,

non ha insieme però le schiere tutte

il potente tiranno anco ridutte.

13 Sol dal regno d'Egitto e dal contorno

raccolte ha queste; or le lontane attende,

ché verso l'oriente e 'l mezzogiorno

il vasto imperio suo molto si stende.

Sí che sper'io che prima assai ritorno

fatto avrem noi che mova egli le tende:

egli o quel ch'in sua vece esser soprano

de l'essercito suo de' capitano."

14 Mentre ciò dice, come aquila sòle

tra gli altri augelli trapassar secura

e sorvolando ir tanto appresso il sole

che nulla vista piú la raffigura,

cosí la nave sua sembra che vóle

tra legno e legno, e non ha tema o cura

che vi sia chi l'arresti o chi la segua;

e da lor s'allontana e si dilegua.

15 E 'n un momento incontra Raffia arriva,

città la qual in Siria appar primiera

a chi d'Egitto move; indi a la riva

sterilissima vien di Rinocera.

Non lunge un monte poi le si scopriva

che sporge sovra 'l mar la chioma altera

e i piè si lava ne l'instabil onde,

che l'ossa di Pompeo nel grembo asconde.

16 Poi Damiata scopre, e come porte

al mar tributo di celesti umori

per sette il Nilo sue famose porte

e per cento altre ancor foci minori;

e naviga oltre la città dal forte

greco fondata a i greci abitatori,

ed oltra Faro, isola già che lunge

giacque dal lido, al lido or si congiunge.

17 Rodi e Creta lontane inverso al polo

non scerne, e pur lungo Africa se 'n viene,

su 'l mar culta e ferace, a dentro solo

fertil di mostri e d'infeconde arene.

La Marmarica rade, e rade il suolo

dove cinque cittadi ebbe Cirene.

Qui Tolomitta e poi con l'onde chete

sorger si mira il fabuloso Lete.

18 La maggior Sirte a' naviganti infesta,

trattasi in alto, invèr le piaggie lassa,

e 'l capo di Giudeca indietro resta,

e la foce di Magra indi trapassa.

Tripoli appar su 'l lido, e 'ncontra a questa

giace Malta fra l'onde occulta e bassa;

e poi riman con l'altre Sirti a tergo

Alzerbe, già de' Lotofagi albergo.

19 Nel curvo lido poi Tunisi vede

che d'ambo i lati del suo golfo ha un monte.

Tunisi, ricca ed onorata sede

a par di quante n'ha Libia piú conte.

A lui di costa la Sicilia siede,

ed il gran Lilibeo gli inalza a fronte.

Or quivi addita la donzella a i due

guerrieri il loco ove Cartagin fue.

20 Giace l'alta Cartago: a pena i segni

de l'alte sue ruine il lido serba.

Muoiono le città, muoiono i regni,

copre i fasti e le pompe arena ed erba,

e l'uom d'esser mortal par che si sdegni:

oh nostra mente cupida e superba!

Giungon quinci a Biserta, e piú lontano

han l'isola de' Sardi a l'altra mano.

21 Trascorser poi le piaggie ove i Numidi

menàr gia vita pastorale erranti.

Trovàr Bugia ed Algieri, infami nidi

di corsari, ed Oràn trovàr piú inanti;

e costeggiàr di Tingitana i lidi,

nutrice di leoni e d'elefanti,

ch'or di Marocco è il regno, e quel di Fessa;

e varcàr la Granata incontro ad essa.

22 Son già là dove il mar fra terra inonda

per via ch'esser d'Alcide opra si finse;

e forse è ver ch'una continua sponda

fosse, ch'alta ruina in due distinse.

Passovvi a forza l'oceano, e l'onda

Abila quinci e quindi Calpe spinse;

Spagna e Libia partio con foce angusta:

tanto mutar può lunga età vetusta!

23 Quattro volte era apparso il sol ne l'orto

da che la nave si spiccò dal lito,

né mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto,

e tanto del camino ha già fornito.

Or entra ne lo stretto e passa il corto

varco, e s'ingolla in pelago infinito.

Se 'l mar qui è tanto ove il terreno il serra,

che fia colà dov'egli ha in sen la terra?

24 Piú non si mostra omai tra gli alti flutti

la fertil Gade e l'altre due vicine.

Fuggite son le terre e i lidi tutti:

de l'onda il ciel, del ciel l'onda è confine.

Diceva Ubaldo allor: "Tu che condutti

n'hai, donna, in questo mar che non ha fine,

di' s'altri mai qui giunse, o se piú inante

nel mondo ove corriamo have abitante."

25 Risponde: "Ercole, poi ch'uccisi i mostri

ebbe di Libia e del paese ispano,

e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri,

non osò di tentar l'alto oceano:

segnò le mète, e 'n troppo brevi chiostri

l'ardir ristrinse de l'ingegno umano;

ma quei segni sprezzò ch'egli prescrisse.

di veder vago e di saper, Ulisse.

26 Ei passò le Colonne, e per l'aperto

mare spiegò de' remi il volo audace;

ma non giovogli esser ne l'onde esperto,

perché inghiottillo l'ocean vorace,

e giacque co 'l suo corpo anco coperto

il suo gran caso, ch'or tra voi si tace.

S'altri vi fu da' venti a forza spinto,

o non tornovvi o vi rimase estinto;

27 sí ch'ignoto è 'l gran mar che solchi: ignote

isole mille e mille regni asconde;

né già d'abitator le terre han vòte,

ma son come le vostre anco feconde:

son esse atte al produr, né steril pote

esser quella virtú che 'l sol n'infonde."

Ripiglia Ubaldo allor: "Del mondo occulto,

dimmi quai sian le leggi e quale il culto."

28 Gli soggiunse colei: "Diverse bande

diversi han riti ed abiti e favelle:

altri adora le belve, altri la grande

comune madre, il sole altri e le stelle;

v'è chi d'abominevoli vivande

le mense ingombra scelerate e felle.

E 'n somma ognun che 'n qua da Calpe siede

barbaro è di costume, empio di fede."

29 "Dunque" a lei replicava il cavaliero

"quel Dio che scese a illuminar le carte

vuol ogni raggio ricoprir del vero

a questa che del mondo è sí gran parte?"

"No." rispose ella "anzi la fé di Piero

fiavi introdotta ed ogni civil arte;

né già sempre sarà che la via lunga

questi da' vostri popoli disgiunga.

30 Tempo verrà che fian d'Ercole i segni

favola vile a i naviganti industri,

e i mar riposti, or senza nome, e i regni

ignoti ancor tra voi saranno illustri.

Fia che 'l piú ardito allor di tutti i legni

quanto circonda il mar circondi e lustri,

e la terra misuri, immensa mole,

vittorioso ed emulo del sole.

31 Un uom de la Liguria avrà ardimento

a l'incognito corso esporsi in prima;

né 'l minaccievol fremito del vento,

né l'inospito mar, né 'l dubbio clima,

né s'altro di periglio e di spavento

piú grave e formidabile or si stima,

faran che 'l generoso entro a i divieti

d'Abila angusti l'alta mente accheti.

32 Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo

lontane sí le fortunate antenne,

ch'a pena seguirà con gli occhi il volo

la fama c'ha mille occhi e mille penne.

Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo

basti a i posteri tuoi ch'alquanto accenne,

ché quel poco darà lunga memoria

di poema dignissima e d'istoria."

33 Cosí disse ella; e per l'ondose strade

corre al ponente e piega al mezzogiorno

e vede come incontra il sol giú cade

e come a tergo lor rinasce il giorno.

E quando a punto i raggi e le rugiade

la bella aurora seminava intorno,

lor s'offrí di lontano oscuro un monte

che tra le nubi nascondea la fronte.

34 E 'l vedean poscia procedendo avante,

quando ogni nuvol già n'era rimosso,

a l'acute piramidi sembiante,

sottile invèr la cima e 'n mezzo grosso,

e mostrarsi talor cosí fumante

come quel che d'Encelado è su 'l dosso,

che per propria natura il giorno fuma

e poi la notte il ciel di fiamme alluma.

35 Ecco altre isole insieme, altre pendici

scoprian alfin, men erte ed elevate;

ed eran queste l'isole Felici,

cosí le nominò la prisca etate,

a cui tanto stimava i cieli amici

che credea volontarie e non arate

quivi produr le terre, e 'n piú graditi

frutti non culte germogliar le viti.

36 Qui non fallaci mai fiorir gli olivi

e 'l mèl dicea stillar da l'elci cave,

e scender giú da lor montagne i rivi

con acque dolci e mormorio soave,

e zefiri e rugiade i raggi estivi

temprarvi sí che nullo ardor v'è grave;

e qui gli elisi campi e le famose

stanze de le beate anime pose.

37 A queste or vien la donna, ed: "Omai sète

dal fin del corso" lor dicea "non lunge.

L'isole di Fortuna ora vedete,

di cui gran fama a voi ma incerta giunge.

Ben son elle feconde e vaghe e liete,

ma pur molto di falso al ver s'aggiunge."

Cosí parlando, assai presso si fece

a quella che la prima è de le diece.

38 Carlo incomincia allor: "Se ciò concede,

donna, quell'alta impresa ove ci guidi,

lasciami omai por ne la terra il piede

e veder questi inconosciuti lidi,

veder le genti e 'l culto di lor fede

e tutto quello ond'uom saggio m'invídi,

quando mi gioverà narrar altrui

le novità vedute e dir: `Io fui!'"

39 Gli rispose colei: "Ben degna in vero

la domanda è di te, ma che poss'io,

s'egli osta inviolabile e severo

il decreto de' Cieli al bel desio?

ch'ancor vòlto non è lo spazio intero

ch'al grande scoprimento ha fisso Dio,

né lece a voi da l'ocean profondo

recar vera notizia al vostro mondo.

40 A voi per grazia e sovra l'arte e l'uso

de' naviganti ir per quest'acque è dato,

e scender là dove è il guerrier rinchiuso

e ridurlo del mondo a l'altro lato.

Tanto vi basti, e l'aspirar piú suso

superbir fòra e calcitrar co 'l fato."

Qui tacque, e già parea piú bassa farsi

l'isola prima e la seconda alzarsi.

41 Ella mostrando gía ch'a l'oriente

tutte con ordin lungo eran dirette,

e che largo è fra lor quasi egualmente

quello spazio di mar che si framette.

Pònsi veder d'abitatrice gente

case e culture ed altri segni in sette;

tre deserte ne sono, e v'han le belve

securissima tana in monti e in selve.

42 Luogo è in una de l'erme assai riposto,

ove si curva il lido e in fuori stende

due larghe corna, e fra lor tiene ascosto

un ampio sen, e porto un scoglio rende,

ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'onda ha opposto

che vien da l'alto e la respinge e fende.

S'inalzan quinci e quindi, e torreggianti

fan due gran rupi segno a' naviganti.

43 Tacciono sotto i mar securi in pace

sovra ha di negre selve opaca scena,

e 'n mezzo d'esse una spelonca giace,

d'edera e d'ombre e di dolci acque amena.

Fune non lega qui, né co 'l tenace

morso le stanche navi ancora frena.

La donna in sí solinga e queta parte

entrava, e raccogliea le vele sparte.

44 "Mirate" disse poi "quell'alta mole

ch'a quel gran monte in su la cima siede.

Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole

torpe il campion de la cristiana fede.

Voi con la guida del nascente sole

su per quell'erto moverete il piede;

né vi gravi il tardar, però che fòra,

se non la matutina, infausta ogn'ora.

45 Ben co 'l lume del dí ch'anco riluce

insino al monte andar per voi potrassi."

Essi al congedo de la nobil duce

poser nel lido desiato i passi,

e ritrovàr la via ch'a lui conduce

agevol sí ch'i piè non ne fur lassi;

ma quando v'arrivàr, da l'oceano

era il carro di Febo anco lontano.

46 Veggion che per dirupi e fra ruine

s'ascende a la sua cima alta e superba,

e ch'è fin là di nevi e di pruine

sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.

Presso al canuto mento il verde crine

frondeggia, e 'l ghiaccio fede a i gigli serba

ed a le rose tenere: cotanto

puote sovra natura arte d'incanto.

47 I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio

chiuso d'ombre, fermàrsi a piè del monte;

e come il ciel rigò co 'l novo raggio

il sol, de l'aurea luce eterno fonte:

"Su su" gridaro entrambi, e 'l lor viaggio

ricominciàr con voglie ardite e pronte.

Ma esce non so donde, e s'attraversa

fèra serpendo orribile e diversa.

48 Inalza d'oro squallido squamose

le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira,

arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose

tien sotto il ventre, e tòsco e fumo spira;

or rientra in se stessa, or le nodose

ruote distende, e sé dopo sé tira.

Tal s'appresenta a la solita guarda,

né però de' guerrieri i passi tarda.

49 Già Carlo il ferro stringe e 'l serpe assale,

ma l'altro grida a lui: "Che fai? che tente?

per isforzo di man, con arme tale

vincer avisi il difensor serpente?"

Egli scote la verga aurea immortale

sí che la belva il sibilar ne sente,

e impaurita al suon, fuggendo ratta,

lascia quel varco libero e s'appiatta.

50 Piú suso alquanto il passo a lor contende

fero leon che rugge e torvo guata,

e i velli arrizza, e le caverne orrende

de la bocca vorace apre e dilata.

Si sferza con la coda e l'ire accende,

ma non è pria la verga a lui mostrata

ch'un secreto spavento al cor gli agghiaccia

l'ira e 'l nativo orgoglio, e 'n fuga il caccia.

51 Segue la coppia il suo camin veloce,

ma formidabile oste han già davante

di guerrieri animai, vari di voce,

vari di moto, vari di sembiante.

Ciò che di mostruoso e di feroce

erra fra 'l Nilo e i termini d'Atlante

par qui tutto raccolto, e quante belve

l'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve.

52 Ma pur sí fero essercito e sí grosso

non vien che lor respinga o che resista,

anzi (miracol novo) in fuga è mosso

da un picciol fischio e da una breve vista.

La coppia omai vittoriosa il dosso

de la montagna senza intoppo acquista,

se non se in quanto il gelido e l'alpino

de le rigide vie tarda il camino.

53 Ma poi che già le nevi ebber varcate

e superato il discosceso e l'erto,

un bel tepido ciel di dolce state

trovaro, e 'l pian su 'l monte ampio ed aperto.

Aure fresche mai sempre ed odorate

vi spiran con tenor stabile e certo,

né i fiati lor, sí come altrove sòle;

54 né, come altrove suol, ghiacci ed ardori

nubi e sereni a quelle piaggie alterna,

ma il ciel di candidissimi splendori

sempre s'ammanta e non s'infiamma o verna,

e nudre a i prati l'erba, a l'erba i fiori,

a i fior l'odor, l'ombra a le piante eterna.

Siede su 'l lago e signoreggia intorno

i monti e i mari il bel palagio adorno.

55 I cavalier per l'alta aspra salita

sentiansi alquanto affaticati e lassi,

onde ne gian per quella via fiorita

lenti or movendo ed or fermando i passi.

Quando ecco un fonte, che a bagnar gli invita

l'asciutte labbia, alto cader da' sassi

e da una larga vena, e con ben mille

zampilletti spruzzar l'erbe di stille.

56 Ma tutta insieme poi tra verdi sponde

in profondo canal l'acqua s'aduna,

e sotto l'ombra di perpetue fronde

mormorando se 'n va gelida e bruna,

ma trasparente sí che non asconde

de l'imo letto suo vaghezza alcuna;

e sovra le sue rive alta s'estolle

l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

57 "Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio

che mortali perigli in sé contiene.

Or qui tener a fren nostro desio

ed esser cauti molto a noi conviene:

chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio

di queste del piacer false sirene,

cosí n'andrem fin dove il fiume vago

si spande in maggior letto e forma un lago."

58 Quivi de' cibi preziosa e cara

apprestata è una mensa in su le rive,

e scherzando se 'n van per l'acqua chiara

due donzellette garrule e lascive,

ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara

chi prima a un segno destinato arrive.

Si tuffano talor, e 'l capo e 'l dorso

scoprono alfin dopo il celato corso.

59 Mosser le natatrici ignude e belle

de' duo guerrieri alquanto i duri petti,

sí che fermàrsi a riguardarle; ed elle

seguian pur i lor giochi e i lor diletti.

Una intanto drizzossi, e le mammelle

e tutto ciò che piú la vista alletti

mostrò dal seno in suso, aperto al cielo;

e 'l lago a l'altre membra era un bel velo.

60 Qual matutina stella esce de l'onde

rugiadosa e stillante, o come fuore

spuntò nascendo già da le feconde

spume de l'ocean la dea d'amore,

tal apparve costei, tal le sue bionde

chiome stillavan cristallino umore.

Poi girò gli occhi, e pur allor s'infinse

que' duo vedere e in sé tutta si strinse;

61 e 'l crin, ch'in cima al capo avea raccolto

in un sol nodo, immantinente sciolse,

che lunghissimo in giú cadendo e folto

d'un aureo manto i molli avori involse.

Oh che vago spettacolo è lor tolto!

ma non men vago fu chi loro il tolse.

Cosí da l'acque e da' capelli ascosa

a lor si volse lieta e vergognosa.

62 Rideva insieme e insieme ella arrossia,

ed era nel rossor piú bello il riso

e nel riso il rossor che le copria

insino al mento il delicato viso.

Mosse la voce poi sí dolce e pia

che fòra ciascun altro indi conquiso:

"Oh fortunati peregrin, cui lice

giungere in questa sede alma e felice!

63 Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro

de le sue noie, e quel piacer si sente

che già sentí ne' secoli de l'oro

l'antica e senza fren libera gente.

L'arme, che sin a qui d'uopo vi foro,

potete omai depor securamente

e sacrarle in quest'ombra a la quiete,

ché guerrier qui solo d'Amor sarete,

64 e dolce campo di battaglia il letto

fiavi e l'erbetta morbida de' prati.

Noi menarenvi anzi il regale aspetto

di lei che qui fa i servi suoi beati,

che v'accorrà nel bel numero eletto

di quei ch'a le sue gioie ha destinati.

Ma pria la polve in queste acque deporre

vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa tòrre."

65 L'una disse cosí, l'altra concorde

l'invito accompagnò d'atti e di sguardi,

sí come al suon de le canore corde

s'accompagnano i passi or presti or tardi.

Ma i cavalieri hanno indurate e sorde

l'alme a que' vezzi perfidi e bugiardi,

e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce

di fuor s'aggira e solo i sensi molce.

66 E se di tal dolcezza entro trasfusa

parte penètra onde il desio germoglie,

tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa

sterpa e riseca le nascenti voglie.

L'una coppia riman vinta e delusa,

l'altra se 'n va, né pur congedo toglie.

Essi entràr nel palagio, esse ne l'acque

tuffàrsi: la repulsa a lor sí spiacque.

 

 

CANTO SEDICESIMO

 

1 Tondo è il ricco edificio, e nel piú chiuso

grembo di lui, ché quasi centro al giro,

un giardin v'ha ch'adorno è sovra l'uso

di quanti piú famosi unqua fioriro.

D'intorno inosservabile e confuso

ordin di loggie i demon fabri ordiro,

e tra le oblique vie di quel fallace

ravolgimento impenetrabil giace.

2 Per l'entrata maggior (però che cento

l'ampio albergo n'avea) passàr costoro.

Le porte qui d'effigiato argento

su i cardini stridean di lucid'oro.

Fermàr ne le figure il guardo intento,

ché vinta la materia è dal lavoro:

manca il parlar, di vivo altro non chiedi;

né manca questo ancor, s'a gli occhi credi.

3 Mirasi qui fra le meonie ancelle

favoleggiar con le conocchia Alcide.

Se l'inferno espugnò, resse le stelle,

or torce il fuso; Amor se 'l guarda, e ride.

Mirasi Iole con la destra imbelle

per ischerno trattar l'armi omicide;

e indosso ha il cuoio del leon, che sembra

ruvido troppo a sí tenere membra.

4 D'incontra è un mare, e di canuto flutto

vedi spumanti i suoi cerulei campi.

Vedi nel mezzo un doppio ordine instrutto

di navi e d'arme, e uscir da l'arme i lampi.

D'oro fiammeggia l'onda, e par che tutto

d'incendio marzial Leucate avampi.

Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi

trae l'Oriente: Egizi, Arabi ed Indi.

5 Svelte notar le Cicladi diresti

per l'onde, e i monti co i gran monti urtarsi;

l'impeto è tanto, onde quei vanno e questi

co' legni torreggianti ad incontrarsi.

Già volàr faci e dardi, e già funesti

sono di nova strage i mari sparsi.

Ecco (né punto ancor la pugna inchina)

ecco fuggir la barbara reina.

6 E fugge Antonio, e lasciar può la speme

de l'imperio del mondo ov'egli aspira.

Non fugge no, non teme il fier, non teme,

ma segue lei che fugge e seco il tira.

Vedresti lui, simile ad uom che freme

d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira,

mirar alternamente or la crudele

pugna ch'è in dubbio, or le fuggenti vele.

7 Ne le latebre poi del Nilo accolto

attender par in grembo a lei la morte,

e nel piacer d'un bel leggiadro volto

sembra che 'l duro fato egli conforte.

Di cotai segni variato e scolto

era il metallo de le regie porte.

I due guerrier, poi che dal vago obietto

rivolser gli occhi, entràr nel dubbio tetto.

8 Qual Meandro fra rive oblique e incerte

scherza e con dubbio corso or cala or monta,

queste acque a i fonti e quelle al mar converte,

e mentre ei vien, sé che ritorna affronta,

tali e piú inestricabili conserte

son queste vie, ma il libro in sé le impronta

(il libro, don del mago) e d'esse in modo

parla che le risolve, e spiega il nodo.

9 Poi che lasciàr gli aviluppati calli,

in lieto aspetto il bel giardin s'aperse:

acque stagnanti, mobili cristalli,

fior vari e varie piante, erbe diverse,

apriche collinette, ombrose valli,

selve e spelonche in una vista offerse;

e quel che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre,

l'arte, che tutto fa, nulla si scopre.

10 Stimi (sí misto il culto è co 'l negletto)

sol naturali e gli ornamenti e i siti.

Di natura arte par, che per diletto

l'imitatrice sua scherzando imiti.

L'aura, non ch'altro, è de la maga effetto,

l'aura che rende gli alberi fioriti:

co' fiori eterni eterno il frutto dura,

e mentre spunta l'un, l'altro matura.

11 Nel tronco istesso e tra l'istessa foglia

sovra il nascente fico invecchia il fico;

pendono a un ramo, un con dorata spoglia,

l'altro con verde, il novo e 'l pomo antico;

lussureggiante serpe alto e germoglia

la torta vite ov'è piú l'orto aprico:

qui l'uva ha in fiori acerba, e qui d'or l'have

e di piropo e già di nèttar grave.

12 Vezzosi augelli infra le verdi fronde

temprano a prova lascivette note;

mormora l'aura, e fa le foglie e l'onde

garrir che variamente ella percote.

Quando taccion gli augelli alto risponde,

quando cantan gli augei piú lieve scote;

sia caso od arte, or accompagna, ed ora

alterna i versi lor la musica òra.

13 Vola fra gli altri un che le piume ha sparte

di color vari ed ha purpureo il rostro,

e lingua snoda in guisa larga, e parte

la voce sí ch'assembra il sermon nostro.

Questi ivi allor continovò con arte

tanta il parlar che fu mirabil mostro.

Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,

e fermaro i susurri in aria i venti.

14 "Deh mira" egli cantò "spuntar la rosa

dal verde suo modesta e verginella,

che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,

quanto si mostra men, tanto è piú bella.

Ecco poi nudo il sen già baldanzosa

dispiega; ecco poi langue e non par quella,

quella non par che desiata inanti

fu da mille donzelle e mille amanti.

15 Cosí trapassa al trapassar d'un giorno

de la vita mortale il fiore e 'l verde;

né perché faccia indietro april ritorno,

si rinfiora ella mai, né si rinverde.

Cogliam la rosa in su 'l mattino adorno

di questo dí, che tosto il seren perde;

cogliam d'amor la rosa: amiamo or quando

esser si puote riamato amando."

16 Tacque, e concorde de gli augelli il coro,

quasi approvando, il canto indi ripiglia.

Raddoppian le colombe i baci loro,

ogni animal d'amar si riconsiglia;

par che la dura quercia e 'l casto alloro

e tutta la frondosa ampia famiglia,

par che la terra e l'acqua e formi e spiri

dolcissimi d'amor sensi e sospiri.

17 Fra melodia sí tenera, fra tante

vaghezze allettatrici e lusinghiere,

va quella coppia, e rigida e costante

se stessa indura a i vezzi del piacere.

Ecco tra fronde e fronde il guardo inante

penetra e vede, o pargli di vedere,

vede pur certo il vago e la diletta,

ch'egli è in grembo a la donna, essa a l'erbetta.

18 Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,

e 'l crin sparge incomposto al vento estivo;

langue per vezzo, e 'l suo infiammato viso

fan biancheggiando i bei sudor piú vivo:

qual raggio in onda, le scintilla un riso

ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.

Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle

le posa il capo, e 'l volto al volto attolle,

19 e i famelici sguardi avidamente

in lei pascendo si consuma e strugge.

S'inchina, e i dolci baci ella sovente

liba or da gli occhi e da le labra or sugge,

ed in quel punto ei sospirar si sente

profondo sí che pensi: "Or l'alma fugge

e 'n lei trapassa peregrina." Ascosi

mirano i due guerrier gli atti amorosi.

20 Dal fianco de l'amante (estranio arnese)

un cristallo pendea lucido e netto.

Sorse, e quel fra le mani a lui sospese

a i misteri d'Amor ministro eletto.

Con luci ella ridenti, ei con accese,

mirano in vari oggetti un solo oggetto:

ella del vetro a sé fa specchio, ed egli

gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.

21 L'uno di servitú, l'altra d'impero

si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.

"Volgi," dicea "deh volgi" il cavaliero

"a me quegli occhi onde beata bèi,

ché son, se tu no 'l sai, ritratto vero

de le bellezze tue gli incendi miei;

la forma lor, la meraviglia a pieno

piú che il cristallo tuo mostra il mio seno.

22 Deh! poi che sdegni me, com'egli è vago

mirar tu almen potessi il proprio volto;

ché il guardo tuo, ch'altrove non è pago,

gioirebbe felice in sé rivolto.

Non può specchio ritrar sí dolce imago,

né in picciol vetro è un paradiso accolto:

specchio t'è degno il cielo, e ne le stelle

puoi riguardar le tue sembianze belle."

23 Ride Armida a quel dir, ma non che cesse

dal vagheggiarsi e da' suoi bei lavori.

Poi che intrecciò le chiome e che ripresse

con ordin vago i lor lascivi errori,

torse in anella i crin minuti e in esse,

quasi smalto su l'or, cosparse i fiori;

e nel bel sen le peregrine rose

giunse a i nativi gigli, e 'l vel compose.

24 Né 'l superbo pavon sí vago in mostra

spiega la pompa de l'occhiute piume,

né l'iride sí bella indora e mostra

il curvo grembo e rugiadoso al lume.

Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra

che né pur nuda ha di lasciar costume.

Diè corpo a chi non l'ebbe, e quando il fece

tempre mischiò ch'altrui mescer non lece.

25 Teneri sdegni, e placide e tranquille

repulse, e cari vezzi, e liete paci,

sorrise parolette, e dolci stille

di pianto, e sospir tronchi, e molli baci:

fuse tai cose tutte, e poscia unille

ed al foco temprò di lente faci,

e ne formò quel sí mirabil cinto

di ch'ella aveva il bel fianco succinto.

26 Fine alfin posto al vagheggiar, richiede

a lui commiato, e 'l bacia e si diparte.

Ella per uso il dí n'esce e rivede

gli affari suoi, le sue magiche carte.