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<B>Una peccatrice</B> di
Giovanni Verga
Dirò come mi sia pervenuta questa storia, che convenienze particolari
mi obbligano a velare sotto la forma del romanzo. Verso la metà di
novembre avevamo progettato una partita di campagna con Consoli e Pietro
Abate. Il 14, con una bella giornata, noi eravamo sulla strada di
Aci. Verso Cannizzaro un elegante calesse signorile oltrepassò la
nostra modesta carrozza da nolo. Giammai si è tanto umiliati dal contrasto
come in simili casi. Consoli, ch'era forse il più matto della compagnia,
gridò al cocchiere: «Dieci lire se passi quel calesse!». Il
cocchiere frustò a sangue le rozze, che cominciarono a correre
disperatamente, facendoci sbalzare in modo da esser sicuri di ribaltare; e
siccome le povere bestie non correvano come egli voleva, Consoli salì in
piedi sul sedile dinanzi per togliere le redini e la frusta dalle mani del
cocchiere. Allora cominciò un alterco fra quegli che non voleva cederle
e Consoli che le voleva ad ogni costo, mentre il legno correva alla
meglio. Tutt'a un tratto i cavalli si arrestarono; Abate ed io,
sorpresi di vederci fermati sì bruscamente, domandammo che c'era. «Un
morto»: fu la risposta laconica del cocchiere. Un convoglio funebre
attraversava lentamente lo stradone; esso era semplicissimo: un prete, un
sagrestano che portava la croce, un ragazzo che recava l'acqua benedetta,
e tre o quattro pescatori; il feretro, coperto di raso bianco e velato di
nero, era portato da quattro domestici abbrunati, e una carrozza
signorile, in gran lutto, lo seguiva. Quando la carrozza fu a paro
della nostra, una testa scoperta si affacciò allo sportello sollevando la
tendina di seta nera, e noi riconoscemmo uno dei nostri amici
d'Università, Raimondo Angiolini, laureato in medicina da quasi due
anni. Domandammo chi era morto ad un domestico in lutto che seguiva,
anch'egli a piedi, il convoglio, e ci fu risposto: «La contessa di
Prato». «Ella!», esclamammo tutti ad una voce, come se fosse stato
impossibile che la morte avesse potuto colpire quella fata, che aveva
fatto il fascino di tutti. Non sapevamo spiegarci per quali circostanze
la contessa fosse morta in quel luogo e Angiolini ne accompagnasse il
feretro; per un movimento istintivo ed unanime scendemmo da carrozza, e, a
capo scoperto, seguimmo il mortorio sino alla chiesetta. Raimondo
Angiolini entrando in chiesa venne a stringerci la mano; i nostri occhi
soltanto l'interrogavano, poiché egli rispose tristemente le stesse parole
che ci erano state dette: «La contessa di Prato». «Ella!», fu
ripetuto di nuovo. Raimondo abbassò il capo tristemente. «Morta...
la contessa!... morta qui!», esclamò Abate. «Sì, ieri l'altro, alle due
del mattino... una morte orribile.» Rimanemmo un pezzo in silenzio:
giammai questo spaventoso mistero del nulla avea colpito siffattamente le
noncuranti immaginazioni dei nostri 23 anni. «Sembra un sogno!»,
mormorò Consoli, «saranno appena due mesi ch'io la vidi al teatro.» «La
sua malattia fu brevissima»; rispose Raimondo, «è morta per Pietro
Brusio.» «Per Brusio! ella!... la contessa!...» Anche Brusio era uno
dei nostri compagni d'Università, buon giovanotto, alquanto discolo; ma,
per quanto ci torturassimo il cervello, non arrivammo a comprendere come
la Prato, questa Margherita dell'aristocrazia, fosse giunta ad amarlo, e,
quel ch'è più, a morire d'amore per lui. Siccome i nostri volti al certo
esprimevano tal dubbio, Angiolini riprese: «Nessuno, fuori di me e
dell'amico mio Brusio, e forse egli meno di me, potrà mai arrivare a
conoscere per qual concorso straordinario di circostanze questi due
esseri» (Angiolini nella sua qualità di medico diceva
<I>esseri</I>) «si sono incontrati ed hanno finito per
assorbire l'uno la vitalità dell'altro. Sono di quei misteri, che sembrano
troppo reconditi ma troppo ben tracciati nel loro sviluppo per essere
casuali, e che fanno supporre quello che il coltello anatomico non ci ha
potuto far trovare nelle fibre del cuore umano». «Vogliamo saperlo
allora!», saltò su a dire Consoli, «siamo tutti amici di
Brusio.» Angiolini, malgrado il suo scetticismo di medico, volse uno
sguardo alla bara, posta fra quattro ceri, nel mezzo della chiesa, mentre
il prete celebrava la messa. «Comprendete benissimo, amici miei, che
questo non è il luogo, né l'ora.» Ricondotti a quella triste
meditazione tutti fissammo a lungo e in silenzio quella cassa coperta di
raso e velata di nero, su cui il più allegro sole d'inverno, che
scintillava sui vetri della modesta chiesuola, mandava a posare uno dei
suoi raggi. Io non so come ciò avvenga, ma nessuno di noi tre, in quel
punto, quando quel bel sole invernale animava quelle spiagge ridenti, con
quel mare immenso che si vedeva luccicare attraverso la porta, fra tutto
quel sorriso di cielo e la vita che sentivamo rigogliosa, fidente,
espansiva, con il canto allegro dei pescatori che lavoravano sul lido e il
cinguettare dei passeri sul tetto della chiesa, a cui faceva un triste
contrapposto il silenzio funereo di quel recinto, interrotto solo dal
mormorare del prete che officiava, e la luce velata della chiesetta colle
pallide fiammelle di quelle torce, nessuno di noi tre, dicevo, poteva
credere intieramente che quelle quattro tavole racchiudessero quel corpo,
meraviglia di grazia e di eleganza, che, pochi giorni innanzi, quando si
vedeva passare al trotto del suo brillante equipaggio, faceva voltare
tante teste. Lo ripeto: giammai la morte ci era sembrata più imponente
e più possibile nello stesso tempo prima d'allora. Quando uscimmo di
chiesa dissi a Raimondo: «Hai bisogno di noi?». «No, grazie.» «E
Brusio?», domandò Abate. «È là»; rispose Angiolini additandoci una
graziosa casina. A quelle sole parole scorgemmo tutto l'abisso che
dovea separare Brusio dalla società, in quel momento in cui lo immaginammo
solo e annientato in quelle camere ancora profumate da lei, ancora
stillanti di quell'amore che inebriandoli aveva ucciso il più fragile dei
due esseri; ora solo, perduto nell'immensità di quel dolore profondo che
sbalordisce come il fulmine. Sentimmo che nulla potevamo fare per lui
in quel momento. «Addio!», dissi ad Angiolini stendendogli la
mano. «Ci vedremo?», aggiunse Abate. «Chi sa?... fra un mese o due
forse...» «E ci narrerai questa storia?», disse Consoli. «Tu la
scriverai?», rispose Raimondo rivolto a me. «Forse.» «In tal caso
bisogna che Pietro me ne dia prima il permesso. Addio.» Tre mesi dopo
rividi Angiolini al Caffè di Sicilia. Gli domandai di Brusio: era
ritornato a Siracusa, sua patria; gli rammentai la promessa, ed egli mi
narrò le parti principali di quella storia di cui noi avevamo assistito
alla triste catastrofe; però pei dettagli mi promise di comunicarmeli
minuziosi e precisi, dopo che avrebbe consultato certe lettere che aveva
ricevuto da Brusio e dalla contessa. Un mese più tardi ricevei dalla
Posta un grosso plico col bollo di Napoli; vi erano i dettagli e le
lettere che mi aveva promesso Angiolini, due o tre fotografie
rappresentanti diverse località di una casa abitata in Napoli da Pietro
Brusio, e finalmente la preghiera, che Raimondo mi faceva, se mai mi
decidessi un giorno a pubblicare questa storia dell'amore onnipotente, di
salvare rigorosamente le apparenze, in modo che neanche gli amici di
Brusio potessero penetrarne il segreto. Dal canto mio non ho fatto che
coordinare i fatti, cambiando i nomi qualche volta, ed anche contentandomi
di accennare le iniziali, quando, anche conosciuto il nome, le circostanze
per le quali è ricordato non sono compromettenti; rapportandomi spesso
alla nuda narrazione di Angiolini e alle lettere che questi mi rimise;
aggiungendovi del mio soltanto la tinta uniforme, che può chiamarsi la
vernice del romanzo.
<B>I</B>
In una bella sera degli ultimi di maggio, due giovanotti, tenendosi a
braccetto, passeggiavano pel gran viale del <I>Laberinto</I>
che dovea trasmutarsi in Villa Pubblica, con quella oziosità noncurante
che forma il carattere degli studenti e dei giovanotti che non hanno
ancora le pretensioni di <I>dandys</I>. Passeggiavano da
quasi cinque minuti in silenzio, quando una signora, abbigliata con gusto
squisito, appoggiandosi con il molle e voluttuoso abbandono che posseggono
solo le innamorate o le spose nella <I>luna di miele</I>, al
braccio di un uomo, anch'esso molto elegante, passò loro dinanzi; e lo
strascico della sua lunghissima veste sfiorò i calzoni del giovane alto e
bruno che stava a diritta, il quale non sembrò accorgersene. «La bella
donna!», esclamò il suo compagno, un giovane biondo, come per rompere quel
silenzio, che durava da un pezzo. L'altro, istintivamente, alzò il capo
e guardò la signora, che, o naturalmente, o per l'istinto della donna,
avea volto a metà il viso verso di loro, parlando con l'uomo che
l'accompagnava. Il bruno sembrò esaminarla di un lungo sguardo dalla
piuma del suo cappellino, che scherzava coi ricci dei suoi magnifici
capelli cadenti sin quasi sulle sopracciglia, alla punta del suo piccolo
piede, chiuso in stivaletti di seta nera, che allora, forse per la più
squisita civetteria, l'ampia guarnizione della veste lasciava scoperto
sino al basso di una gamba sottile e ben modellata. «Sì, molto bella!»,
diss'egli, come rispondendo a se stesso. E, malgrado che tentasse
immergersi di nuovo nei pensieri che lo tenevano sì preoccupato un momento
innanzi, due o tre volte alzò gli occhi a fissare la veste, che ancora
strisciava lontana sulla sabbia del viale. Alla porta ella montò nella
carrozza che l'aspettava, e partì. «Ella non dev'essere siciliana»;
ripigliò il bruno, che si chiamava Piero. «Chi te lo dice?» «Tutto:
il suo genere d'eleganza, la sua andatura... il modo stesso con cui
accolse la tua esclamazione.» «L'ha udito dunque!», mormorò il biondo,
arrossendo come un collegiale. «Raimondo, amico mio, sarai sempre un
ragazzetto su questo argomento. Credi dunque che quando una bella donna ti
passa dinanzi badi ad ascoltare le sciocchezze che le sussurra un
imbecille qualunque sotto il naso?» «Ma quest'imbecille può anche
essere un amante... e allora...» «E allora ragion dippiù per ascoltare
ciò che si dice di lei, quale impressione desta passando, per poi fare un
presente all'innamorato delle tue osservazioni (se sono favorevoli però,
bada!) sotto il pretesto di riderne; presente che deve rendere innamorato
quel povero allocco per dieci gradi dippiù.» Raimondo rise
dell'osservazione; e ambedue proseguirono a passeggiare in
silenzio. All'ingresso del giardino si separarono, colla tacita
promessa, data nella più tacita stretta di mano, di rivedersi
l'indomani. Noi cercheremo di delineare questi due personaggi, dei
quali uno è destinato ad avere la maggior parte negli avvenimenti che
verranno in seguito. Pietro Brusio, l'uno dei due (ricorriamo al
pseudonimo per questo come per quasi tutti i nostri personaggi, viventi
ancora la maggior parte e molto conosciuti) è, come abbiamo accennato, un
giovanotto alto; di circa 25 anni; alquanto magro, ciò che non impedisce
che abbia delle belle forme, le quali sarebbero più eleganti, se avesse il
segreto, come l'hanno molti, di saperle fare spiccare; ha i capelli assai
radi, di un castagno molto più chiaro di quello dei suoi pizzi e dei
baffi; pelle bruna; occhi piccoli e vivissimi; labbra alquanto grosse e
sensuali; narici larghe e dilatantisi sempre più alla minima aspirazione
del suo carattere impetuoso; piedi e mani piccolissime, in rapporto alla
sua statura. Nell'assieme figura energica e maschia, che può avere anche i
suoi riflessi di bellezza, messa sul suo piedistallo, nella sua giusta
luce, al suo posto insomma. È un giovane quale se ne incontrano molti in
Sicilia: sangue arabo in vene andaluse: orgoglioso come un
<I>Cid</I> egli non dissumula menomamente le sue pretensioni
di superiorità, che nulla sembra autorizzare nel suo esteriore. Vivo ed
impetuoso come tutti i meridionali, egli scenderebbe sino alla lotta di
piazza pel minimo sguardo un po' dubbio che s'incrociasse col suo. Natura
generosa del resto, elevata, con molte aspirazioni al superiore, troppo
nobile forse per trovarsi in contatto colla società del giorno senza
risentirne gli urti, egli passa colla maggior facilità dall'estrema
confidenza nella sua <I>stella</I>, nel suo avvenire (poiché
egli avea dato due o tre drammi al teatro di Siracusa, dei quali si era
parlato il giorno dopo soltanto, o non si era parlato affatto) allo
scoraggiamento massimo, alla disillusione più completa di tutti quei sogni
rosati, che pur riempiono un gran vuoto, rispondono ad un gran bisogno di
quell'età in cui il cuore e l'immaginazione vivono anch'essi la loro
vita. Il compagno che gli passeggiava allato è molto più piccolo;
biondo, piuttosto grasso; uno di quei caratteri che non servono sovente ad
altro che a far spiccare una individualità superiore a cui si
accompagnano, di cui sentono e subiscono l'influenza come un
satellite. Raimondo, il biondo, ha però il merito di essere come il
compimento del carattere infiammabile, sovente del soverchio, del suo
amico. Egli non ha la superiorità d'ingegno di lui, ma molta maturità di
giudizio, ciò che lo fa ragionare calmo ed assennato, ed impedisce a
Pietro di commettere mille pazzie, poiché Raimondo ha la voce dolce ed
insinuante ed il carattere conciliativo; sembra infine che l'ardente
carattere dell'amico suo subisca a sua volta l'influenza della pacata
indole di lui. Entrambi appartengono a due buone famiglie di Siracusa.
Raimondo è già laureato in medicina da quasi un anno, e Pietro studia
legge per studiare qualche cosa che non gli renda soltanto strette di mano
dei comici, che per altro si misuravano dal numero dei rinfreschi offerti
e mai rifiutati, e qualche applauso, assai freddo, della platea, che avea
il valore di un biglietto gratis. Abbiamo insistito, forse di
soverchio, su questi dettagli fisici e morali, d'uso per alcuni, per noi
resi indispensabili dalla necessità, che abbiamo peculiare, di far
<I>sentire</I>, diremmo, i caratteri che presentiamo prima di
agitarli nelle scene di un racconto intimo. Scopriamo sin dal principio il
meccanismo, per non attirarci la taccia, poscia, di aver fatto agire delle
marionette, da chi non ne vedesse il filo motore ch'è il cuore. Cinque
giorni dopo, all'ora solita, noi incontriamo i due amici, che passeggiano,
colla stessa sbadataggine, sotto gli alberi del
<I>Rinazzo</I>; l'uno, il biondo, chiacchierando quasi sempre
solo; il suo compagno col capo basso e le mani dietro le reni. «Mio
caro», diceva il biondo, guardando l'amico negli occhi in aria di malizia,
«risponderai almeno questa volta a quella piccina?» «Io?», rispose
bruscamente Pietro, come destandosi di soprassalto, «e perché
fare?» «Bella risposta! che pure non avrebbe avuto l'opportunità di
venir fuori oggi, se tu l'avessi data a te stesso il giorno, o piuttosto
la sera, che ti venne in mente di accalappiare colle tue commedie quella
poveretta.» «Credo che tu abbi ragione in quanto alla risposta; e che
tu dica una bestialità, ciò che fai spessissimo, in quanto a quello che mi
vai cantando di accalappiamenti e di
poverette...» «Pietro...» «Lasciami tranquillo, ti dico!... Ci credi
sul serio dunque che a quest'ora Maddalena, la <I>piccina</I>,
come la chiami, pianga e si disperi perché non le scrivo più, perché la
sera, onde aspettarla sotto il verone, non rischio più di farmi gettare
delle immondezze sul capo da qualche serva maligna, che finga di non
vedermi, e perché non do più lo spettacolo ai vicini, che si mettono ad
origliare dietro le imposte, di quelle freddure che si ricantano sempre
sullo stesso tuono: <I>buona sera; come stai? mi ami sempre? non
quanto me</I>... ecc. ecc., poiché le varianti sono pochissime?! In
fede mia che ne ho abbastanza di tali amori da quindici anni!!... Se mi
avesse permesso di salire un momento sulle scale... pazienza!...» «Sì,
pazienza per altri otto giorni! La sarebbe finita come tutte le altre...
Eppure ti assicuro che se tu l'avessi veduta piangere come io l'ho veduta;
se ella ti avesse abbracciato i ginocchi come li ha abbracciati a me, per
indurti ad andarla a vedere, a scriverle almeno... se tu avessi udito le
parole ch'ella mi diceva!...» «Parola d'onore!», esclamò sghignazzando
Pietro, «che tu ne sei innamorato cotto. Va, Raimondo, amico mio, tu farai
il tuo cammino, coi tuoi ventidue anni, i tuoi capelli biondi, e il tuo
volto fresco e roseo.» Il biondo prese quegli scherzi come li prendeva
sempre, dalla parte che lasciano ad un uomo di spirito, ch'è quella di
riderne pel primo, e riprese: «Se così fosse, confessa che mi saresti
molto obbligato di averti sbarazzato di una <I>noia</I>, senza
i ritornelli soliti di <I>traditore, Iddio è giusto</I>,
ecc.». Pietro ne rise esso pure, e strinse con effusione la mano del
suo amico. «Sentimi, caro Raimondo»; diss'egli alquanto gravemente; «io
non son di quelli che dicono: <I>fo così perché così fanno gli
altri.</I> Mi sento troppo superiore a questi
<I>altri</I> per seguirne l'esempio. A diciott'anni è permesso
credere ancora all'amore, alla fedeltà, alla donna tipo eroina, come
impastocchiano gli sfa[c]cendati nei romanzi... A ventiquattro (è
desolante quello che dico, ma non è men vero) si è scettici come lo
scetticismo, quando cento volte si sono ascoltate le più appassionate
proteste, fatte colle lagrime agli occhi, dalla donna che ha in saccoccia
la lettera del rivale...» «È curiosa!», interruppe Raimondo. «Che
cosa?» «Come ti hanno guastato i romanzi di Sue; tu, accanito
avversario dell'esagerazione della scuola francese, e che ora mi copii sì
bravamente <I>l'uomo stufo a ventun'anni</I>, lo
<I>Scipione</I> del <I>Martino il
Trovatello</I>...» «Non copio io!», disse Pietro quasi con
asprezza; «ti dico soltanto quello che penso. Ti dico anche che darei
qualche cosa del mio avvenire per possedere ancora le illusioni sì care
de' miei diciassette anni... Tu conosci la mia vita, Raimondo!... Ti
ricordi di una giovanetta che amai alla follia... Che fece quella
giovanetta, per la quale avevo pianto,... ne ho vergogna anche a
pensarci... pianto dinanzi a te... come un fanciullo... come un vile?!...
Ella m'ingannò per un mercante; poi per un nobile, per un uomo
ammogliato... E questa donna, che avea dato appuntamento per la sera al
suo <I>amico</I>, che ascoltava tremando le ore che segnava
l'orologio del salotto, poiché temeva ch'io m'incontrassi con lui,
abbracciava i miei ginocchi, come ieri Maddalena abbracciava i tuoi; mi
supplicava colle lagrime più ardenti, colle carezze più tenere, cogli
accenti più deliranti di non lasciarla sì tosto, di non lasciarla in
collera, poiché s'era accorta ch'io avevo sospetto di quello che dovevo
vedere mezz'ora più tardi... Dopo amai una maritata; credei che una
signora che rischia di romperla colla società, e colla sua felicità
istessa, dovesse molto sentire, quest'affetto, al quale sacrifica il suo
decoro, la pace domestica, e, presso di noi, fors'anche la vita...
Quindici giorni dopo, a caso, in una festa da ballo, seppi, da uno di
quegli amici che s'incontrano dappertutto, che da tre giorni egli era in
relazione con quella signora... e le espressioni appassionate di lei,
ch'egli mi citò, erano le stesse di quelle che aveva impiegato per farmi
credere al suo amore... In seguito amai una fanciulla... <I>pura
siccome un angiolo</I>, come direbbe il signor Germont nella
<I>Traviata</I>; ella aveva tutto ciò che può far credere alla
purità del cuore: distinzione d'educazione, coltura d'ingegno, bontà di
sentimenti... Io l'amai come un pazzo, quella fanciulla dal viso pallido e
dagli occhi cerulei... Scesi persino alle puerilità del collegiale,...
passare sotto i suoi veroni, seguitarla al passeggio e in chiesa... Quella
giovanetta rispose finalmente alle mie lettere, mi promise amore e
fedeltà, nell'istesso tenore, suppongo, in cui l'aveva promesso sei mesi
prima ad un giovane che sposò alcune settimane appresso... E dopo questo,
dopo innumerevoli esempî, che ogni giorno cadono sott'occhio, credi che si
possa più aver fede nell'<I>amore</I> propriamente detto, in
quest'amore chiesto e giurato spesso col rituale alla mano, senza passare
almeno per uno scolaro di primo anno?» «Ti rispondo colle tuo parole:
Credo che abbi ragione almeno per metà; ma confessa che per l'altra tu
esageri un pochino, lasciandoti trasportare, al solito, dalla tua
immaginazione.» «Può essere anche questo»; rispose sorridendo il
giovane; «del resto colla Maddalena l'ho rotta tranquillamente o
diplomaticamente, come vuoi meglio. Infine vuoi una parabola per
convincerti?» «Fuori la parabola!» «Ecco!», e Pietro trasse dal suo
portasigari, che avea trasformato anche in portafogli e portamonete, un
bigliettino in carta profumata ed involto in una sopracoperta piccolissima
color rosa; colla stessa flemma ne prese un sigaro ed un fiammifero.
Acceso il foglietto, cominciò ad accendere tranquillamente il
sigaro. Raimondo ebbe il tempo di leggere le ultime frasi assai tenere
del bigliettino, scritto con quel carattere minuto ed uguale che sembra
particolare alle signorine distinte, firmato in basso colle sole
iniziali. «Hai veduto?», gli domandò Pietro trionfante, buffandogli in
faccia il fumo azzurrognolo del sigaro. «Ho guardato ma non ho visto,
come il cieco della Bibbia.» «È semplicissimo: vi è un detto celebre:
<I>Fumo di gloria non val fumo di pipa</I>: ciò che in
parentesi dimostrerebbe che le mie più belle produzioni-erba non valgono
il fumo delizioso di questo <I>regalia</I>; io ne faccio un
altro: <I>Amor di donna</I>, e d'uomo, se si vuole,
<I>non dura più di cenere di carta</I>, o <I>biglietto
amoroso</I>... o <I>sigaro regalia</I>. Spero di farmi
nome almeno coi proverbi... giacché non l'ho potuto con opere di maggior
lena... Ma guarda laggiù, imbecille!...» «Che c'è?» «Cospetto!... la
signora che incontrammo l'altra volta alla Villa!» «È vero.» «Che
donna... Perdio!...» «Non è poi quella maraviglia che mi vai
cantando...» «Non ho parlato di maraviglie. Ti dico semplicemente che a
Catania, e in tutta Sicilia anche, son poche le donne che sappiano recare
così bene il loro <I>perdessus reine-blanche</I>, e che
sappiano appoggiarsi con tanta grazia al braccio di quel briccone in
guanti paglia e <I>pincenez</I> che ha la fortuna di premere
quel polsino contro le sue costole.» Essi passarono quasi rasente a
quella donna, che questa volta non li vide o fece le viste di non vederli,
e che sorrideva del suo riso incantevole al suo cavaliere, mentre gli
parlava. «Hai udito che bella voce!», esclamò Pietro, premendo il
braccio del suo compagno; «all'accento mi parve torinese... Io adoro tutto
il Piemonte in questo momento...» «Eppure veduta dappresso non è
bella...» «È adorabile, se non è bella! Essa non ha la bellezza
regolare, compassata, che direi statuaria, e che non invidio ai modelli
dei pittori; ma ha occhio che affascina, e sorriso che seduce carezzando,
quando questo fascino ci può fare atterrire coi suoi brividi troppo
potenti. Questa donna alta e sottile, di cui le forme voluttuosamente
eleganti sembrano ondeggiare lente e indecise sotto la scelta toletta che
le riproduce con tutta l'attrattiva vaporosa delle mezze tinte, ha tutte
le perfezioni per poter coprire ed anche far ammirare come pregi altre
imperfezioni; questa donna che ha bisogno di tutta la delicatezza e la
bellezza di contorno del suo collo da inglese per non far troppo spiccare
la piccolezza della sua testa da bambina; di tutta la flessibilità della
sua vita per far dimenticare l'estrema sottigliezza del suo corpo; di
tutta l'abbagliante bianchezza dei suoi denti per fare una bellezza della
sua bocca alquanto grande, con cui ella sorride sì dolce che sarebbe a
desiderarsi di vederla sempre sorridere; che si serve di tutte le ombre,
di tutti i riflessi più lucidi, più belli, più azzurrognoli dei suoi
magnifici capelli neri per nascondere che la sua fronte è alquanto larga
ed alta del soverchio; di tutta la limpidità dello sguardo dei suoi occhi,
infine, per farne ammirare la pupilla di un riflesso molto chiaro; questa
donna mi colpisce mille volte dippiù coll'effetto direi strano,
sorprendente, poiché rubato a Dio, della sua beltà... Io non potrei
giammai esprimerti l'effetto che mi fa questa bellezza, che non è tale che
quasi per un miracolo, poiché non ha nulla per esserlo, ed in cui tutto
sembra formare un assieme di grazia e d'incanto; questa bellezza che ha
bisogno di tutte le risorse della toletta, di tutte le seduzioni dei modi
e dell'accento, di tutto l'incanto dello sguardo e del sorriso, per
circondarsi di questo vapore trasparente... illusorio, lo confesso, che la
fa bella però, che la fa adorabile, poiché sembra non farla vedere che in
nube, attraverso l'incenso e l'orpello; questa bellezza che vuol essere
tale a dispetto della natura che l'avea fatta comune; questa figura
plastica che non ha di bello che gli elementi, direi, per divenir tale, e
lo spirito creatore che fa nascere tutte le grazie di cui si circonda; che
si mette allo specchio donna per sortirne silfide... maga...
sirena...» «To... to... to!... Pietro, amico mio, ne saresti
innamorato?...» «Io!», rispose il giovane scrollando le spalle, come
cadendo dalla sua esaltazione, «sei pazzo!» «Eppure tutti i pregi di
costei non valgono un solo di Maddalena. Venti ancor più belle di lei non
farebbero un angioletto così bello e perfetto qual è la
<I>piccina</I>, come mi piace chiamarla; che pure hai
abbandonato senza un pensiero.» Pietro fissò uno sguardo sull'amico,
poi un altro sulla signora ch'era già molto lontano, e rispose
semplicemente, abbassando il capo: «Maddalena non sa neanche annodarsi il
nastro del cappellino come colei». «È graziosa!», esclamò Raimondo.
«Dunque ameresti dippiù una donna che avesse bisogno, per essere amata,
d'impiegare prima due ore allo specchio?» «Sì, lo confesso... Chiamala
anche civetteria, o ciò che vuoi; nella donna che dovrei amare io vorrei
tutte queste cure minute, tutte queste precauzioni delicate, tutte le
perfezioni dello spirito e le squisitezze dell'educazione, tutti questi
dettagli dell'assieme, insomma, che servirebbero a formarmi l'aureola
della donna che dovrei avvicinare colla riverenza e il delirio dei sensi,
che tal prestigio dovrebbe recarmi, poiché la riverenza del cuore io non
l'ho più. Io amo nella donna i velluti, i veli, i diamanti, il profumo, la
mezza luce, il lusso... tutto ciò che brilla ed affascina, tutto ciò che
seduce e addormenta... tutto ciò che può farmi credere, per mezzo dei
sensi, che questo fiore delicato, del cui odore m'inebbrio, che mi
trastullo fra le mani, non nasconde un verme; che quest'essere non è, come
il mio, debole e creta... E allora io l'amerei... un giorno, un'ora, ma
l'amerei... Quanto alle altre donne, le amerò allorché scoprirò un cuore
nella donna.» Pietro, dopo questa scappata, rimase muto alcuni altri
secondi, aspirando voluttuosamente, colle narici dilatate, il fumo del
sigaro, come se attraverso quella nube cenerognola volesse discernere le
forme indecise del tipo che avea ornato di tale incanto nella sua
immaginazione. Poscia, come arrossendo del suo trasporto, si mise a ridere
fragorosamente, esclamando: «Che ne dici della mia tirata,
Pilade?». «Non è cosa nuova in te. Dimentichi troppo spesso che sei
scritto sul ruolo degli studenti di terzo anno in legge, per trasportarti
ai tempi in cui impiastricciavi carta.» «Hai ragione; bisogna
dimenticare quei tempi...», disse il giovane con una forzata allegria, che
pure avea una leggiera tinta d'amarezza. «<I>Destino!</I> ecco
la gran parola che gli uomini non sanno proferire più spesso, ma nella
quale io son credente come un maomettano... Io, povero sciocco, che m'ero
fitto in capo di salire le scale del Campidoglio, e raccogliervi una
corona qualunque... eccomi destinato probabilmente a logorare quelle dei
tribunali, e di corone non si parla più... fossero anche di cavoli. Se gli
uomini sapessero far valere questa parola quanto essa lo merita,
l'incolpabilità delle azioni umane rimarrebbe sugli scritti dei penalisti:
ecco che, almeno una volta, parlo da saggio...» «Ed anche il merito
delle azioni umane, in tal caso... E tu sei superstizioso in
quest'idea?» «Al fanatismo!» «Ma se tu fossi
<I>destinato</I> ad amare quella donna, che non hai veduto che
due volte, in passando?...» Pietro cominciò dallo scrollare le spalle,
al [suo] solito; indi rimase alcuni minuti in silenzio, e disse
tristamente, come se quell'idea gli facesse pena o paura: «Chi lo
sa!?...».
<B>II</B>
Venti giorni sono scorsi da quello in cui incontrammo i due amici al
<I>Rinazzo</I>. Siamo nei lunghi giorni del giugno. Pietro
studia assiduamente da mattina a sera le sue tesi, poiché si approssimano
gli esami; ed esce assai di rado. La sera di un giovedì Raimondo venne
a trovarlo nel suo stanzino da studio, nella casa che abitava insieme a
sua madre e alle sue due sorelle, in via Vittoria. «Che vuoi?», domandò
Pietro bruscamente, celando, al suo solito, la viva amicizia che nutriva
pel suo compagno sotto quell'apparenza di ruvidità. «Vengo per condurti
meco al passeggio.» «Ne ho forse il tempo? Sai bene che gli esami sono
vicini, e non ho ore da sprecare andando a spasso; sai pure che col
professore Crisafulli non c'è da scherzare.» La signora Brusio, ch'era
entrata con Raimondo nello stanzino di suo figlio, e si era appoggiata,
con quell'atteggiamento ineffabile d'amore delle madri, alla spalliera
della sua seggiola, unì le sue istanze a quelle di Raimondo per indurre
suo figlio a prendere un po' d'aria. «Stassera c'è musica alla
<I>Marina</I>», disse Raimondo. «Va pure, figlio mio»;
disse la madre, «da quasi venti giorni tu non esci più, e ciò ti farà
ammalare invece di farti proseguire i tuoi studî. Prendi qualche ora di
riposo; ne hai bisogno.» Pietro amava sua madre d'immenso affetto. Pel
suo carattere impetuoso ed insofferente quella dolce voce di donna, quella
mano pallida e affilata che carezzava i suoi capelli, erano
irresistibili. «Giacché siete congiurati, e volete così!...», diss'egli
sorridendo, «aspettami cinque minuti, Raimondo; il tempo di
vestirmi.» E passò nella sua camera. «Fatelo divertire, signor
Angiolini»; disse al giovane medico la signora Brusio, «ha tanto bisogno
di distrazione il mio povero Pietro! È tanto tempo che non fa altro che
studiare!... e mi sembra che sia divenuto più pallido... Mi atterisce
l'idea che abbia ad ammalare!» «Non pensi a queste cose, signora»;
interruppe Raimondo; «Pietro è forte come un toro, e quest'eccesso di
lavoro non può durare che altri otto o dieci giorni. Terminati gli esami
abbiamo stabilito di andare a passare una settimana alla
campagna.» «Grazie, grazie, Raimondo!», disse la madre, stringendo la
mano del giovane, «voi siete il degno amico del mio Pietro... Ve lo
raccomando!... Siamo tre donne che non abbiamo più che lui...» Vestito
che fu Pietro i due amici andarono alla <I>Marina</I>. I
viali erano affollatissimi; la musica eseguiva le più appassionate melodie
di Bellini e di Verdi; un bel lume di luna si mischiava alle vivide
fiammelle dei lampioncini, sospesi in festoni agli alberi, che
illuminavano i viali. Era una di quelle sere incantate che si passano su
queste spiaggie del Mediterraneo, in cui lo specchio terso ed immenso del
mare, che riflette tremolante il raggio dolce e pacato della luna, sembra
servire di cornice al quadro allegro, vivace, animato, che formicola colle
sue mille seduzioni sotto gli alberi. Pietro si sentì come allargare il
cuore e fu grato all'amico di quella piacevole sensazione; essi
passeggiavano per uno dei viali più appartati. «Non m'inganno!»,
esclamò Pietro tutt'a un tratto, come di soprassalto, stringendo vivamente
il braccio dell'amico contro il suo; «è lei!... là!... in mezzo a quei due
uomini!» In fondo al viale quasi deserto, perché troppo lontano dalla
musica, spiccava infatti, e per la solitudine del luogo, e per una certa
originalità elegante di abbigliamento e di andatura, la signora che aveva
recato tale impressione in Pietro Brusio. Vestiva un semplicissimo
abito di <I>tarlatane</I> a quadretti bianchi e bleu, tessuto
di una freschezza e leggerezza quasi vaporosa; uno scialle nero, fermato
sul petto da uno spillone d'oro; ed un cappellino grigio ornato
<I>cerise</I>. Nulla però varrebbe a riprodurre l'eleganza
suprema, la molle e quasi ingenua civetteria, con la quale ella rialzava
la veste sino a metà della sottoveste ricchissima e si appoggiava al
braccio di un uomo di quasi 30 anni, assai bruno, con volto ombrato da una
folta barba nera, che avrebbe fatto invidia ad un guastatore, e vestito
con ricercatezza alquanto leccata. Dall'altro lato era accompagnata da un
signore di mezza età, alto, quasi biondo, freddo, e che parlava con una
bella pronunzia toscana. I due giovani, passeggiando, s'incrociarono
con essi che venivano loro di contro. Questa volta uno sguardo della
signora, incerto, quasi negligente, si fissò indolentemente, ma a lungo
negli occhi ardenti di Pietro che la divoravano. Due o tre volte ancora
i due amici l'incontrarono di faccia; e ciascuna volta quello sguardo
limpido, chiaro, noncurante, si fissò sul giovane che la guardava a lungo;
e ciascuna volta il cuore di Pietro batteva stranamente in modo più forte;
e le sue guancie pallide e brune si facevano ancor più pallide; e il suo
occhio sfavillava più ardente; ed egli affrettavasi, trascinava quasi il
suo compagno per giungere a quest'attimo in cui quella silfide dovea
passargli dinanzi, in cui quella veste doveva sfiorarlo, in cui quegli
occhi dalla pupilla trasparente dovevano fissarsi sui suoi, sebbene come
non vedendolo. Una o due volte che Brusio non incontrò quello sguardo, fu
triste, e quasi dispettoso di se medesimo. Una volta, l'ultima, in cui gli
parve accorgersi che, lui oltrepassato di uno o due passi, ella, parlando
all'uomo a cui dava il braccio, verso di cui si piegava sorridendo con una
grazia affascinante, avesse rivolto a metà il viso verso di lui e che un
lampo partito da quegli occhi lo cercasse, egli fu ebbro... felice di una
sensazione nuova, strana, che non sapea definire, della quale avea quasi
paura, poiché non poteva giustificarla. Ritornando per lo stesso viale
la cercò invano cogli occhi da lungi... Giunse in capo al viale: era
deserto... La cercò per tutta la <I>Marina</I>, come se in
quella folla elegante ed animatissima avesse dovuto discernere in mezzo a
mille <I>colei</I> al solo riflesso azzurrognolo dei ricci che
ombreggiavano la sua fronte fin quasi sulle sopracciglia, al solo
movimento della sua piccola testa che sembrava inchinarsi come un giunco
sul collo sottile e ben modellato; era partita... Che voleva egli? Che
cercava da quella donna, di cui il lusso, il corteggio, l'adulazione era
l'atmosfera in cui viveva; che gli uomini più ricchi, più eleganti, più
nobili si fermavano ad ammirare, senza che ella mostrasse avvedersene; che
tre o quattro volte l'avea guardato come si guarda un fanciullo, un
albero, un oggetto qualunque che s'incontri?... Nemmeno egli lo sapeva in
quel punto; egli avrebbe arrossito di confessarsi la premura che prendeva
per colei che dovea essere sempre un'estranea per lui. Cinque minuti
dopo riprese il braccio di Raimondo, dicendogli: «Andiamo
via!». «Così presto?» «Non ti annoi a morte qui stassera?... Non c'è
alcuno!» Raimondo guardò attorno, come trasognato, perché giammai la
<I>Marina</I> di Catania avea offerto una riunione più bella;
e domandò ingenuamente: «Sei pazzo?... Tu stesso un quarto d'ora fa mi
dicevi esser deliziosa questa serata... qui...». «Sarà vero anche ciò,
come è vero che ora mi annoio... e se vuoi rimanere ti dico addio.» E
gli stese la mano come per congedarsi. «Un momento... ecco! giunge in
quel viale a sinistra Maddalena. Guardala almeno una volta.» «Che
m'importa di Maddalena a me!... Guardala tu, se vuoi... Addio!» E dopo
quella brusca separazione partì di buon passo e si diresse verso la sua
abitazione per via Garibaldi. Però giunto alla crocevia della Vittoria
sembrò esitare un momento, e proseguì a camminare sin fuori Porta
Garibaldi. La notte era magnifica, Pietro sedette sul sedile di pietra
circolare che limita la gran piazza. «È strano», mormorò egli, «come
stasera non ho voglia né d'andare a casa, né di rimettermi alle mie
tesi!...» E rimase altri cinque minuti in silenzio, collo sguardo fosco
e fisso sui ciottoli del marciapiede. «Andiamo!», esclamò quindi
levandosi, e come facendosi forza, «devono essere le undici, e mia madre a
quest'ora mi attende.» Guardò il suo orologio e si diresse lentamente
verso la sua abitazione. La signora Brusio, coll'occhio della madre,
osservò che il suo Pietro, quella sera, era più pallido e distratto del
solito; e che, invece di rimettersi a studiare, si ritirò, appena giunto,
nella sua camera. L'indomani Raimondo, verso le undici, si disponeva ad
uscire, quando Pietro entrò da lui nella camera che occupava all'Albergo
di Francia. «Buon vento!», esclamò Raimondo sorpreso da quella visita
che non si aspettava più da un mese; «ci son novità stamattina?» «Quali
novità vuoi mai che ci sieno?» «Per bacco! ti credeva sui
<I>digesti</I> a quest'ora; ed eccoti già a correre per le
strade come uno sfaccendato.» «È che lo sono. Avrò sempre il tempo di
finire le mie tesi, ed ero una gran bestia a prenderla tanto sul
criminale; infine ne vengono approvati tanti più asini di me!...
Usciamo.» «Usciamo pure. Hai fatto colazione?» «Non ci penso; mi
sento in vena di passeggiare.» «Con il caldo che fa non è la miglior
cosa.» «Andiamo alla Villa.» «Sia per la Villa.» E i due amici
uscirono, tenendosi, al solito, a braccetto. «A proposito della Villa,
sai dove abita quella signora piemontese tanto distinta che abbiamo
incontrato qualche volta?» «No... dove?» «In quella bella casa sulla
stada Etnea: della quale i veroni si vedono dal
<I>Laberinto</I>.» «Dici davvero?!», esclamò Brusio
animandosi quasi suo malgrado, e fermandosi in mezzo alla
strada. «Verissimo.» «E tu l'hai veduta?» «Io
stesso.» «Proprio lei?...» «Proprio lei!... Ma che diavolo!... Ne
saresti innamorato?...» «Mi credi forse pazzo da legare?», rispose
Pietro con un sorriso che dissimulava appena la contrarietà che gli
arrecava quella domanda. «Perché poi?» «Perché amarla io, sarebbe
una disgrazia: amarmi ella, assurdo.» «Mi piace questa modestia da
venticinque soldi.» «È modestia che vale amor proprio»; rispose Pietro
piccato, «prendila come vuoi.» «Eppure, vediamo»: insisté Raimondo
attaccandosi al braccio del suo amico, «immaginiamoci che per un
capriccio, una fantasia, un <I>destino</I>, secondo te, questa
donna si innamori di te; immaginiamoci ch'ella te lo dica, come lo dicono
le donne quando vogliono, facendotelo comprendere, cioè, cogli occhi, col
gesto, coll'atteggiamento... Ebbene! allora saresti il Catone del
momento?...» «Impossibile!», esclamò il giovane tristamente, come se
avesse creduto un momento a quel sogno e si fosse poi accorto ch'esso era
troppo bello e insieme penoso per lui. «Perché?» «Perché colei è
vana, orgogliosa, come lo dimostra il fasto di cui si circonda. Soltanto
potrebbe impressionarla la bellezza, l'eleganza, la nobiltà, la ricchezza,
il lusso... cose tutte che non posseggo. Dunque o costei è maritata, e non
amerà giammai un Don Giovanni in ventiquattresimo che si chiama
semplicemente Pietro Brusio; o è mantenuta, e non possederò mai abbastanza
per pagare i suoi fiori per un anno; o è zitella, e non sposerebbe
certamente l'uomo oscuro, comune, che non ha tanto da farla vivere in quel
lusso nel quale vive, e che le è necessario, indispensabile per essere
quella che è. In tutti questi casi io dovrei dunque essere vile per
amarla, o dovrei comprare il suo amore a prezzo di qualche
infamia.» «Ben pensato e ben ragionato! ciò che, in parentesi, ti
avviene assai di rado. Vogliamo far colazione al Caffè di Parigi?» «No;
andiamo al <I>Laberinto</I>.» Raimondo guardò il suo amico
di uno sguardo scrutatore e quasi beffardo. «Ti fo riflettere che non
ho ancor fatto colazione; abbi dunque la bontà di concedermi dieci
minuti.» I due amici entrarono dai Fratelli Guerrera. Mezz'ora dopo
erano alla Villa. Faceva molto caldo. Il <I>Laberinto</I>
era delizioso colle sue ombre profumate di fior d'arancio. I due sedettero
all'ombra, e quasi contemporaneamente alzarono gli occhi sui veroni della
casa, sebbene alquanto distante, che Raimondo avea indicato come
l'abitazione della <I>Piemontese</I>. Le tende di giunco
erano abbassate sulle ringhiere, quantunque il sole non vi giungesse
ancora, forse per dare alquanto più d'ombra agli appartamenti; e dietro
una di quelle si vedeva una figura di donna, vestita di bianco, quasi
coricata su di una poltroncina con tutto il languente e voluttuoso
abbandono di una sultana; a quella vista il cuore di Pietro batté forte,
come la sera innanzi. «È dessa!», disse Raimondo, «vedi che non
t'ingannavo!...» Pietro non rispose, tenendo sempre fissi gli occhi sul
verone. Ella si toglieva soltanto a lunghi intervalli da quella
positura per recarsi agli occhi un binocolo che teneva sui ginocchi e col
quale guardava nella strada o verso la Villa; ed indi, come stanca di
quello sforzo, lasciava ricadere mollemente la testa sulla spalliera, e
sembrava assorbirsi in quell'inerzia contemplativa che gli orientali
cercano nell'oppio. Un uomo, seduto accanto a lei su di una seggiola
assai bassa, le leggeva qualche cosa di un giornale che teneva fra le
mani, e che ella udiva sbadatamente; e s'interrompeva di tratto in tratto
per prendere una mano di lei, che gliela abbandonava con la stessa
languida indifferenza, e che lo ringraziava col suo sorriso seduttore, e
col suo sguardo che faceva scorrere un'onda di voluttà in quell'uomo,
quand'egli si recava alle labbra la sua mano. Allora solamente la sua
leggiadra testolina, coronata da quei ricci magnifici, si volgeva
lentamente verso di lui. Qualche volta, con un movimento tutto
infantile, quella manina bianca ed affilata si appoggiava alla ringhiera,
e sopra vi appoggiava la fronte; quasi quel bellissimo collo fosse troppo
debole per sostenere quella piccola testa. «Con questa donna ci sarebbe
da impazzire!», esclamò Pietro reprimendo un fremito, dopo averla divorata
a lungo dello sguardo. «Credi che sieno marito e moglie?», domandò
l'altro. «È il mistero che questa donna sa rendere impenetrabile colle
sue mille indefinibili gradazioni di fisonomia, d'espressione, di gesto,
che fanno spesso dimenticare la sirena nella vergine, e viceversa. Se lo
sono, è da poco tempo: a meno che costei non senta ancor ella sì a lungo,
come deve far sentire a tutti quelli che l'avvicinano.» Parecchie
volte, forse a caso, l'occhialetto dell'incognita si rivolse verso il
banco di pietra sul quale erano seduti i due amici. «Ti guarda!», disse
Raimondo sorridendo. «O guarda i passeri che saltellano fra le fronde.
Credi sul serio ch'io ne sia innamorato?» «Ne parli
tanto!...» «Diffida sempre di quegli amori di cui ti si parla a lungo e
sì leggermente: è segno certo che si vuol ridere alle tue spalle... Io
l'amo come un bel personaggio da dramma o da romanzo, come un bel fiore...
come una bella donna prima venuta insomma... che sa recare con grazia il
velo sul cappellino e sollevare con disinvoltura lo strascico della
veste... e nient'altro... In fede di che, se vuoi, andiamocene; sono le
due meno dieci minuti», aggiunse dopo aver consultato l'orologio. «Sì,
è troppo tardi; siamo qui da più di due ore», rispose il biondo
alzandosi. Egli sorprese lo sguardo del suo amico, che ancora restava
fissato sul verone. «Vuoi venire, o no?» «Un momento... restiamo
altri dieci minuti e partiremo alle due precise...» «Non amo gli
inglesi colla loro metodicità regolata sul quadrante di un orologio... Hai
detto d'andarcene...» «Hai ragione»; rispose Brusio ridendo,
«partiamo.» Due o tre volte, prima di uscire dal giardino, si volse a
guardare il verone, sul quale non poteva più vedere che la tenda
abbassata. «Bella donna!», ripeteva egli di tempo in tempo, con un
entusiasmo ch'era troppo allegro per non essere affettato, e troppo
affettato per non nascondere una preoccupazione: <I>«quanto io
t'amo!».</I>
<B>III</B>
Il dopopranzo, e l'indomani, e tutti i giorni in seguito, la Villa
divenne la passeggiata preferita di Pietro, che vi conduceva il suo amico,
il quale protestava sempre e finiva sempre col cedere. Allo stesso
verone, quasi ogni volta nella stessa positura e vestita di bianco, essi
vedevano la <I>Piemontese</I>, come l'aveva sopranominata
Raimondo, che vi restava da mezzogiorno spesso sino alle 3 e dalle 7 alle
8. Una sera l'incontrarono che andava al Caffè di Sicilia, accompagnata
dal signore biondo. «Se andassimo al caffè?...», disse Pietro, come per
esservi incoraggiato dal suo amico. Dalla soglia la videro seduta ad un
tavolino, al fianco del suo compagno, mentre due ufficiali dei
Cavalleggieri Alessandria le prodigavano tutte le delicate attenzioni di
chi vuol fare la corte ad una signora. Ella sembrava appena badarvi; ma
rispondeva qualche volta col suo solito sorriso grazioso, che mostrava i
suoi bellissimi denti di perle. Il giovane dalla barba nera, che Pietro
avea veduto una volta con lei alla <I>Marina</I>, veniva
dall'altra sala del caffè, e fermandosi dinanzi al tavolino dov'era ella
si levò il cappello, aspettando d'esser salutato. Siccome nessuno gli
badava, egli girò con tutta flemma sui talloni ed uscì. Pietro prese il
braccio del suo amico, e lo trascinò via, mormorando: «È meglio che non
entriamo!...». «Dove andiamo?», domandò qualche minuto dopo, come se
cercasse una distrazione. «Dove ti piace. A proposito... potremmo
approffittare dell'invito dei signori A***, che abbiamo per
stassera.» «Vi si balla?» «Sì.» «Andiamo, in tal caso!
M'immaginerò di ballare colla mia bella Piemontese»; aggiunse Brusio,
forzando le labbra ad un sorriso. Essi furono accolti con festa
dall'allegra brigata che era radunata nel salone. Pietro sedette al
pianoforte e suonò un valtzer, che otto o dieci coppie ballarono. «Vi
lasciaste molto aspettare, signorini!», disse in tuono di scherzevole
rimprovero una graziosa giovanetta, figlia del padrone di casa e maritata
ad un cugino di Raimondo, appena Pietro andò a raggiungere sul divano il
suo amico, ch'era seduto vicino alla signora. «È che Pietro, qui
presente, è innamorato cotto; e abbiamo fatto la ronda alla bella»; disse
Angiolini ridendo. «Davvero!... Non mi sorprende in lei, signorino,
questa novità [Si sa che bel modello!...] E chi sarebbe questa
sventurata?...» «Parola d'onore, signora, che lo sventurato son io,
almeno sta volta»; rispose Pietro. «Lei?!... È da ridere!... E di chi
sarebbe innamorato, s'è lecito?» «Molto lecito, al contrario! Giacché
non ho il bene di conoscerne neanche il nome...» «Ed ella conosce lei,
almeno?» «No.» La signora diede in uno scoppio di risa. «E l'ama,
a quanto dice?» «Come un pazzo!» «Dove l'incontra?» «Qualche
volta al passeggio, o alla <I>Marina</I>... E poi so dove
trovarla...» «Dove?» «A casa sua...» «Dunque va in casa?» «No;
dal verone.» «Ah! è amore da verone!», esclamò la giovane ridendo
sempre più come una folle; «e dove abita questa meraviglia?» «Al
<I>Rinazzo</I>, vicino il
<I>Laberinto</I>.» «Nella casa
***?» «Precisamente.» «Una giovane alta, sottile, molto elegante...
non tanto bella in verità?» «Può essere... ciò è relativo...» «È
forestiera?» «Forestiera. Credo sia piemontese.» «La
conosco.» «Sul serio?» «So il suo nome, almeno potrò insegnarglielo
e non farle fare più la figura dell'<I>amante della
luna</I>.» «Come si chiama?» «Si chiama Narcisa
Valderi.» «Narcisa!... bel nome; si direbbe averlo ricevuto a
vent'anni! E la conosce molto?» «Cioè... non molto. Sono stata in sua
casa due o tre volte.» «Mi parli di lei... a lungo!...» «Ella finge
di scherzare, signorino, ma ha lo sguardo troppo acceso per dissimulare
che quello che dice lo sente davvero.» «Sì, è vero!... Ma se le giuro
che l'adoro, colei!...» «L'ha veduta da vicino?», domandò in tuono
quasi derisorio la giovane. «Sì.» «È tutta toletta!...» «Io amo
appunto in lei questa toletta, questo lusso, questo apparato brillante e
vaporoso in cui la farfalla mi fa dimenticare il bruco.» «Via, via...
vedo bene che scherza...» «Dica dunque...» «Ella si alza alle dieci
o alle dieci e mezzo; prende un bagno di cui i profumi costano ciascun
giorno otto o nove lire; e poi si mette allo specchio, ove impiega da
un'ora e mezzo a due ore per l'abbigliamento della mattina, da due a tre
per quello della sera, e da tre a tre e mezzo e spesso sino a quattro per
la toletta da ballo o da teatro... È sorprendente... miracoloso, come una
donna possa star tanto ad appuntarsi gli spilli!...» «Ammirabile!...
Avanti.» «Dopo la toletta viene la colazione: ella ha l'affettazione di
mangiare pochissimo, ma i suoi cibi costano un occhio del capo, in
compenso; indi si mette al pianoforte, o al verone, sdraiata su di una
poltroncina, e vi resta, spesso dormendo, sino all'ora di pranzo. Suo
marito...» «Un uomo di quasi 38 anni, alto e biondo?» «Sì, il conte
di Prato; lo conosce?» «Me l'immagino.» «Suo marito l'ama alla
follia; passa i giorni al suo fianco, scherzando coi suoi capelli, e
guardandola coll'occhialetto faccia a faccia.» «Ed ella?...» «Ella
gli sorride... e chiude gli occhi come se temesse di fargli perdere la
testa seguitando a guardarlo com'ella fa.» «In fede mia!... credo che
n'abbia ben ragione!...» «Questi dettagli li ho risaputi da una mia
amica che abita dirimpetto alla casa della contessa...» «<I>En
place pour la quadrille!</I>», fu gridato. Pietro si alzò e prese
il cappello. «Se ne va, così presto!» «Sì; devo andare a finire le
tesi...» «O a passare una mezz'ora sotto le finestre della
bella?...» «Sarebbe agire da stolido, almeno, dopo quanto ella mi ha
detto.» Ed il giovane sorrise del suo sorriso che si sforzava di
rendere allegro mentre era amaro. Per andare a casa sua prese la strada
che a lui parve la più corta, passando cioè dal
<I>Rinazzo</I>. Nella casa della contessa non c'era lume.
Pietro si fermò a guardare in silenzio quei veroni oscuri, poscia chinò la
testa sul petto con un sospiro, mormorando: «Stassera al teatro si dà un
dramma molto in voga... È al teatro certamente... ella...». Indi, come
vergognandosi di questo monologo, scrollò le spalle con dispetto ed
affrettò il passo. «Andiamo a teatro stassera?», disse a Raimondo
l'indomani appena furono assieme. «Andiamoci, se così ti piace. E le
tesi?» «Dormiranno anche stassera. Avrò sempre il tempo di
finirle.» Alla piazza della Cattedrale incontrarono un amico che si
fermò a discorrere con loro. «Andrete a teatro stassera?», domandò
egli. «Perché questa domanda?» «Perché si darà una bellissima
commedia nuova e ci verrà tutta Catania.» «Ci sarò allora... poiché in
tal caso verrà anche la mia bella»; disse Pietro scherzando. «Ah!...
Ah!... la tua bella di numero... Non so più a qual numero sii... buona
lana!» «Sul serio; sono innamorato come uno stolido.» «E di
chi?» «Di una signora ch'è una maga... involta fra i merletti e i
velluti..., della quale so il nome da ieri soltanto.» «La contessa di
Prato?» «La conosci?» «Per bacco! Al ritratto che ne fai... non c'è
altra qui che possa appropriarselo.» «È veritiero però questo
ritratto?» «Perdio!... E tu l'ami, costei?!...» «Non so quello che
farei per una parola di quella donna...» «Non ci sarebbe bisogno di far
tante cose; basterebbe farti amico con suo marito... ed anche col suo
amante; ed uno di questi due ti presenterebbe... il resto verrebbe da
sé.» «Amante!», esclamò Pietro impallidendo suo malgrado mentre cercava
di sorridere; «ah! c'è dunque un amante?». «Pel momento però...
bada!... A Napoli sembra che sieno stati più d'uno; ciò che diede luogo a
molti scandali, che finirono con un duello in cui il marito ruppe, con una
sciabola, il braccio ad uno dei più indiscreti.» «E ciò non è
bastato?» «Ella fa quello che vuole di quest'uomo che comanda col gesto
del suo dito mignolo; e che ha il coraggio di andare a battersi in duello
mentre non osa fare la minima rimostranza alla moglie. È la storia di
molti mariti.» «E quel giovane bruno, dalla barba nera, che
l'accompagna spesso?...» «È l'amante di cui ti parlavo.» «Che
peccato!», esclamò Pietro fatto pensieroso. «Fatti presentare», insisté
Antonino. «Io!...», esclamò, con un accento indefinibile di stupore,
Pietro. «Sì; tu sarai il secondo dei suoi adoratori presenti, senza
calcolare gli assenti... Perdio! perché ti fai triste?... ne saresti
innamorato sul serio?...» «Sei tanto ingenuo da crederlo?» «Fatti
presentare allora.» «Sarebbe inutile.» «Chi lo sa!» «La mia
condizione mi proibisce di averla a prezzo di una viltà, e non ho danari
bastanti per mettermi nel numero di questi signori che le fanno la
corte... Del resto sento che non son fatto sul loro stampo... poiché non
saprei amarla in comune, com'essi fanno...» «Dimenticala
dunque.» «Non ci ho mai pensato che come uno scherzo.» «A rivederci
stassera.» «Addio.» Alle nove e mezzo i due inseparabili amici erano
alla porta del teatro, in mezzo alla folla dei giovanotti che fumando
stavano ad osservare le signore che scendevano dalle carrozze. La
recita era cominciata da cinque minuti. I giovanotti erano entrati a
prender posto. Raimondo strepitava, tentando di trascinare l'amico, poiché
protestava di non voler perdere la prima scena. L'ultima carrozza avea
deposto l'ultima signora sul marciapiede, e Brusio non si muoveva
ancora. Raimondo finalmente perdé la pazienza e lo lasciò solo per
entrare in platea. Poco dopo le dieci si udì il rumore di una carrozza
che si avvicinava; ed il solo orecchio di Pietro poté distinguere che il
passo dei cavalli non avea l'uniforme regolarità di quello dei cavalli
signorili. «Una carrozza da nolo... è la sua!», mormorò egli
appoggiandosi alla porta. La carrozza si fermò infatti alla prima
porta, ov'egli si trovava, ed un uomo, nel quale Pietro riconobbe il
conte, saltò il primo a terra, per dare la mano alla signora che
accompagnava. Brusio istintivamente fece un passo in avanti. La
contessa appoggiò appena alla mano del signor di Prato la sua mano da
ragazzina coperta dal guanto bianco; mise lentamente il piede, che
sembrava appena accennato nel suo stivalettino di raso, sul predellino, e
saltò sul marciapiede. Con una perfezione di grazia assai distinta, ella
tirò con sé il lungo strascico della sua veste di seta
<I>granadine</I>, per impedire che, rialzandosi nello
scendere, scoprisse più del basso della sua gamba sottile e ben modellata.
Soltanto, non potendo, nel tempo istesso, raccorre il
<I>bóurnous</I> che le copriva le spalle, questo, nel momento
in cui curvava fuori dello sportello la sua testolina ornata di fiori, le
scivolò per le spalle e per gli omeri nudi di un'abbagliante
bianchezza. Quell'uomo che, solo e fermo sull'ingresso, dimostrava
chiaramente di attendere qualcheduno, mentre tutti erano dentro il teatro,
le recò forse sopresa, poiché, passando dinanzi a lui, mentre raccoglieva
le pieghe della sua veste perché non lo sfiorassero, ella alzò un momento
gli occhi su di lui. Indi, come infastidita da quello sguardo
scintillante che s'incrociava col suo e che sembrava assorbirne tutto il
fluido, ella si volse un istante verso il conte, che dava alcuni ordini al
cocchiere, prima di salire le scale del corridoio. Vi fu un momento,
quando un lembo del leggerissimo tessuto di quella veste strisciò sui suoi
abiti, che le gambe di Pietro tremarono. Pochi minuti dopo egli si
diresse lentamente verso la platea. Entrando, il riflesso dei cristalli di
un occhialetto fisso sulla porta colpì i suoi sguardi. Alzò gli occhi su
quel palchetto della prima fila da dove partiva quel raggio, e vide la
contessa che abbassava lentamente l'occhialetto, appoggiandolo, col
braccio disteso, sul velluto del parapetto, mentre lo fissava ancora ad
occhio nudo, quasi con curiosità: aveva voluto conoscere certamente, per
una bizzarrìa da donna elegante, quest'uomo che aspettava sull'ingresso,
tre quarti d'ora dopo alzata la tela. Pietro cercò il suo posto e
sedette quasi dirimpetto alla loggia della contessa. La commedia fu
applauditissima; ma Pietro non applaudì giammai, poiché soltanto alcuni
squarci attrassero la sua attenzione; e in quegli squarci, quando il suo
cuore provava potentemente quello che aveva sentito l'autore, egli
rivolgevasi, senza accorgersene anche, verso il palchetto di Narcisa, e
cercava negli occhi di lei l'eco di quello che egli provava nel suo
cuore. La contessa voltava le spalle alla scena; e solo di tratto in
tratto, in quei momenti che avevano il potere di strappare Pietro alle sue
frequenti preoccupazioni, ella volgeva i suoi limpidi occhi verso gli
attori. Del resto ella discorreva qualche volta con i numerosi visitatori
che occupavano successivamente le seggiole del suo palchetto; e pochissime
volte si servì dell'occhialetto per esaminare le tolette delle signore.
Giammai però l'abbassò verso la platea. Nel suo sguardo, nel suo gesto,
nella sua attitudine, fin nel modo in cui parlava e sorrideva qualche
volta con quei signori che le tenevano compagnia, c'era un'indefinibile
espressione di stanchezza e di noia, che si traduceva in sfumature molli,
in pose voluttuosamente accidiose. L'occhialetto di Pietro stava quasi
sempre fissato su quella loggia. Due o tre volte, ella, sorpresa di quella
molesta assiduità, volse gli occhi verso quel binocolo che aveva
l'indiscretezza di guardarla sì a lungo dalla platea. Una volta infine
alzò lentamente il suo, e bruscamente, senza quelle transazioni che sono
assai comuni in teatro per mascherare il vero scopo, ella lo fissò di
contro a quello del giovane che si abbassò subito. Ella rimase alcuni
secondi in quella positura; indi lasciò quasi cadere sul parapetto il
binocolo, e fece un leggiero movimento di spalle d'impazienza. Prima
che terminasse la recita Brusio lasciò il suo posto e si recò sul
corridoio. Il suo occhio era acceso e brillante; le sue gote,
abitualmente pallide, si coloravano di un rossigno febbrile. Pochi
minuti dopo, prima ancora che il sipario fosse abbassato, udì aprire la
porta di un palchetto sul corridoio, e dei passi che si avvicinavano,
mischiandosi al fruscio di una veste. La contessa gli passò dinanzi,
questa volta allegra e ridente, al braccio di uno di coloro ch'erano stati
nel suo palchetto. Pietro in quel momento avrebbe dato dieci anni della
sua vita per uno sguardo di quella donna. Le sue vesti lo toccarono senza
che ella mostrasse di avvedersi di lui. Solo il conte si volse a fissarlo
con occhio assai cupo e sospettoso. Il giovane scese le scale quasi
insieme a lei; la vide montare in carrozza col conte, dopo aver dato la
mano agli altri, e partire. Egli rimase immobile sul limitare. «Non
vai a casa?», gli disse alle spalle la voce di Raimondo. «Sì... ti
aspettavo per dirti addio...» «A domani, non è vero?» «Non lo so...
Avrò forse da studiare tutto il giorno...» E s'incamminò lentamente per
la <I>Marina</I>. A due ore del mattino Raimondo si
disponeva tranquillamente ad andare a letto, quando fu bussato con furia
alla sua porta. «Chi può esser a quest'ora?», disse fra sé il giovane
sorpreso andando ad aprire. «Son io, Raimondo... son io! Aprite, di
grazia!», udì la voce della signora Brusio, quasi delirante dietro la
porta. «Che c'è, signora?... Dio mio!... ella mi spaventa!», esclamò il
giovane introducendo la madre del suo amico nella sua
camera. «Pietro!... Dov'è Pietro? Dov'è mio figlio, signor Angiolini?»,
disse la povera madre colle lagrime agli occhi. «Pietro non è in
casa?», domandò Raimondo vieppiù sorpreso. «Son due ore del mattino e
mio figlio non si è ancora ritirato... Ho mandato il domestico a cercarlo
al teatro, e ritornò dicendo che il teatro era chiuso da un pezzo, ma che
sulla porta era avvenuta una rissa fra alcuni giovanotti; che vi erano
stati dei feriti e degli arrestati... Mio Dio!... gli sarà accaduta
qualche disgrazia!... Dove lo lasciaste voi?...» «Ci separammo
all'ingresso del teatro, e mi disse che andava subito a casa... Ma io non
so nulla di risse...» «Dio!... Dio mio!...», singhiozzò la madre
torcendosi le braccia, «come farò, Dio mio, come farò!... Son sola, signor
Angiolini, son sola!... Mio figlio!... chi sa cosa n'è di mio figlio!...
Aiutatemi; corriamo all'ufficio di Questura a prendere
informazioni...» «Non si disperi, signora; spero ricondurle Pietro al
più presto, senza alcun accidente. Abbia la bontà di aspettarmi
qui.» Raimondo, indossato in fretta un abito, prese il cappello ed
uscì. Dando campo ad un sospetto che gli era balenato in mente mentre
la signora Brusio si disperava per l'inusitata e straordinaria tardanza
del figlio suo, e per la notizia che il domestico le avea rapportato, egli
si diresse per la strada Stesicorea ed indi per quella Etnea, verso la
casa ove abitava la contessa di Prato. Giungendo sotto i veroni, sul
marciapiede di faccia, gli sembrò di vedere qualche cosa di nero immobile
sul lastrico. Si avvicinò esitante e lo chiamò per nome a bassa
voce. «Che vuoi?», rispose una voce rauca e ancora tremante, come se
inghiottisse delle lagrime, che Raimondo avrebbe stentato a riconoscere,
nel suo accento duro e quasi cupo, se gli fosse stato meno
famigliare. Si appressò ancora, e vide il suo amico seduto sullo
scaglione del marciapiede, coi gomiti sui ginocchi e il mento fra le
mani. «Tu qui!... a quest'ora!», esclamò Raimondo. «Che vuoi, ti
dico?!», replicò con maggiore asprezza Pietro. «Non son forse più padrone
di fare quello che mi piace?!...» Raimondo capì che quello non era il
momento di parlare al suo amico; e sospirando tristemente, poiché allora
soltanto scoperse lo spaventoso abisso del precipizio su cui egli si
cullava, sedette silenzioso al suo fianco. Pietro rimase muto, come non
avvedendosene, cogli occhi di una sorprendente lucidità, fissi sul lume
che brillava dietro le tende di seta del verone. Qualche volta, a
lunghi intervalli, egli trasaliva, ed una gocciola, come di sudore, che
partiva dall'orbita, luccicava un momento solcando le sue guance. Ad un
tratto egli afferrò con violenza il braccio di Raimondo! «Guarda!...
guarda anche tu!», diss'egli con la voce stridente ed interrotta del
delirante o del pazzo. E si alzò, come se avesse voluto elevarsi sino
al verone per meglio osservare. «Io non vedo niente», mormorò Raimondo
che si fregava gli occhi inutilmente. Pietro, senza rispondergli, gli
porse la busta del suo occhialetto che trasse dalla saccoccia del
<I>soprabito</I>. «Guarda, ti dico!... c'è da diventar
pazzo!» Coll'aiuto dell'occhialetto Raimondo vide la contessa, presso
le tende del verone, di cui le invetriate erano aperte, sdraiata, nella
sua favorita posizione languida e voluttuosa, su di una poltrona, ancora
colla veste del teatro, coi capelli ancora intrecciati di fiori; ed un
uomo, il conte, ritto dietro la spalliera della poltrona, che si chinava
verso di lei, e le divideva coi baci i ricci da sulla fronte. Ella gli
sorrideva del suo riso da sirena; e di quando in quando, allorché il conte
rimaneva come stordito nel fascino di quelle seduzioni mirabili di
voluttà, ella gli prendeva le mani colle sue manine affilate e
bianchissime, e se ne lisciava la fronte, e le nascondeva fra il setoso
volume dei suoi capelli, e se le posava sugli occhi e sulle labbra, ma
lentamente, con quel suo abbandono ch'era irresistibile, come se avesse
voluto dare il tempo a tutte le emanazioni inebbrianti che scaturivano dai
suoi pori di penetrare in lui sino al midollo delle ossa. Raimondo,
quasi spaventato, pel suo amico, da quella vista, fu scosso dai singhiozzi
di lui che prorompevano soffocati come singulti; e, riponendo tristamente
nell'astuccio l'occhialetto, disse col tuono di chi prende una
risoluzione: «Via, Pietro, è tempo di partire! Tua madre ti attende a
casa mia!». «Mia madre!...», esclamò il giovane con un sussulto che
dimostrava come quella corda vibrasse ancora potentemente nel suo cuore,
mentre tutte le altre erano allentate e sconvolte. «Sì, tua madre,
spaventata dalla tua estraordinaria tardanza, che ti cerca da me come una
pazza.» «È tanto tardi dunque?», domandò egli come parlando in
sogno. «Son le tre fra poco.» «Non credevo fosse sì tardi... Hai
ragione, andiamo via... bisogna essere uomini!» Poscia si fermò in
mezzo alla strada, quasi non avesse avuto la forza di staccarsi da quel
punto. «Ben dicesti: bisogna essere uomini e non fanciulli!», replicò
Raimondo, dando al suo accento la possibile espressione e trascinandolo in
qualche modo per forza, mentre Pietro si lasciava condurre a capo chino
come un ragazzo.
<B>IV</B>
Quando entrarono nell'Albergo di Francia, dove li aspettava la signora
Brusio, questa corse ad abbracciare suo figlio con tutta l'effusione di un
cuore di madre; ma rimase senza osarlo, colle braccia aperte, dinanzi allo
sguardo fosco e alla fisonomia cupa ed irritata del figlio
suo. «Credevo», disse questi aspramente, «di non essere più all'età di
uno scolaretto che si manda a cercare se ha fatto tardi nel ritornare da
scuola...» La madre fu dolorosamente colpita da quelle parole, le sole
che avesse udite in tal modo da quel figlio che l'idolatrava. L'istinto
materno fu atterrito dallo stato di quel giovanetto che in un'ora avea
potuto dimenticare siffattamente il culto che nutriva della madre, e
risponderle in tal guisa. «Andiamo, figlio mio, le tue sorelle ci
aspettano...», diss'ella tristamente, ma evitando di inasprirlo; «grazie,
signor Angiolini!...» S'incamminarono verso casa; e la madre osservò
sospirando che il figliuolo non le offriva il braccio, e camminava cupo,
ed anche indispettito al suo fianco. Sulla scala corsero ad incontrarli
le due sorelline ancora pallide e singhiozzanti, che gridavano: «Mamma!
mamma!... L'hai trovato?... È qui il nostro Pietro?!...». Le loro
festanti esclamazioni furono interrotte dalla voce dura del
fratello. «Per l'avvenire», esclamò questi, cercando di dare la
possibile moderazione alla sua voce tremante d'irritazione, «spero che le
mie tardanze non daranno più luogo a simili scene da teatro... che mi
costringerebbero a cercare altrove la pace e la libertà di cui ho
bisogno... che son deciso ad avere... Datemi la doppia chiave della porta,
onde non dia più occasione ad attendermi domani, e facciamola
finita!...» E senza neanche prendere il lume, si chiuse nella sua
camera, sbattendone l'uscio con impeto. «Povero figlio mio!»,
singhiozzò la desolata madre, abbracciando piangente le sue figlie: «ecco
le prime lagrime che mi fai versare!». Pietro passeggiò per la camera
alcuni minuti, agitato e smanioso; poscia si fece al verone. La calma
serena di quella notte d'estate, il fresco venticciuolo che gli asciugava
il sudore sulla fronte lo calmarono alquanto; egli pensò alle lagrime di
sua madre ed odiò se stesso come giammai aveva odiato. «Son vile!...
sì, son vile!...», esclamò strappandosi i capelli. «Oh! la testa... Dio
mio!...» Aprì l'uscio della sua camera senza far rumore, e camminando
leggero leggero andò ad origliare dietro la bussola della camera di sua
madre, onde vedere se dormiva. La signora Brusio era ancora in piedi
quando suo figlio aveva aperto l'uscio, ascoltando ansiosamente il più
lieve rumore ch'egli facesse, e che potesse farle indovinare lo stato del
cuore di lui; appena udì che si avvicinava capì, con l'istinto materno,
che suo figlio pentito veniva a vedere se ella dormisse; e l'istinto
materno le suggerì anche che l'unico perdono che egli poteva desiderare
nel suo pentimento era che sua madre riposasse. Ella si gettò sul letto, e
finse di dormire. Pietro ascoltò, dietro il paravento, il respiro
alquanto accentuato di sua madre; credette che dormisse davvero, e non
poté frenare le lagrime che gli scorrevano ardenti sulle guance: lagrime
di pentimento, di rabbia contro se stesso, di terrore dell'avvenire (che
allora soltanto intravedeva) per ciò che provava. «Povera madre!»,
esclamò singhiozzando; «povera madre mia!». E la madre udì quei
singhiozzi, e soffocò i suoi fra i guanciali. Pietro si ritirò in punta
di piedi, com'era venuto; e si rimise al verone. Colla fronte fra le
mani, ed i gomiti appoggiati alla ringhiera, egli si assopì in quel
vortice luminoso e turbolento che il cuore e l'imaginazione gli creavano,
e dove vedeva un'ombra, dove una figura, ora vestita di bianco, ora quale
l'avea veduta poche ore innanzi... carezzantesi la fronte ed i capelli con
le mani di quell'uomo... Quando, abbarbagliato da una luce vivissima, egli
alzò gli occhi, si avvide con sorpresa che il primo raggio di sole facea
scintillare i vetri. «Diggià!», mormorò egli: «il giorno vien presto al
presente!...». Sua madre, entrando la mattina nella camera di lui,
osservò con dolore che il letto era intatto, come era stato acconciato la
sera innanzi. «Madre mia!», le disse il giovane prendendole una mano,
in tuono di pentimento del passato ma risoluto ad ottenere quello che
domandava, «ti chiedo perdono di quello che ho detto e fatto ieri... Ma ti
prego di lasciarmi per l'avvenire alquanto più di libertà, che l'età mia
ora richiede...». «Fa come vuoi, figlio mio...», rispose la madre
abbracciandolo. «Io non temo che tu ne possa abusare, poiché sei figlio di
un uomo onesto e manterrai onorato il nome che ti diede. In quanto a
me...», e la povera donna sospirava tentando di sorridere, «in quanto a me
cercherò di vincere le mie sciocche paure...» «Grazie, grazie, buona
madre!...», esclamò Pietro facendo uno sforzo per non bagnare di lagrime
quella mano che baciava. Però ogni sera quella madre, che numerava coi
battiti del suo cuore i minuti che suo figlio tardava a venire, aspettava,
sino alle due, e spesso sino alle tre, che il noto passo le annunziasse da
lungi, nel silenzio della strada, ch'era <I>lui</I> che
veniva; e piangeva sovente, quando, invece di mettersi a letto, lo udiva
passeggiare per la camera, o farsi al verone; e l'indomani, dopo avere
interrogato sospirando il letto, spesso colle lenzuola ancora rimboccate,
cercava negli occhi smarriti del figlio e nei suoi lineamenti pallidi e
sbattuti la risposta ai vaghi timori che l'agitavano. Pietro, che ogni
mattina pel passato soleva informarsi della salute di sua madre, non
s'accorgeva nemmeno del pallore di lei e della sua cera
malaticcia. Raimondo non lo vedeva quasi più. Brusio passava i giorni
al <I>Laberinto</I>, la sera seguendo la donna che gli aveva
ispirato questa folle passione o cercando d'incontrarla al passeggio,
(dove lo sguardo di lei qualche volta lo fissava con quel raggio pacato e
snervante della sua pupilla cerulea, ciò che faceva delirare il povero
giovane, e gli faceva seguire, coll'occhio ardente e le membra convulse,
quella veste fluttuante che armonizzavasi sì mirabilmente ai movimenti
pieni di seduzione del corpo da fata) o al teatro dove la vedeva splendere
di tutto il prestigio del suo lusso, profumata da quel vapore inebbriante
che recano la bellezza, la giovinezza, la ricchezza; facendo scintillare
la luce del suo sguardo insieme al riflesso dei suoi diamanti;
armonizzando la bianchezza vellutata e purissima della sua pelle alla
bianchezza pallida delle perle che le cingevano il collo bellissimo;
spesso allegra e ridente cogli uomini più eleganti e più alla moda,
appartenenti alla migliore società, che si contendevano un posto nel suo
palchetto; spesso a metà nascosta nell'angolo più oscuro della loggia,
colla testolina ricciuta e coronata di fiori e di gemme rovesciata
all'indietro sulla parete, con quell'attitudine abbandonata cui ella
sapeva dare tutto quanto vi ha d'attraente nella mollezza, d'irresistibile
nel languore; e vi stava ad occhi chiusi, come dormendo ed assorbendo con
maggior squisitezza di voluttà le armonie della musica che avevano il
potere di commuoverla dippiù. Egli passava la notte sotto i veroni di
lei, coll'occhio fisso su quel lume che rischiarava la sua stanza;
aspirando, con terribile voluttà di passione (ch'era tanto potente da
sembrare angoscia qualche volta) di gelosia, ed anche di dolore, tutti i
rumori più insensibili del suo passo, del fruscio della sua veste, tutte
le emanazioni della donna amata, i minimi suoni del suo pianoforte e della
sua voce, che spesso parlava al conte di quelle parole, cui rispondeva,
come un'eco, un singhiozzo dalla strada. Egli sapeva l'ora del suo
levarsi, della sua toletta, del suo pranzo, della sua passeggiata;
conosceva il modo d'ondeggiare delle tende quando ella vi stava dietro, il
rumore delle carrucole della poltroncina che la sua mano indolente tirava
a sé. Era un martirio spaventevole che s'imponeva senza saperlo; che
l'attraeva però col fascino del precipizio; che alimentava il parossismo
febbrile, il quale divorava le sue forze e la sua vita, colle sue triste
gioie, coi suoi acri godimenti, coi suoi sogni febbricitanti. Alcune
volte, ritirandosi ella dopo la mezzanotte, a piedi, accompagnata [dal
conte e] da due o tre giovanotti eleganti che la corteggiavano, si era
rivolta verso quell'uomo, seduto sul marciapiede, che si sarebbe scambiato
con un mucchio di cenci; ed il conte avea rallentato il passo per meglio
osservarlo. Quando ella si ritirava in carrozza, Pietro osservava, qualche
volta, al riverbero dei lampioni della carrozza, che ella, mentre scendeva
dal montatoio, si volgeva con curiosità verso l'angolo ove sapeva di dover
trovare quello strano personaggio che la prima volta avea supposto un
mendico; e che il conte si fermava innanzi al portone qualche minuto per
guardarlo. Una notte, negli ultimi di settembre, verso le due del
mattino, Pietro aspettava da un pezzo la contessa che era andata alla
serata del prefetto. Il rumore di una carrozza, che si avvicinava al gran
trotto, si fece udire da molto lontano per le strade deserte, e poco dopo
il legno passò dinanzi al nostro protagonista fermo al suo solito posto.
Narcisa ne scese più lentamente del solito, e scomparve quasi subito
insieme al conte. La carrozza ripartì. Pietro udì il passo leggero
di lei che saliva le scale, accompagnato dal passo più pesante dell'uomo
che la seguiva; udì la porta che si apriva a riceverli e si rinchiuse poco
dopo; vide che nel salotto ove abitualmente dimorava la contessa, venivano
accresciuti i lumi. Poco dopo la dolce voce di Narcisa, col suo accento
molle ed armonioso d'indefinibile espressione, fece battere fortemente il
cuore del povero giovane. «Mio Dio!... che buio!... Ma dormono tutti in
questa casa stassera!...» Indi alcuni suoni, tratti così a caso dal
pianoforte, quasi le dita cercassero le note di una fantastica melodia,
che si stancarono presto a riprodurre e che diede luogo al terzetto finale
d'<I>Ernani</I>, anch'esso poco dopo interrotto, colla stessa
capricciosa volubilità, per un valtzer allora in gran voga: <I>Il
Bacio</I>, di Arditi. Però sembrava che un'attitudine
estraordinaria facesse, in chi suonava, supplire a tutte le lievi
imperfezioni di esecuzione, che venivano dalle difficoltà che incontrava,
con una espressione molto rara, che traeva degli impeti e dei fremiti di
delirio festevole dalle note del valtzer e faceva piangere con quelle del
melodramma. Giammai a Pietro parve di avere udito armonia come quella
che le mani della donna adorata creavano sui tasti d'avorio, nel silenzio
profondo di quella notte, profumata dal vicino
<I>Laberinto</I> e rischiarata dalla luna. Tutt'a un tratto
anche il valtzer fu interrotto, ed il giovane udì i passi di lei che si
avvicinava al verone, e vide la sua ombra che intercettava il lume che ne
rischiarava il vano. Ella si appoggiò all'inferriata del verone, colla
testa fra le mani, perdendo il suo sguardo nell'orizzonte. La luna, allora
nel suo più alto emisfero, la circondava quasi in un trasparente
vapore. Un'altra ombra si avanzò e le si mise al fianco. «Perdio!»,
disse una voce secca ed orgogliosa, con accento toscano, che Pietro
riconobbe per quella del conte, «non mi leverò mai d'addosso
quest'accidente!» Brusio sentì che quelle parole erano al suo
indirizzo, e il sangue gli montò al viso. «Che dite?», rispose la
fresca voce della contessa, sebbene parlasse pianissimo. «Parlo di
quell'importuno che sta a farci la spia da mane a sera; che non ci lascia
un'ora di pace... e che credo, in fede mia, sia pazzo di voi...» La
contessa alzò le spalle con un moto sprezzante d'indifferenza; indi
mormorò sbadatamente, colla sua voce più bella e più calma, e colla più
completa noncuranza, lasciando il verone: «E che ci ho da fare io se
quest'uomo e pazzo?...». Pietro si alzò, lento, come se le gambe gli si
piegassero sotto, sentendo agghiacciarglisi il sudore sulla fronte, coi
denti sbattenti di convulsione. Di giorno il conte sarebbe rimasto
atterrito dal pallore e dall'alterazione dei lineamenti di lui, e dal
sinistro splendore dei suoi occhi ardenti. Egli rimase un momento
immobile, annichilato, come se quella bellissima voce di donna avesse di
un sol colpo reciso i muscoli più vitali del suo cuore. Il solo rumore che
si udiva era quello dei suoi denti che battevano gli uni contro gli
altri. «Questa donna ha ragione!», mormorò egli quindi colla voce
rauca, stentando a proferire le parole: «io son pazzo!... son pazzo!...
Sono stato vile anche!...». E partì lentamente, quasi strascinandosi.
Non avea fatto dieci passi che udì le note allegre e cristalline del
valtzer che risuonavano di nuovo. Si fermò in mezzo alla strada, a
guardare un'ultima volta, con un'ineffabile espressione di disperata
amarezza, quel lume che splendeva chiarissimo in quella stanza riboccante
d'armonia; si levò il cappello, con un moto istintivo, lento, quasi
solenne, esclamando, cogli occhi umidi di lagrime infuocate: «Addio,
signora!... Addio!». Camminò tentoni, barcollando com un ubbriaco, fino
a quando stramazzò, privo di forze, singhiozzante, su di un sedile di
marmo sotto gli alberi del <I>Rinazzo</I>. «Oh! questo
valtzer! questo valtzer!», gridò egli smaniante, come se quelle note gli
percuotessero sul cervello, «Dio!... mi pare di diventar matto davvero...
Ah!... ma non ha dunque nemmeno un pensiero per l'uomo ch'è pazzo per lei,
questa donna?!!...» E partì correndo, come un delirante, fuggendo quei
suoni, che sembravano inseguirlo nel silenzio della contrada. Si aggirò
quasi tutta la notte per le vie più solitarie e deserte della città;
spesso correndo e singhiozzando disperatamente, spesso lasciandosi cadere
a terra, sul canto di una via, quando l'eccitazione febbrile che l'agitava
gli toglieva le forze che gli aveva dato nel suo parossismo. Non tenteremo
di dare un'idea di quelle lagrime roventi che lasciavano solchi sul suo
volto livido ed impastato di polvere e di sudore. La tempesta violenta che
mugghiava in quel petto gli faceva emettere voci tronche, gemiti che si
articolavano come parole, ma in mezzo ai quali risuonava sempre un grido,
or come un singhiozzo, or come un'invocazione disperata: «Narcisa!...
Narcisa!...». E quando le sue arterie battevano in modo da rompersi, egli
si afferrava la testa fra le mani, e tornava a correre come un pazzo, fin
quando la stanchezza fisica lo istupidiva alla lotta terribile delle sue
passioni. Cominciava ad albeggiare; quell'incerto crepuscolo gli ferì
gli occhi come un riverbero infuocato; quella vita che si risvegliava
nella grande città con tutti i suoi rumori, quella luce che crescendo gli
sembrava rischiarasse tutta l'immensità della sua disperazione, gli
parvero odiose... a lui che cercava il nulla, che non avea pensato al
suicidio perché odiava troppo ancora per essere stanco della vita. Aprì
la porta di strada di casa sua colla doppia chiave che recava sempre
addosso; si chiuse nella sua camera, così al buio; e si buttò sul letto,
vestito com'era, lasciando cadere soltanto in un angolo il suo cappello:
era annichilato. La stanchezza fisica e la morale l'avevano vinta
fors'anche sulla sua disperazione; o almeno, in quel punto, gliela avevano
resa meno sensibile. Egli si addormentò poco dopo di un sonno agitato,
febbrile ed interrotto. Sua madre, che all'alba avea lasciato il letto,
dopo una notte passata fra le lagrime, e stava nel salotto che precedeva
la camera di lui, onde vedere se almeno fosse rientrato, udì a lungo
gemiti, singhiozzi, rantoli soffocati, che si mischiavano alla
respirazione affannosa e stentata del dormente, e che conturbavano e
straziavano il suo cuore. Questa donna, coll'orecchio fissato sulla toppa
dell'uscio, stette quasi un giorno intiero ascoltando con angosciosa
ansietà tutti i minimi rumori di lui e cercando d'indovinarli. Finalmente,
verso le sette di sera, l'udì levarsi e passeggiare per la camera. Ella
ebbe timore, sì, la madre che comprendeva come qualche cosa di terribile
passasse nell'animo del figlio, e lo allontanasse dalle sue consolazioni e
fin dalle sue lagrime, la madre ebbe timore che questo figlio adorato,
buono un tempo ed affettuoso, che ella non riconosceva più ora allo
sguardo fosco e al carattere aspro e violento, non commettesse qualche
scena brutale se si fosse accorto di essere stato spiato. Pietro
passeggiò un pezzo per la camera, strascinandosi o camminando a salti, a
seconda delle istantanee trasformazioni che subiva il corso delle sue
idee; odiando quel filo di luce che trapelava dalle commessure delle
imposte e che gli provava che la luce illuminava ancora; odiando i rumori
della strada che gli annunziavano che tutto non era morto o almeno in
lutto come il suo cuore; odiando fin anche il pensiero di esser vicino
alla sua famiglia, quella famiglia che avea formato il suo culto e per la
quale avrebbe dato altra volta tutto il suo sangue. Poi sedette presso il
tavolino, colla testa fra le mani; e vi stette a lungo; coll'occhio arido,
lucido, di una straordinaria fissità. Una febbre ardente faceva vibrare
con forza le sue pulsazioni; allorché sentì battere sì violentemente le
sue arterie ch'egli ne udiva quasi il sordo rumore con colpi spessi
percossi sul cervello; allorché sentì sulle palme quel fuoco che ardeva la
sua fronte; allorché, più che mai, intravide dei lucidi bagliori
attraversargli la pupilla con un solco luminoso, che nell'animo tracciava
una striscia infuocata fra la tempesta delle sue passioni, dubitò un
momento che fosse pazzo davvero. Egli ebbe paura di quest'idea... paura di
non esser più padrone di sé, della sua vita, nel momento che sentiva
averne maggior bisogno, per inebbriarsi di tutta la terribile voluttà di
quel dolore che l'attaccava alla vita istessa; ebbe paura di abbandonare
questa, come in trastullo, agli uomini: egli si fece alcune domande che
erano strazianti nella loro calma forzata; si propose ragionamenti posati
che tradivano ancora la convulsione dello sforzo che erano costati,
dominando l'uragano che tempestavagli in cuore con volontà disperata di
calma, per convincersi che non era pazzo... poiché egli avea paura
d'esserlo... poiché egli odiava ferocemente... Udì suonare nove ore
all'orologio della stanza contingua. «Vediamo!», mormorò egli
alzandosi, «a quest'ora dev'essere buio... Ho tutta la mia ragione
ancora!... Che vale disperarsi per colei?... quali diritti ne ho io? Siamo
uomini, perdio!... come dice Raimondo... Ma chi dice questo spesso è segno
che teme di non esserlo abbastanza... Non è vero che son pazzo!... Non
voglio essere pazzo io!... Ebbene!... io voglio esser uomo!... sì... ho la
testa lucida!... comprendo che bisogna annegarne la memoria... annegarla
fra il vino... le donne... l'orgia!...» Aprì le imposte, per vedere
s'era notte davvero: era buio affatto; raccolse il cappello da terra e se
lo calcò sul capo senza nemmeno aggiustarsi i capelli arruffati e
appiccicati col sudore sulla fronte, ed uscì, quasi fuggendo la madre che
udiva camminare nell'altra stanza.
<B>V</B>
Gli parve di respirare più liberamente quando l'aria aperta lo percosse
sul volto, rinfrescando il calore delle sue membra ardenti di febbre:
quella dolce sensazione gli parve fargli bene. Per la strada Vittoria
scese alla <I>Marina</I>. A misura che l'influenza di quella
bella sera s'insinuava nel suo organismo, egli sentiva però crescere e
giganteggiare un fantasma che voleva scacciare con tutte le forze
dell'essere suo... che l'atterriva. Sotto il Seminario, vicino
<I>Porta Marina</I>, in una bottega, udì i suoni di alcuni
strumenti da fiato e da corda che eseguivano una polka, e i passi
saltellanti e vigorosi di coloro che ballavano. «Costoro si divertono»;
diss'egli, «chi sa se anch'io vi potrei almeno dimenticare!...» Fece
alcuni passi per entrare nella bottega di tabacchi che precede l'ignobile
sala da ballo, ma non ebbe la forza di farlo. L'istinto, l'abitudine
piuttosto, del giovane bene educato non gli permise di mischiarsi senza
transazioni a quanto vi avea d'impuro e d'abietto in quella gentaglia,
operai d'infima classe, lustrastivali, borsaiuoli, barcaiuoli e femmine di
mala vita, che componevano la società di quel ballo. «Oh! stordirmi!
stordirmi!...», esclamò egli, con un accento quasi doloroso, fermo in
mezzo al viale ove avea incontrato Narcisa e questa l'avea guardato. E
partì di buon passo per la strada Stesicorea; ai Quattro Cantoni entrò
alla Villa di Sicilia. Era la capitolazione del giovane di buona
famiglia, che non osava ancora penetrare nella taverna per ubbriacarsi e
cercava la taverna elegante. Al garzone, che gli domandava cosa ordinasse,
rispose di non saperlo, di recare quel che voleva, come per esempio
un'insalata, purché l'accompagnasse di una bottiglia di marsala. Il
cameriere guardò sorpreso quel giovane che beveva una bottiglia di marsala
su di un'insalata. Pietro fu quasi atterrito, quando, riflessa
dirimpetto a lui, su di uno specchio, vide una sinistra figura da spettro,
col cappello ammaccato, i capelli incollati e cadenti sul volto di un
pallore che sembrava terreo, magro in modo da far luccicare
straordinariamente il bagliore che la febbre dava ai suoi occhi, i quali
sembravano più grandi; cogli abiti scomposti; egli stentò un pezzo a
riconoscere se stesso, e finalmente un riso amarissimo errò sulle sue
labbra violacee. Il cameriere gli recò quanto avea ordinato; egli
cominciò a bere il vino senza toccare l'insalata. Allorché sentì i polsi
battergli più forte, le gote animarsi, i vapori annebbiare la sua testa,
ancora vertiginosa, egli si alzò, dopo aver pagato lo scotto, ed
uscì. «Ora andiamo al ballo!», mormorò con triste sarcasmo; «forse
anch'<I>ella</I>, a quest'ora, è alla sua festa!...» E
scacciando un'ultima volta quest'immagine che, anche fra i fumi del vino,
anche nel momento che si stordiva per non vederla e che la fuggiva nello
stravizzo, trovava modo d'inchiodarglisi ferocemente nel cervello, egli
corse alla <I>Marina</I>; esitò ancora un istante prima di
mettere il piede su quella soglia, e finalmente entrò nella bottega che
precedeva lo stanzone ove si ballava. Fingendo di dover comprare sigari,
domandò a colui che stava al banco se l'entrata al ballo era libera per
tutti, pagando; colui lo squadrò dal capo alle piante, come sorpreso che
un giovane il quale indossava abiti piuttosto eleganti venisse a cercare
una tal festa; poi, alzando le spalle con ruvida indifferenza, gli rispose
con un cenno del capo affermativo. Brusio, pagati alla porta i pochi
centesimi che davano diritto all'entrata, passò nella sala da
ballo. Era, come abbiamo accennato, una stanza assai grande, illuminata
da lampade ad olio, con alcune panche disposte in giro alle pareti, su di
una delle quali sedevano un contrabbasso, un violino ed un flauto che
facevano saltare col movimento della polka una ventina di ballerini e
ballerine. La vista del giovane in cappello a cilindro fece impressione
certamente, poiché le danze furono sospese, e tutti si volsero a guardare
con curiosità il nuovo venuto; poco dopo incominciò a farsi udire un
mormorio di cattivo augurio contro quell'importuno che veniva a disturbare
il loro passatempo. «Egli viene a ridere di noi... il signorino!»,
esclamò una delle donne, che si appoggiava alla spalla di un uomo
atletico, vestito di velluto e di volto assai caratteristico. «Noi non
andiamo a mischiarci alle sue smorfiose... quando essi si divertono!...»,
gridò un'altra. «Non vogliamo seccatori qui! non vogliamo spie!», urlò
una terza voce. «Ora vado a prendere per le spalle questo piccino e te
lo metto fuori», disse l'uomo erculeo alla sua donna. E si avanzò, col
cipiglio arrogante, verso il Brusio, il quale ancora esitava ad
inoltrarsi. «Che vuoi tu?», gli disse colla voce dura dell'imperio che
esercitava sui suoi compagni quando gli fu faccia a faccia, covrendolo
quasi col suo largo petto e la sua alta statura. «Non ho da dirlo a te,
né a nessuno qui!», rispose il giovane, irritato, quantunque avvinazzato,
da quella brutale famigliarità, guardandolo fisso negli occhi. «Per
Cristo! non hai da dirlo a me?», rispose sghignazzando il colosso. «Ma sai
che qui sei in casa mia, e che se ti prendo fra l'indice ed il pollice ti
stritolo?!...» «S'è casa tua ci resto!», disse Pietro coll'ostinazione
dell'ubriachezza o del puntiglio giovanile; «in quanto a stritolarmi,
provati!» E incrocicchiò le braccia sul petto, stendendo un passo in
avanti e spostandosi solidamente sulle sue gambe snelle ma nervose, come
se aspettasse l'assalto. L'altro fece ancora un passo, minacciandolo
dello sguardo più che del gesto, con la bravata audace e cinica che dà la
coscienza della superiorità fisica in tali uomini; e mormorò, con voce che
cominciava ad essere rauca d'ira, accostandosi sin quasi a toccarlo col
petto: «Vattene!». «No!», rispose Pietro bruscamente. Il gigante
stese le braccia per afferrarlo; le braccia muscolose del giovane lo
ributtarono due o tre passi all'indietro con un vigore che il bravaccio
non avrebbe mai supposto in quel corpo magro e svelto; allora mise un urlo
di rabbia: l'urlo della iena che ha sentito pungersi mentre scherzava; e
afferrata una sedia la slogò di un sol colpo sul pavimento, tornando
quindi verso di Brusio con la sbarra pesante e ruvida fra le mani, che
brandiva sulla sua testa come una clava. Pietro, dal canto suo, fu lesto
ad impadronirsi del bastone di uno dei suonatori, che si erano salvati
dietro le panche, e a pararsi il colpo con quello. Allora cominciò un
combattimento accanito e feroce fra l'uomo atletico, che mugghiava come un
toro ferito per la rabbia che non poteva sfogare, rabbia accresciuta dalla
inopinata resistenza che incontrava e che gli toglieva il prestigio
d'invincibilità nell'opinione dei suoi compagni, ed il giovane alto,
sottile, pallidissimo, colle grosse labbra chiuse e sdegnose, l'occhio
scintillante, la fronte alquanto calva, altiera ed impassibile, su cui si
appiccicavano i capelli arruffati e si schiacciava il suo cappello a
cilindro. Per fortuna Pietro aveva studiato la scherma del bastone con
maggiore attenzione di quanta ne avesse messa ad ascoltare le lezioni del
canonico Russo; fu perciò col massimo piacere degli spettatori, comprese
le femmine, che questi assistettero a quel duello singolare fra i due
avversarii degni di starsi a fronte l'un l'altro; essi battevano le mani
ai bei colpi, e incoraggiavano con acclamazioni i combattenti. Brusio non
era più uno straniero per loro, un <I>signorino</I>, ora che
maneggiava sì bene il bastone. L'uomo vestito di velluto avea il
braccio e le reni solidi come bronzo, e molta abilità in questa maniera di
scherma, ciò che gli faceva menar colpi che calavano giù rombando
terribilmente; il giovane però, se non avea la forza muscolare del suo
avversario, lo vinceva nell'elasticità e sveltezza dei movimenti e nel
sangue freddo inalterabile, che in lui era uno strano effetto della
collera, con cui aggiustava i suoi colpi e parava quelli che gli venivano.
Tutt'a un tratto una legnata violenta di Brusio spezzò la spada colla
quale il bravaccio parava il colpo alla testa, e si vide quest'ultimo
stramazzare a terra colle braccia stese: avea il cranio
spaccato. Successe uno straordinario tafferuglio: alcuni gridavano
evviva, altri imprecavano e minacciavano Pietro più seriamente al certo di
quanto fosse stato minacciato sino allora, poiché nella mezza luce si
vedevano luccicare lame di coltelli affilati. «Silenzio, canaglia!», si
udì gridare una voce la quale avea tutte le gradazioni fra quella
dell'uomo e quella della donna, «questo giovanotto lo proteggo io! è dei
nostri!... Ha cuore e pugno... Egli vuol essere dei nostri, giacché è
venuto; non è vero?» «No! no! Sì! sì!», urlarono alcune voci
avvinazzate: «Non vogliamo <I>cappelli</I>! non vogliamo
<I>signorini</I>!...»; «Viva il <I>signorino</I>!
egli ha il pugno di ferro; egli ha vinto Nicola!». Nulla avrebbe potuto
sedare quello schiamazzo, e Pietro avrebbe corso fors'anche il più grave
pericolo, minacciato dalla vendetta degli amici del caduto, quantunque
difeso anche dal piccol numero dei suoi ammiratori; un altro
combattimento, in più grandi proporzioni, era almeno imminente, se non
fosse entrato in quel punto il padrone dello stabilimento; il quale,
impassibile sin'allora a quanto era avvenuto, dietro il suo banco della
prima camera, accorreva dimostrando nel gesto e nella fisonomia
l'importanza della notizia che recava: «I carabinieri!», diss'egli. «I
carabinieri!» fu gridato da ogni parte. E tosto amici e nemici si
fusero in un lodevole accordo a nascondere in uno stanzino il mal capitato
Nicola, cui, quantunque fosse rinvenuto e mandasse lamentevoli gemiti,
nessuno avea badato, a lavare il pavimento lordo di sangue, e a tirare i
suonatori da sotto le panche. «La <I>Fasola</I>! la
<I>Fasola</I>!», fu gridato da tutti. Venti braccia
soffocarono Pietro in un energico amplesso; e venti voci, anche di quelle
che avevano minacciata la sua vita un momento innanzi, gli susurrarono:
«Siamo amici, non è vero? Sei dei nostri!... Vuoi essere dei
nostri?». «Sì, son dei vostri!... amici! tutti amici!», rispose Pietro,
urlando tanto forte da cercare di soffocare le stesse parole che
proferiva; stendendo le mani alle venti mani nere e callose che gli
venivano stese, onde stordire tutto quello che sentiva d'ignobile, di
ributtante, di vile in quell'accozzaglia alla quale veniva a domandare le
sue distrazioni; ballando anche lui quella ridda infernale sul sangue
versato da poco e ancora tiepido... Egli, a misura che le acri esalazioni
di quei cenci e di quei corpi, e l'esaltazione avvinazzata di quel
tripudio cominciarono ad offuscargli il cervello, come il marsala non
aveva potuto fare; egli, che aveva avuto ribrezzo a toccare la mano di
quella femmina, spudorata corifea della festa, ch'era stata la donna di
Nicola, cominciò a saltare più furiosamente degli altri, e stringersi più
ebbro quell'abbietta creatura fra le braccia. Due ore dopo mezzanotte
egli usciva stordito, briaco da quell'orgia; ancora sbalordito dal baccano
che avea fatto il suo cuore; mormorando come per illudersi anche in quel
momento: «Oh! la vita!... Questa è la vita!... Donne e vino!... Viva
l'allegria!». Da quel giorno, o piuttosto da quella notte, Pietro
Brusio cominciò una vita indegna ed abbietta, di cui egli cercava occupare
tutti gli istanti con gli eccessi più sfrenati, per non darsi il tempo
neanche di vedere dov'era caduto. Egli faceva sforzi sovrumani per
annegare nel frastuono, nell'ubbriachezza, quanto sentiva ancora di
elevato e di nobile nel suo cuore, che gli rimproverava come un rimorso la
vita che menava, e gli faceva pensare spesso, malgrado la sua disperata
volontà, malgrado gli eccessi a cui ricorreva, a quella donna fatale di
cui malediva la memoria. Spesso fra le orgie più impure,
nell'ubbriachezza più profonda, egli rimaneva in disparte, muto, pallido,
coll'occhio fisso e pensieroso. Spesso, al contrario, stringendosi una di
quelle femmine da trivio fra le braccia egli mormorava un nome cogli occhi
umidi di lagrime: ciò che rendeva dapprincipio attoniti, e faceva ridere
dappoi i suoi compagni di stravizzo. Egli logorava la giovinezza del
suo cuore e del suo corpo in questa vita febbrile, divorante, che s'era
imposta; fuggiva lo sguardo della madre e delle sorelle come se avesse
temuto di contaminarle col suo, come se avesse temuto che la muta
eloquenza dell'occhio umido della madre gli facesse sentire tutta
l'infamia dell'abbiettezza in cui affogava le sue memorie e il suo amore,
che provava ancora rigoglioso e potente. Fuggiva gli amici di una volta,
che forse avrebbero potuto rimproverarlo col loro freddo contegno;
[fuggiva sin anche] Raimondo, cui non si sentiva bastante coraggio di
avvicinare. Siamo al Giovedì Grasso. Brusio ha passato più di quattro
mesi di questa vita; è divenuto il corifeo di questa canaglia composta di
femmine da trivio e di uomini perduti; e in quella sera, tutti mascherati
in modo poveramente e orribilmente grottesco, vanno al Teatro a farvi
pompa del cinismo del vizio, della brutalità della violenza, della
petulanza della miseria colpevole; occupando la galleria, ove mangiano,
bevono, contendono ed urlano anche nel tempo della rappresentazione,
malgrado la presenza delle numerose Guardie di Pubblica Sicurezza e dei
Reali Carabinieri. Dopo la recita aspettano l'apertura del ballo
mascherato per lanciarsi, coi loro costumi sudici, in mezzo alla platea,
per mischiarsi a quella società elegante che non sentonsi in diritto
d'avvicinare coi loro cenci, e per farlo ne cercano il coraggio
nell'ebbrezza, nell'esaltazione e negli eccessi. Brusio, in prima fila
fra di essi, sul proscenio, indossando un travestimento tutto suo,
composto di cappuccio, casacca e pantaloni di pelle di montone (vestito
che egli avea denominato da orso), si occupava metodicamente a dar fiato
ad un enorme corno ad ogni scena nuova; e le rimostranze delle guardie di
Questura erano soffocate dagli urli, dai suoni di trombe e di campane e
dai fischi della mascherata numerosa che gli faceva codazzo. Poco prima
di mezzanotte fu aperto il ballo. Quella folla ululante irruppe come un
torrente limaccioso nella sala. I palchetti erano gremiti di
elegantissime dame e di signori mascherati con lusso. Poco dopo si aprì
l'uscio di un palchetto di seconda fila ed entrò la contessa di Prato,
mascherata da baccante, accompagnata dal marito e da un bel giovanotto
biondo, sottotenente negli Usseri di Piacenza, che le tolse dalle spalle
la mantelletta <I>Fatma</I> di peluscio. Giammai la signora
aveva brillato di tutta la pompa affascinante delle sue seduzioni
irresistibili, come quando si avanzò sul parapetto della loggia colle
braccia, le spalle ed il petto nudi nel suo abito diafano di velo, col suo
sorriso sulle labbra, con quel piccolo grappolo d'uva e quell'unica foglia
verde a metà nascosti tra i riflessi cenerognoli de' suoi capelli neri,
che vi si inanellavano attorno alla fronte e le cadevano mollemente sul
collo. Pietro non alzò nemmeno gli occhi verso i palchetti. Non osava
di farlo, di dissipare forse collo spettacolo di quella profusione di
eleganze e di bellezze che ornavano le loggie, il denso vapore avvinazzato
e fangoso in cui si avvolgeva; non osava d'incontrare un viso ch'egli non
voleva vedere per non avere a dubitare un'altra volta della sua
ragione. L'orchestra suonava un valtzer; la folla avea incominciato a
ballarlo gesticolando e gridando. Tutt'a un tratto fu veduta una figura
umana, imbacuccata in pelli nere che la facevano mostruosa, montare di un
salto sul palcoscenico, e gridare colla sua voce più forte, stendendo il
braccio con un gesto imperioso verso l'orchestra: «Abbasso il valtzer!
Non vogliamo valtzer! Non vogliamo balli aristocratici... Vogliamo la
<I>Fasola</I>!...». Quella voce che comandava, quel gesto
che imponeva fecero fermare i ballerini che danzavano e i professori che
suonavano; e cominciò un immenso frastuono. Dai palchi partirono alcuni
fischi acutissimi, tratti certamente con l'aiuto delle chiavi. Allora
quell'uomo, quel mostro, alzò la testa orribile a vedersi col suo pallore
cadaverico sui suoi lineamenti dimagriti, collo scintillare dei suoi occhi
infuocati fra i peli che gli cadevano dal cappuccio sulla fronte; e quello
sguardo che fissò su quei cavalieri giovani, ricchi, eleganti; su quelle
mani in guanti bianchi che si sporgevano fuori dei palchi ad imporgli
silenzio; su quelle signore belle, profumate, splendenti di gemme; su
quella folla dorata che faceva il più vivo contrasto con quella brutta,
cinica, briaca, cenciosa, che l'accompagnava, quello sguardo fu d'odio
immenso, indicibile, e anche di feroce vendetta. «Abbasso gli
aristocratici!», gridò egli, Pietro, il giovane aristocratico per istinto;
«abbasso i guanti bianchi! Vogliamo la <I>Fasola</I>! Suonate
la <I>Fasola</I>!» A quelle parole successe un immenso
schiamazzo di urli che applaudivano alle sue parole e chiamavano la
<I>Fasola</I>, questa danza popolare. I carabinieri,
quantunque avessero spiegato la massima energia nel cercare di calmare
l'effervescenza, erano in troppo piccol numero per imporsi a quella folla
resa audace dalla sua istessa insolenza; finalmente si fece venire il
picchetto di Guardia Nazionale ch'era alla porta. In questa una
fischiata solenne e generale, partita dai palchi, sembrò sfidare la
collera di quella gentaglia irritata: le mani inguantate di bianco non
volevano lasciarsi sopraffare dalle mani nere e callose. Nella platea
scoppiò un grido generale di rabbia. Alcune signore svennero allo
spettacolo di quella folla urlante che levava braccia nere e facce
infuocate e furibonde, come ad imprecare, verso i palchetti, e in mezzo
alla quale scintillavano alcuni ferri aguzzi. I carabinieri misero le mani
sui <I>revolvers</I>, e la Guardia Nazionale entrò nella sala
colle baionette in canna. Rinunziamo a descrivere lo stato
d'esasperazione di Brusio a quella sfida imprudente che l'aveva percosso
come uno schiaffo; egli saltò in mezzo alla folla gridando: «Ora faccio
scendere tutta questa canaglia coi guanti a ballare la
<I>Fasola</I> con noi! Vado a prenderveli per le
orecchie!». E si fece largo in mezzo alla calca. Nessuno, né
carabinieri, né Guardia Nazionale badarono a quell'uomo che usciva, a
quella jena assetata di vendetta, che spingeva in avanti il collo anelante
come un animale sitibondo. In due salti egli fu sulla scala del
second'ordine, e si avanzò pel corridoio. Tutt'a un tratto egli si
fermò, come percosso dal fulmine, coll'occhio smarrito, col volto pallido
e convulso: si era trovaro faccia a faccia a Narcisa, che partiva dal
Teatro, spaventata di quel frastuono. La contessa aveva messo un grido
nel vedere quell'uomo che correva come un pazzo contro di lei, facendo
scintillare nel suo pugno la lama larghissima di un coltello a manico;
quella figura informe ed orrenda sotto le pelli che la coprivano, della
quale gli occhi soltanto luccicavano come due carbonchi sul volto che
sembrava una maschera di cera gialla. Ella si era stretta contro la
parete, aggrappandosi al braccio del conte, come per farsene
schermo. Pietro aveva avuto uno sguardo, un solo, per lei; il coltello
gli era caduto di mano; poi era fuggito, correndo a salti, urlando
disperatamente, come l'animale che voleva figurare. «Oh! questa donna!
questa donna!... questo demonio!», gridava egli, correndo all'impazzata
pel Molo. Si fermò sull'ultimo limite di questo, quando non vide più
dinanzi a sé che il mare bruno ed immenso, su cui scintillavano le stelle.
Fissò uno sguardo ebete, smarrito su quella superficie che si stendeva a
perdita di vista, luccicante di riflessi fosforici; su quelle stelle che
splendevano sulla sua testa... Due o tre volte avanzò il passo verso
quell'abisso che poteva inghiottire la sua vita coi suoi vortici
spumeggianti; e ciascuna volta egli sentì una forza che l'afferrava e lo
tratteneva... Finalmente cadde accosciato sul suolo umido e spazzato
qualche volta dalle onde, prorompendo in lagrime amare, ardenti, ma non
più disperate. Egli pianse a lungo: quel pianto, che non aveva potuto
versare da circa cinque mesi, forse lo salvò. «Questa donna ha
ragione», mormorò quando fu calmo, come aveva detto allorquando gli era
parso che il suo cuore si fosse spezzato: «quali diritti ho io al suo
amore, alla sua attenzione, fin'anche?... Io, Pietro Brusio!... Ma io
voglio averli, questi diritti che Dio m'ha dato, che in un istante di
scoraggiamento io ho sconosciuto, ho ripudiato, ma che sento in me...
Questa donna anderà superba un giorno dell'amore di Pietro Brusio!!». E
rialzando la testa, quasi lieto ed altiero di quel nuovo indirizzo che
dava alla sua vita, di quell'espiazione che s'imponeva del passato, della
speranza che gli brillava negli occhi ridenti, guardò il cielo quasi
calmo, quasi giocondo ora. Si alzò, e con passo fermo s'incamminò verso la
sua casa. Egli andò ad abbracciare la madre nel letto, come per darle la
lieta notizia, mescolando le sue lagrime a quelle di gioia di lei, che
ritrovava il figlio suo; e dandole la sola spiegazione della metamorfosi
che uno sguardo ed un pensiero avevano potuto operare in lui con queste
sole parole: «Perdonami, madre mia!... perdonami!». Due mesi intieri
ebbe la forza di non cercare Narcisa, di non vederla. Usciva di rado, la
sera; e sempre in compagnia di sua madre e delle sue sorelle. L'aveva
dimenticata? No! Egli aveva tal forza perché viveva per lei, con lei,
in lei; perché tutta la sua vita era ormai Narcisa. Egli lavorava con
un entusiasmo quasi accanito, con una lena che soltanto poteva dargli
l'esaltazione in cui si trovava; e fece passare tutto il suo cuore
nell'opera sua. Due mesi dopo avea finito un dramma che rileggeva cogli
occhi brillanti di sorriso; del quale era contento; che amava quasi di una
parte dell'amore di cui amava Narcisa; che amava come un'emanazione di
lei. Quando egli fu soddisfatto dell'opera sua, di se stesso; quand'egli
si sentì più vicino a Narcisa, allora la cercò. La sua casa era deserta
e le imposte dei veroni chiuse. La cercò inutilmente otto giorni pei
passeggi e al Teatro; ne domandò agli amici: nessuno l'avea più
veduta. Risoluto di trovarla ad ogni costo andò a far visita in casa
A*** e colla signora condusse il discorso sino alla contessa. «A
proposito, che n'è di lei?», domandò. «Credevo che lo sapeste, voi suo
amante: è partita.» «Partita!» «Sì, da venti giorni.» «E per
dove?» «Per Napoli.» «Anderò a Napoli!», disse a se stesso
Brusio.
<B>VI</B>
Parecchie settimane dopo, in Napoli, ad una delle serate che dava il
barone di Monterosso, noi ritroviamo Narcisa, accompagnata dal marito e
dal giovanotto ufficiale di cavalleria negli Usseri, che abbiamo
incontrato con lei a Catania. Il sottotenente, che apparteneva ad una
delle più nobili famiglie del Napoletano, l'avea presentata ad una signora
di mezza età, la quale recava con tutta disinvoltura gli occhiali sul
naso, appartenente anch'essa alla più alta società e che col suo ingegno
si è fatto un nome che comincia ad esser celebre anche fuori d'Italia. Le
due donne, l'una circondata e adulata pel potere dei suoi vezzi, l'altra
pel prestigio del suo nome, sedevano l'una presso all'altra su di un
canapè, accerchiate da uno stuolo di cortigiani. Il barone di
Monterosso venne a complimentare la signora contessa R***, e a dire anche
due parole d'occasione a Narcisa. «Avrò la fortuna, signora contessa»,
disse, parlando alla donna matura, «di presentarle stasera un uomo, che,
ancora giovanissimo, si è aperta diggià la più brillante carriera nella
letteratura drammatica.» «L'autore di <I>Gilberto</I>
forse?», domandò la signora. «Lo conosce?» «No; ne ho udito
semplicemente parlare; è un dramma che ha incontrato moltissimo, a quel
che pare; e di cui i giornali si sono disputati i meriti con
quell'accanimento che dà sempre della rinomanza all'autore. È
napoletano?» «È siciliano; si chiama Pietro Brusio.» «Brusio?... Non
ho mai udito questo nome...» «Fra otto giorni questo nome sarà
pronunziato come quello di Giacometti e di Gherardi del Testa.» «È una
celebrità in erba, dunque?» «Sì, signora contessa: una celebrità che
nasce, ma in mezzo ad una splendida aurora. Il suo dramma è stato
replicato quattro volte a richiesta, e domani fu desiderato per la quinta;
l'impresario glielo ha pagato come non si sogliono pagare quasi mai le
produzioni letterarie in ltalia, e l'ha impegnato a scrivere pei
Fiorentini con un appuntamento che lo farà vivere da signore.» «Domani
andrò ai Fiorentini», disse la dama, «stasera mi presenti il suo protetto;
lo pregherò di passare da me le sere in cui ricevo.» Il barone
s'inchinò allontanandosi per dar retta ad altri invitati. Narcisa ballò
come una silfide e confessò al suo cavaliere di mai essersi divertita come
in quella sera. Verso mezzanotte il barone si avvicinò di nuovo al
divano ove sedevano Narcisa e la contessa, accompagnato da un giovane alto
e bruno, di cui l'espressione fredda, altiera e quasi severa era appena
temperata dal contegno grazioso che gl'imponeva l'atto che andava a
compiere. «Mi permetta, signora contessa R***», disse il barone con il
garbo di un uomo di società, «che abbia l'onore di presentarle il signor
Pietro Brusio, il giovane autore di cui le feci parola.» Pietro
s'inchinò in silenzio, mentre la dama originale l'esaminava con tutta
flemma, attraverso gli occhiali, dal capo alle piante e gli faceva i
complimenti d'uso. Anche Narcisa esaminava il nuovo arrivato con una
curiosità che andò a finire nella maggior sorpresa. Ella stentò a
riconoscere il giovane incognito che a Catania incontrava ad ogni passo,
divorando degli occhi il suo sguardo, e che passava le notti sul
marciapiede dirimpetto alla sua casa, in quel giovane che le stava dinanzi
con la fronte nobile, quantunque solcata dalle febbrili emozioni della
creazione, e dai delirii sublimi del pensiero; coi lineamenti sbattuti
dalle fatiche del lavoro, dalle lotte ardenti dell'idea, che aveva sentita
immensa, colla forma, che spesso non sentiva abbastanza. Egli avea
l'occhio brillante della confidenza che dà la giovinezza e l'avvenire,
quando si affaccia ridente; il suo vestito irreprensibile sviluppava la
forte e maschia eleganza del corpo; si presentava con tutta la grazia di
un abituato alle più aristocratiche riunioni. Ciò che più di ogni cosa
servì a farglielo riconoscere, meglio che l'altiero portamento della
fronte, ch'egli non avea saputo rendere grazioso in quel momento come il
sorriso a cui aveva forzato il suo labbro sdegnoso nel presentarsi alla
contessa R***, fu questo. La contessa gli parlava con la famigliarità
che dà la parentela del genio, e gli stringeva la mano. I |